Archivi categoria: un secolo di libri

Agatha Christie, L’assassinio di Roger Ackroyd – 1926

Agatha Christie, The Murder of Roger Ackroyd, HarperCollinsPublishers, London 2013. Edizione originale 1926.

Di Agatha Christie ho letto molti libri da adolescente, anzi possiamo dire che è stata l’autrice che mi ha davvero appassionata alla lettura. Naturalmente leggevo, e molto, anche da bambina, ma penso di aver iniziato ad amare la lettura proprio con la Christie. C’è stato un periodo in cui amavo particolarmente i gialli, che poi per sovraccarico non ho letto per anni, per poi riavvicinarmi al genere da qualche anno a questa parte, e con grande soddisfazione.

Questo romanzo, originariamente pubblicato nel 1926, è uno dei più famosi e amati di Agatha Christie, ma stranamente non lo avevo mai letto. E devo dire che finora è quello che mi è più piaciuto fra i molti che ho letto di questa grandissima autrice.

Il narratore è il dottor Sheppard, il quale verso l’inizio del libro viene informato con una telefonata che il suo amico Roger Ackroyd è stato trovato morto nella propria casa, proprio pochi minuti dopo che il dottore l’ha lasciato. Si tratta in maniera del tutto evidente di un assassinio, dato che l’uomo è stato pugnalato, ma la stranezza è che la porta era chiusa a chiave dall’interno, sebbene vi fosse tuttavia la possibilità di entrare nello studio dalla finestra, e la probabilità che ciò sia avvenuto. Quella sera Ackroyd aveva chiesto espressamente di non essere disturbato, perché doveva occuparsi di una questione della massima delicatezza e importanza per lui. Chi, dunque, è riuscito nonostante il divieto e la porta chiusa a intrufolarsi nello studio e a uccidere l’uomo?

Si tratta di un giallo insolito, come si vedrà in particolar modo dalla conclusione, sebbene in seguito il format del delitto commesso in una stanza chiusa sia stato ripreso da più parti. Molti recensori hanno scritto che la conclusione è giunta per loro in modo del tutto inaspettato, io invece devo dire che, da un certo punto in poi, un po’ me lo aspettavo, sebbene io di solito non sia per niente brava nello scoprire il colpevole nei romanzi gialli. Questo, tuttavia, non mi ha tolto in alcun modo il piacere della lettura. Il romanzo è scritto benissimo, come altrimenti non potrebbe essere vista l’acclamata autrice, e la soluzione è comunque ingegnosa, anzi lo è molto, specialmente per l’epoca. La Christie è stata senza dubbio maestra in questo genere, e di certo non devo essere io a dirvelo. Ad ogni modo c’è sicuramente un motivo se questa autrice viene considerata la grande signora del giallo. Lo scoprirete leggendo qualsiasi suo romanzo ma, oserei dire, questo in particolare.

Non posso dire molto più di questo perché vi rovinerei tutto il gusto della lettura: più vi approcciate impreparati a questo romanzo e meglio è. L’unica cosa che posso dire è che ve lo consiglio caldamente, più ancora di altri suoi libri.

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Luigi Pirandello, Quaderni di Serafino Gubbio operatore – 1925

Luigi Pirandello, Quaderni di Serafino Gubbio operatore, Francesco Libri, 2012.

Serafino Gubbio è un operatore di cinema che lavora alla Kosmograph a Roma. Come ripete spesso nel corso del romanzo, lui non è che «una mano che gira la manovella». Il suo ruolo si riduce a quello: girare la manovella della «macchinetta» che permette di girare il film. Non è un lavoro così banale come potrebbe sembrare perché, dice, a volte bisogna girare piano e altre volte più velocemente, ma richiede comunque una completa impassibilità.

Questi sono i diari che Serafino Gubbio scrive, quindi entriamo prepotentemente in un racconto tutt’altro che prepotente narrato in prima persona.

Se teniamo conto che questo romanzo fu pubblicato per la prima volta nel 1916 con il titolo Si gira…, per poi essere rimaneggiato e pubblicato nella sua versione definitiva nel 1925, ci rendiamo conto che possiamo vederlo anche come una risposta al movimento artistico futurista, che elogiava la macchina in tutti i suoi aspetti. Gubbio invece non la elogia affatto:

«L’uomo che prima, poeta, deificava i suoi sentimenti e li adorava, buttati via i sentimenti, ingombro non solo inutile ma anche dannoso, e divenuto saggio e industre, s’è messo a fabbricar di ferro, d’acciajo le sue nuove divinità ed è diventato servo e schiavo di esse.
Viva la Macchina che meccanizza la vita!
Vi resta ancora, o signori, un po’ d’anima, un po’ di cuore e di mente? Date, date qua alle macchine voraci, che aspettano! Vedrete e sentirete, che podrotto di deliziose stupidità ne sapranno cavare.»

Alcuni, guardando Gubbio, si chiedono se egli non sia proprio necessario, se non possa invece essere sostituito da una macchina. È qui che l’operatore spiega in che modo il suo lavoro sia meno banale di quanto si immagini. Tuttavia, alla fine non può che riconoscere: «Non dubito però, che col tempo – sissignore – si arriverà a sopprimermi. La macchinetta – anche questa macchinetta, come tante altre macchinette – girerà da sé. Ma che cosa poi farà l’uomo quando tutte le macchinette gireranno da sé, questo, caro signore, resta ancora da vedere.»

Personaggio principale indiscusso, Serafino Gubbio non è però l’unica figura a lottare contro il predominio delle macchine. Incontriamo infatti anche un uomo, violinista, che si è rifugiato nel mutismo e nell’alcool quando è stato “costretto” a suonare per accompagnare un piano meccanico. Mutismo che, vedremo, ritornerà, come se l’afasia, ovvero l’incapacità di parlare, fosse l’unica risposta possibile a questo predominio della macchina sull’uomo.

La storia, pur essendo quella di Serafino Gubbio e della sua macchinetta, si intreccia inestricabilmente con un’altra storia: quella della femme fatale Varia Nestoroff, che sembra divertirsi a trattare male gli uomini (ne ha perfino spinto uno al suicidio), mentre è chiaro, lo dice lo stesso narratore, che non ne prova piacere. La Nestoroff è coprotagonista di questo romanzo, popolato anche da altri personaggi che ruotano intorno a Gubbio, sebbene di lui si accorgano ben poco.

Tuttavia, mi pare che la storia della Nestoroff e degli altri sia accessoria ad alcune riflessioni (come non potrebbe essere altrimenti in Pirandello): sul ruolo della macchina vs. la persona, come si diceva, e in ultima analisi sulla vita.

Sebbene questo romanzo possa sembrare a prima vista superato (l’ho letto in alcune recensioni), perché è avvenuto poco dopo la sua pubblicazione che l’operatore della macchinetta sia stato realmente rimpiazzato da una macchina che funzionava da sé, a mio parere è invece attualissimo, perché oggi ci troviamo di nuovo di fronte alla sfida uomo-macchina già presentatasi altre volte nel corso dei secoli. Oggi, un operaio può essere rimpiazzato da una macchina che fa il suo lavoro più velocemente e soprattutto a costi notevolmente più ridotti, oggi la macchina sembra dominare la nostra vita e, piano piano, finirà col mandare a casa una quantità sempre crescente di persone che oggi sembrano indispensabili con il loro lavoro, ma che tra non molto probabilmente si riveleranno superflue da un punto di vista strettamente lavorativo.

E allora questa ridondanza lavorativa potrà significare anche una ridondanza, una superfluità nella vita stessa? Queste persone superate dalle macchine diventeranno afasiche, perderanno la loro voce, persino il diritto di parlare? Si ritireranno in una sofferenza interiore così forte da estraniarle dal mondo esterno, come il violinista del romanzo?

Pirandello potrebbe essere stato in certo modo profetico. Naturalmente ognuno di noi si augura di no, pur essendo perfettamente consapevole al tempo stesso che invece probabilmente è proprio così.

Non mi è sembrato fra le migliori opere di Pirandello, anzi forse è quella che mi è piaciuta di meno, tuttavia è un romanzo che va letto, è anche molto breve, circa 200 pagine. Lo consiglio, soprattutto a coloro come me che vogliono colmare una lacuna nella loro conoscenza di questo straordinario autore, ma non solo: anche gli altri avranno piacere nella lettura di questo romanzo. Tuttavia, se vi avvicinate per la prima volta a Pirandello (ne dubito, visto che lo abbiamo letto tutti a scuola), vi consiglio di iniziare con qualcos’altro.

Thomas Mann, La montagna incantata – 1924

Thomas Mann, La montagna incantata (tit. originale Der Zauberberg), Corbaccio, Milano 1992. Traduzione di Ervino Pocar.

«Che devo dire ora del libro stesso e del modo in cui lo si dovrebbe leggere? Comincio con una richiesta molto arrogante: lo si deve, cioè, leggere due volte. Questa richiesta va beninteso ritirata subito, qualora la prima volta il lettore si sia annoiato. L’arte non dev’essere un compito di scuola, una fatica, un’occupazione contre cœur, ma vuole e deve procurare gioia, divertire, animare, e chi non sente quest’effetto dell’opera d’arte gli conviene lasciarla lì e volgersi ad altro.»

Così dice Thomas Mann nella conferenza tenuta a Princeton agli studenti dell’università, riportata in appendice al libro. E ha ragione: l’arte non è un compito, non deve affaticare, l’arte non è erudizione, l’arte è piacere. Così è la lettura. Avendo completato già da molti anni la mia istruzione universitaria umanistico-linguistica, posso finalmente dire che non leggo più per erudirmi, ma per passare dei bei momenti, né ho mai letto per bearmi di una presunta superiorità, come invece temo che alcuni lettori facciano.

Tutto questo per dire che la lettura di questo romanzo è stata una fatica sovrumana, che raramente mi è capitato di sudare così tanto su un libro, almeno non su un libro letto per piacere anziché per studio. Mann suggerisce in questi casi di mollare, e anche qui ha ragione, ma io non l’ho fatto, e ho fatto male. Detto questo, non seguirò il suggerimento di Mann e di altri lettori che raccomandano di rileggere il libro una seconda volta, o almeno non lo farò in un futuro prossimo… non posso pronunciarmi su cosa deciderò di fare in vecchiaia. Con tanta saggezza in più sulle spalle, potrei anche decidere di rivisitare questo libro.

Le prime 200 pagine, figurarsi, le ho lette in due giorni, ma sono pagine meno spiccatamente filosofiche di quelle che seguono, che invece mi hanno visto sudare per diverso tempo.

Il romanzo è stato concepito da Mann come contrappunto umoristico al racconto lungo La morte a Venezia, e come questo doveva essere un racconto. Invece è diventato un romanzo di 700 pagine, dopo dodici anni di scrittura. Pubblicato nel 1924, 24 anni dopo I Buddenbrook, romanzo “giovanile” che invece mi è piaciuto molto, La montagna incantata è, potremmo dire, il romanzo della maturità, e certamente quello in cui si esplica tutta la maestria dell’autore.

Concepito durante il soggiorno di sei mesi della moglie a Davos, in Svizzera (lo stesso paesino in cui si svolge il romanzo), anzi più precisamente durante le tre settimane che l’autore vi trascorre in visita, La montagna incantata prende dunque spunto da una vicenda reale per creare con Hans Castorp e tutti gli altri personaggi delle figure assolutamente simboliche. Castorp simboleggia la borghesia tedesca, suo cugino Joachim Ziemssen l’aspirazione militare di tanta gioventù tedesca, e così via, ogni personaggio ha un ruolo squisitamente simbolico che sarà tanto più chiaro a chi, contariamente a me, sia erudito e colto. No davvero, non lo dico per falsa modestia, è che ci vuole una cultura di portata vastissima per comprendere tutti i molteplici simbolismi di questo maestoso romanzo.

La storia di Hans Castorp, che va a trovare suo cugino al sanatorio Berghof di Davos per tre settimane, e vi rimane sette anni, si alterna e anzi si mischia inscindibilmente a parti filosofiche che sono certamente meravigliose e degne della più profonda attenzione per chi abbia cultura e cervello a sufficienza da capirle, seguirle e apprezzarle. Per me, è stata una tortura. Si filosofeggia del tempo (soprattutto), ma anche della morte, della vita, della religione, di tantissimi concetti e idee, insomma. Ma è troppo per me, davvero.

La storia di Castorp è interessante, ma è niente da sola: bisogna prenderla insieme alla filosofia, alle riflessioni, alle meditazioni, e solo allora il romanzo acquista un senso. C’è chi dice che questo romanzo gli è piaciuto pur non avendo compreso le parti filosofiche, io invece non lo posso dire, perché trama e filosofia mi sembrano qui inscindibili. Perciò, riconosco, eccome, la portata del pensiero di Mann, riconosco la magnitudine dell’opera, ma no, il romanzo non mi è piaciuto, perché sì, ho fatto fatica, e no, non era questo lo scopo del suo autore, che anzi mi suggeriva di abbandonarlo in questo caso.

(Come vedete questa non è una recensione, ma per forza di cose: come potrei recensire un romanzo che non ho davvero compreso?)

Rainer Maria Rilke, Elegie duinesi – 1923

Rainer Maria Rilke, Elegie duinesi (tit. originale Duineser Elegien), Feltrinelli, Milano 2006. Traduzione di Michele Ranchetti e Jutta Leskien. Anno di pubblicazione originale 1923.

Come ho detto mille volte, non sono capace di recensire poesia. In particolare, avevo letto parti di questo libro anni fa, forse per qualche esame di letteratura tedesca o forse per altri motivi che non ricordo, e ora l’ho ripreso in mano perché avevo piacere di leggerlo dall’inizio alla fine. È stata una lettura faticosissima, le note sono pochissime e, soprattutto, manca un apparato critico che per testi di una tale complessità è secondo me indispensabile. Io non so niente di poesia, per quanto sappia forse qualcosa (ma assolutamente non abbastanza) di letteratura tedesca. Per questo motivo ho avuto molte difficoltà a capire questo testo. Nell’avvertenza i due traduttori lamentano il fatto che le Elegie duinesi siano spesso lette per la loro bellezza poetica e che ne vengano conseguentemente ricordati solo alcuni passaggi, i più famosi. Beh, proprio per questo avrei davvero gradito un’introduzione, un commento all’opera, qualcosa che mi spiegasse cosa stavo leggendo. In mancanza di questo, anche io non potrò che ricordare alcuni passaggi di queste elegie.

Vi riporto dunque parte della decima e ultima elegia, secondo me la più bella.

[…]

Più avanti ancora è tratto l’adolescente; ama
forse una giovane Dolente…… La segue nei prati. Lei dice:
– Lontano. Noi abitiamo là fuori… Dove? E l’adolescente
la segue. Lo commuove il portamento. La spalla, il collo –, forse
è di splendida origine. Ma lui la lascia, va indietro,
si gira, accenna… Che è mai? È una Dolente.

Solo i giovani morti, nel primo stato
di tranquillità senza tempo, nel disabituarsi,
volentieri la seguono. Fanciulle,
le aspetta e se le amica. Mostra a loro
lieve ciò che ha su di sé. Perle del soffrire e i fini
veli dell’indulgenza. – Con adolescenti cammina
in silenzio.

Ma là dove abitano, nella valle, una Dolente più anziana
si prende cura dell’adolescente, quando lui chiede. – Eravamo,
lei dice, una grande stirpe, una volta, noi Dolenti. I padri
facevano là i minatori nella grande montagna; dagli uomini
trovi, talvolta, un pezzo levigato di primordiale dolore,
oppure ira d’antico vulcano, pietrificata a scorie.
Sì, questo veniva da là. Ricchi una volta eravamo. –

E lo guida leggiero nell’ampio paesaggio delle Dolenti,
gli mostra le colonne dei templi o le rovine
di quelle rocche, da dove i loro principi dolenti
dominavano saggi un tempo il paese. Gli mostra
i grandi alberi di lacrime e campi di mestizia in fiore,
(viventi li conoscono solo come mite fogliame);
gli mostra al pascolo gli animali del lutto, – e a volte
un uccello spaventa, e piatto volando
traverso il loro sguardo, trae lontano
l’immagine scritta del suo grido solitario. –
La sera lo guida ai sepolcri degli avi
dalla stirpe dolente, le sibille e gli ammonitori.
Ma se notte si avvicina camminano più piano,
e presto si fa luna, il monumento funebre
che su tutto vigila. Fratello all’altro sul Nilo,
la Sfinge maestosa: – della segreta camera
volto.
Ed essi si meravigliano alla testa coronale, che per sempre,
tacendo, ha posto il volto degli uomini
sulla bilancia delle stelle.

La vista di lui non lo coglie, nella vertigine
del giovane morto. Ma lo sguardo di lei,
dall’orlo dello pschent, fa sfuggire la civetta. Ed essa
sfiorando in una lenta carezza la guancia,
là dov’è più rotonda, disegna dolcemente nel nuovo
udito da morto sopra un foglio due volte aperto
l’indescrivibile contorno.

E più in alto le stelle. Nuove. Le stelle del paese del dolore.
La Dolente le nomina adagio: – qui,
vedi: il Cavaliere, la Verga, e la costellazione più colma
la chiamano: Ghirlanda di frutta. Poi, avanti, verso il polo:
CullaCamminoIl Libro brucianteMarionettaFinestra.
Ma nel cielo del Sud, puro come nel palmo
di una mano benedetta, la chiara splendente “M”,
che significa le Madri…… –

Ma il morto deve andarsene, e tacendo lo porta
la Dolente più anziana sino alla gola della valle,
dove scintilla nella luce lunare:
la fonte della gioia. Reverente
la nomina, dice: – Tra gli uomini
è un grande fiume trascinante. –

Stanno ai piedi del monte.
E lei qui lo abbraccia, piangendo.

Da solo si incammina nei monti del dolore primordiale.
E per la sorte muta neppure il suo passo risuona.

[…]

Elizabeth von Arnim, Un incantevole aprile – 1922

Elizabeth von Arnim, The Enchanted April, pubblico dominio.

Dopo aver letto Amore pochi mesi fa, mi è venuto voglia di leggere altro di Elizabeth von Arnim, così ho scaricato questo libro che nella versione originale inglese è disponibile come opera di pubblico dominio, mentre in italiano è stato pubblicato nel 2017 da Fazi con il titolo in oggetto.

La scrittura di questa autrice è tornata ad affascinarmi e l’ho trovata incantevole, proprio come il titolo del romanzo. Così come incantevole è la storia narrata. Chiariamoci subito: il libro non è un capolavoro, ma è una lettura estremamente piacevole e per me tanto basta.

La signora Wilkins è una donnetta un po’ scialba, triste, insoddisfatta, insignificante. Un giorno vede sul giornale un annuncio in cui si cercano persone che prendano in affitto una dimora signorile a San Salvatore, in Liguria, per il mese di aprile. La povera signora Wilkins inizia subito a sognare di andare in quel posto che immagina meraviglioso e, prendendo il coraggio a due mani, si fa avanti con la signora Arbuthnot, che conosce soltanto di vista, per chiederle se vuole prendere in affitto la casa insieme a lei. La signora Arbuthnot è una donna pacata, tranquilla, religiosa, volenterosa di aiutare i più poveri. La signora Arbuthnot pensa subito che la signora Wilkins sia una stravagante, e si chiede come trattarla, ma quella strana richiesta la attira tantissimo. Entrambe le signore vogliono solo scappare dalla loro vita quotidiana che le rende insoddisfatte accanto a due mariti che sembrano non amarle più. Insieme troveranno altre due donne disposte a dividere l’affitto e, a fine marzo, partiranno da Londra per l’Italia.

Il romanzo è la storia di questa decisione e, principalmente, di quell’incantevole mese di aprile trascorso a San Salvatore, un luogo meraviglioso che sembra contagiare tutti gli abitanti con la propria bellezza. Le quattro donne non saranno certo immuni al fascino del luogo, sebbene all’inizio siano tutte un po’ (o molto) chiuse, fatta eccezione per l’esuberante signora Wilkins. Quest’ultima sembra capace di vedere oltre: oltre le apparenze, in profondità, sa trovare la bellezza ovunque e capisce fin da subito che la magia di San Salvatore colpirà tutte loro.

In ultima analisi, cos’è San Salvatore se non un luogo in cui la bellezza fa sbocciare l’amore e spazza via tutti i pensieri, le preoccupazioni, le fissazioni? Anche laddove sembra meno probabile, l’amore finirà per trionfare nel cuore delle quattro donne, che si arrenderanno infine all’atmosfera magica di San Salvatore.

Un romanzo poco impegnativo, certamente, e anche di poche pretese, ma delizioso. Inoltre l’autrice scrive molto bene e in tutte le pagine sembra quasi di respirare l’aria pulita di San Salvatore, il profumo dei fiori, l’atmosfera di calma e bellezza. Per tutta la lettura mi è quasi sembrato di essere immersa in quel paesaggio bellissimo. La scrittura di Elizabeth von Arnim è coinvolgente e avvolgente. Il libro è un vero gioiellino. Se vi approccerete a questo romanzo senza aspettarvi un capolavoro né il libro in grado di cambiarvi la vita, non ne resterete delusi.