Archivi tag: Aimee Bender

The Particular Sadness of Lemon Cake

Aimee Bender, The Particular Sadness of Lemon Cake, Windmill Books, London, 2011. 325 pagine.

Anni fa quello che allora era il mio ragazzo mi prestò Un segno invisibile e mio, di Aimee Bender. Ho amato così tanto quel libro che per molto tempo non ho voluto leggere altro della Bender, per paura di restare delusa e intorbidare in un certo senso il ricordo di quel romanzo così bello. Avrei fatto bene a mantenere il mio proposito. Invece mi sono fatta convincere da un’amica a leggere questo libro. Che non mi è piaciuto per niente, è bene dirlo subito.

La storia, almeno all’inizio, è quella di Rose, una bambina di nove anni che a un certo punto, all’improvviso, impara suo malgrado a riconoscere le emozioni della gente nel cibo. L’idea non sarebbe nemmeno male tutto sommato, anche se poi viene sviluppata in maniera così irritante da far venire l’orticaria. Rose è simpatica, per carità, ma della sua particolarità si parla soltanto nella prima parte, e poi diventa una cosa quasi normale, e questo nonostante ci venga detto continuamente che per lei non lo è affatto, che continua ad essere un problema questo suo riconoscere emozioni che non vorrebbe affatto vedere, come delle confidenzde non richieste. Ma tant’è, a un certo punto (ed è per questo che ho detto che la storia all’inizio è di Rose) l’autrice comincia a parlare del fratello di quella che in teoria dovrebbe essere la protagonista. E va bene, non c’è niente di male, se non fosse che a metà del libro, inspiegabilmente, il protagonista diventa lui. Ma non è che il libro abbia due protagonisti contemporaneamente, no: prima è la storia di Rose e dopo è la storia di Joseph che, a parte essere fratelli, non hanno mica tanto in comune. Sì, vabbè, hanno qualcosa che non posso dire perché se no rovino il gusto del libro a chi lo voglia leggere, però insomma, quello che voglio dire è che non si capisce cosa volesse fare l’autrice con questo libro: voleva parlare di Rose, o voleva parlare di Joseph? O voleva parlare di tutti e due ma non si è saputa decidere su come farlo al meglio? Perché sembrano due libri appiccicati uno appresso all’altro, onestamente. E poi: parti con Rose, e va bene, ma non la puoi far diventare una comprimaria se prima era la protagonista, mi fai capire che è successo con lei? Che sì, ce lo dice cosa le è successo, ma passa in secondo piano. Ti piaceva Joseph? E allora fallo protagonista fin dall’inizio e non chiamare questo libro L’inconfondibile tristezza della torta al limone (titolo italiano), che è un titolo che rimanda alla storia di Rose. Suvvia.

Insomma, se volete leggere qualcosa della Bender, fatevi un favore, leggete Un segno invisibile e mio.

Annunci

Erkenntnis V. Der Körper als Landschaft

Quando non ha più la maglietta la parte di lui che trovo migliore sono le bruciature
lungo tutte le braccia e le bacio senza sosta. Questo è il suo punto debole, questa è la sua
paranoia del bagno, e mi dice: Lascia stare, quelle sono brutte, e io dico: A me sembrano
bellissime
, e lui ancora non mi crede e allora io gli racconto sussurrando
di quando Danny ha portato in classe come 1 il braccio mozzato e i genitori
sono insorti ma a me è sembrato bellissimo, sigillato così nel vetro azzurro, con il palmo aperto
come un bocciolo, e lui si mette a ridere e ride finché la voce non gli raschia la gola
e io sento la stanza spostarsi, è tutta la stanza che ci trattiene, e glielo chiedo
di nuovo perché glielo posso chiedere, perché comincio ad avere un minuscolo,
prezioso baluginio di speranza; gli dico: Devo sempre andare in bagno.
Ora lui ride più piano perché gli sto baciando ogni dito,
ogni bruciatura, ogni cicatrice, ogni taglio, e dice: Mi dispiace per te Mona Azzurra Verde Grigia,
perché il permesso te lo devo dare io e invece ti proibisco di alzarti
da questo letto. La schiuma cola dentro il lavandino e si
assottiglia. Faccio per andarmene ma lui mi afferra il polso e io dico:
Voglio andarci SUBITO, ma la sua mano è come un’imbracatura
di ferro e ci sbatto contro. Le sue dita mi sfregano il polso. Tirare più forte. Tirare.
Ha la mano robusta. Tiro più che posso, butto tutto il peso del
mio corpo contro quella mano e più ancora, ed è una cosa che non mi capita mai di fare,
 non tiro mai più forte che posso, tiro sempre un po’ meno forte di quanto potrei, non si
sa mai, ma stavolta ce la sto mettendo tutta, sto puntando i piedi
sul letto per darmi più spinta, ma la sua mano è forte e nerboruta
e io dico: Lasciami!, e lui ride di me e dice: Continua a provarci se vuoi,
ma non ti lascio andare. Non ti lascio andare.

– Aimee Bender, Un segno invisibile e mio, minimum fax, pag. 238 –

Non posso celare, io. Ho la mia storia scritta sulla pelle, ci si possono passare sopra le dita come su un foglio scritto a macchina. Ci puoi passare sopra le dita.
Mi leggi in Braille, con gli occhi chiusi e le dita leggere, soffice e concentrato, la bocca socchiusa a raccogliere.
Spogliarsi non è poi così difficile, ma togliere i vestiti e le cinture di castità all’anima è uno di quei miracoli che accadono, se accadono, una volta nella vita.
Sai l’intimo di guardare (toccare) dritto dentro a una persona. Ti ci scotti le dita?


Non mi piace spiegare, ma a scanso di equivoci su una cosa così importante, questo è un inno, una dichiarazione d’amore totale.

((Der Körper als Landschaft = il corpo come paesaggio))

Un segno invisibile e mio

Mi ha detto devo prestarti un libro, diceva che sembrava scritto di mio pugno, mi ha incuriosito, mi ha attratto quella tonalità di blu, il brano in quarta di copertina, le poche righe di trama sul risvolto.
Mi ha chiamato e l’ho messo subito in borsa, il giorno dopo, per un viaggio in treno, senza lasciarlo ad aspettare come tutti i libri che compro, come tutti i libri che mi prestano, come Thomas Bernhard che ancora giace affranto inguardato sul comodino. Non dovevo aspettare che mi chiamasse, mi ha chiamato ora, subito.
E nonostante la mia pigrizia di lettura degli ultimi mesi l’ho letto in tre giorni, fino all’una di notte anche se il giorno dopo dovevo andare al lavoro. E nonostante i miei proclami centochiodiani sul fatto che i libri non contengono la verità, ho capito, scoperto che certi libri la contengono, e ti chiamano blu e suadenti per dirtela, per sussurrartela, per fartela entrare lenta dall’occhio all’orecchio al cervello al cuore. E nonostante io non ami particolarmente gli scrittori inglesi americani e anglo- in genere, pure ho letto pochi libri più belli di questo.

È strano, un libro che inizia con "Allora", punto e a capo. Mi sta subito simpatico, irriverente sovvertitore. Lo stile è bello, fluido, scorrevole.
È la storia di una ragazza di 20 anni, Mona Gray, che insegna matematica in una scuola elementare e si permea la vita di numeri. Che inizia a smettere a dieci anni, quando suo padre manifesta i primi segni di una malattia misteriosa e forse mortale. Smetterà sempre, tutto, per tutta la vita, arrivata al culmine. Nel momento in cui tutto è più bello che mai, perfetto, lei smette. Tutto, tranne la matematica. E ha questo modo atroce di smettere di amare: mangiando sapone. Così si sente male, e il disgusto e la nausea sono talmente forti da coprire il desiderio. Da annientarlo.
Ma smettere per perdere è possibile solo con chi ti permette di farlo, e anche per Mona arriverà quella persona che glielo impedirà, che la scoprirà e si metterà in testa di farla smettere di smettere.

I piani di lettura comunque sono molteplici, c’è poi il rapporto con i genitori, nella fattispecie con genitori malati, terminali e/o presunti tali. C’è la superstizione, c’è il rapporto totalizzante ma armonico con i numeri, ci sono i rituali: il battere con le nocche su una superficie legnosa o derivata dal legno, come la carta; il portare al collo numeri che indichino il proprio umore.
E infatti è bello anche per questo, perché è un libro che può essere letto a tanti livelli, perciò può soddisfare il gusto di molti.

A me, personalmente, è entrato sotto pelle, mi ha attraversato pelle muscolo e organi come una scheggia lenta, mi si è conficcato come spina nel cuore nel cervello e nel fegato. Ho anche pianto, a calde lacrime, ho anche dovuto chiuderlo di botto per andare a sbollire meditare passeggiare.
E il cuore va bene, ci entra molto, il cervello ok, è malleabile, ma nel fegato le spine ci restano. Per sempre.

[Edit: del bookcrossing, si fa per dire. Insomma questo libro mi è stato prestato, tanto per cambiare, da lui, che a suo tempo l’ha avuto in prestito da lei e gliel’ha bellamente fregato 🙂 e ora io lo frego a lui :))]

Zero

Zero volte qualsiasi cosa è zero, disse ai compagni. Lo zero vince ogni battaglia. Lo zero demolisce il mondo.

Aimee Bender, Un segno invisibile e mio

[Libro bellissimo di cui spero di potervi parlare presto, non appena l’avrò terminato.]