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Joseph Diescho, Born of the Sun (Namibia)

Joseph Diescho, Born of the Sun, Friendship Press, New York 1988.

Born of the Sun, di cui sfortunatamente non esiste una traduzione italiana, è considerato il primo romanzo pubblicato in inglese da un autore namibiano. Purtroppo non credo che questo lo renda molto appetibile al mercato italiano, quindi suppongo che continuerà a essere necessario leggerlo in inglese (la lingua originale in cui è stato pubblicato) e a fare i salti mortali per trovarlo usato da qualche parte. A meno che qualche casa editrice illuminata non decida di smentirmi.

Joseph Diescho è nato in Namibia nel 1955 da una famiglia povera, ma ha avuto la fortuna di poter studiare, sia nel suo paese, sia in Sudafrica e alla Columbia University a New York. Ha pubblicato questo romanzo a 33 anni, nel 1988. La scrittura non appare molto matura, sebbene sia stato aiutato nella stesura dalla collaboratrice Celeste Wallin. Tuttavia lo stile passa in secondo piano, a mio parere, quando il libro vuole trasmettere un messaggio forte, com’è in questo caso.

Il protagonista del romanzo è Muronga, un uomo che è appena diventato padre di Mandaha. Lui e sua moglie Makena frequentano il catechismo nella missione tedesca locale, con l’intento di essere battezzati e poi sposarsi secondo il rito cattolico. Infatti, sebbene fossero già sposati con il rito tradizionale della loro tribù, per la Chiesa cattolica la loro unione non è valida ed essi vivono “nel peccato”.

La prima parte del libro si svolge in Namibia ed è principalmente dedicata al difficile rapporto di Muronga e Makena con la religione cattolica. Diescho dimostra molto humour nel descrivere le situazioni in cui i due si vengono a trovare, e i dialoghi sono a tratti divertenti, anche se comunque fanno sempre riflettere. I due coniugi, così come molti altri abitanti del villaggio, entrano a far parte della Chiesa cattolica per pura convenienza, per avere un buon rapporto con la missione e i colonizzatori. Tuttavia al prete e al catechista non importa davvero niente se i battezzandi capiscono o meno ciò che stanno studiando. Diescho afferma che i due non fanno che ripetere a pappagallo quello che hanno imparato al catechismo, e il prete è contentissimo così. Fra i momenti più esilaranti: quando Muronga non capisce se il papa sia un uomo o una donna, dal momento che indossa un abito, o quando i due non riescono a capire i nomi cristiani che verranno loro assegnati, e storpiano Franziskus e Maria Magdalena in Fiasco e Maria Magnet. Ma ci sono anche altri momenti dove si ride davvero.

A un certo punto agli uomini viene proposto di andare a lavorare nelle miniere in Sudafrica, in modo da guadagnare dei soldi che possano servire a pagare le tasse imposte dall’uomo bianco. Muronga e il suo amico Kaye decidono di andare, ma non finiranno nella stessa miniera (la quarta di copertina dice che i due si reincontreranno alla fine, ma come al solito le quarte sono scritte da gente che non ha letto il libro e si inventa le cose, e per di più svela pure il finale). La storia segue dunque Muronga, dalla Namibia, al Botswana, al Sudafrica. Qui sarà mandato a lavorare in una miniera d’oro e il tono umoristico decade completamente per farsi via via più serio.

Per farla breve e non svelare troppo (anche se un po’ inevitabilmente sì) dirò soltanto che Muronga capisce per la prima volta davvero cosa sia il dominio dell’uomo bianco sulla gente che invece in Africa ci è nata e ci vive dalla notte dei tempi. L’uomo bianco ha preso la terra agli africani e vuole prenderne sempre di più, e li costringe a pagare delle tasse per usufruire della terra che è sempre stata la loro. Inoltre la maggior parte degli uomini bianchi, e alcuni neri che sono asserviti al potere dei bianchi, trattano i lavoratori come animali. Sarà così che in Muronga nasce e si sviluppa una coscienza politica che lo spinge a battersi per l’indipendenza degli africani dal dominio dei bianchi.

In Sudafrica inoltre Muronga incontra anche l’apartheid, che gli era sconosciuto: emblematica è la scena in cui con degli amici finisce in un negozio “esclusivamente per bianchi” e rischieranno grosso quando vengono sorpresi dalla polizia. Sebbene, naturalmente, i poliziotti siano essi stessi neri.

Il libro è in sostanza una sorta di Bildungsroman, un romanzo di formazione in cui assistiamo al nascere della coscienza politica di Muronga. Dall’infanzia degli affetti di villaggio, all’adolescenza del viaggio verso la miniera, per arrivare alla maturità della presa di coscienza.

A mio parere si tratta di un libro importante in quanto ci fa vedere, sebbene in modo romanzato, come nasce una coscienza politica in una persona che inizialmente non si rende neppure ben conto di essere oppressa. Probabilmente ci sono altri romanzi, e migliori, sull’argomento, ma l’interesse di Born of the Sun sta, come dicevo all’inizio, anche nel fatto che siamo di fronte al primo romanzo uscito dalla penna di un autore namibiano. Inoltre, quante cose sappiamo della Namibia? Ben poche, direi.

In realtà si potrebbe dire moltissimo su questo libro, ma scelgo di fermarmi qui. Non è un libro facile da reperire, ma se ci doveste riuscire ve lo consiglio caldamente.

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Thomas Mann, La montagna incantata – 1924

Thomas Mann, La montagna incantata (tit. originale Der Zauberberg), Corbaccio, Milano 1992. Traduzione di Ervino Pocar.

«Che devo dire ora del libro stesso e del modo in cui lo si dovrebbe leggere? Comincio con una richiesta molto arrogante: lo si deve, cioè, leggere due volte. Questa richiesta va beninteso ritirata subito, qualora la prima volta il lettore si sia annoiato. L’arte non dev’essere un compito di scuola, una fatica, un’occupazione contre cœur, ma vuole e deve procurare gioia, divertire, animare, e chi non sente quest’effetto dell’opera d’arte gli conviene lasciarla lì e volgersi ad altro.»

Così dice Thomas Mann nella conferenza tenuta a Princeton agli studenti dell’università, riportata in appendice al libro. E ha ragione: l’arte non è un compito, non deve affaticare, l’arte non è erudizione, l’arte è piacere. Così è la lettura. Avendo completato già da molti anni la mia istruzione universitaria umanistico-linguistica, posso finalmente dire che non leggo più per erudirmi, ma per passare dei bei momenti, né ho mai letto per bearmi di una presunta superiorità, come invece temo che alcuni lettori facciano.

Tutto questo per dire che la lettura di questo romanzo è stata una fatica sovrumana, che raramente mi è capitato di sudare così tanto su un libro, almeno non su un libro letto per piacere anziché per studio. Mann suggerisce in questi casi di mollare, e anche qui ha ragione, ma io non l’ho fatto, e ho fatto male. Detto questo, non seguirò il suggerimento di Mann e di altri lettori che raccomandano di rileggere il libro una seconda volta, o almeno non lo farò in un futuro prossimo… non posso pronunciarmi su cosa deciderò di fare in vecchiaia. Con tanta saggezza in più sulle spalle, potrei anche decidere di rivisitare questo libro.

Le prime 200 pagine, figurarsi, le ho lette in due giorni, ma sono pagine meno spiccatamente filosofiche di quelle che seguono, che invece mi hanno visto sudare per diverso tempo.

Il romanzo è stato concepito da Mann come contrappunto umoristico al racconto lungo La morte a Venezia, e come questo doveva essere un racconto. Invece è diventato un romanzo di 700 pagine, dopo dodici anni di scrittura. Pubblicato nel 1924, 24 anni dopo I Buddenbrook, romanzo “giovanile” che invece mi è piaciuto molto, La montagna incantata è, potremmo dire, il romanzo della maturità, e certamente quello in cui si esplica tutta la maestria dell’autore.

Concepito durante il soggiorno di sei mesi della moglie a Davos, in Svizzera (lo stesso paesino in cui si svolge il romanzo), anzi più precisamente durante le tre settimane che l’autore vi trascorre in visita, La montagna incantata prende dunque spunto da una vicenda reale per creare con Hans Castorp e tutti gli altri personaggi delle figure assolutamente simboliche. Castorp simboleggia la borghesia tedesca, suo cugino Joachim Ziemssen l’aspirazione militare di tanta gioventù tedesca, e così via, ogni personaggio ha un ruolo squisitamente simbolico che sarà tanto più chiaro a chi, contariamente a me, sia erudito e colto. No davvero, non lo dico per falsa modestia, è che ci vuole una cultura di portata vastissima per comprendere tutti i molteplici simbolismi di questo maestoso romanzo.

La storia di Hans Castorp, che va a trovare suo cugino al sanatorio Berghof di Davos per tre settimane, e vi rimane sette anni, si alterna e anzi si mischia inscindibilmente a parti filosofiche che sono certamente meravigliose e degne della più profonda attenzione per chi abbia cultura e cervello a sufficienza da capirle, seguirle e apprezzarle. Per me, è stata una tortura. Si filosofeggia del tempo (soprattutto), ma anche della morte, della vita, della religione, di tantissimi concetti e idee, insomma. Ma è troppo per me, davvero.

La storia di Castorp è interessante, ma è niente da sola: bisogna prenderla insieme alla filosofia, alle riflessioni, alle meditazioni, e solo allora il romanzo acquista un senso. C’è chi dice che questo romanzo gli è piaciuto pur non avendo compreso le parti filosofiche, io invece non lo posso dire, perché trama e filosofia mi sembrano qui inscindibili. Perciò, riconosco, eccome, la portata del pensiero di Mann, riconosco la magnitudine dell’opera, ma no, il romanzo non mi è piaciuto, perché sì, ho fatto fatica, e no, non era questo lo scopo del suo autore, che anzi mi suggeriva di abbandonarlo in questo caso.

(Come vedete questa non è una recensione, ma per forza di cose: come potrei recensire un romanzo che non ho davvero compreso?)