Conundrum

Nobody really knows why some children, boys and girls, discover in themselves the inexpungable belief that, despite all the physical evidence, they are really of the opposite sex. It happens at a very early age. Often there are signs of it when the child is still a baby, and it is generally profoundly ingrained, as it was with me, by the fourth or fifth year. Some theorists suppose the child to be born with it: perhaps there are undiscovered consitutional or genetic factors, or perhaps, as American scientists have lately suggested, the foetus has been affected by misdirected hormones during pregnancy. Many more believe it to be solely the result of early environment: too close an identification with one or the other parent, a dominant mother or father, an infancy too effeminate or too tomboyish. Others again think the cause to be partly constitutional, partly environmental – nobody is born entirely male or entirely female, and some children may be more susceprible than others to what the psychologists call the ‘imprint’ of circumstance.
Whatever the cause, there are thousands of people, perhaps hundreds of thousands, suffering from the condition today. It has recently been given the name trans-sexualism, and in its classic form is as distinct from transvestitism as it is from homosexuality. Both transvestites and homosexuals sometimes suppose they would be happier if they could change their sex, but they are generally mistaken. The transvestite gains his gratification specifically from wearing the clothes of the opposite sex, and would sacrifice his pleasures by joining that sex: the homosexual, by definition, prefers to make love with others of his own sort, and would only alienate himself and them by changing. Trans-sexualism is something different in kind. It is not a sexual mode or preference. It is not an act of sex at all. It is a passionate, lifelong, ineradicable conviction, and no one true trans-sexual has ever been disabused of it.

Da: Jan Morris, Conundrum, faber and faber, London 1974. 148 pagine.

An Unquiet Mind

So why would I want anything to do with this illness? Because I honestly believe that as a result of it I have felt more things, more deeply; had more experiences, more intensely; loved more, and been more loved; laughed more often for having cried more often; appreciated more the springs, for all the winters; worn death “as close as dungarees,” appreciated it – and life – more; seen the finest and the most terrible in people, and slowly learned the values of caring, loyalty, and seeing things through. I have seen the breadth and depth and width of my mind and heart and seen how frail they both are, and how ultimately unknowable they both are. Depressed, I have crawled on my hands and knees in order to get across a room and have done it for month after month. But, normal or manic, I have run faster, thought faster, and loved faster than most I know. And I think much of this is related to my illness – the intensity it gives to things  and the perspective it forces on me. I think it has made me test the limits of my mind (which, while wanting, is holding) and the limits of my upbringing, family, education, and friends.

Da: Kay Redfield Jamison, An Unquiet Mind. A Memoir of Moods and Madness, Picador, London 1996. 224 pagine.

Credere ancora a Babbo Natale

Caro Babbo Natale,

Non sai quanto ti invidio, tu che ogni anno giri il mondo in una notte, mentre io, in ventinove che ci provo, ho ancora così tanti posti da vedere. Quest’anno di passaggio per Lisbona ho visitato Cabo da Roca, il punto più a Ovest dell’Europa. Chissà quante volte avrai intravisto dal bel mezzo dell’Atlantico quella luce intermittente che segna il confine occidentale del continente. Sorrido scrivendoti, ma faccio fatica a immaginare la tua slitta sfrecciare sopra l’oceano.
Mentre dalla scogliera a picco sul mare osservavo le onde infrangersi contro la costa dopo migliaia di chilometri di viaggio nell’oceano, mentre mi investiva il soffio del vento che da settimane non toccava terraferma, mi sono sentita come quei marinai che scrutavano l’ignoto alla ricerca di nuove terre, nuove ricchezze e soprattutto di se stessi e dei propri limiti.
L’odore del mare, il sapore dell’avventura, il richiamo dell’orizzonte infinito. Abbandonare porti sicuri, puntare il timone  a Ovest senza voltarsi mai, sfidare l’immensità dell’Atlantico.
E poi quella sensazione a metà tra adrenalina e paura, quel misto di eroismo e pazzia, la somma di incoscienza e presunzione. Partire, andare via anche a costo di non tornare più, anche a costo di rischiare la propria vita.
Se è vero che ai giorni nostri è impossibile scovare un angolino di pianeta inesplorato, se è vero che non esistono più terre da scoprire, valichi da oltrepassare, capi da doppiare, è altrettanto vero che c’è qualcosa in costante mutamento capace di conferire una luce sempre nuova ai posti che visitiamo: sono le persone, il progresso a cambiare la faccia delle città, i modi di pensare e di vivere. Entrare in contatto con nuove culture, scoprire i cambiamenti di quelle già conosciute è ciò che più di ogni cosa mi piace fare. La Berlino di oggi è completamente diversa da quella di vent’anni fa, i paesi dell’est cambiano radicalmente a mano a mano che entrano nell’Unione Europea e pure la stessa Torino, che negli ultimi anni ha scoperto il piacere di bere un caffè all’aperto, ora è tappezzata di dehor e impazzisce per i baretti lungo Po nella zona dei Murazzi. Il cambiamento è dietro l’angolo, nel quartiere dove siamo nati, nel paesino di montagna dove passavamo le estati. La riscoperta di luoghi conosciuti è diventata il mio personale modo di esplorare il mondo.
Ed ecco qui il mio desiderio per quest’anno: dopo aver visto il punto più a Ovest d’Europa ti chiedo un viaggio alla ricerca del punto più a Ovest del pianeta, un viaggio senza fine inseguendo il tramontare del sole.
Impossibile? forse hai ragione, ma se ci arrendiamo di fronte all’impossibile a cosa servono i sogni? E soprattutto a cosa servi tu caro Babbo Natale?

Baci
Chiara

Da: Daniele Cappato, Credere ancora a Babbo Natale, Amazon, 2012. 79 pagine.

Daniele ha anche un blog, Due Minuti da Leggere, dove pubblica i suoi racconti.

AAA passaporto cercasi

La vacanza barese è finita. Si torna a casa.
La geniale organizzazione prevede che Elasti-mamma parta sola all’alba. Mister Wonder e gli hobbit arriveranno in serata.
Elasti-mamma ha le vertigini. Non viaggia senza appendici da quasi quattro anni e riscopre la magica ebbrezza della solitudine.
Arriva a Felicity Place. La casa sembra una discarica.
La signorina Esmeralda, che avrebbe dovuto rimediare ai disastri natalizi e restituire un po’ di decoro a questo posto, ha il cuore infranto perché il suo fidanzato è tornato in Ecuador. Pertanto se ne frega dell’elasti-famiglia e dell’elasti-sporcizia. Come darle torto?
Elasti-mamma appoggia i trenta chili di bagagli familiari. Dovrebbe fare almeno quattro lavatrici, la spesa, preparare qualcosa di commestibile per gli hobbit, e subito dopo andare in redazione.
Ma è sola in casa e non succede mai.
Scavalca il cubo multi-attività, calpesta un tappeto di carte da regalo e inciampa sui pennarelli lavabili. Plana in bagno. Riempie la vasca di acqua bollente e schiuma. Musica a palla. Chiude gli occhi e se ne frega anche lei, come Esmeralda.

Driiin driiin driiin.
È Mister Wonder, da Bari. Riportati gli hobbit a casa, domani andrà in America, per un convegno di supereroi.
«Elasti, ho chiamato in questura a Milano e il mio passaporto non c’è. Mi avevano garantito che entro oggi sarebbe arrivato. Devo avere il passaporto. Se non riesco a partire è un dramma.»
«Stai scherzando? Non posso muovermi. Questa casa è un inferno. Non mi sono fermata un secondo. Sto mettendo a posto, sto pulendo-lavando-stirando. Devo fare la spesa, cucinare, andare a lavorare», mente lei, immersa tra le bolle.
«Ti prego, solo tu mi puoi aiutare», implora lui.
Ai convegni di supereroi si decidono le strategie per combattere i mostri, per evitare l’invasione di ultracorpi, per sconfiggere gli alieni.
Elasti-mamma non può sottrarsi ai suoi doveri superiori. È in missione.
Va al commissariato di Felicity Place. La poliziotta dell’ufficio passaporti, faccia da schiaffi, la tratta a pesci in faccia.
Dopo tre minuti Elasti-mamma si mette a urlare. Resiste alla tentazione di insultare la poliziotta e tutta la sua famiglia solo perché se lo facesse la arresterebbero.
Viene spedita dalla faccia da schiaffi al quartier generale dei passaporti, in pieno centro.
Si precipita. Ci sono quattromila persone in fila. Scarica l’elasti-nervosismo raccontando il suo dramma ai vicini. Cerca di impressionare i presenti descrivendo i pericoli che l’umanità corre se la missione fallisce. Li convnce e la fanno passare.
Accede al girone infernale. L’ufficio sta per chiudere e lei è sull’orlo di una crisi di nervi.
Improvvisamente si materializza un poliziotto, proprio di fronte a lei. Ora o mai più.
«Ho bisogno di lei», gli sussurra con voce implorante e languida, occhio da gallina innamorata, sguardo da fammi-tua-qui-e-ora. Con certi uomini funziona.
Ha funzionato. Il suo uomo le assicura che domani all’alba le consegnerà il passaporto nuovo.
Elasti-mamma chiama trionfante Mister Wonder. Si sente fichissima.
Prima ha rischiato l’arresto e dopo si è prostituita con il primo agente che passava. Però lo ha fatto per una nobile causa.

«Pronto, Mister Wonder? Sono io…»
«Sì…? Ah, amore, risolto! Sono riuscito a sistemare tutto da qui, per telefono. È stato facilissimo. Grazie comunque.»

Da: Claudia de Lillo, Nonsolomamma, Tea, Milano 2008. 270 pagine.

Il blog di Nonsolomamma.

Gli arancini di Montalbano

Il primo a cominciare la litania, o la novena o quello che era, fu, il 27 dicembre, il questore.
«Montalbano, lei naturalmente la notte di Capodanno la passerà con la sua Livia, vero?»
No, non l’avrebbe passata con la sua Livia, la notte di capodanno. C’era stata tra loro due una terribile azzuffatina, di quelle perigliose perché principiano con la frase «Cerchiamo di ragionare con calma» e finiscono inevitabilmente a schifìo. E così il commissario se ne sarebbe rimasto a Vigàta mentre Livia se ne sarebbe andata a Viareggio con amici dell’ufficio.
«Perché altrimenti saremmo felici d’averla a casa nostra. Mia moglie è da tempo che non la vede, non fa altro che chiedere di lei.»
Il commissario stava per slanciarsi in un «sì» di riconoscenza, quando il questore seguitò:
«Verrà anche il dottor Lattes, la sua signora è dovuta correre a Merano perché ha la mamma che non sta bene.»
E manco a Montalbano stava bene la prisenza del dottor Lattes, soprannominato «Lattes e mieles» per la sua untuosità. Sicuramente durante la cena e doppo non si sarebbe parlato d’altro che dei «problemi dell’ordine pubblico in Italia», così si potevano intitolare i lunghi monologhi del dottor Lattes, capo di Gabinetto.
«Veramente avevo già preso…»
Il questore l’interruppe, sapeva benissimo come la pensasse Montalbano sul dottor Lattes.
«Senta, però, se non può, potremmo vederci a pranzo il giorno di Capodanno.»
«Ci sarò» promise il commissario.
Poi fu la volta della signora Clementina Vasile-Cozzo.
«Se non ha di meglio da fare, perché non viene da me? Ci saranno macari mio figlio, sua moglie e il bambino.»
E lui che veniva a rappresentare in quella bella riunione di famiglia? Rispose, a malincuore, di no.
Poi fu il turno del preside Burgio. Andava, con la mogliere, a Comitini, in casa di una nipote.
«È gente simpatica, sa? Perché non si aggrega?»
Potevano essere simpatici oltre i limiti della simpatia stessa, ma lui non aveva voglia d’aggregarsi. Forse il preside aveva sbagliato verbo, se avesse detto «tenerci compagnia», qualche possibilità ci sarebbe stata.
Puntualmente, la litania o la novena o quello che era si ripresentò in commissariato.
«Domani, per la notte di capodanno, vuoi venire con mia?» spiò Mimì Augello che aveva intuito l’azzuffatina con livia.
«Ma tu dove vai?» spiò a sua volta Montalbano, inquartandosi a difesa.
Mimì, non essendo maritato, sicuramente l’avrebbe portato o in una rumorosa casa di amici o in un anonimo e pretenzioso ristorante rimbombante di voci, risate e musica a tutto volume.
A lui piaceva mangiare in silenzio, un fracasso di quel tipo poteva rovinargli il gusto di qualsiasi piatto, macari se cucinato dal miglior cuoco dell’universo criato.
«Ho prenotato al Central Park» rispose Mimì.
E come si poteva sbagliare? Il Central Park! Un ristorante immenso dalle parti di Fela, ridicolo per il nome e per l’arredamento, dove erano stati capaci di avvelenarlo con una semplicissima cotoletta e tanticchia di verdura bollita.
Taliò il suo vice senza parlare.
«Va beni, va beni, come non detto» concluse Augello niscendo dalla cammara. Subito però rimise la testa dintra: «La virità vera è che a tia piace mangiare solo».
Mimì aveva ragione. Una volta, ricordò, aveva letto un racconto, di un italiano certamente, ma il nome dell’autore non lo ricordava, dove si contava di un paisi nel quale era considerato atto contro il comune senso del pudore il mangiare in pubblico. Fare invece quella cosa in prisenza di tutti, no, era un atto normalissimo, consentito. In fondo in fondo si era venuto a trovare d’accordo. Gustare un piatto fatto come Dio comanda è uno dei piaceri solitari più raffinati che l’omo possa godere, da non spartirsi con nessuno, manco con la pirsona alla quale vuoi più bene.
Tornando a casa a Marinella, trovò sul tavolino della cucina un biglietto della cammarera Adelina.

Mi ascusasi se mi primeto che dumani a sira esento che è capo di lanno e esento che i me’ dui fighli sunno ambitui in libbbirtà priparo ghli arancini chi ci piacinno. Se vosia mi voli fari l’onori di pasare a mangiare la intirizo lo sapi.

Adelina aveva due figli delinquenti che trasivano e niscivano dal càrzaro: una felice combinazione, rara come la comparsa della cometa di Halley, che si trovassero tutti e due contemporaneamente in libertà. E dunque da festeggiare sullennemente con gli arancini.
Gesè, gli arancini di Adelina! Li aveva assaggiati solo una volta: un ricordo che sicuramente gli era trasuto nel DNA, nel patrimonio genetico.
Adelina ci metteva due jornate sane sane a pripararli. Ne sapeva, a memoria, la ricetta. Il giorno avanti si fa un aggrassato di vitellone e di maiale in parti uguali che deve còciri a foco lentissimo per ore e ore con cipolla, pummodoro, sedano, prezzemolo e basilico. Il giorno appresso si pripara un risotto, quello che chiamano alla milanisa (senza zaffirano, pi carità!), lo si versa sopra a una tavola, ci si impastano le ova e lo si fa rifriddare. Intanto si còcino i pisellini, si fa una besciamella, si riducono a pezzettini na poco di fette di salame e si fa tutta una composta con la carne aggrassata, triturata a mano con la mezzaluna (nenti frullatore, pe carità di Dio!). Il suco della carne s’ammisca col risotto. A questo punto si piglia tanticchia di risotto, s’assistema nel palmo d’una mano fatta a conca, ci si mette dentro quanto un cucchiaio di composta e si copre con dell’altro riso a formare una bella palla. Ogni palla la si fa rotolare nella farina, poi si passa nel bianco d’ovo e nel pane grattato. Doppo, tutti gli arancini s’infilano in una padeddra d’oglio bollente e si fanno friggere fino a quando pigliano un colore d’oro vecchio. Si lasciano scolare sulla carta. E alla fine, ringraziannu u Signiruzzu, si mangiano!
Montalbano non ebbe dubbio con chi cenare la notte di capodanno. Solo una domanda l’angustiò prima di pigliare sonno: i due delinquenti figli d’Adelina ce l’avrebbero fatta a restare in libertà fino al giorno appresso?

Da: Andrea Camilleri, Racconti di Montalbano, Mondadori, Milano 2009. 656 pagine.