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Laurie Halse Anderson, Speak

Laurie Halse Anderson, Speak, Speak, New York, 2006. 198 pagine.

Melinda è una ragazzina americana al primo anno di superiori. Ci viene presentata come una ragazzina chiaramente traumatizzata da un evento di cui non veniamo subito a conoscenza, ma che possiamo immaginare dopo poche pagine, o almeno io l’ho immaginato. A scuola nessuno le parla e nessuno vuole stare con lei, perché durante l’estate appena trascorsa ha chiamato la polizia durante una festa ad alto tasso alcolico, e tutti la odiano per questo. Melinda non fa parte di nessun gruppo a scuola, ha una sola amica, che fa amicizia con lei soltanto perché si è appena trasferita e non conosce la sua storia, ma la abbandonerà dopo qualche mese perché la trova troppo depressa. Melinda si morde le labbra fino a farle sanguinare e parla pochissimo, sia a scuola che a casa. Le sembra quasi di non riuscire a parlare, come se le facesse male la gola.

Il libro è narrato da Melinda stessa, per cui guardiamo tutto con i suoi occhi di ragazzina di 13 anni e ascoltiamo tutto dalla sua voce. La scrittura non mi è piaciuta per niente, ma devo ammettere che l’autrice è stata veramente bravissima, perché sentiamo proprio la voce di una ragazzina appena adolescente. Sembra davvero un libro scritto da un’adolescente, tanto la voce di Melinda è verosimile. Il punto è che la scrittura non mi è piaciuta proprio perché sembra di ascoltare un’adolescente, ma bisogna riconoscere che l’autrice ha sicuramente raggiunto il suo scopo, che immagino fosse quello di farci conoscere gli eventi dalla voce della vittima stessa, nonché quello di parlare alle ragazzine della stessa età di Melinda.

Infatti la quarta di copertina dice che questo libro è adatto ai ragazzini dai 10 anni in su. Ora, secondo me 10 anni sono un po’ pochi, perché la tematica che affronta questo romanzo è veramente forte. Magari direi dai 12 anni. Però è anche vero che l’autrice stessa, nel rispondere alle domande dei lettori, afferma che è importante che i ragazzi leggano questo libro perché quasi la metà degli stupri che avvengono negli Stati Uniti sono ai danni di minorenni. In questo ha ragione, bisogna che i ragazzi, e soprattutto (ma certo non solo) le ragazze, sappiano cosa può succedere. Il mondo non è sempre bello e colorato, ed è giusto che lo sappiano.

Inoltre mi ha colpito molto il fatto che l’autrice dica che moltissime volte dei ragazzi (maschi) le hanno chiesto come mai Melinda sia così sconvolta dallo stupro che ha subito. L’autrice dice che questo è dovuto al fatto che i ragazzi sono bombardati fin da piccoli da immagini di sesso in TV, nei film, ecc. Questo può essere in parte vero, ma io credo che nessun ragazzo che abbia avuto un’educazione di un certo tipo possa stupirsi che una ragazzina di 13 anni rimanga sconvolta per essere stata vittima di violenza sessuale. Voglio dire che a mio parere c’è una cultura dello stupro, per cui molti genitori (vedi anche fatti recenti) non insegnano mai ai propri figli che non sempre si può avere tutto quello che si vuole, che in certe circostanze occorre chiedere il consenso all’altra persona; ma insegnano invece a questi ragazzi che non c’è niente di così sbagliato nel “prendere una donna/ragazza”, se è quello che si vuole. Questo è il mio modesto parere. Vedi anche come si comportano certi genitori in seguito alle azioni ignobili e disgustose dei propri figli.

Quello che è molto interessante di questo romanzo, a mio parere, è che Melinda non parla di una violenza sessuale compiuta puntandole un coltello alla gola o una pistola alla tempia, ma di un abuso inflittole da un ragazzo di pochi anni più di lei, che va all’ultimo anno delle superiori e si prende quello che vuole anche se Melinda ha timidamente detto di no. Ecco, quello che mi interessa è che Melinda non si sia messa a urlare per attirare l’attenzione di qualcuno, non abbia scalciato e protestato, ma abbia “solo” detto di no. Molte persone, ancora al giorno d’oggi, farebbero fatica a definire questo un vero e proprio stupro (e fra queste persone, anche molti giudici), ma nel libro, giustamente, non si mette mai in dubbio che proprio di questo si sia trattato. Ho trovato questo molto interessante, perché mi sembra un ottimo modo per insegnare alle ragazzine che quando si dice di no significa proprio no, e che non è necessario subire una minaccia di morte per considerare violenza sessuale quello che si sta subendo o si è subita. A me sembra molto importante, se pensiamo che tante vittime di violenza faticano a ritenersi tali proprio per il fatto di non essere state minacciate o di non aver detto di no con maggiore veemenza.

Melinda è una ragazzina che sembra molto debole per gran parte del libro, ma che si rivela poi essere invece molto forte. Se devo trovare un difetto a questo libro (oltre allo stile di scrittura che non mi ha entusiasmato) è che è troppo breve, ragion per cui l’evoluzione di Melinda sembra troppo affrettata. Non tanto per il suo atto di ribellione e di coraggio finale, che effettivamente avviene alla fine dell’anno scolastico, quindi in pratica un anno dopo la violenza. Quanto piuttosto per il modo in cui Melinda riesce ad ammettere con se stessa di essere stata vittima di violenza, o meglio riesce a parlare, anche solo tra sé, di quello che le è successo. All’inizio del libro Melinda non riesce a dire nemmeno nei suoi pensieri cosa le è successo, e a un certo punto, in maniera del tutto inaspettata, ci parla di quello che è accaduto a quella festa in agosto. Mi sembra troppo affrettato. Per questo penso che il libro sarebbe stato più credibile e in definitiva migliore se fosse stato più lungo. Ma resta comunque un libro di grande importanza.

Il romanzo è stato tradotto in italiano da Giunti con il titolo Speak. Le parole non dette.

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Edwidge Danticat, Breath, Eyes, Memory (Haiti)

Edwidge Danticat, Breath, Eyes, Memory, Abacus, London 1997. 234 pagine.

Questo è il primo romanzo scritto nel 1994 da una Danticat all’epoca appena venticinquenne, ed è sorprendentemente maturo per la giovanissima età dell’autrice.

È la storia, narrata in prima persona, di Sophie Caco e di sua madre Martine. Sophie all’inizio del romanzo è una bambina dodicenne che vive a Croix-des-Rosets, ad Haiti, con la zia Atie. Sua madre l’ha dovuta lasciare per andare a lavorare a New York quando Sophie era ancora una bambina piccola. Tanto che Sophie non la ricorda quasi per nulla, e se non fosse per la foto che Tante Atie tiene incorniciata in casa questa madre non avrebbe neppure un volto. Per Sophie la madre è Tante Atie, è a lei che scrive bigliettini d’auguri per la festa della mamma, è lei che vorrebbe la accompagnasse a scuola per partecipare alle lezioni di lettura. Così, è forte lo shock quando un giorno Martine manda a Tante Atie un biglietto aereo per la figlia: è stata troppo tempo senza di lei, e ora vuole recuperare il tempo perduto facendola andare a vivere con lei in America.

È dunque la storia straziante di una donna che è stata costretta a emigrare per mantenere la famiglia (una famiglia fatta di sole donne, perché il nonno è morto, Atie non è sposata e Sophie è senza padre). Ma è anche la storia di tradizioni antichissime come quella che prevede che le madri testino le ragazze per assicurarsi che siano ancora vergini, pratica umiliante che va avanti fino al giorno del matrimonio, e vissuta estremamente male da Sophie. Ed è anche la storia di violenze, stupri e le loro conseguenze.

È un romanzo estremamente poetico, ma anche molto violento in alcuni punti. Violento come può esserlo la realtà. È un romanzo bellissimo che si legge in un paio di sere, e che mi sento di consigliare a tutti. Una lettura intensa, nonostante la brevità.

Ne esiste anche una versione italiana, dal titolo Parla con la mia stessa voce, pubblicata dall’ormai defunta Baldini & Castoldi Dalai. Non so se ne esistano ancora copie in commercio, ma dovrebbe essere possibile reperire il libro in biblioteca, per chi non si senta di leggerlo in inglese. A proposito, è scritto in inglese perché l’autrice è emigrata in America all’età di 12 anni, e ha dunque adottato l’inglese come sua lingua di scrittura, sebbene le sue lingue madri siano il francese e il creolo parlato ad Haiti.

[Questa recensione è pubblicata anche sul blog delle letterature altre.]

Centro di ascolto uomini maltrattanti

Avevo già sentito parlare di questo nuovo  progetto di Artemisia, qualche giorno fa. Oggi però mi è capitato di vedere un cartellone, e mi è piaciuto così tanto che ho voluto comunicarvelo. Così tanto che ho voluto comunicarvelo qui, e non sul taccuino, perché così magari c’è più gente che ci si imbatte.

Partiamo dall’inizio. Artemisia è un ottimo centro antiviolenza di Firenze, proprio sopra casa mia. Dico ottimo non per esperienza diretta, ma perché lo conoscevo da tempo, per fama, perché non è nuovo a progetti interessanti. Intanto, vi invito a visitare il sito, anche se non siete di Firenze, perché contiene molto materiale informativo, dettagliato e chiaro, che è utile a tutte le donne – indipendentemente dal fatto che abbiano subito violenza o meno.

Il nome di questo nuovo centro è autoesplicatorio: si tratta di un centro che si occupa di offrire assistenza agli uomini che maltrattano le donne. Perché bisogna ricordare che la maggior parte delle violenze sulle donne non avvengono ad opera di sconosciuti per la strada, ma sono commesse soprattutto in famiglia: dal marito, dal padre, dal fidanzato.

Una premessa necessaria: naturalmente, nessuna attenuante è possibile per una violenza sessuale, fisica o psicologica. Chi mi conosce lo sa bene. Non ci sono scuse. Se un uomo è violento, è violento e basta – è del tutto irrilevante il contorno, il contesto.

Sta di fatto, comunque, che quando un uomo è violento, generalmente, ci sono delle cause: può avere a sua volta subito violenza, può avere dei problemi a controllare la propria aggressività. A me piace molto l’idea che qualcuno decida di dare ascolto all’uomo violento, se quest’uomo ha tanto coraggio da decidere di chiedere aiuto. Perché la violenza si può fermare, non deve essere eterna. Un uomo violento può decidere di voler capire, di voler provare a cambiare. Può capire che sta sbagliando, e può chiedere aiuto.

«Solo perché sei stato violento in passato non significa che devi esserlo di nuovo. La tua violenza è una decisione. Si tratta di una scelta che hai fatto tra le possibilità a tua disposizione e puoi scegliere di agire diversamente in futuro.

Se desideri passare da un rapporto basato sul potere e il controllo ad uno basato su intimità e rispetto, devi smettere di incolpare la tua partner per il tuo comportamento. Se vuoi costruire una relazione d’amore, che non si basi sulla paura, è necessario un cambiamento.

La violenza domestica raramente si ferma da sola. Si può essere molto sinceri quando si promette che non potrà mai accadere di nuovo. Purtroppo la maggior parte degli uomini che fanno uso di violenza e di comportamenti abusivi non possono mantenere queste promesse senza il sostegno e l’aiuto adeguato.»

Queste frasi sono tratte dal sito del Centro di ascolto uomini maltrattanti.

L’uomo violento che capisce di avere un problema può leggere il sito, è dettagliatissimo. Può anche fare il test online per capire se c’è un problema. Alla fine del test, può contattare via email un professionista, naturalmente in maniera del tutto anonima e gratuita. Può telefonare. Trova il numero in homepage.

Infine, invito tutti gli uomini, anche quelli che violenti non sono, a visitare il bel sito Maschile Plurale, dove si può leggere un appello “da uomo a uomo” contro la violenza sulle donne (a cui io sono arrivata tramite il magazine di women.it).

Dimenticavo: il cartellone. Era il volto di un uomo, e sopra c’era scritto “Io sono un violento”.

Offende che cosa?

manifesto Telefono DonnaI quotidiani hanno riportato oggi la notizia delle polemiche sorte a proposito del manifesto scelto da Telefono Donna per la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Il manifesto è questo qua sopra, e dovrebbe essere affisso in 500 copie a Milano, ma l’assessore all’arredo urbano Maurizio Caddeo ha affermato che farà tutto quanto è in suo potere per bloccarne l’affissione, perché il manifesto offenderebbe "il sentimento religioso dei cittadini".

La notizia si può leggere ovunque, per completezza riporto soltanto la pagina dell’Ansa.

L’offesa deriverebbe dal fatto che la donna fotografata è in posizione crocifissa, ricordando quindi il Cristo, e al centro campeggia la scritta "Chi paga per i peccati dell’uomo?".

Coloro che pensano che un manifesto del genere sia offensivo, forse non hanno ben presente quanto sia offensiva la violenza sulle donne. La violenza contro le donne non offende forse la sensibilità religiosa? Dovrebbe.

Coloro che non sono offesi dalla violenza sulle donne, ma lo sono da un manifesto, forse non posseggono quella sensibilità religiosa che è tanto bello sbandierare. Anzi, toglierei il forse: non la posseggono.

Se Cristo si rivolta nella tomba o si strappa i capelli nell’alto dei cieli, non sarà certo per il paragone con la sua immagine sulla croce, ma per le belle parole ipocrite e imbecilli con cui tanta gente si riempie la bocca. Cristo si offende per lo scandalo, non per la sua rappresentazione. Ne sono sicura.

Molti i commenti illuminati online e non, ne riporto uno esemplare per la sua meravigliosa lucidità: "Pubblicitá inutilmente provocativa, che non salverá una sola donna dall’essere violata; ma che disgusterá i comuni cittadini. Per non parlare dei bambini: ve lo immaginate un nonno a spiegare al suo nipotino che cosa rappresenti una foto simile? E poi, perchè a questo punto non usare un altare azteco? E’ sempre necessario infangare la religione Cristiana?"
Il commento si trova qui.

Io non penso affatto che questo manifesto, e neanche la giornata contro la violenza sulle donne, salveranno una donna dall’essere violata. L’uomo-porco non si ferma di certo di fronte a un’immagine.
Penso però che sia un’utile campagna di sensibilizzazione, affinché le donne capiscano che possono e devono denunciare le violenze che subiscono. Perché, come dice il manifesto, solo il 4% delle donne che subiscono violenza sporge denuncia, le altre pagano anche per l’uomo-porco.

Il commentatore di cui sopra non si avvede forse del fatto che un altare azteco ben poco c’entra con il messaggio che si vuol comunicare.
Né si avvede del fatto che sarebbe tanto più difficile spiegare a un bambino perché la sorella ha un occhio pesto, perché la mamma va sempre all’ospedale.
Né del fatto che tante troppe violenze vengono consumate alla luce del sole, in pieno giorno, magari in città, e chi passa si gira dall’altra parte.
Né sa quanto si tace sull’argomento.

*

La Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne si celebra il 25 novembre, in ricordo delle tre sorelle Mirabal assassinate il 25 novemre 1960 nella Repubblica Dominicana per il loro impegno contro la dittatura di Trujillo.
Trovate tutto qui.

Moltissime informazioni sulla violenza contro le donne si trovano si trovano sul portale antiviolenzadonna.it. Il progetto ha anche un numero verde, 1522, che è possibile chiamare in caso di violenza. Attraverso il sito (o direttamente da quest’altra pagina, a cui antiviolenzadonna.it rimanda) si possono cercare i più vicini centri antiviolenza.

And I would feel dirty and I would feel ashamed

hide and seek – ani di franco

me and all the kids from the neighbourhood
we play out in the street all summer long
rule was we had to go home at nite when the street lights came on

we were oblivious to the rest of the world
we hold up the cars in the street
we always played boys against girls
and both sides would cheat

strange men would stop their cars at the curb
say "hey sweetheart, come here"
and i would go up to the window
and they would have their dick out in there hands
and a sick little sneer

i’d say "here we go again
yeah, this time you win"
i would feel dirty; i would feel ashamed
but i wouldn’t let it stop my game

we would play hide and go seek
territory would be the whole block
sometimes the older boys when they find you
they wouldn’t want to tag you
they just want to talk
they say "what would you do for a quarter?
come on, we don’t have that much time"
i’d think for a minute and i’d say
"ok, give me the quarter first. fine"

this time you win
here we go again
and i would feel dirty and i would feel ashamed
but i wouldn’t let it stop my game

i remember my first trip alone on the greyhound bus
a man who put his hands on me as soon as nite fell
i remember when i was leaving how excited i was
i remember when i arrived i didn’t feel so well
i remember the teachers who got me so sick
scared, i went into the bathroom and i threw up in my hair
i could go on but you know what it just gets worse
so i should probably stop there.

girl, next time he wants to know what your problem is
girl, next time he wants to know where the anger comes from
just tell him this time the problem is his
just tell him the anger just comes
it just comes

(Altri testi di Ani Di Franco li potete trovare qui).

Per favore, leggete.

Tutto qua, vi lascio con questo spunto e me ne vado, dicono che dopodomani mi laureo. Quando torno vi racconto, e così passiamo a cose più allegre.