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Garane Garane, Il latte è buono (Somalia)

Garane Garane, Il latte è buono, Cosmo Iannone Editore, Isernia 2005. 131 pagine, 10,50 euro.

Il libro parte con la descrizione mitica della nascita di Shakhlan Iman, regina somala che è stata dodici mesi nella pancia della madre. Shakhlan è figlia dell’Iman Omar, Ajuran dell’Azania. Nel corso degli anni, Shakhlan partorisce un figlio, che a sua volta avrà un figlio, Gashan, che è il protagonista di questo romanzo parzialmente autobiografico, insieme alla Somalia.

Gashan ha la fortuna di studiare nelle scuole italiane e si innamora dell’Italia e della sua cultura. Gashan ama il Duce, che gli ha consentito di avere un’istruzione italiana, ama tutto ciò che è italiano e disprezza la Somalia e l’Africa in generale, perché non così raffinate come l’Italia. Finalmente un giorno Gashan avrà la possibilità di andare a Roma, terminate le scuole superiori. Roma però non gli piace, si sente uno straniero, tutti lo chiamano “negretto” e gli parlano usando i verbi all’infinito sebbene il suo italiano sia perfetto e raffinato. Decide così di andare a Firenze, dove si laurea in Scienze Politiche, ma infine abbandonerà l’Italia per Grenoble, dove si laurea in Letteratura italiana e Lingua francese. Anche la Francia gli resterà stretta e deciderà poi di trasferirsi negli Stati Uniti, dove insegna in una piccola università, per poi infine tornare in Somalia in seguito allo scoppio della guerra civile il 31 dicembre 1990.

Le peregrinazioni, l’esilio, insegneranno a Gashan ad amare la sua patria, ma in definitiva il risultato sarà per lui quello di sentirsi straniero ovunque, sia nella sua terra che in altri paesi. L’amore per l’Africa tuttavia non passerà così facilmente.

Accanto alla storia di Gashan vediamo scorrere davanti ai nostri occhi la storia della Somalia, dall’Azania, passando per la colonizzazione italiana, per l’indipendenza e arrivando alla guerra civile. Vediamo anche, in questo libro, i nostri odiosi pregiudizi di europei di fronte agli africani, pregiudizi che venti o trent’anni fa erano di sicuro molto più forti e radicati di adesso, dato che non avevamo ancora – soprattutto noi italiani – l’abitudine di vedere “negretti” in giro per il nostro paese.

Un bel libro che merita di essere letto, anche per cercare di superare i pregiudizi di cui sopra. Tra l’altro, il libro viene definito il primo romanzo post-coloniale scritto in italiano, definizione secondo me molto interessante e che è poi stata quella che mi spinse anni fa ad acquistare il volumetto.

Nota di merito infine per la casa editrice Cosmo Iannone, che pubblica soprattutto libri della letteratura migrante in lingua italiana ed è di grande pregio.

Jarmila Očkayová, Appuntamento nel bosco (Slovacchia)

Jarmila Očkayová, Appuntamento nel bosco, Edizioni EL, Trieste 1998. 62 pagine.

Riprendo, con grande calma, il mio giro del mondo letterario con questa tappa in Slovacchia. Per questo paese ho deciso di leggere un’autrice forse non molto rappresentativa, in quanto vive da decenni in Italia e scrive in italiano, ed è dunque forse più italiana che slovacca. Tuttavia il libro che ho deciso di leggere è molto slovacco, e molto bello.

Questo brevissimo libro viene presentato dall’editore come un libro per ragazzini (non per bambini), ma secondo me non lo è affatto. Oddio, per come sono i ragazzini oggi, forse potrebbero anche leggerlo, ma le tematiche affrontate sono molto importanti e pesanti e secondo me sono forse più adatte a un pubblico adulto, o almeno di giovani adulti.

Il libro è ambientato nel 1992, nel pieno della guerra dei Balcani. Wanda è una ragazzina di 15 anni che vive in un piccolo villaggio slovacco. Ha tanti amici, e un giorno fa amicizia anche con Ramona, una ragazza croata della sua stessa età, fuggita dalla guerra insieme a quel che rimane della sua famiglia. L’amicizia dura appena una settimana, ma in quel periodo di tempo le due ragazzine sono inseparabili. A Wanda piace molto la storia, ma solo quella dei libri, non quella reale, perché quella le fa paura. È molto bello il momento in cui fa una ricerca in biblioteca e scopre che i croati vengono originariamente dai Carpazi, e quindi va dalla sua amica a dirle che in realtà non è davvero una rifugiata, ma è tornata a casa sua. Un giorno le due amiche decidono di fare un rito magico per riportare in vita i morti, e si danno appuntamento nel bosco di notte, ma Ramona non arriva…

Il libro affronta tematiche di grande rilevanza come la guerra, l’accettazione del diverso, l’immigrazione, i profughi, la violenza. E lo fa con grandissima delicatezza, per quanto sia possibile parlare di questi temi con delicatezza. Penso che sia un libro che oggi dovremmo riscoprire, anche se purtroppo è di difficile reperibilità, perché ci servirebbe in questo momento in cui guardiamo con diffidenza al diverso. Ci farebbe forse capire che siamo più uguali di quanto pensiamo, e che anche in noi alberga quel germe di violenza che pensavamo fosse solo negli altri, nei «primitivi». Se vi capita di trovarlo, leggetelo assolutamente, non ve ne pentirete.

Kurban Said, Ali und Nino (Azerbaigian)

Kurban Said, Ali und Nino. Eine kaukasische Liebesgeschichte, Goldmann, München 1992. 259 pagine.

** Attenzione, questa recensione contiene degli spoiler, non potevo farne a meno. **

Kurban Said è lo pseudonimo, probabilmente, di Lev Nussimbaum, nato a Baku nel 1905 da famiglia ebrea e successivamente convertitosi all’Islam. Questo romanzo è stato scritto nel 1937 in tedesco, perché l’autore ha vissuto a lungo in Germania e in Austria.

Il libro è stato pubblicato in italiano da Net con il titolo italianizzato di Ali e Nina (Nino è un tipico nome femminile georgiano, ma forse l’editore ha avuto paura che non si capisse).

Il sottotitolo dell’opera originale è “Una storia d’amore caucasica”, ed è proprio questo che il romanzo è. Si è detto che Ali e Nino sono i Romeo e Giulietta caucasici, tuttavia le differenze sono notevoli, in quanto le famiglie non contrastano il loro amore.

Ali, un giovano azero musulmano sciita, e Nino, una giovane georgiana cristiana, vivono a Baku, in Azerbaigian. I due sono innamorati da quando erano ragazzini e si vogliono sposare, tuttavia questo non è così semplice e scontato. Prima di tutto perché Nino deve ancora finire la scuola, e poi perché inizialmente la famiglia di lei è contraria, anche se lo sarà solo per poco, convinta poi dall’amico armeno Nachararjan. Ma il vero problema si presenta quando l’armeno (etnia disprezzata da tutti a Baku) rapirà Nino, nel tentativo di convincerla che solo due cristiani possono stare bene insieme e che con un musulmano non sarebbe mai stata felice. In seguito scoppia la prima guerra mondiale e questo porterà Ali e Nino a peregrinare prima in Daghestan, poi in Persia, e infine a tornare a Baku quando verrà proclamata la repubblica (che avrà vita molto breve).

Il tratto più caratteristico e più interessante di questo romanzo è l’ambientazione azera, in uno Stato che era a quell’epoca, e forse è ancora, la porta fra Oriente e Occidente. Ali vuole essere asiatico, ed è proprio in una scena di questo tenore che lo troviamo all’apertura del romanzo, quando dice al suo professore che lui è fiero di essere asiatico e vuole che l’Azerbaigian rimanga in Asia. Nino invece è fieramente europea e sogna di andare in Europa un giorno. Come potranno incontrarsi queste due culture e queste aspirazioni così differenti? Si potrebbe pensare che si scontrino, ma non è così, perché è il loro amore a tenerli uniti. Certo, ci sono momenti estremamente difficili per entrambi, come quando i due trovano rifugio in Persia e Nino è costretta a stare alle usanze dell’harem e, ad esempio, viene considerata “nuda” perché non porta il velo. O come quando, alla fine del romanzo, i due ricevono dignitari inglesi ed europei nella loro casa di Baku e Ali deve sopportare in silenzio che la moglie venga elogiata per la propria bellezza e che le venga fatto il baciamano. Ma in generale le due culture, le due appartenenze, che sembrano così diametralmente opposte, finiscono per fondersi bene assieme, mostrandosi piuttosto come complementari.

Ciò che non mi è piaciuto di questo romanzo è stata la poca verosimiglianza di alcuni avvenimenti. Per esempio quando Nino viene rapita da Nachararjan, a un certo punto confessa che il rapimento non è avvenuto contro la sua volontà, perché credeva davvero che l’armeno avesse ragione. Ma questo non è verosimile, perché in tutto il resto del romanzo Nino si dimostra perdutamente innamorata di Ali, e appare evidente che nessun eloquio forbito avrebbe potuto convincerla che fosse meglio sposare un cristiano. Altra incroguenza si riscontra quando i due vivono in Daghestan, dove Nino dice che il suo unico desiderio è servire il suo uomo, mentre per tutto il resto del libro si è sempre mostrata estrememamente occidentale e poco propensa a seguire i dettami islamici a cui vorrebbe, a volte, sottoporla il marito.

Inoltre non mi è piaciuta la versione Islam-centrica e misogina dell’autore, che sembra sempre parteggiare per coloro che vogliono sminuire la donna e il suo ruolo, e in generale per le usanze musulmane contro quelle cristiane. È pur vero che Ali, che è anche il narratore, cerca sempre di “farsi piacere” l’Europa in nome dell’amore per Nino, ma appare evidente una maggiore propensione per l’Asia e per l’Islam.

La scrittura infine è molto bella e poetica, estremamente limpida e dotata di veri afflati poetici. Tuttavia ciò non basta a far dimenticare gli evidenti difetti del libro, che in ogni caso resta un romanzo bello, anche se sviluppato male, e interessante per l’ambientazione e per il tema principale.

* Diversi articoli dedicati al romanzo (in inglese).
* Il presunto autore su Wikipedia.
* La storia dell’Azerbaigian su Wikipedia.

[Questa recensione è pubblicata anche sul blog delle letterature altre.]

Anilda Ibrahimi, Rosso come una sposa

Anilda Ibrahimi, Rosso come una sposa, Einaudi, Torino 2008.

Questo è il primo romanzo scritto da Anilda Ibrahimi nel 2008 (prima aveva pubblicato solo delle poesie), ma è il suo secondo libro che leggo. Avevo letto delle recensioni che lo definivano molto migliore del suo secondo romanzo, L’amore e gli stracci del tempo, ma io ho preferito di gran lunga quest’ultimo.

Si tratta di un’epopea familiare, ma anche della storia di un paese, l’Albania, dalla seconda guerra mondiale agli anni Novanta. Protagonista è Saba (e la sua famiglia), una ragazza che a quindici anni viene costretta a sposare un uomo molto più vecchio di lei, vedovo di sua sorella e legato alla sua famigllia da un terribile fatto di sangue. Il matrimonio sarà infelice, ma Saba è una donna dal gran carattere. Insieme alla sua vita ci viene raccontata anche la vita del resto della famiglia, anch’essa funestata dalle disgrazie. Nella seconda parte del libro è invece Dora, la nipote di Saba, a riprendere le fila del discorso e a narrarci cosa è avvenuto della famiglia dopo la maturità di Saba. Sullo sfondo c’è sempre la storia dell’Albania, e di un popolo che non si è mai arreso alle brutture a cui è stato sottoposto.

Il romanzo è bello, ma la scrittura è secondo me ancora un po’ acerba, mentre si perfezionerà moltissimo in L’amore e gli stracci del tempo. In ogni caso una bravissima autrice, che voglio senz’altro tenere d’occhio. Molto interessante anche perché, come già detto a proposito dell’altro romanzo, è una scrittrice albanese che scrive direttamente in italiano, avendo vissuto in Italia ormai per moltissimi anni.

* L’autrice su Wikipedia.
* Una bella intervista a Ibrahimi sul romanzo Rosso come una sposa.
* Il libro sul sito dell’editore.
* Una recensione.
* Ancora una recensione.

Dai Sijie, Balzac et la Petite Tailleuse chinoise (Cina)

Dai Sijie, Balzac et la Petite Tailleuse chinoise, Gallimard, Paris 2000. 229 pagine.

Il narratore, di cui non viene mai detto il nome, e il suo amico Luo sono due ragazzi di diciannove anni, che vengono inviati in un campo di rieducazione in montagna in seguito alla Rivoluzione culturale. Alla rieducazione infatti venivano inviati tutti gli studenti del liceo e anche i ragazzi che, come i protagonisti di questo romanzo, non avevano fatto il liceo ma erano figli di cosiddetti “nemici del popolo” o di “borghesi”.

Nel villaggio sperduto in montagna i due faranno amicizia con il Binoclard (nell’edizione italiana il Quattrocchi), detto così perché porta gli occhiali, e scopriranno per caso che questi possiede una valigia piena di libri occidentali proibiti – gli unici libri non proibiti sono infatti quelli di chiaro stampo comunista, quindi dall’Occidente vengono solo i libri di Enver Hoxha. Dopo varie peripezie riusciranno a rubare la valigia e potranno così finalmente leggere. Leggere servirà loro anche a conquistare l’amicizia, per il narratore, e l’amore, per Luo, della Piccola Sarta, una bellissima ragazza che vive in un villaggio vicino. All’inizio del romanzo la Piccola Sarta non era che una bellissima montanara, in seguito diventa una ragazza colta, fino al sorprendente finale.

Il libro non parla tanto dei campi di rieducazione (sebbene l’argomento venga certo affrontato) quanto dell’amore per la lettura e dell’amore tout court. Un libro bello, scritto con una prosa elegante (il libro è originariamente scritto in francese da questo autore cinese che vive in Francia ormai da anni). Non bellissimo come ho sentito dire tante volte, ma comunque una lettura piacevolissima. Faccio fatica a pensare che possa entrare nella storia della letteratura, ma comunque è stato scritto da quasi 15 anni e la sua fama non accenna a diminuire.

Il libro è pubblicato in italiano da Adelphi con il titolo Balzac e la Piccola Sarta cinese.

* Dai Sijie su Wikipedia (in inglese).
* Un’intervista a Dai Sijie (in francese).
* Alcuni passi del libro su TecaLibri.
* Una recensione su Lankelot.
* Un’altra recensione.
* Il film tratto dal libro per la regia dello stesso autore.

[Questo post è pubblicato anche sul blog delle letterature altre.]