Archivi categoria: un secolo di libri

Thomas Mann, La montagna incantata – 1924

Thomas Mann, La montagna incantata (tit. originale Der Zauberberg), Corbaccio, Milano 1992. Traduzione di Ervino Pocar.

«Che devo dire ora del libro stesso e del modo in cui lo si dovrebbe leggere? Comincio con una richiesta molto arrogante: lo si deve, cioè, leggere due volte. Questa richiesta va beninteso ritirata subito, qualora la prima volta il lettore si sia annoiato. L’arte non dev’essere un compito di scuola, una fatica, un’occupazione contre cœur, ma vuole e deve procurare gioia, divertire, animare, e chi non sente quest’effetto dell’opera d’arte gli conviene lasciarla lì e volgersi ad altro.»

Così dice Thomas Mann nella conferenza tenuta a Princeton agli studenti dell’università, riportata in appendice al libro. E ha ragione: l’arte non è un compito, non deve affaticare, l’arte non è erudizione, l’arte è piacere. Così è la lettura. Avendo completato già da molti anni la mia istruzione universitaria umanistico-linguistica, posso finalmente dire che non leggo più per erudirmi, ma per passare dei bei momenti, né ho mai letto per bearmi di una presunta superiorità, come invece temo che alcuni lettori facciano.

Tutto questo per dire che la lettura di questo romanzo è stata una fatica sovrumana, che raramente mi è capitato di sudare così tanto su un libro, almeno non su un libro letto per piacere anziché per studio. Mann suggerisce in questi casi di mollare, e anche qui ha ragione, ma io non l’ho fatto, e ho fatto male. Detto questo, non seguirò il suggerimento di Mann e di altri lettori che raccomandano di rileggere il libro una seconda volta, o almeno non lo farò in un futuro prossimo… non posso pronunciarmi su cosa deciderò di fare in vecchiaia. Con tanta saggezza in più sulle spalle, potrei anche decidere di rivisitare questo libro.

Le prime 200 pagine, figurarsi, le ho lette in due giorni, ma sono pagine meno spiccatamente filosofiche di quelle che seguono, che invece mi hanno visto sudare per diverso tempo.

Il romanzo è stato concepito da Mann come contrappunto umoristico al racconto lungo La morte a Venezia, e come questo doveva essere un racconto. Invece è diventato un romanzo di 700 pagine, dopo dodici anni di scrittura. Pubblicato nel 1924, 24 anni dopo I Buddenbrook, romanzo “giovanile” che invece mi è piaciuto molto, La montagna incantata è, potremmo dire, il romanzo della maturità, e certamente quello in cui si esplica tutta la maestria dell’autore.

Concepito durante il soggiorno di sei mesi della moglie a Davos, in Svizzera (lo stesso paesino in cui si svolge il romanzo), anzi più precisamente durante le tre settimane che l’autore vi trascorre in visita, La montagna incantata prende dunque spunto da una vicenda reale per creare con Hans Castorp e tutti gli altri personaggi delle figure assolutamente simboliche. Castorp simboleggia la borghesia tedesca, suo cugino Joachim Ziemssen l’aspirazione militare di tanta gioventù tedesca, e così via, ogni personaggio ha un ruolo squisitamente simbolico che sarà tanto più chiaro a chi, contariamente a me, sia erudito e colto. No davvero, non lo dico per falsa modestia, è che ci vuole una cultura di portata vastissima per comprendere tutti i molteplici simbolismi di questo maestoso romanzo.

La storia di Hans Castorp, che va a trovare suo cugino al sanatorio Berghof di Davos per tre settimane, e vi rimane sette anni, si alterna e anzi si mischia inscindibilmente a parti filosofiche che sono certamente meravigliose e degne della più profonda attenzione per chi abbia cultura e cervello a sufficienza da capirle, seguirle e apprezzarle. Per me, è stata una tortura. Si filosofeggia del tempo (soprattutto), ma anche della morte, della vita, della religione, di tantissimi concetti e idee, insomma. Ma è troppo per me, davvero.

La storia di Castorp è interessante, ma è niente da sola: bisogna prenderla insieme alla filosofia, alle riflessioni, alle meditazioni, e solo allora il romanzo acquista un senso. C’è chi dice che questo romanzo gli è piaciuto pur non avendo compreso le parti filosofiche, io invece non lo posso dire, perché trama e filosofia mi sembrano qui inscindibili. Perciò, riconosco, eccome, la portata del pensiero di Mann, riconosco la magnitudine dell’opera, ma no, il romanzo non mi è piaciuto, perché sì, ho fatto fatica, e no, non era questo lo scopo del suo autore, che anzi mi suggeriva di abbandonarlo in questo caso.

(Come vedete questa non è una recensione, ma per forza di cose: come potrei recensire un romanzo che non ho davvero compreso?)

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Rainer Maria Rilke, Elegie duinesi – 1923

Rainer Maria Rilke, Elegie duinesi (tit. originale Duineser Elegien), Feltrinelli, Milano 2006. Traduzione di Michele Ranchetti e Jutta Leskien. Anno di pubblicazione originale 1923.

Come ho detto mille volte, non sono capace di recensire poesia. In particolare, avevo letto parti di questo libro anni fa, forse per qualche esame di letteratura tedesca o forse per altri motivi che non ricordo, e ora l’ho ripreso in mano perché avevo piacere di leggerlo dall’inizio alla fine. È stata una lettura faticosissima, le note sono pochissime e, soprattutto, manca un apparato critico che per testi di una tale complessità è secondo me indispensabile. Io non so niente di poesia, per quanto sappia forse qualcosa (ma assolutamente non abbastanza) di letteratura tedesca. Per questo motivo ho avuto molte difficoltà a capire questo testo. Nell’avvertenza i due traduttori lamentano il fatto che le Elegie duinesi siano spesso lette per la loro bellezza poetica e che ne vengano conseguentemente ricordati solo alcuni passaggi, i più famosi. Beh, proprio per questo avrei davvero gradito un’introduzione, un commento all’opera, qualcosa che mi spiegasse cosa stavo leggendo. In mancanza di questo, anche io non potrò che ricordare alcuni passaggi di queste elegie.

Vi riporto dunque parte della decima e ultima elegia, secondo me la più bella.

[…]

Più avanti ancora è tratto l’adolescente; ama
forse una giovane Dolente…… La segue nei prati. Lei dice:
– Lontano. Noi abitiamo là fuori… Dove? E l’adolescente
la segue. Lo commuove il portamento. La spalla, il collo –, forse
è di splendida origine. Ma lui la lascia, va indietro,
si gira, accenna… Che è mai? È una Dolente.

Solo i giovani morti, nel primo stato
di tranquillità senza tempo, nel disabituarsi,
volentieri la seguono. Fanciulle,
le aspetta e se le amica. Mostra a loro
lieve ciò che ha su di sé. Perle del soffrire e i fini
veli dell’indulgenza. – Con adolescenti cammina
in silenzio.

Ma là dove abitano, nella valle, una Dolente più anziana
si prende cura dell’adolescente, quando lui chiede. – Eravamo,
lei dice, una grande stirpe, una volta, noi Dolenti. I padri
facevano là i minatori nella grande montagna; dagli uomini
trovi, talvolta, un pezzo levigato di primordiale dolore,
oppure ira d’antico vulcano, pietrificata a scorie.
Sì, questo veniva da là. Ricchi una volta eravamo. –

E lo guida leggiero nell’ampio paesaggio delle Dolenti,
gli mostra le colonne dei templi o le rovine
di quelle rocche, da dove i loro principi dolenti
dominavano saggi un tempo il paese. Gli mostra
i grandi alberi di lacrime e campi di mestizia in fiore,
(viventi li conoscono solo come mite fogliame);
gli mostra al pascolo gli animali del lutto, – e a volte
un uccello spaventa, e piatto volando
traverso il loro sguardo, trae lontano
l’immagine scritta del suo grido solitario. –
La sera lo guida ai sepolcri degli avi
dalla stirpe dolente, le sibille e gli ammonitori.
Ma se notte si avvicina camminano più piano,
e presto si fa luna, il monumento funebre
che su tutto vigila. Fratello all’altro sul Nilo,
la Sfinge maestosa: – della segreta camera
volto.
Ed essi si meravigliano alla testa coronale, che per sempre,
tacendo, ha posto il volto degli uomini
sulla bilancia delle stelle.

La vista di lui non lo coglie, nella vertigine
del giovane morto. Ma lo sguardo di lei,
dall’orlo dello pschent, fa sfuggire la civetta. Ed essa
sfiorando in una lenta carezza la guancia,
là dov’è più rotonda, disegna dolcemente nel nuovo
udito da morto sopra un foglio due volte aperto
l’indescrivibile contorno.

E più in alto le stelle. Nuove. Le stelle del paese del dolore.
La Dolente le nomina adagio: – qui,
vedi: il Cavaliere, la Verga, e la costellazione più colma
la chiamano: Ghirlanda di frutta. Poi, avanti, verso il polo:
CullaCamminoIl Libro brucianteMarionettaFinestra.
Ma nel cielo del Sud, puro come nel palmo
di una mano benedetta, la chiara splendente “M”,
che significa le Madri…… –

Ma il morto deve andarsene, e tacendo lo porta
la Dolente più anziana sino alla gola della valle,
dove scintilla nella luce lunare:
la fonte della gioia. Reverente
la nomina, dice: – Tra gli uomini
è un grande fiume trascinante. –

Stanno ai piedi del monte.
E lei qui lo abbraccia, piangendo.

Da solo si incammina nei monti del dolore primordiale.
E per la sorte muta neppure il suo passo risuona.

[…]

Elizabeth von Arnim, Un incantevole aprile – 1922

Elizabeth von Arnim, The Enchanted April, pubblico dominio.

Dopo aver letto Amore pochi mesi fa, mi è venuto voglia di leggere altro di Elizabeth von Arnim, così ho scaricato questo libro che nella versione originale inglese è disponibile come opera di pubblico dominio, mentre in italiano è stato pubblicato nel 2017 da Fazi con il titolo in oggetto.

La scrittura di questa autrice è tornata ad affascinarmi e l’ho trovata incantevole, proprio come il titolo del romanzo. Così come incantevole è la storia narrata. Chiariamoci subito: il libro non è un capolavoro, ma è una lettura estremamente piacevole e per me tanto basta.

La signora Wilkins è una donnetta un po’ scialba, triste, insoddisfatta, insignificante. Un giorno vede sul giornale un annuncio in cui si cercano persone che prendano in affitto una dimora signorile a San Salvatore, in Liguria, per il mese di aprile. La povera signora Wilkins inizia subito a sognare di andare in quel posto che immagina meraviglioso e, prendendo il coraggio a due mani, si fa avanti con la signora Arbuthnot, che conosce soltanto di vista, per chiederle se vuole prendere in affitto la casa insieme a lei. La signora Arbuthnot è una donna pacata, tranquilla, religiosa, volenterosa di aiutare i più poveri. La signora Arbuthnot pensa subito che la signora Wilkins sia una stravagante, e si chiede come trattarla, ma quella strana richiesta la attira tantissimo. Entrambe le signore vogliono solo scappare dalla loro vita quotidiana che le rende insoddisfatte accanto a due mariti che sembrano non amarle più. Insieme troveranno altre due donne disposte a dividere l’affitto e, a fine marzo, partiranno da Londra per l’Italia.

Il romanzo è la storia di questa decisione e, principalmente, di quell’incantevole mese di aprile trascorso a San Salvatore, un luogo meraviglioso che sembra contagiare tutti gli abitanti con la propria bellezza. Le quattro donne non saranno certo immuni al fascino del luogo, sebbene all’inizio siano tutte un po’ (o molto) chiuse, fatta eccezione per l’esuberante signora Wilkins. Quest’ultima sembra capace di vedere oltre: oltre le apparenze, in profondità, sa trovare la bellezza ovunque e capisce fin da subito che la magia di San Salvatore colpirà tutte loro.

In ultima analisi, cos’è San Salvatore se non un luogo in cui la bellezza fa sbocciare l’amore e spazza via tutti i pensieri, le preoccupazioni, le fissazioni? Anche laddove sembra meno probabile, l’amore finirà per trionfare nel cuore delle quattro donne, che si arrenderanno infine all’atmosfera magica di San Salvatore.

Un romanzo poco impegnativo, certamente, e anche di poche pretese, ma delizioso. Inoltre l’autrice scrive molto bene e in tutte le pagine sembra quasi di respirare l’aria pulita di San Salvatore, il profumo dei fiori, l’atmosfera di calma e bellezza. Per tutta la lettura mi è quasi sembrato di essere immersa in quel paesaggio bellissimo. La scrittura di Elizabeth von Arnim è coinvolgente e avvolgente. Il libro è un vero gioiellino. Se vi approccerete a questo romanzo senza aspettarvi un capolavoro né il libro in grado di cambiarvi la vita, non ne resterete delusi.

Walter de la Mare, La donna in miniatura – 1921

Walter de la Mare, Memoirs of a Midget, pubblico dominio.

Questo romanzo, il cui titolo sarebbe letteralmente traducibile come “Memorie di una nana”, è stato pubblicato in Italia da Alet come La donna in miniatura. Sconsiglio di leggere la presentazione della versione italiana perché, almeno quella presente su Goodreads, è del tutto fuorviante.

Questo romanzo è costituito dalle memorie di una donna piccolissima (trovo il titolo italiano molto azzeccato), la signorina M., di cui non sapremo mai il nome ma soltanto l’iniziale. In queste memorie la signorina M. racconta della sua infanzia e giovinezza, fino ai 21 anni, ovvero la maggiore età a quell’epoca.

Veniamo a sapere che la signorina M. rimane orfana piuttosto presto, perché i genitori muoiono a poca distanza di tempo l’una dall’altro. La ragazza ha pochi soldi di rendita perché il padre ha sperperato tutto, ma questa piccola rendita le consente di andare a vivere con la signora Bowater in un altro paesino del Kent, non lontano da dove è nata e cresciuta. La signora Bowater si affeziona tantissimo alla signorina M., la tratta quasi come se fosse un membro della famiglia, e questo affetto è ricambiato. La signora Bowater ha una figlia, Fanny, che non vive con lei ma va a trovarla durante le feste. Fanny è una ragazza bellissima, intelligente, e la signorina M. se ne innamora perdutamente, non ricambiata. Poco dopo la signorina M. conoscerà un ragazzo più o meno delle sue stesse dimensioni, il quale a sua volta si innamorerà perdutamente di lei, non ricambiato dato che la ragazza non fa che pensare a Fanny.

Le due ragazze sembrano diventare amiche, ma Fanny è tanto bella quanto capricciosa e, una volta tornata a casa sua, non scriverà quasi mai alla signorina M. se non per chiederle dei soldi, che la ragazza, innamoratissima, non può negarle, anche a costo di rimanere in ristrettezze. La signorina M. diventa amica anche del ragazzo, il quale non cesserà di amarla di un amore sincero per tutto il romanzo.

A un certo punto la signorina M. finisce a Londra, dove una conoscente della signora Bowater, la signora Monnerie, decide di portarla con sé – non per gentilezza, si scoprirà in seguito, ma come pezzo da collezione.

Le vicissitudini della signorina M. non sono finite qui, fino a giungere a un finale che mi è piaciuto molto più del resto del libro in quanto sembra dare un senso a tutto ciò che c’è stato prima.

La particolarità della signorina M. è che si tratta appunto di una “donna in miniatura”, come dice il titolo italiana: non è affetta da deformazioni, è in tutto e per tutto una bella ragazza, solo che è minuscola, tanto che i bambini a volte pensano che sia una bambola e la reclamano per sé. Naturalmente non tutti i bambini avranno questa reazione, ci saranno anche quelli che le correranno dietro prendendola pesantemente in giro.

La vita della signorina M. sembra felice, ma non lo è davvero: sia per il suo amore sfortunato e non ricambiato, sia perché viene spesso trattata con sufficienza dalla maggior parte delle persone, anche se non da tutte. Non arriva davvero a essere considerata un fenomeno da baraccone (seppure alla fine questo sarà destinato a cambiare…), ma è comunque considerata alla stregua di un oggetto tanto carino. Addirittura, quando pensano che non senta, i suoi ospiti si spingono fino a dire cose del tipo “ha pensieri praticamente umani”, anche se non sono le parole precise perché non le ricordo esattamente. Di conseguenza la gente si stanca facilmente di lei, quando la novità della “nanetta” carina si esaurisce nel giro di qualche tempo.

Penso che nel 1921, quando questo libro è stato pubblicato per la prima volta, il romanzo sia stato visto come molto innovativo, perché i “nani” erano ancora visti come fenomeni da baraccone, e pensiamo solo come potesse essere accolta una nana lesbica! Tuttavia non posso dire niente perché non conosco la storia della pubblicazione e della ricezione di quest’opera. Sono solo mie supposizioni.

Di fatto il libro, parlando della vita della signorina M., parla dell’essere diversi, dell’amore, del rifiuto sociale e amoroso, del valore dell’amicizia. I contenuti interessanti e “profondi” quindi non mancano. Resta però il fatto che ho trovato questo romanzo inutilmente lungo (sono 432 pagine nella versione italiana, un po’ meno in quella inglese) e, di conseguenza, spesso noiosetto. È piacevole da leggere, la vita della signorina M. è interessante e altrettanto lo sono i temi affrontati, ma l’ho trovata una lettura da prendere a piccole dosi per non rischiare di addormentarmi. Forse l’avrei apprezzato maggiormente se fosse stato meno lungo. In conclusione, ben lontano dall’essere un capolavoro, è comunque una lettura piacevole e diversa.

Edith Wharton, L’età dell’innocenza – 1920

Edith Wharton, The Age of Innocence, pubblico dominio.

Pochi mesi fa ho letto Ethan Frome, che mi è piaciuto moltissimo. Ho subito avuto voglia di approfondire questa autrice, di cui non avevo letto niente prima, e mi è stato consigliato L’età dell’innocenza, che peraltro avevo già in audiolibro. Vista la mia totale incapacità di concentrarmi nell’ascolto degli audiolibri, ho ripiegato sull’ebook che, in inglese, si trova gratuitamente su Project Gutenberg, essendo ormai di pubblico dominio. Ho colto l’occasione di leggerlo per le mie letture dell’ultimo secolo: questo libro, infatti, è stato pubblicato nel 1920. Inoltre, nel 1921 ha vinto il prestigioso premio Pulitzer.

Tutti questi elementi mi hanno portato ad aspettarmi molto da questo romanzo. Mi sono detta, se l’autrice è riuscita a concentrare tanta maestria e tanta bellezza in una novella di meno di cento pagine (Ethan Frome, appunto), cosa sarà stata capace di fare in un romanzo, che peraltro è considerato uno dei suoi capolavori?

Newland Archer è un giovane che vive a New York negli anni Settanta dell’Ottocento. È fidanzato con May Welland, una ragazza in tutto e per tutto perfetta… ma non può evitare di innamorarsi perdutamente della cugina di lei, Ellen Olenska, quando questa torna a New York dopo il fallimento del suo matrimonio con un conte polacco in Francia. Il romanzo ruota intorno a questo dilemma morale di Archer: riuscirà o no ad andare contro le convenzioni della sua classe sociale e a seguire il suo cuore?

Ellen, peraltro, è generalmente malvista nella società newyorkese perbene, in quanto ha lasciato il marito (e poco importa che lui fosse una specie di mostro) e, si mormora, ha avuto una relazione con il segretario di lui. Inoltre Ellen, avendo vissuto tanto tempo in Europa, quasi non ricorda più quali siano le convenzioni newyorkesi a cui prestare attenzione, e non si fa problemi, ad esempio, a frequentare persone reputate meno “rispettabili” del necessario. May invece è una ragazza d’oro: bella, generosa, fa parte della buona società, di cui rispetta tutte le convenzioni… Appare poco intelligente, poco briosa, poco interessante se paragonata a Ellen, ma non è poi un personaggio così piatto come sembra all’inizio.

Archer è appunto dilaniato tra queste due donne. Ma non si tratta tanto di amare l’una o l’altra, per quanto questo sia certo importantissimo. Il punto focale della questione è piuttosto un altro: seguire le convenzioni sociali o infrangerle spudoratamente, apertamente, brutalmente, in una società chiusa e “retrograda” (perlomeno in quanto a visione del mondo) come quella newyorkese dell’epoca? Per cui l’amore, sebbene sia o appaia il tema principale, è in realtà accessorio a una tematica più profonda e più moderna.

Detto questo, il libro non mi è piaciuto molto, perché, sebbene fosse fin da subito chiaro che l’intento dell’autrice era più profondo, tutto questo girare intorno all’amore mi ha annoiato. Mi sembrava quasi di leggere Jane Austen all’inizio, ed è da notare che non la sopporto! Il romanzo si è comunque risollevato nei capitoli finali, proprio gli ultimi due, nei quali la situazione precipita verso una soluzione del dilemma. E il finale stesso, gli ultimi paragrafi, sono eccezionali, Wharton non avrebbe potuto scrivere di meglio, non avrebbe potuto trovare conclusione più degna. Tuttavia, il mio giudizio generale su questo libro resta tiepido. Voglio comunque continuare a leggere altro di questa autrice, per decidere un po’ più chiaramente se è nelle mie corde.