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Joyce Carol Oates, Una famiglia americana

Joyce Carol Oates, Una famiglia americana (tit. originale We Were the Mulvaneys), Marco Tropea Editore, Milano 2003. Traduzione dall’inglese di Vittorio Curtoni.

…Il colpevole non è lo stupratore ma la vittima.

Di chi è la colpa di uno stupro?

Si può pronunciare la parola stupro in una famiglia americana tanto cristiana e tanto perbene?

In una famiglia americana tanto cristiana e tanto perbene, una “vittima” di stupro non sarà invece la colpevole, e non contaminerà tutta la famiglia?

I Mulvaney sono la classica famiglia che noi italiani diremmo “del Mulino Bianco”: cristiani, belli, simpatici, divertenti, buffi, innamoratissimi, semplicemente perfetti. Michael e Corinne hanno quattro figli: tre maschi (Mike Jr., Patrick e Judd, il minore) e una figlia, Marianne. La vita dei Mulvaney a High Point Farm, una fattoria in una sonnacchiosa ma ridente cittadina dello stato di New York, viene descritta per filo e per segno nella prima parte del romanzo, perché dobbiamo capire fino in fondo quanto questa famiglia sia meravigliosa. I Mulvaney non hanno un solo difetto, sono perfetti e tutti li invidiano e li ammirano.

Ma è possibile che le cose vadano sempre bene per questa famiglia perfetta? Purtroppo, la risposta è no. Un giorno, infatti, a San Valentino, la bellissima, dolcissima, cristianissima e popolarissima Marianne viene eletta reginetta al ballo della scuola, e quando torna a casa niente è più come prima. Marianne, infatti, è stata stuprata da uno dei ragazzi presenti alla festa.

Inizialmente il padre reagisce con violenza nei confronti della famiglia dello stupratore, la madre pronuncia la parola “stupro” davanti al medico di famiglia che parla soltanto di “abuso sessuale”. Ma i fratelli non capiscono granché, soprattutto Judd, che viene tenuto all’oscuro dei fatti in quanto ancora quattordicenne (Marianne ha 17 anni all’epoca dei fatti). E Marianne? Marianne, molto devota, è convinta che la colpa sia sua perché era ubriaca (in realtà l’hanno ubriacata con l’inganno, dicendole che si trattava di cocktail all’arancia). Ovviamente, essendo ubriaca, non ricorda molto bene l’accaduto, perciò non se la sente di denunciare lo stupratore perché, in ogni caso, è colpa sua, di lei.

C’è bisogno di ben poco tempo perché l’intera situazione familiare cambi e anche la famiglia cominci a vedere Marianne con altri occhi. I Mulvaney vengono messi in disparte e ormai disprezzati da tutti: ovviamente la gente gode a veder “cadere” una famiglia che sostanzialmente ha sempre invidiato, più che ammirato. Il padre mal sopporta questa situazione e finisce per non riuscire più a guardare in faccia sua figlia, come se, appunto, la colpevole dell’onta della famiglia sia lei. Quando lo dice a sua moglie, lei non dice altro che “Lo so”. Non si infuria, non lo aggredisce verbalmente, non lo prende a insulti, non cerca di farlo ragionare né con le buone né con le cattive.

Corinne è una moglie che si dimostrerà, nel corso del romanzo, tanto innamorata da essere succube del marito. Corinne dà sempre ragione al marito, i figli vengono sempre in secondo piano se si tratta di tutelare il benessere del marito, che poi a suo parere coincide con il benessere familiare.

È inevitabile perciò che Marianne venga allontanata dalla famiglia, ma naturalmente è per il suo bene, e comunque le permettono di portare con sé il gatto Focaccina, quindi dov’è il problema, alla fin fine?

Da qui il romanzo si dipana nel raccontare la vita successiva dei vari membri della famiglia. Una famiglia, ovviamente, ormai decaduta, ma comunque sempre felice, allegra, divertente, anche se ormai non invidiata più da nessuno. Anche perché, è inutile dirlo, la felicità della famiglia Mulvaney da questo momento in poi è puramente di facciata. Così forzata da far venire il voltastomaco.

Questo libro mi ha fatto più paura di un romanzo dell’orrore. Perché parla dell’attribuzione delle colpe in una sonnacchiosa provincia che più che americana è, credo, universale. Potrebbe benissimo essere la provincia italiana, dove molto, molto spesso, accade che la vittima di stupro sia invece considerata la colpevole, magari perché vestita in maniera “troppo provocante” oppure perché, come nel caso di Marianne, ubriaca. Che importa poi se è stata fatta ubriacare con l’inganno. L’importante è che era ubriaca. E poi, in ultima analisi, l’importante è che era donna, quindi la colpa non può che essere sua. È sempre la donna a commettere un errore, l’uomo ha degli istinti e, poverino, gli è difficile controllarli. Sta alla donna non provocarlo in alcun modo, neanche con la sua sola presenza.

Prima dello stupro di Marianne incontriamo un altro stupro nel romanzo, sottaciuto o ammesso a mezza bocca: lo stupro di gruppo di Della Rae, una ragazza che forse ha qualche problema di ritardo mentale, e di cui i ragazzi della scuola “si approfittano” a turno, una sera. O meglio, “si divertono” con lei. Perché dai, in fondo che cos’è lo stupro, è una parola errata per designare un po’ di sano divertimento. I ragazzi hanno degli appetiti, com’è normale che sia, e devono pure potersi sfogare un po’. Poi comunque, torniamo sempre lì, la colpevole è la ragazza, che sicuramente li ha provocati, e che in ogni caso è un po’ zoccola. Di sicuro ci stava. Si è sicuramente divertita anche lei. E poi lo voleva, oh se lo voleva.

Lo stesso Marianne. Dopo lo stupro, la scuola si riempie di scritte oscene rivolte verso di lei. Del resto, è lo stupratore stesso a dirglielo: “lo volevi anche tu”. Che la piantasse di fare tanto casino.

Ma il punto è che la povera Marianne non fa casino per niente. Decide di non denunciare, si assume fin da subito tutta la responsabilità dell’accaduto. Inoltre, Gesù le dice che bisogna porgere l’altra guancia, che chi soffre è con lui, ecc ecc. Marianne non può non credere a Gesù.

Una famiglia americana è un romanzo agghiacciante. Una mia amica l’ha definito “orrendo”, e sono perfettamente d’accordo con lei per quanto io l’abbia promosso a pieni voti. È orribile perché ci sbatte in faccia una situazione orribile. Ma più che la situazione orribile (lo stupro), è il contesto a essere orribile. L’atmosfera di accusa, di colpevolizzazione. Come dicevo, ci ho rivisto tanti fatti che avvengono quotidianamente anche nella nostra Italia (nella quale peraltro per non essere colpevole di uno stupro la donna deve necessariamente essere stuprata da uno straniero, nel qual caso è sempre una vittima).

Personalmente è un libro che consiglio, però con l’avvertenza che c’è la concreta possibilità che non riusciate a stomacarlo. Intendiamoci, non ci sono particolari raccapriccianti, è il contesto a essere stomachevole. Tuttavia, se pensate di riuscire, leggetelo, perché è un libro veramente forte e importante. Chissà che riuscisse ad aprire un po’ gli occhi a qualcuno che li ha già semi-aperti.

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Cinzia Mammoliti, Intervista a un narcisista perverso

Cinzia Mammoliti, Intervista a un narcisista perverso, Runa Editrice, Villafranca Padovana 2015.

«Lei era mia. Solo ed esclusivamente mia. Si perdeva ogni tanto per strade strane ma poi rientrava a cuccia tra le mie braccia.»

Un paio di giorni fa questo libro era in offerta a 0,99 € sul Kindle Store e così, incuriosita dal titolo, l’ho preso. Avevo già sentito il nome di Cinzia Mammoliti, che ha pubblicato altri libri sul tema del narcisismo e sulle vittime dei manipolatori affettivi. Non sapevo tuttavia che fosse un’importante criminologa e docente, una delle figure di spicco nel panorama della lotta alla violenza psicologica e non solo.

In questo libro l’autrice intervista un “narcisista perverso”, detto anche “maligno”. Non capisco quanto questa intervista sia vera e quanto sia invece frutto dell’esperienza della criminologa con le persone che ha incontrato nel corso del suo lavoro. Infatti, nel colophon c’è scritto: «Nomi, personaggi e luoghi sono usati in modo fittizio. Qualsiasi riferimento a luoghi o persone è puramente casuale.» Ad ogni modo, ciò che importa è che con questo breve testo (134 pagine), Mammoliti ci fa entrare nella testa di un narcisista perverso e ci fa vedere esattamente come funziona. Se il personaggio sembra a volte così crudele e sadico da apparire “caricato”, tuttavia visto quello che più volte al giorno siamo costretti a sentire dai telegiornali e leggere nei giornali, mi riesce un po’ meno difficile credere che persone di tal genere possano esistere.

La frase all’inizio di questa recensione è un’affermazione di Paolo G., il narcisista perverso protagonista di questo libro, e mi ha colpito per due motivi: il senso di possesso che l’uomo esplicita e la riduzione della donna a meno di una persona, ad animale («a cuccia»). Penso che questo riassuma chiaramente tutto ciò che passa per la testa di questi pericolosi manipolatori.

Paolo G. è indagato per maltrattamenti e istigazione al suicidio nei confronti della sua compagna, Arianna. D’accordo con i suoi medici, Mammoliti viene chiamata a intervistarlo, perché se spesso sappiamo cosa deve passare la vittima, è più raro, molto più raro, che qualche esperto ci aiuti a vedere cosa c’è nella testa del carnefice. (E se questo argomento vi interessa, e leggete in inglese, vi consiglio di approfondire seguendo un blog che mi ha lasciato a bocca aperta, Knowing the Narcissist di H.G. Tudor, un narcisista che scrive rivolgendosi alle vittime e fornendo loro il punto di vista dell’abusante. Fa accapponare la pelle per quanto è vero.)

Perché Paolo si comporta in questo modo con la donna che dice di amare? Ma è semplice: perché le donne sono tutte puttane ed è così che vanno trattate. «Vi piace sentirvi oggetti e mignotte del vostro compagno. Piace a tutte, te lo posso garantire, altrimenti non avrei tutto questo successo nel mondo femminile.»

Paolo è un uomo molto attraente, carismatico, colto, intelligente, ed è con tutte queste caratteristiche che attrae le donne, ma le tiene legate non con l’amore, non con il sesso, non con l’estetica, ma con la crudeltà, le umiliazioni: in breve, con il sadismo.

Le motivazioni vere sono poi più profonde, infatti verso la fine dell’intervista Paolo parla del rapporto con i suoi genitori e dell’infanzia atroce che ha vissuto. A un certo punto, più verso l’inizio, si lascia sfuggire una frase rivelatrice: «[Queste donne] erano come la madre che avrei sempre voluto avere.» Per cui è ben possibile che alla base di un disturbo narcisistico di personalità ci siano traumi profondi, e tuttavia com’è assolutamente ovvio e cristallino, questo non può certo giustificare il comportamento perverso di tali soggetti.

Paolo passa lunghi, lunghissimi anni con Arianna che, quando si conoscono, è una donna bellissima, intelligente, tutto ciò che un uomo potrebbe desiderare. Per poi diventare un’ombra, una morta che cammina, un’alcolizzata, una donna che infine sceglie il suicidio pur di sfuggire a quelle persecuzioni.

Se all’inizio i due si amano, piano piano Paolo comincia a dimostrare la propria perversione. La umilia, la ferisce psicologicamente, la maltratta fisicamente e sessualmente. Arianna due volte cerca di scappare da quell’inferno, ma entrambe le volte torna con lui quando lui va a riprendersela. Ed entrambe le volte scopre che il pozzo è senza fondo, che l’inferno sembra non avere mai fine perché Paolo è capace di picchi di sadismo sempre peggiori.

Finché non decide di far ricadere tutta la colpa su di lei, facendola credere pazza. «È una delle loro perversioni preferite. Ti tirano fuori il peggio e poi te lo rivoltano contro. Lo fanno per dimostrare a se stessi in primis che il mostro sei tu e così possono raccontare di essere vittime di donne isteriche e permalose che scattano per un nonnulla.» Per ben due volte Paolo fa sottoporre Arianna a TSO. Paolo non ci va giù leggero. Paolo la vuole morta psicologicamente, la vuole sottomessa, la vuole umiliata, ma è ambivalente: a tratti si rende conto di essere un perverso e un sadico, mentre altre volte sembra non capire cosa abbia fatto di male.

Paolo, inoltre, tradisce sistematicamente Arianna. Lei fa parte della categoria delle “sante”, le donne da amare, quelle materne, che non si possono insozzare con richieste sessuali particolari. Poi ci sono le “mignotte”, quelle di cui Paolo ha bisogno per sfogare la propria ossessione-compulsione sessuale. Ma non stiamo parlando di donne a pagamento (quando mai Paolo potrebbe aver bisogno di pagare una donna?!), bensì di donne che di lui si innamorano e che lui usa nelle maniere più disgustose. E poi, quando Arianna è invece pronta a tradire il suo compagno, è lui stesso che si finge un potenziale amante per poi abusarne nella maniera più raccapricciante.

Allora perché non scappano, queste donne? Sarebbe tanto semplice, no? Che stupide, no? Che ingenue. Beh, cari, non è così semplice: il narcisista perverso crea una dipendenza nella donna che ha scelto come vittima (o meglio dovrei dire nelle donne che ha scelto come vittime, perché non ce n’è mai solo una), di modo che per lei, o loro, sia difficilissimo se non impossibile lasciarlo e scappare.

Scrive l’autrice: «Una delle maggiori difficoltà che incontra la vittima nel sottrarsi a relazioni di questo tipo consiste nel far fronte al comportamento tenuto dai carnefici quando sentono che stanno per perdere la preda. Tecnicamente quello che viene chiamato luna di miele, che fa seguito a episodi di violenza intermittente e che vede l’abusante profondersi in scuse, pentimenti e promesse, è il periodo che maggiormente inganna le vittime determinandone le ricadute che, nel corso del tempo, possono anche essere numerose.»

Questo è un libro importante e dovremmo leggerlo tutti, perché ci fornisce un punto di vista insolito che è quello del carnefice. Entrando dentro la testa dell’uomo abusante riusciamo quantomeno ad avvicinarci a una possibilità di comprendere cosa si celi dietro la violenza sulle donne. Non mi fraintendete, non sto certo cercando di dire che questo libro ci aiuti a capire il colpevole o a identificarci con lui. Al contrario. Sto cercando di dire che questo libro ci consente di capire come si possa arrivare a quegli episodi di violenza che troppo spesso sentiamo in TV e a tutti quelli (milioni) di cui invece non veniamo a sapere niente, magari finché non è troppo tardi.

Questo libro è interessante perché io non sono mai riuscita a capire cosa possa spingere un uomo a maltrattare la propria compagna, cioè la donna che in teoria dovrebbe amare, ad abusarne psicologicamente, verbalmente, fisicamente e/o sessualmente, infine in casi fin troppo frequenti persino a ucciderla. Cosa lo spinge? Io non l’ho mai capito, per me la violenza è qualcosa di incomprensibile. E invece questo libro me lo ha spiegato: è il senso di possesso e la misoginia a spingere questi uomini. La donna è mia, tutte le donne sono mignotte, alle donne piace essere trattate così. La donna è mia, soprattutto. Per cui è semplice, se scappa, il narcisista perverso cerca di riprendersela, se non riesce a riprendersela la fa impazzire, o come fa Paolo la fa internare, o le fa togliere la custodia della figlia perché la dichiara pazza, e di conseguenza la fa impazzire davvero, o come fa lui la spinge al suicidio, o in altri casi la ammazza, perché la donna è sua, e non si deve permettere di scappargli.

Ripeto, un libro che dovremmo leggere tutti. Ma vi avviso che è agghiacciante, primo perché entrare nella testa di un tale sadico fa gelare il sangue nelle vene, secondo perché Paolo non ci risparmia i particolari.

Il libro non è scritto bene e l’autrice nel corso dell’intervista appare poco professionale in quanto si fa a volte irretire da Paolo. Ma questo non ha davvero alcuna importanza e non sminuisce di una virgola la necessità di questo libro, la necessità di leggerlo, l’importanza fondamentale che riveste.

Qui c’è la pagina che l’editore dedica al libro, dove è possibile leggere un’anteprima, oltre a numerose recensioni e interviste all’autrice.

Laurie Halse Anderson, Speak

Laurie Halse Anderson, Speak, Speak, New York, 2006. 198 pagine.

Melinda è una ragazzina americana al primo anno di superiori. Ci viene presentata come una ragazzina chiaramente traumatizzata da un evento di cui non veniamo subito a conoscenza, ma che possiamo immaginare dopo poche pagine, o almeno io l’ho immaginato. A scuola nessuno le parla e nessuno vuole stare con lei, perché durante l’estate appena trascorsa ha chiamato la polizia durante una festa ad alto tasso alcolico, e tutti la odiano per questo. Melinda non fa parte di nessun gruppo a scuola, ha una sola amica, che fa amicizia con lei soltanto perché si è appena trasferita e non conosce la sua storia, ma la abbandonerà dopo qualche mese perché la trova troppo depressa. Melinda si morde le labbra fino a farle sanguinare e parla pochissimo, sia a scuola che a casa. Le sembra quasi di non riuscire a parlare, come se le facesse male la gola.

Il libro è narrato da Melinda stessa, per cui guardiamo tutto con i suoi occhi di ragazzina di 13 anni e ascoltiamo tutto dalla sua voce. La scrittura non mi è piaciuta per niente, ma devo ammettere che l’autrice è stata veramente bravissima, perché sentiamo proprio la voce di una ragazzina appena adolescente. Sembra davvero un libro scritto da un’adolescente, tanto la voce di Melinda è verosimile. Il punto è che la scrittura non mi è piaciuta proprio perché sembra di ascoltare un’adolescente, ma bisogna riconoscere che l’autrice ha sicuramente raggiunto il suo scopo, che immagino fosse quello di farci conoscere gli eventi dalla voce della vittima stessa, nonché quello di parlare alle ragazzine della stessa età di Melinda.

Infatti la quarta di copertina dice che questo libro è adatto ai ragazzini dai 10 anni in su. Ora, secondo me 10 anni sono un po’ pochi, perché la tematica che affronta questo romanzo è veramente forte. Magari direi dai 12 anni. Però è anche vero che l’autrice stessa, nel rispondere alle domande dei lettori, afferma che è importante che i ragazzi leggano questo libro perché quasi la metà degli stupri che avvengono negli Stati Uniti sono ai danni di minorenni. In questo ha ragione, bisogna che i ragazzi, e soprattutto (ma certo non solo) le ragazze, sappiano cosa può succedere. Il mondo non è sempre bello e colorato, ed è giusto che lo sappiano.

Inoltre mi ha colpito molto il fatto che l’autrice dica che moltissime volte dei ragazzi (maschi) le hanno chiesto come mai Melinda sia così sconvolta dallo stupro che ha subito. L’autrice dice che questo è dovuto al fatto che i ragazzi sono bombardati fin da piccoli da immagini di sesso in TV, nei film, ecc. Questo può essere in parte vero, ma io credo che nessun ragazzo che abbia avuto un’educazione di un certo tipo possa stupirsi che una ragazzina di 13 anni rimanga sconvolta per essere stata vittima di violenza sessuale. Voglio dire che a mio parere c’è una cultura dello stupro, per cui molti genitori (vedi anche fatti recenti) non insegnano mai ai propri figli che non sempre si può avere tutto quello che si vuole, che in certe circostanze occorre chiedere il consenso all’altra persona; ma insegnano invece a questi ragazzi che non c’è niente di così sbagliato nel “prendere una donna/ragazza”, se è quello che si vuole. Questo è il mio modesto parere. Vedi anche come si comportano certi genitori in seguito alle azioni ignobili e disgustose dei propri figli.

Quello che è molto interessante di questo romanzo, a mio parere, è che Melinda non parla di una violenza sessuale compiuta puntandole un coltello alla gola o una pistola alla tempia, ma di un abuso inflittole da un ragazzo di pochi anni più di lei, che va all’ultimo anno delle superiori e si prende quello che vuole anche se Melinda ha timidamente detto di no. Ecco, quello che mi interessa è che Melinda non si sia messa a urlare per attirare l’attenzione di qualcuno, non abbia scalciato e protestato, ma abbia “solo” detto di no. Molte persone, ancora al giorno d’oggi, farebbero fatica a definire questo un vero e proprio stupro (e fra queste persone, anche molti giudici), ma nel libro, giustamente, non si mette mai in dubbio che proprio di questo si sia trattato. Ho trovato questo molto interessante, perché mi sembra un ottimo modo per insegnare alle ragazzine che quando si dice di no significa proprio no, e che non è necessario subire una minaccia di morte per considerare violenza sessuale quello che si sta subendo o si è subita. A me sembra molto importante, se pensiamo che tante vittime di violenza faticano a ritenersi tali proprio per il fatto di non essere state minacciate o di non aver detto di no con maggiore veemenza.

Melinda è una ragazzina che sembra molto debole per gran parte del libro, ma che si rivela poi essere invece molto forte. Se devo trovare un difetto a questo libro (oltre allo stile di scrittura che non mi ha entusiasmato) è che è troppo breve, ragion per cui l’evoluzione di Melinda sembra troppo affrettata. Non tanto per il suo atto di ribellione e di coraggio finale, che effettivamente avviene alla fine dell’anno scolastico, quindi in pratica un anno dopo la violenza. Quanto piuttosto per il modo in cui Melinda riesce ad ammettere con se stessa di essere stata vittima di violenza, o meglio riesce a parlare, anche solo tra sé, di quello che le è successo. All’inizio del libro Melinda non riesce a dire nemmeno nei suoi pensieri cosa le è successo, e a un certo punto, in maniera del tutto inaspettata, ci parla di quello che è accaduto a quella festa in agosto. Mi sembra troppo affrettato. Per questo penso che il libro sarebbe stato più credibile e in definitiva migliore se fosse stato più lungo. Ma resta comunque un libro di grande importanza.

Il romanzo è stato tradotto in italiano da Giunti con il titolo Speak. Le parole non dette.

Edwidge Danticat, Breath, Eyes, Memory (Haiti)

Edwidge Danticat, Breath, Eyes, Memory, Abacus, London 1997. 234 pagine.

Questo è il primo romanzo scritto nel 1994 da una Danticat all’epoca appena venticinquenne, ed è sorprendentemente maturo per la giovanissima età dell’autrice.

È la storia, narrata in prima persona, di Sophie Caco e di sua madre Martine. Sophie all’inizio del romanzo è una bambina dodicenne che vive a Croix-des-Rosets, ad Haiti, con la zia Atie. Sua madre l’ha dovuta lasciare per andare a lavorare a New York quando Sophie era ancora una bambina piccola. Tanto che Sophie non la ricorda quasi per nulla, e se non fosse per la foto che Tante Atie tiene incorniciata in casa questa madre non avrebbe neppure un volto. Per Sophie la madre è Tante Atie, è a lei che scrive bigliettini d’auguri per la festa della mamma, è lei che vorrebbe la accompagnasse a scuola per partecipare alle lezioni di lettura. Così, è forte lo shock quando un giorno Martine manda a Tante Atie un biglietto aereo per la figlia: è stata troppo tempo senza di lei, e ora vuole recuperare il tempo perduto facendola andare a vivere con lei in America.

È dunque la storia straziante di una donna che è stata costretta a emigrare per mantenere la famiglia (una famiglia fatta di sole donne, perché il nonno è morto, Atie non è sposata e Sophie è senza padre). Ma è anche la storia di tradizioni antichissime come quella che prevede che le madri testino le ragazze per assicurarsi che siano ancora vergini, pratica umiliante che va avanti fino al giorno del matrimonio, e vissuta estremamente male da Sophie. Ed è anche la storia di violenze, stupri e le loro conseguenze.

È un romanzo estremamente poetico, ma anche molto violento in alcuni punti. Violento come può esserlo la realtà. È un romanzo bellissimo che si legge in un paio di sere, e che mi sento di consigliare a tutti. Una lettura intensa, nonostante la brevità.

Ne esiste anche una versione italiana, dal titolo Parla con la mia stessa voce, pubblicata dall’ormai defunta Baldini & Castoldi Dalai. Non so se ne esistano ancora copie in commercio, ma dovrebbe essere possibile reperire il libro in biblioteca, per chi non si senta di leggerlo in inglese. A proposito, è scritto in inglese perché l’autrice è emigrata in America all’età di 12 anni, e ha dunque adottato l’inglese come sua lingua di scrittura, sebbene le sue lingue madri siano il francese e il creolo parlato ad Haiti.

[Questa recensione è pubblicata anche sul blog delle letterature altre.]

Centro di ascolto uomini maltrattanti

Avevo già sentito parlare di questo nuovo  progetto di Artemisia, qualche giorno fa. Oggi però mi è capitato di vedere un cartellone, e mi è piaciuto così tanto che ho voluto comunicarvelo. Così tanto che ho voluto comunicarvelo qui, e non sul taccuino, perché così magari c’è più gente che ci si imbatte.

Partiamo dall’inizio. Artemisia è un ottimo centro antiviolenza di Firenze, proprio sopra casa mia. Dico ottimo non per esperienza diretta, ma perché lo conoscevo da tempo, per fama, perché non è nuovo a progetti interessanti. Intanto, vi invito a visitare il sito, anche se non siete di Firenze, perché contiene molto materiale informativo, dettagliato e chiaro, che è utile a tutte le donne – indipendentemente dal fatto che abbiano subito violenza o meno.

Il nome di questo nuovo centro è autoesplicatorio: si tratta di un centro che si occupa di offrire assistenza agli uomini che maltrattano le donne. Perché bisogna ricordare che la maggior parte delle violenze sulle donne non avvengono ad opera di sconosciuti per la strada, ma sono commesse soprattutto in famiglia: dal marito, dal padre, dal fidanzato.

Una premessa necessaria: naturalmente, nessuna attenuante è possibile per una violenza sessuale, fisica o psicologica. Chi mi conosce lo sa bene. Non ci sono scuse. Se un uomo è violento, è violento e basta – è del tutto irrilevante il contorno, il contesto.

Sta di fatto, comunque, che quando un uomo è violento, generalmente, ci sono delle cause: può avere a sua volta subito violenza, può avere dei problemi a controllare la propria aggressività. A me piace molto l’idea che qualcuno decida di dare ascolto all’uomo violento, se quest’uomo ha tanto coraggio da decidere di chiedere aiuto. Perché la violenza si può fermare, non deve essere eterna. Un uomo violento può decidere di voler capire, di voler provare a cambiare. Può capire che sta sbagliando, e può chiedere aiuto.

«Solo perché sei stato violento in passato non significa che devi esserlo di nuovo. La tua violenza è una decisione. Si tratta di una scelta che hai fatto tra le possibilità a tua disposizione e puoi scegliere di agire diversamente in futuro.

Se desideri passare da un rapporto basato sul potere e il controllo ad uno basato su intimità e rispetto, devi smettere di incolpare la tua partner per il tuo comportamento. Se vuoi costruire una relazione d’amore, che non si basi sulla paura, è necessario un cambiamento.

La violenza domestica raramente si ferma da sola. Si può essere molto sinceri quando si promette che non potrà mai accadere di nuovo. Purtroppo la maggior parte degli uomini che fanno uso di violenza e di comportamenti abusivi non possono mantenere queste promesse senza il sostegno e l’aiuto adeguato.»

Queste frasi sono tratte dal sito del Centro di ascolto uomini maltrattanti.

L’uomo violento che capisce di avere un problema può leggere il sito, è dettagliatissimo. Può anche fare il test online per capire se c’è un problema. Alla fine del test, può contattare via email un professionista, naturalmente in maniera del tutto anonima e gratuita. Può telefonare. Trova il numero in homepage.

Infine, invito tutti gli uomini, anche quelli che violenti non sono, a visitare il bel sito Maschile Plurale, dove si può leggere un appello “da uomo a uomo” contro la violenza sulle donne (a cui io sono arrivata tramite il magazine di women.it).

Dimenticavo: il cartellone. Era il volto di un uomo, e sopra c’era scritto “Io sono un violento”.