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Abdourahman A. Waberi, Transit (Gibuti)

Abdourahman A. Waberi, Transit (tit. originale Transit), Morellini, Milano 2005. Traduzione dal francese di Antonella Belli.

L’edizione originale di questo romanzo è stata pubblicata in Francia nel 2003. Il romanzo è il nono di Waberi, un autore che a vent’anni, nel 1985, lascia il suo Paese, Gibuti, per trasferirsi in Francia.

Ci ho messo un po’ a capire bene dove volesse andare a parare questo romanzo e, in definitiva, di cosa parlasse. Vi sconsiglio di leggere la quarta di copertina dell’edizione inglese, che mi è capitata sotto gli occhi per caso: svela completamente il finale, così come fanno alcune recensioni che ho letto. Peccato.

All’inizio di questo brevissimo romanzo ci troviamo a Parigi, all’aeroporto Charles de Gaulle, dove incontriamo Bashir e Harbi. Alla fine vi torniamo, ma il resto del romanzo si svolge a Gibuti, grazie ai ricordi dei due uomini, che vengono da quel Paese.

Bashir ha cambiato il suo nome in Bin Laden, ma l’uomo che lo accompagna gli sconsiglia vivamente di dire questo in Francia. Invece secondo Bashir questo nome è “terrifico”. Veniamo dunque subito al modo di parlare di Bashir, che deve essere stato complicatissimo rendere in italiano. Bashir sa chiaramente parlare bene in francese, la lingua dei colonizzatori, ma parla un francese molto sgrammaticato e particolare. Waberi, nei capitoli dedicati a Bashir, ci regala un linguaggio del tutto parlato, senza alcuna inflessione di alcunché di scritto o, non sia mai, addirittura letterario. Bashir parla così come parlerebbe a un suo amico, né più e né meno.

Harbi invece è un intellettuale, ma lo incontriamo solo nel prologo e nell’epilogo.

Nel corpo del romanzo sentiamo la voce di Bashir (molto), di Abdo-Julien, figlio di Harbi, di Alice, la moglie bretone di Harbi, e di Awaleh, il padre di Harbi. Ognuno racconta la sua storia, che è anche la storia di Gibuti. Bashir parla più degli altri, con la sua tipica prepotenza da ragazzo e da ex-soldato. Bashir è un gradasso, e anche un delinquente, che non fa che raccontare della guerra, delle sue “gesta” come militare (stupri et similia), dei suoi atti da teppista o meglio da vero e proprio delinquente. Alice è andata a Gibuti per amore dell’Africa, e lì ha trovato l’amore di Harbi, e insieme hanno dato vita ad Abdo-Julien, che già nel nome porta in sé due culture, e che al momento in cui parla ha 17 anni. Awaleh parla poco, ma quando lo fa rievoca le tradizioni del suo Paese.

L’epilogo è quello che dà un senso al libro, ed è abbastanza bello, in quanto (ve lo posso dire senza svelarvi niente) parla di esilio, dell’esperienza di immigrato, dell’attesa di asilo. Molto attuale anche se è stato scritto quasi 15 anni fa.

Tuttavia, il libro non mi è piaciuto nemmeno un po’, sebbene appunto il finale lo redima abbastanza. Ma non a sufficienza da farmelo apprezzare. Non metto in dubbio che Waberi sia uno scrittore molto abile e dotato, anche se è difficile dirlo davvero quando si legge un libro in traduzione. Tuttavia i suoi cambi radicali di registro sono notevoli a livello stilistico, e questo si sente anche in traduzione. Ma la storia non mi ha appassionato e, a dire il vero, nonostante riconosca l’abilità dell’autore, non mi è piaciuto neanche lo stile. La storia sarebbe stata interessante se avesse davvero parlato di esilio e di migrazione, e a suo modo questo libro lo fa, ma appunto a suo modo. Inoltre non ha abbastanza profondità (forse anche a causa della brevità) per farci entrare in sintonia con i personaggi, per farceli capire davvero. Bashir è un personaggio spregevole. Alice è una sognatrice. Abdo-Julien è un ragazzino. Awaleh è un pilastro della memoria. Harbi è quello più realista di tutti. Tuttavia non c’è scavo nella psicologia di questi personaggi, se non forse in quella di Bashir, che come dicevo è quello a cui sono dedicati più capitoli. Di fatto, è un libro con molto potenziale, ma che risulta piatto e monodimensionale. Non basta un buon epilogo di poche pagine a fare un buon libro.

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