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David Albahari, Ludwig

David Albahari, Ludwig (tit. originale Ludvig), Zandonai, Rovereto 2010. Traduzione dal serbo di Alice Parmeggiani.

Di Albahari avevo già letto con grandissimo piacere gli altri tre libri pubblicati dalla fu Zandonai: L’escaZink Sanguisughe. È perciò con molto interesse e molte aspettative che mi sono avvicinata a Ludwig. Aspettative che, ovviamente, non sono state deluse.

Albahari a mio parere si rivela uno dei migliori scrittori contemporanei, e leggendolo penso sempre a un Saramago più estremo. Perché come Saramago usa periodi lunghissimi e non utilizza le virgolette per il discorso diretto, che peraltro non è molto usato. Tuttavia, a differenza di Saramago, Albahari non utilizza neanche i paragrafi, ragion per cui un suo romanzo è un unico paragrafo che andrebbe letto in un unico respiro. Se questo potrebbe risultare più facile con questo libro, che ha appena 125 pagine, ciò presentava qualche difficoltà con un libro lungo il triplo quale poteva essere Sanguisughe. Ad ogni modo questa caratteristica di Albahari non è mai stata per me un freno alla lettura, ma resta da dire che se non amate lo stile di Saramago, Albahari non lo dovreste neppure toccare con un dito, perché lo odiereste.

Il romanzo segue due noti scrittori belgradesi: Ludwig appunto, e il narratore, che da Ludwig era chiamato semplicemente S, sebbene questa lettera non comparisse nel suo nome né nel suo cognome (non sapremo mai, tuttavia, il suo vero nome). I due erano amici inseparabili e, nel corso del romanzo, per allusioni abbastanza esplicite, scopriremo che erano anche probabilmente amanti, e che perlomeno S era pazzo di Ludwig, anche se quasi sicuramente non ricambiato. S non perde occasione per sottolineare che fra loro due non c’era mai stato niente, ma il lettore non può che inferire il contrario.

Nonostante fossero entrambi scrittori, il narratore non aveva l’impressione che ci fosse competizione tra loro, dal momento che Ludwig era più interessato alla prosa realistica e di stampo sociale, mentre S tendeva al postmoderno. Inoltre, Ludwig era molto più noto di S. Tuttavia, Ludwig finirà per impadronirsi del “libro” di S. Scrivo “libro” tra virgolette perché il narratore non aveva ancora scritto questo libro, ma ne aveva idee ben precise che aveva esposto con estremo entusiasmo al suo amico. Sarà dunque una specie di plagio “immaginario”, o meglio il plagio di un libro immaginario. Ad ogni modo, Ludwig non si preoccuperà mai di ringraziare il suo amico per l’idea che gli aveva dato, e S si sente derubato, perciò l’amicizia tra i due inevitabilmente si sfilaccia fino a finire del tutto.

C’è da dire che Ludwig diventa enormemente famoso con questo libro, che è un libro eminentemente postmoderno e dunque lontano da tutto ciò che Ludwig aveva scritto finora. Famoso non solo in Serbia, ma in tutta Europa e addirittura in tutto il mondo. Viene intervistato alla radio, in televisione, riceve premi, tiene conferenze, e così via; in un modo che a me ha fatto pensare ad autori mainstream del calibro di J.K. Rowling. Voglio dire, non penso che un postmoderno possa crearsi questa schiera di milioni di fan affezionati. Ma fa parte della finzione narrativa, ovviamente, per rendere ancor meglio l’idea del torto fatto al narratore.

Il romanzo ruota interamente attorno a questo nucleo. Troveremo frasi e concetti che si ripetono e che immagino potrebbero infastidire il lettore più tradizionalista, il quale tuttavia come accennavo dovrebbe tenersi ben lontano da questo libro e da questo autore. La struttura è dunque labirintica, si sa dove si inizia ma non si sa dove si finisce (e infatti il finale non me lo aspettavo), e soprattutto non si sa quanti giri su se stessi si potrebbero fare.

Un autore non per tutti, perciò un libro non per tutti. Fra i quattro che ho letto di Albahari non è il mio preferito, ma mi è comunque piaciuto moltissimo.

David Albahari, Sanguisughe (Serbia)

David Albahari, Sanguisughe (tit. originale Pijavice), Zandonai, Rovereto 2012. Traduzione di Alice Parmeggiani.

Di David Albahari ho già letto con immenso piacere L’esca e Zink, che ho recensito entrambi qui, e che mi sarebbe piaciuto moltissimo rileggere per riassaporarli dopo aver letto questo libro… cosa che non potrò fare, dato che i due libri sono scomparsi nel marasma del mio trasloco fiorentino di moltissimi anni fa, finiti nel pozzo oscuro insieme a svariate decine di altri miei libri. Inoltre, questi come tutti gli altri libri della casa editrice Zandonai sono ormai fuori catalogo a causa della chiusura della casa editrice trentina, che pubblicava libri meravigliosi e che era senza dubbio la mia preferita nel panorama italiano. Anche questo Sanguisughe sono riuscita a recuperarlo solo grazie ad AbeBooks e a una libreria che ne aveva ancora delle copie in magazzino.

Io credo fermamente che David Albahari, scrittore serbo, anzi kossovaro, trapiantato in Canada da molti anni, non abbia niente da invidiare ad autori postmoderni più famosi. A mio parere Albahari è uno scrittore eccezionale e meriterebbe di essere conosciuto molto di più, da chi ama la cosidetta literary fiction e il postmodernismo (gli altri forse preferirebbero starne alla larga, perché i suoi sono libri di difficile lettura e dunque anche difficili da apprezzare se non si ama questa corrente letteraria).

In questo libro si sente molto l’eco di Saramago per il modo in cui è scritto, ad esempio troviamo in entrambi gli autori l’assenza di segni di demarcazione quali virgolette o simili quando ci si trova di fronte a un discorso diretto. Inoltre lo stile mi sembra simile.

La peculiarità di questo romanzo, come di altri dello stesso autore, è il fatto di essere scritto in un unico paragrafo. Se questa può essere una difficoltà superabile in un libro di un centinaio di pagine, diventa estremamente più difficoltoso in un romanzo di 357 pagine. Tuttavia è importante non farsi scoraggiare, perché siamo di fronte a un libro di una bellezza eccezionale.

Ci sono, secondo me, due approcci opposti alla lettura di questo romanzo: lo si può leggere tutto d’un fiato (anche se è un po’ difficile vista la lunghezza) o lo si può assaporare molto lentamente. Il primo approccio è facilitato e anzi incoraggiato dal modo in cui il libro è stato scritto. Infatti, il romanzo in un unico paragrafo non è un mero vezzo tipografico, ma è dovuto alla natura stessa del fluire del racconto. Il narratore è il protagonista, che non ha nome, che racconta in prima persona dei fatti avvenuti sei anni prima, nel 1998, in Serbia, ovvero in un luogo molto lontano da quello in cui egli si trova in questo momento, anche se non sapremo mai quale sia il paese che ha accolto il narratore. Questi racconta la sua storia in un flusso continuo di pensiero, che è anche un flusso logico ininterrotto. Non ci sono stacchi, non ci sono pause. Gli avvenimenti si svolgono nell’arco di alcune settimane, quindi è evidente che vi sono comunque pause, notti passate a dormire, passaggi da un evento all’altro: tutto ciò che è inevitabile nella vita. Tuttavia il protagonista narra in modo continuativo, fluido, come lo scorrere di un fiume. Dicono che sia un flusso di coscienza, ma personalmente non sono del tutto d’accordo, perché quello che il protagonista ci racconta è una vera e propria narrazione, non è soltanto il flusso dei suoi pensieri.

Dicevo, dunque, dei due modi di approcciarsi a questo libro. Il primo, dicevo, quello di berlo d’un fiato, è favorito da questo modo ininterrotto di narrare. Il secondo, quello di assaporare lentamente il romanzo, si rende necessario quando si pensa alla complessità del romanzo stesso. Io, personalmente, ho seguito quest’ultimo metodo. A mio parere questo libro va gustato lentamente come quando si beve un buon vino: non ci si beve la bottiglia tutta intera in poche sorsate per ubriacarsi, ma la si assapora pian piano. Poi, bevendola tutta, ci si può ubriacare ugualmente se non si è esperti consumatori di vini, ma sarà un’ebbrezza raggiunta dopo aver davvero sentito il gusto del vino, e sarà appunto un’ebbrezza piacevole, non una di quelle ubriacature che alla fine ti fanno vomitare. Così è questo libro, o così è stato per me.

Peraltro, questo libro non è un libro, e come potrebbe essere altrimenti dato che ci troviamo di fronte a un romanzo postmoderno. È piuttosto «un sussurrare nel buio dalla mia finestra, un buio così fitto che la luce non può nemmeno filtrarvi». È una cosa che il protagonista sta scrivendo con una biro (all’epoca dei computer!) che prima o poi finirà l’inchiostro, e allora anche il racconto, che non è un racconto, terminerà. «I racconti sono ordinati, in essi i fili sono disposti in modo armonioso, mentre quello che sto componendo io è piuttosto un riflesso della vita, che è sempre caotica, dato che troppe cose avvengono simultaneamente». Chi crederà al racconto narrato dal protagonista? Ovvero, chi crederà che sia un racconto? Forse tutti, tranne colui che lo sta scrivendo. Ciò che abbiamo tra le mani (ma potremo davvero averlo tra le mani?), ci dice l’autore-protagonista, «non è un libro, bensì una confessione che, sul limitare del bosco, io pronuncio al vento, e così le parole, logore come sempre, scompaiono, si uniscono all’azoto e all’ossigeno e a chissà che altro ancora, tanto che nemmeno io, che sto raccontando questa storia, riesco a sentirle». Il fatto che questo libro non sia un libro è un leitmotiv di tutto il romanzo.

Ma di cosa parla, in definitiva, questo libro? Inizia con un uomo che si trova a passeggiare in riva al Danubio mangiando una mela e a un certo punto è testimone di una scena: un ragazzo dà uno schiaffo a una ragazza. L’uomo decide di seguire la ragazza, ma la perde immediatamente, per poi scoprire dei misteriosi simboli tracciati nel percorso da lui seguito: un triangolo inscritto in un cerchio, e al suo interno un altro triangolo rovesciato. Questi simboli saranno sparsi un po’ ovunque nel quartiere Zemun di Belgrado. Per cercare di decifrarli, il protagonista si mette alla ricerca di un suo vecchio compagno di scuola, poi diventato professore di matematica. Il tutto ci porta all’interno di un mistero che ruota attorno a un manoscritto denominato “Il pozzo”, intriso di materiale cabalistico, e che per giunta è un libro di sabbia, cioè un libro il cui contenuto varia ogni volta che lo si apre. Il manoscritto è infatti realizzato con la tecnica cabalistica dell’animazione della materia inanimata, ovvero la stessa tecnica utilizzata per creare il golem, che però in questo caso non crea un golem ma appunto un libro di sabbia, che si propaga «come un virus» anche all’interno di altri testi, se questi vengono messi a contatto mischiando le frasi dell’uno con le frasi dell’altro. Complicatissimo? Ancora di più di quanto possiate immaginare.

In definitiva, io penso che per apprezzare davvero fino in fondo questo libro sarebbe opportuno sapere qualcosa (o più di qualcosa) di cabala (ecco perché prima parlavo dell’essere conoscitori di vini). Ma del resto, quante persone al giorno d’oggi possono vantare una conoscenza, approfondita o anche superficiale, della cabala? Quanti non ebrei? Ma anche, quanti ebrei?

Di fatto tutto il libro ruota intorno alla cabala, ai triangoli, alla matematica e, di conseguenza, all’ebraismo e al violentissimo antisemitismo che c’era in Serbia in quel periodo storico. Tuttavia, il protagonista non è né ebreo né antisemita (Albahari invece proviene da una famiglia ebrea).

Si tratta, come avrete capito, di un testo complicatissimo: per la forma, per lo stile, per il contenuto, insomma per tutto. Io sono fermamente convinta di non averlo compreso fino in fondo, anzi forse non l’ho capito affatto, ma vi posso dire che è un’esperienza di lettura che toglie il fiato. Inoltre ho trovato la scrittura così bella da essere quasi commovente, come mi era capitato già leggendo gli altri due libri dello stesso autore.

Ora sto cercando di procurarmi gli altri libri dell’autore, anche se non tutti sono stati tradotti in italiano e nemmeno in inglese: alcuni li ho già in casa e spero di poterli leggere presto, gli altri che mi mancano spero davvero di essere in grado di procurarmeli.

«Questo in ogni caso non è un libro di sabbia che si può leggere come l’anima del lettore desidera, ma un testo sul quale l’anima del lettore si deve arrampicare con lo stesso sforzo con cui la mia anima sta scendendo lungo le pagine scritte, avvicinandosi inevitabilmente alla conclusione. Sì, è terribile che i libri abbiano una conclusione mentre la vita continua, in qualche modo questa circostanza svaluta qualsiasi sforzo di scrittura, perché significa che i libri sono sempre una misura per un qualcosa di concluso, per una grandezza finita, ci rammentano che abbiamo davanti a noi solo un limitato numero di giorni, settimane, mesi e anni, dopo i quali nulla ha più nessuna importanza, anche se è altrettanto possibile sostenere il contrario: che proprio la finitezza del libro ci aiuta a liberarci delle illusioni sulla vita eterna, non importa se intesa come possibilità reale o come simbolo religioso».

[Serbia] L’esca; Zink

David Albahari, L’esca (tit. originale Mamac), Zandonai, Rovereto (TN) 2008. Traduzione di Alice Parmeggiani. 126 pp.

«Uno che non sa scrivere, come me, è al pari di un ciarlatano che afferma di saper sistemare un osso fratturato o un’articolazione slogata, ma non fa altro che aggravare il malanno e renderlo inguaribile. Uno che sa scrivere, come Donald, si sarebbe tranquillamente seduto e avrebbe scritto un racconto, percorrendo la strada più breve possibile dall’inizio alla fine. Nulla in quel racconto avrebbe indicato l’esistenza di qualsiasi altra cosa tranne il racconto, e non come nel mio caso, nel mio racconto, se solo l’avessi scritto, nel quale c’è di tutto tranne il racconto, che continua a dissolversi sotto gli scossoni causati dalle incursioni delle realtà parallele.»

In questo brano c’è qualcosa di vero e qualcosa di non vero. Iniziamo col non vero: non è affatto vero che Albahari non sappia scrivere – se vogliamo identificare il narratore con l’autore, come viene spontaneo fare anche se forse è sbagliato – anche se questa sua lotta con e contro la scrittura torna continuamente nel testo, anzi ne è un motivo portante. Vero è, invece, che il racconto si dissolve sotto le incursioni di realtà parallele, e a volte l’impressione è appunto che tutto ci sia tranne il racconto. Questo, naturalmente, se abbiamo in mente il senso per così dire canonico del termine “racconto”, secondo il quale ci deve essere una trama ben riconoscibile, uno sviluppo, un intreccio. Al contrario, questo breve romanzo di Albahari non ha queste nette caratteristiche, e chi ha care le definizioni lo potrebbe definire post-moderno, se non addirittura post-post-moderno. Io non mi arrischio, lascio ad altri l’incombenza di etichettare.

Questo breve romanzo, il cui titolo in serbo-croato significa sia “esca” sia “mamma”, è un flusso continuo, e tale appare fin da subito, anche graficamente: basta sfogliare il libro, e si noterà subito che non ci sono paragrafi. La sintassi e la punteggiatura non sono utilizzate in modo anomalo, ma la scrittura è un blocco continuo, che tende a non concedere pause di respiro per il semplice fatto che non va mai a capo: sembra banale, a raccontarlo così, invece l’effetto è molto particolare, a me ha dato proprio la sensazione di un fiume che scorre senza fermarsi mai se non quando arriva a destinazione.

In una interessante intervista all’autore, Sergej Roic parla di un modo di scrivere che «assomiglia di più a un vortice, a un gorgo, piuttosto che a un lento fiume tranquillo», e che darebbe al lettore la sensazione di «annegare»: questione di immagini personali; non è certo un fluire tranquillo, in ogni caso, quello della scrittura di Albahari, perciò l’immagine del vortice mi pare comunque pertinente ed efficace, a seconda della simbologia personale di ciascuno. Roic paragona il modo di scrivere di Albahari a quello di Thomas Bernhard, e per quel pochissimo che ho letto io di Bernhard mi pare che sia un paragone calzante. Albahari, per conto suo, dice di essere stato influenzato anche da Beckett e da Saramago; ma è inutile che vi riporti altro, vi consiglio di leggere da voi l’intervista, che tra l’altro è anche molto breve.

Ma di cosa parla, poi, questo romanzo? Già, è difficile scappare dalle “vecchie” categorie di fabula e intreccio, anche se leggendo L’esca finiscono per sembrare davvero obsolete. In breve, il narratore si trova a riascoltare su un vecchio magnetofono i nastri su cui, anni addietro, aveva registrato la storia della vita di sua madre, ormai morta. Un’intervista a cui questa donna di una saggezza semplice e bellissima si era prestata all’inizio con riluttanza, a breve distanza dalla morte del suo secondo marito, padre del narratore, ma che poi aveva preso a narrare più volentieri. La “trama” non è che questa,  fin dei conti, se proprio di trama vogliamo parlare.

Ma la verità è che la trama non c’è, o se c’è si sgretola fin dall’inizio: già nella prima pagina sentiamo la voce della madre, «Da dove devo cominciare», dice: sembra un inizio, ma subito il narratore passa a parlare di come abbia cercato a lungo un magnetofono per ascoltare quei vecchi nastri, di come abbia protetto quei nastri nella valigia, e così veniamo a sapere che il narratore è partito per trasferirsi da un’altra parte. Il posto da cui è partito è la Serbia disgregata dalla guerra che ha smembrato la Jugoslavia, e il luogo in cui è andato è il Canada. Proprio come l’autore, e così diventa facile confondere i piani e identificare autore e narratore: se questa identificazione corrisponda alla realtà, io non lo so, e non è dato sapere, come è giusto che sia.

Al racconto della madre, che noi lettori ascoltiamo dalla sua voce insieme al narratore, si intrecciano vari momenti della vita di quest’ultimo, in Serbia e in Canada; a questi si intrecciano particolari su Donald, l’amico che ricorre costantemente nel romanzo, specialmente ricordi di una cena in un ristorante su un’isola fluviale, dove i due hanno parlato del racconto che il narratore vuole scrivere; ed ecco che di nuovo si intreccia a tutto il resto una riflessione soffertissima sulla scrittura, che è poi l’altro ramo principale del romanzo. Il narratore vuole scrivere un racconto, e si vedrà con quanta sofferenza; ci sono scambi molto interessanti con Donald, che per l’appunto è scrittore, e ci sono riflessioni del narratore, che sembra soffrire di una sorta di complesso di inferiorità nei confronti dell’amico scrittore, per il quale tutto sicuramemte sarebbe più facile, eppure risulta evidente che il narratore stesso è un grande scrittore, forse più grande ancora, a sua insaputa, dell’amico Donald.

Detto tutto questo, mi sembra di non aver detto niente di questo libro, ma forse non avrei potuto dire niente di più. Non vorrei aver dato l’impressione che il romanzo sia confuso: non lo è affatto, lo si può sentire come un vortice che risucchia, e a questo punto tutto dipende dai gusti personali. Per me questo è un pregio, perché significa che questo tipo di scrittura mi rende impossibile staccarmi dalla pagina, sebbene allo stesso tempo la percepisca chiaramente come una scrittura (e un romanzo) che ha bisogno di essere assaporata in ogni dettaglio – e allora forse avrebbe senso farsi risucchiare, prima, senza opporre resistenza, e poi rileggere e gustare piano piano il tutto.

David Albahari, Zink (tit. originale Cink), Zandonai, Rovereto (TN) 2009. Traduzione di Alice Parmeggiani. 89 pp.

Come L’esca prendeva a pretesto la figura della madre, così Zink ruota intorno alla figura del padre. Il procedimento è lo stesso: «Non c’era altro modo: il racconto su di lui doveva essere un racconto che non lo riguardava.» Difatti anche qui le categorie narratologiche non sono sufficienti, perché di nuovo il racconto si sfalda e quello di “trama” è un concetto inappropriato: l’agonia del padre, malato in Terra Santa (Albahari è di famiglia ebrea), e trasportato in aereo a morire in Serbia; poi, la partenza del figlio-narratore.

La narrazione, però, si dissolve qui in maniera diversa, addirittura opposta rispetto a L’esca: mentre lì si trattava di un blocco unico composto di più “realtà parallele”, qui le divagazioni ci sono ma disfano la struttura del racconto, nel vero senso della parola. Tutto ruota intorno al dubbio e alla parola: necessaria, sufficiente, inadatta? Pian piano la fiducia nella parola viene meno: «… le parole non erano più indispensabili. Le parole sono grucce; il corpo è discorso.» (p. 61); «Ci sono sempre meno parole capaci di dire qualcosa di lui.» (p. 76). Così la scrittura diventa sempre più frammentaria, quasi aforistica potremmo dire, con un termine certo non appropriato ma utile a rendere l’idea della frammentazione del discorso: discorso che inizia con molta luce («In questa stanza c’è troppa luce») e, man mano che va avanti, si fa sempre più lampi di immagini, come se fossero flash di una macchina che fotografa ricordi – singoli, apparentemente scollegati, banali e insignificanti, eppure omaggio altissimo al padre morto.

La riflessione sulla scrittura è presente con forza anche in questo breve romanzo, dove addirittura un racconto diverso e metafora del primo si intreccia al racconto principale, per poi spegnersi anch’esso in frammenti, dichiarato impossibile, riconosciuto artificio.

Una scrittura per flash che richiede altrettanta concentrazione della scrittura-flusso de L’esca, ma forse maggiore disponibilità del lettore a costruire i propri collegamenti all’interno degli spazi bianchi. Sicuramente, nessuno dei due libri è di facile e rilassata lettura, né possono piacere a tutti.

Per quanto mi riguarda, David Albahari è forse la scoperta più interessante di questo 2009, e soprattutto L’esca è uno dei libri più belli letti quest’anno, almeno finora. Se quanto ho detto vi ha incuriosito, anziché farvi venire mal di testa, mi sento di consigliarvene assolutamente la lettura.

Per chi volesse approfondire:

* il sito di Zandonai, una casa editrice che pubblica libri molto interessanti e che vi consiglio di tenere d’occhio
* la pagina dedicata a David Albahari sul sito di Zandonai
* il sito di David Albahari, dove si possono leggere alcuni racconti e interviste (in inglese e in serbo)
* un elenco di scrittori serbi su Wikipedia
* una guida veloce alla letteratura serba (in inglese e in serbo)
* quattro saggi sulla letteratura serba, dal medioevo al XX secolo (in inglese)
* la lingua serba e l’ormai defunta lingua serbo-croata su Wikipedia
* la storia della Serbia in breve (in inglese; non è stato facile trovare un articolo che adottasse una prospettiva neutrale sull’argomento)