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Raharimanana, Lucernario (Madagascar)

Raharimanana, Lucernario (tit. originale Lucarne), Edizioni Lavoro, Roma 2000. Traduzione dal francese di Maurizio Ferrara.

Per me questa collana, “l’altra riva”, di Edizioni Lavoro, è sempre una garanzia. La casa editrice (della CISL) pubblica in questa collana autori di letterature meno conosciute, dimostrando molto coraggio nel portare in Italia libri che, vista la nostra continua diffidenza nei confronti di ciò che è “altro”, verosimilmente saranno poco comprati. E infatti alla fiera di Roma, Più Libri Più Liberi, sono sempre venduti in uno scatolone a pochi euro.

Ero dunque molto tranquilla nell’approcciarmi a questo libro, il primo di un autore malgascio pubblicato in italiano. Jean-Luc Raharimanana è nato nel 1967 in Madagascar e nel 1989 si è trasferito in Francia, dove vive, e infatti scrive in francese. Questo libro è stato pubblicato in Francia nel 1996 e tradotto in italiano nel 2000. Credo che nel frattempo Edizioni Lavoro abbia pubblicato un altro libro dello stesso autore, ma non ne sono sicura.

Si tratta di un libriccino di appena 90 pagine, una raccolta di brevi o brevissimi racconti. Marie-José Hoyet ci dice nell’introduzione che il Madagascar di Raharimanana (che poi non è mai nominato, l’ambientazione di questi racconti potrebbe essere qualsiasi paese) non è quello dei turisti, ma è quello più oscuro, cupo, nascosto, terribile. Questo non mi disturba, anzi, mi fa piacere conoscere un Madagascar più reale, anche se a leggere questa introduzione si tratta proprio del lato più oscuro del paese. Anche se, lo ripeto, il paese non è mai nominato, quindi francamente non mi spingerei a dire che l’autore con questi racconti abbia voluto rappresentare il suo paese. E lo spero bene, tra l’altro.

Questi racconti non sono solo cupi, ma sono di una violenza cieca abominevole. Dice Hoyet che in ognuno di questi racconti almeno uno dei protagonisti muore, e infatti così è. Ma le morti sono atroci, di una violenza inaudita, sempre per mano altrui, per mano di mostri che io non so quale mente possa mai partorire. La violenza di questi racconti è tale, ed è talmente totale, che io onestamente credo che non sia data nella realtà, o almeno lo spero. Alcune cose le abbiamo sentite fin troppe volte nei giornali o nei TG, come le storie di donne violentate e poi uccise. Ma altre cose io non voglio credere che esistano nella realtà, e non ve le sto neanche a raccontare perché le voglio dimenticare il prima possibile, anche se credo che popoleranno i miei incubi per un po’ di tempo.

Per me scrivere di violenza non è un problema, nel senso che sono cose che accadono nella vita reale, a volte addirittura quotidianamente, ed è giusto che se ne parli. Per esempio, è giusto che si parli di donne violentate e uccise, perché purtroppo sono fatti che avvengono spesso, troppo spesso. Certo, è sempre difficile leggere questo tipo di racconti o romanzi, ma ne vedo la necessità, vedo l’urgenza che l’autore sente nello scriverli. In questo caso, invece, non vedo alcuna necessità nel buttare in faccia al lettore tutto questo orrore.

Non per niente i racconti che ho minimamente apprezzato sono Vicoli e Strega, in entrambi i quali si parla di una donna violentata, con l’uomo che assiste impotente. Molto crudi anche questi, ma vi ho visto un barlume di necessità di raccontare fatti che realmente accadono. Strega poi finisce in modo veramente vile, perché la strega del titolo è proprio la donna violentata, che riesce a fuggire e viene presa per una strega dagli abitanti del villaggio, che inevitabilmente la linciano. Cosa che avviene spesso, seppure non in senso concreto, ma metaforico: pensiamo al linciaggio che subiscono tante donne violentate da parte di tante persone che non vogliono capire, linciaggio a parole, certo, ma che uccide quasi quanto la violenza fisica. In questo senso questi due racconti mi sono sembrati più realistici e, sebbene durissimi, li ho minimamente apprezzati. Gli altri sono degli orrori ambulanti, di cui non auguro la lettura al mio peggior nemico.

Poi possiamo dire che lo stile di Raharimanana è molto particolare, in quanto più che al parlato si avvicina al pensato, cioè ricalca fedelmente il modo in cui una persona terrorizzata potrebbe pensare: quindi un linguaggio frammentario, spezzettato, di cui a volte è anche difficile seguire il filo logico. Questo all’inizio mi sembrava un tratto interessante di questo autore, e probabilmente lo è davvero, ma andando avanti i racconti sono sempre più orribili, e francamente dello stile di scrittura non mi potrebbe interessare di meno.

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Journal-Gyaw Ma Ma Lay, La sposa birmana (Myanmar – Birmania)

Journal-Gyaw Ma Ma Lay, La sposa birmana (tit. originale birmano non indicato), O Barra O, Milano 2009. Traduzione dal francese di Giusi Valent.

Siamo in Birmania, in una piccola cittadina di provincia, verso l’inizio degli anni Quaranta. Wai Wai ha 17 anni quando conosce U Saw Han, vent’anni più vecchio di lei. La ragazza si innamora subito di questo strano birmano che vive come un inglese: pienamente colonizzato e asservito alla potenza dominante, pienamente assimilato. Vive in una casa con mobili sontuosi, mangia seduto a tavola con le posate, quando invece i birmani mangiano seduti a terra intorno a un tavolo basso, prendendo il cibo con le mani. U Saw Han beve alcolici, fuma sigarette inglesi, si comporta in tutto e per tutto come un inglese. Wai Wai è ricambiata nel suo amore: come potrebbe U Saw Han non innamorarsi del suo bel corpo, della sua bella carnagione, della sua dolcezza, dei suoi tentativi di comportarsi all’occidentale quando viene invitata a cena da lui con la sua famiglia?

E, naturalmente, i due si sposano. La famiglia di Wai Wai non è particolarmente contenta di questo matrimonio, perché sono intimoriti dai modi troppo occidentali di U Saw Han. Soprattutto il fratello di Wai Wai, un nazionalista birmano che lotta per l’indipendenza del Paese, non è contento della scelta della sorella. Ma la ragazza è innamorata e nessuno si sogna di impedire il matrimonio. Lei stessa è inizialmente dubbiosa, ma solo per il fatto di dover andare a vivere “lontano” dal padre malato, sebbene le due case siano a pochi passi l’una dall’altra.

Subito dopo il matrimonio ha inizio il dramma: U Saw Han è certamente innamoratissimo di Wai Wai ma, come direbbero oggi certi giornali, la ama troppo. Non è violento nei suoi confronti, o almeno non fisicamente. Ma esprime una violenza incredibile a livello psicologico. Wai Wai deve conformarsi al 100% ai canoni occidentali sposati dal marito: mangiare a tavola con le posate, non mangiare i cibi piccanti della tradizione, fare colazione con uova, pancetta, latte e burro, cambiarsi d’abito due volte al giorno… Ma il problema non è solo l’occidentalizzazione forzata e repentina, che pure Wai Wai vive con grande disagio e tristezza, legata com’è alle proprie radici. La violenza di U Saw Han si esplica anche sul piano relazionale: Wai Wai non deve passare troppo tempo con la sua famiglia di origine, le vengono fatte pochissime concessioni su questo, tanto che la donna si riduce ad andare a far visita a suo padre quando il marito è in ufficio. U Saw Han tratta sua moglie come se fosse una bambola di porcellana, una marionetta di cui è lui stesso a tirare i fili. Wai Wai deve fare esattamente quello che dice lui: dall’occidentalizzarsi al vedere raramente la famiglia allo stare a riposo perché lui la considera troppo debole per fare qualsiasi cosa.

Quando il padre di Wai Wai muore senza che lei sia riuscita a vederlo, perché il marito le ha proibito di andare a Rangoon, dove il padre si era ormai trasferito, Wai Wai conosce un primo (e unico) moto di ribellione, stroncato sul nascere dalla scoperta di essere incinta. Wai Wai è così disperata da non riuscire più a ribellarsi, da non provare quasi più niente, anche perché deve costantemente nascondere al marito le proprie emozioni. Ma non incolpa il marito della sua vita orribile, anzi dice esplicitamente che lui non ne ha colpa; secondo Wai Wai la colpa è soltanto sua perché è stata lei a decidere di sposarlo. Assistiamo quindi alla tipica auto-colpevolizzazione delle donne abusate dal proprio compagno (in qualsiasi modo esse siano abusate, perché la violenza psicologica non è inferiore a quella fisica).

In tutto questo il romanzo, scritto nel 1955 e considerato il più importante di questa scrittrice, è molto moderno, perché parla di una situazione che oggi vediamo accadere quotidianamente. La violenza sulle donne fa più orrore quando è fisica, quando si tratta di botte, quando arriva all’omicidio. Ma come dicevo la violenza psicologica non deve fare meno orrore, sebbene tutti noi tendiamo a percepirla molto meno – come avviene anche ai parenti di Wai Wai, che a un certo punto arrivano a pensare che tutto sommato U Saw Han ama molto la sorella e quindi lei deve sopportare (sebbene, per la maggior parte del libro, il loro punto di vista sia blandamente contrario al trattamento che il marito riserva alla moglie).

Sullo sfondo, la situazione politica della Birmania all’inizio degli anni Quaranta quando, scoppiata la guerra col Giappone, i nazionalisti sperano che questo li aiuti a ottenere l’agognata indipendenza dagli inglesi, solo per scoprire che non avverrà altro che la sostituzione di una potenza coloniale con un’altra.

È un libro che mi sento di consigliare caldamente, così come mi sento di consigliare di tenere d’occhio la casa editrice che lo pubblica, O Barra O, che io conosco e apprezzo già da tempo per il suo tentativo di diffondere in Italia la cultura e la letteratura asiatica.

Cynthia McLeod, The Cost of Sugar (Suriname)

15716956Cynthia McLeod, The Cost of Sugar (tit. originale Hoe duur was de suiker?), HopeRoad Publishing, London 2011. Traduzione di Gerald R. Mettam.

Il romanzo, originariamente scritto in olandese nel 1987, è recentemente stato pubblicato in Italia dalla casa editrice Leone, solo l’anno scorso, con il titolo Il prezzo della libertà.

Quando ho acquistato questo libro pensavo che si trattasse di un romanzo sulla schiavitù in Suriname nel Settecento. Invece il romanzo è molto di più o, a seconda dei punti di vista, molto di meno.

Il libro è ambientato in Suriname negli anni Sessanta e Settanta del Settecento e copre quasi venti anni di storia. I personaggi sono molti e, sebbene il narratore sia una terza persona onnisciente, gli avvenimenti vengono raccontati dal punto di vista dei vari personaggi. Le figure principali sono sicuramente Elza Fernandez e Sarith A’haron, due sorellastre che si conoscono dall’età di sette anni, quando il padre di Elza sposa la madre di Sarith. Sarith, come molti dei personaggi di questo libro, è ebrea, mentre Elza non lo è perché, com’è noto, soltanto i figli di madre ebrea sono considerati ebrei, e la madre di Elza era una cristiana sposata a un ebreo. Altri personaggi molto importanti sono gli schiavi.

Sarith è una ragazza molto bella che fa grande uso della sua bellezza e delle sue arti di seduzione per irretire ragazzi e uomini di qualunque età, con i quali non si fa problemi ad andare a letto nonostante la rigida morale sia dell’epoca che della sua religione. Questo è un fatto davvero straordinario se si pensa che il libro è ambientato nel Settecento, così come è straordinario il matrimonio misto fra il padre e la madre di Elza che, come detto, appartengono a due religioni diverse. Ignoro se questo possa essere corrispondente alla realtà storica; in Europa cose del genere in quel periodo sarebbero state impensabili, ma è possibile che la vita nelle colonie americane fosse più rilassata.

Elza invece è una brava ragazza, che si innamora dell’olandese Rutger, da poco giunto nella colonia. Presto i due convoleranno a nozze, mentre Sarith, nonostante il suo fascino, resta da sola per molto tempo, cosa che, da ragazzina viziata qual è, la fa infuriare.

Dicevo che altri personaggi importanti sono gli schiavi: penso a Mini-mini, la schiava personale di Sarith, ma anche a Maisa, la schiava di Elza, e ad Alex, lo schiavo di Rutger. Quest’ultimo, appena arrivato dall’Europa, inizialmente fatica ad abituarsi all’idea degli schiavi, ma vedremo che ben presto si adatterà alle varie usanze del Paese che lo ospita.

Importante, oltre alla storia delle due sorellastre e delle loro vicende sentimentali, è anche il tema della schiavitù, che viene delineato molto bene nel corso di tutto il romanzo parlando della vita quotidiana degli schiavi nelle piantagioni. Dunque veniamo a sapere come venissero trattati da padroni più e meno illuminati, quali fossero i loro pensieri, idee e fedeltà, quali trattamenti fossero loro riservati nelle piantagioni appartenenti a padroni meno progressisti. L’autrice ci racconta anche la storia delle rivolte degli schiavi che si sono verificate in quel periodo, narrandoci i vari atti sanguinosi che sono stati compiuti ma facendoci vedere sia il punto di vista dei bianchi che quello degli schiavi.

McLeod è molto brava nel delineare la vita degli schiavi, anche se va detto che a volte i due piani della narrazione (vita delle due ragazze e schiavitù) appaiono un po’ separati e messi insieme quasi a forza. A un certo punto c’è anche un episodio del tutto scollegato dal contesto, quando vediamo come un ragazzo olandese vada in Suriname per fare la guerra e portare a casa l’oro che lì si dovrebbe trovare. L’episodio non ha alcun collegamento con il contesto se non che il ragazzo partecipa alla guerra contro gli schiavi e ha un breve incontro con l’amante di Sarith. In realtà questo episodio ha il solo scopo di mostrarci come i neri fossero delle persone dotate di grande umanità e come non se la prendessero coi soldati perché li ritenevano soltanto dei poveri sfruttati. È dunque un episodio del tutto emotivo che riesce bene nel suo intento ma, molto semplicemente, non c’entra niente con il resto del romanzo.

Inoltre alcuni avvenimenti sembrano un po’ inverosimili, tipo certi innamoramenti di Sarith verso una determinata persona che prima aveva detto non piacerle.

Pertanto il romanzo non è privo di difetti, ma è una storia molto emozionante e che non lascia facilmente al lettore il desiderio di staccarsi dalle pagine. In buona sostanza, nonostante le evidenti pecche, a me è piaciuto molto e, visto che è stato finalmente tradotto in italiano, mi sento di consigliarlo.

Outhine Bounyavong, Mother’s Beloved (Laos)

Outhine Bounyavong, Mother’s Beloved. Stories from Laos (tit. originale Phæng mæ), University of Washington Press, Seattle – London 1999. Traduzione di Daniel Duffy e Bounheng Inversin. 163 pagine.

Ho voluto leggere questo libro, che ho trovato senza difficoltà in una libreria online inglese, per il mio giro del mondo. Ma sinceramente ne avrei fatto volentieri a meno, vista la qualità, anche se è tuttavia un buon modo per conoscere un po’ la cultura laotiana. Credo che per questo, però, sia possibile trovare libri migliori, anche se magari non scritti da autori locali, ma è solo una supposizione.

Si tratta di una raccolta di racconti di Outhine Bounyavong, uno dei più importanti scrittori laotiani del XX secolo. Fino a qualche centinaio di anni fa, ci dice l’introduzione, la letteratura laotiana era per lo più religiosa, e dunque buddhista, mentre quasi non esistevano testi secolari. Questo è cambiato non moltissimo tempo fa, e appunto Bounyavong è stato uno degli autori più importanti della letteratura laotiana di stampo non religioso. Questo mi fa pensare che avrei preferito leggere libri di stampo religioso, se fossero stati disponibili in una lingua a me nota.

Questo è il primo libro laotiano tradotto in inglese, non so se in seguito ve ne siano stati altri, anche se dalle mie ricerche non mi risulta. Ma può sempre darsi che io non abbia cercato bene.

Sono pochi racconti, con testo originale a fronte, che narrano la vita quotidiana nel Laos della seconda metà del Novecento. Da un punto di vista culturale sono interessanti, ma non purtroppo da un punto di vista letterario.

Bounyavong ama fare quasi sempre la morale alla fine dei suoi racconti. Per esempio, c’è un ragazzo che va in bici, o a volte addirittura in moto, e decide di dare un passaggio alle persone che possono permettersi soltanto di andare a piedi. Poi un giorno incontrerà la madre di una ragazza a cui aveva dato un passaggio, e si sentirà molto fiero di se stesso per questa buona azione. Oppure, una ragazzina trova una cintura d’argento e decide di tenerla per sé, anche quando scoprirà che si tratta della preziosa cintura di una sua amica. Infine la restituirà anonimamente, e tutti vissero felici e contenti.

Sono, appunto, quasi più fiabe che racconti, proprio per la morale che non fanno mai mancare a chiusura del racconto stesso. Manca però la dimensione fiabesca, sognante, magica, o anche folkloristica. Certo, da questi racconti veniamo a sapere che, al di fuori della capitale Vientiane, il Laos è poverissimo e la gente spesso non può permettersi di andare a scuola per molti anni o di possedere un mezzo di locomozione. Tutto questo è molto interessante, ma allora avrei preferito un libro di storia o di cultura locale che mi raccontasse queste cose. Purtroppo questo è un libro con poca letteratura dentro. Non che sia così brutto, ma semplicemente questi racconti, almeno a me, non hanno lasciato niente. Un vero peccato.

Varujan Vosganian, Il libro dei sussurri (Romania)

Varujan Vosganian, Il libro dei sussurri (tit. originale Cartea șoaptelor), Keller, Rovereto 2011. Traduzione di Anita Natascia Bernacchia. 470 pagine, 18,50 euro.

«Io sono, più di ogni altra cosa, quel che non sono riuscito a compiere.
La più vera delle vite che indosso, come un fascio di serpenti annodato a un’estremità, è la vita non vissuta. Sono un uomo che su questa terra ha vissuto immensamente. E che nella stessa misura non ha vissuto.»

Con un incipit di una tale bellezza, questo libro si preannunciava un capolavoro. Ed è così che lo descrivono molte recensioni trovate in rete. Ma secondo me non lo è: è un libro bello, ma al capolavoro non si avvicina neanche. Non è molto bello, semplicemente bello.

Quando l’ho acquistato, per qualche motivo, pensavo che fosse un libro sul genocidio armeno, invece è un libro sulla famiglia dell’autore e sulla diaspora. Certo, si parla anche del genocidio, e quelle sono le pagine più belle e più terribili del libro. Ma Vosganian parla anche di tante altre cose, anche se forse tutte quante ruotano proprio intorno al genocidio del 1915, di cui tra l’altro proprio ieri si commemorava il 101esimo anniversario.

Ma andiamo con ordine. Prima vorrei presentarvi l’autore, Varujan Vosganian, romeno di origine armena, o se preferite armeno di Romania. Nato e vissuto in Romania, ne è stato anche il ministro dell’economia e delle finanze e ne è un importante esponente politico. Ma la sua famiglia è genuinamente armena, emigrata in Romania a seguito del genocidio del 1915.

Il libro, a metà fra fiction e non fiction, ovvero fra romanzo e realtà storica, è molto sconnesso, ma lo è volutamente. I salti temporali sono continui, anche all’interno di uno stesso paragrafo l’autore può passare dal 1915 al 1958 senza farsi problemi. Questo rende il libro di molto difficile lettura, almeno dal mio punto di vista. Questo continuo andare avanti e indietro nel tempo può forse piacere ad alcuni lettori, ma a me ha solo irritato e non mi ha permesso di seguire bene l’evoluzione delle vicende. Del resto, è Vosganian stesso, autore-narratore, a dirlo: questo non è un libro di storia, ma si avvicina piuttosto a un libro di salmi, in quanto racconta la storia dei vinti. E ha ragione, se cercate un libro che vi racconti i fatti del genocidio e della diaspora, dovrete rivolgervi altrove. Qui c’è sentimento e invenzione letteraria, accanto alla Storia.

Nel libro si intrecciano personaggi che hanno fatto parte della vita e della famiglia dell’autore e importanti personaggi storici come Komitas, religioso e compositore morto pazzo a Parigi dopo aver vissuto il genocidio, o come Armen Garo, organizzatore dell’occupazione della Banca Ottomana nel 1896 e la mente dietro l’operazione Nemesis, operazione di cui pure si parla moltissimo nel romanzo.

Il romanzo si chiama così perché gli armeni anziani protagonisti dell’infanzia di Vosganian non parlavano ad alta voce, ma molto spesso sussurravano, soprattutto quando si ritrovavano nella cripta di Seferian, nel cimitero armeno di Focșani, per parlare al riparo dalle orecchie lunghe della Securitate.

Il romanzo ripercorre, seppure come dicevo con notevoli salti temporali, la storia degli armeni, dall’inizio delle prime operazioni di pulizia etnica ad opera dei turchi nel 1895, passando per il genocidio del 1915 (nel quale, ricordiamolo, morì un milione e mezzo di armeni), all’emigrazione di molti armeni, ormai apolidi, in moltissime parti del mondo fra cui la Romania, alla vita in Romania sotto il regime comunista, fino ad arrivare a oggi, con l’omicidio di Hrant Dink da parte di un turco nel 2007. Il libro non va oltre questa data perché è stato scritto nel 2009, quindi ha ormai qualche anno sulle spalle, seppure non molti.

Come dicevo, la parte più bella, seppure più terrificante, dell’intero libro è quella sul genocidio del 1915, che Vosganian divide in sette cerchi della morte. Gli episodi qui narrati sono stati raccontati da molti altri storici e scrittori, ma non mi abituerò mai a leggere le atrocità compiute dai turchi – atrocità dalle quali, peraltro, come dice l’autore stesso e come è risaputo, Hitler prese l’ispirazione per lo sterminio sistematico degli ebrei.

Ma anche il resto del libro è molto interessante da un punto di vista storico, per esempio le molte parti in cui si parla dell’operazione Nemesis, ovvero quell’operazione in cui un gruppo di attivisti armeni decise di farsi giustizia da sé uccidendo gli uomini che furono a capo del genocidio. Uomini che, ricordiamolo, erano liberi come l’aria e facevano esattamente quello che volevano, pur con tutte le atrocità che avevano commesso.

Molto interessanti sono anche le parti in cui Vosganian parla del destino degli armeni sotto l’occupazione sovietica e il regime comunista, per cui molti armeni furono deportati in Siberia e molti altri rimpatriati a forza nella poverissima Armenia sovietica, per poi essere deportati in seguito. Non sapevo, ad esempio, che il disegno dell’Unione Sovietica fosse quello di ridurre la popolazione armena al di sotto del milione di anime, per poter far fare all’Armenia la fine del Nakhichevan azero e del Nagorno Karabakh armeno: ovvero, se l’Armenia fosse rimasta sotto il milione di abitanti avrebbe perso lo status di repubblica e sarebbe stato possibile spartirne i territori fra la Georgia e l’Azeirbagian.

È il calzolaio Anton Merzian a dire come stanno le cose per quanto riguarda gli armeni, apparentemente destinati alla dispora perenne, almeno fino a un certo punto nella Storia: «E poi partire sempre, senza capire dove stiamo andando, io sono stufo, non vedete che, ovunque andiamo, ci sono o gli spahi, o i curdi e i beduini, poi i bolscevichi, non vedete che c’è sempre qualcuno che ci dà la caccia, che non ci lascia vivere in pace?» (Gli spahi erano soldati scelti della cavalleria ottomana, come ci dicono le note in fondo al libro).

Il romanzo è strapieno di nomi di persone, così pieno che a volte è difficile star dietro a tutti i personaggi, un po’ come nei grandi romanzi russi dell’Ottocento. Ma credo che l’autore abbia voluto riempire così tanto il libro di nomi per dare un volto agli armeni, per dare loro un nome, un’identità. Perché come dice lui stesso nel corso del romanzo, non c’è molta differenza fra il genocidio degli armeni e quello degli ebrei, se non che questi ultimi sono stati contati di più (non ci sono cifre ufficiali che indichino la vera portata del genocidio armeno) e si è cercato di dare loro un volto, un nome, mentre gli armeni sono rimasti senza identità. Per questo, immagino, l’autore ha voluto riempire questo libro di quante più identità individuali possibili.

In fin dei conti, si tratta di un libro sulla memoria, più che sulla storia, seppure questa sia, per forza di cose, strettamente intrecciata al ricordo: «Più importante della morte, e dunque della vita, è la memoria.» E di questi libri io penso che ci sia sempre bisogno, seppure questo in particolare mi sia risultato molto confusionario. Ma è allo stesso tempo molto lirico, e leggiadro in un certo senso. Perciò mi sento di consigliarne la lettura, soprattutto se non vi fate distrarre facilmente dall’intreccio non lineare.