Archivi categoria: il giro del mondo coi libri

Chimamanda Ngozi Adichie, Americanah (Nigeria)

Chimamanda Ngozi Adichie, Americanah, 4th Estate, London 2013.

Sulla copertina della mia edizione è riportata una frase del Guardian che riassume perfettamente il mio pensiero: «Alcuni romanzi raccontano un’ottima storia e altri ti fanno cambiare il modo in cui vedi il mondo. Americanah fa entrambe le cose.»

Questo libro è uscito in inglese nel 2013 ed è stato tradotto in Italia nel 2015 (io l’ho letto in lingua originale), ma ho aspettato molto a leggerlo per vari motivi: perché di Adichie avevo letto L’ibisco viola che mi era piaciuto molto, e quando un libro mi piace molto ho sempre paura a prendere in mano altro dello stesso autore, per paura che non sia all’altezza; perché avevo letto l’incipit e questa cosa della protagonista dalla parrucchiera mi era sembrata inspida; perché è diventato subito un bestseller e io sono sempre sospettosa nei confronti dei libri osannati a destra e a manca. Invece, meno male che finalmente mi sono decisa a prenderlo in mano, perché è poco meno che un capolavoro, e ora voglio leggere anche la lista della spesa di questa autrice.

In questo libro ponderoso (sulle 600 pagine a seconda dell’edizione) ci sono, sostanzialmente, due fil rouge: come dice il Guardian, una storia e un racconto che ci fa cambiare il modo che abbiamo di vedere il mondo. La protagonista è la nigeriana Ifemelu e, se vogliamo, questa è la sua storia, o meglio la storia sua e di Obinze, il suo grande amore delle superiori e del primo anno di università. Però dire che questo romanzo sia la storia di Ifemelu, o la storia dell’amore tra Ifemelu e Obinze, è estremamente riduttivo e non rende giustizia alla grande portata del libro.

Ifemelu e Obinze sono due ragazzi nigeriani che vivono a Lagos, stanno insieme, ma la vita li dividerà e mentre Ifemelu finirà a fare la blogger negli Stati Uniti, Obinze finirà clandestino a Londra per poi avere un colpo di fortuna e diventare ricco una volta rimpatriato in Nigeria.

Ifemelu in America si inventa un blog in cui parla di razza, dopo un inizio estremamente difficile in cui si è dovuta dare da fare per pagarsi l’università dato che la sua borsa di studio non copriva l’intero importo delle tasse. Non le è stata estranea la depressione, così come una cupissima disperazione, che però è riuscita a superare. Questa disperazione la allontanerà da Obinze, senza che lui riesca a capire cosa sia successo, perché la ragazza non gliene dà mai la possibilità. Obinze invece avrà una storia forse ancora più difficile in Inghilterra, in quanto vi rimane da clandestino alla scadenza del suo visto.

La loro è una storia d’amore complicata e pura, ma come dicevo ridurre il tutto a una storia, che sia essa storia d’amore tra i due o storia della vita di Ifemelu, è di un riduttivo che non ha senso alcuno. Certo, la storia è importante nel romanzo, ma altrettanto, e forse di più, lo è la lotta impari che Ifemelu combatte con il suo blog e con la sua intera vita contro il razzismo e il concetto stesso di razza.

Ifemelu non si è mai sentita “nera” prima di arrivare in America, non ha mai saputo di essere parte di una razza a sé, né di poter essere disprezzata e discriminata per il colore della sua pelle. Quello che emerge chiaro e forte, inoltre, è il fatto che il razzismo sia onnipervasivo e non si limiti soltanto ad atti di vera e propria discriminazione, come può essere ad esempio un taxi che ignora un nero per far salire poco dopo delle donne bianche. Proprio no: non è meno razzista l’entusiasmo di certi bianchi per tutto ciò che è nero, il loro desiderio di “fare del bene”, la loro adorazione per i neri e per l’Africa, ma solo da lontano e ad ogni modo sempre di superficie. Ifemelu ha amici e fidanzati bianchi, ma sono proprio loro che le rendono possibile una presa di coscienza sul razzismo onnipervasivo nella società americana.

Gli americani parlano tanto di “diversità” (diversity), ovvero di multiculturalismo; cercano di leggere libri di autori neri, di interessarsi di ciò che è afroamericano o anche africano, di avere amici neri, e così via. Ma sono spesso tentativi vacui, inutili, vaporosi e poco sinceri. Perché sottolineare il fatto che ci sia bisogno di più diversità è implicitamente sottolineare il fatto che questa diversità esista; sottolineare il razzismo altrui per esaltare il liberalismo proprio può equivalere in ultima analisi ad affermare il razzismo e il concetto stesso di razza. Concetto del tutto astruso per un africano che si trovi a emigrare in America, mentre invece è ben presente nella mente e nella vita degli afroamericani. Perché, come dice Ifemelu nel corso del romanzo (perdonate ma non ricordo le parole esatte), magari il nonno dell’afroamericano ha lottato contro la schiavitù mentre il nonno dell’africano correva per le elezioni presidenziali.

Il razzismo e, prima ancora, la razza, sono concetti inventati che un africano non conosce se non perché vi viene a contatto tramite la cosiddetta cultura occidentale. Una persona africana “non sa” di essere nera perché per lei essere nera è normale, e non capisce perché certe parole debbano essere bandite, certe espressioni vietate, certi pensieri inaccettabili. Il razzismo e la razza sono concetti del tutto occidentali ed esportati con fervore, e per di più, come se questo non bastasse, sono concetti e idee che tutti coviamo dentro, anche chi meno se ne rende conto e più se ne crede lontano.

E poi sì, c’è la storia d’amore, che nell’ultima parte diventa purtroppo preponderante (unica sbavatura di quello che a mio parere è un romanzo quasi perfetto), ma capite come di fronte alla magnitudine di queste riflessioni il resto finisca e debba finire per passare in secondo piano. Pur restando incontrovertibile il fatto che la storia raccontata da Adichie accanto alle riflessioni di Ifemelu sulla razza sia assolutamente meravigliosa e degna di essere letta anche solo per se stessa. Ma prendete il romanzo come un tutto unico, non scomponetelo nelle sue due parti, e avrete qualcosa che si avvicina al capolavoro, sempre naturalmente a mio modestissimo parere. In confronto a questo, Piccole grandi cose di Jodi Picoult impallidisce, per quanto mi sia piaciuto veramente tantissimo, è un paragone che non ho potuto evitare di fare durante la lettura.

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Junot Díaz, La breve favolosa vita di Oscar Wao (Repubblica Dominicana)

Junot Díaz, The Brief Wondrous Life of Oscar Wao, Riverhead Books, New York 2007.

Nel folklore dominicano, il fukú è una maledizione che non sembra arrestarsi mai, passando di generazione in generazione. È questa maledizione che ha colpito la famiglia di Oscar Wao.

Oscar è un ragazzo dominicano, fratello di Lola e figlio di Belícia de León. La madre è emigrata dalla Repubblica Dominicana a Paterson, New York, in seguito a orribili vicissitudini familiari e personali che verranno raccontate nel corso del libro e che l’hanno spaventosamente incattivita. A Paterson nascono i due figli, Oscar e Lola. Oscar è un nerd che ama scrivere e giocare ai giochi di ruolo, è obeso e non riesce ad avere fortuna con l’altro sesso. Preso in giro da tutti i suoi compagni di scuola, ha pochissimi amici e zero ragazze. Questa situazione lo porta a uno stato di depressione costante.

Letta la trama, non ero del tutto sicura che questo libro mi sarebbe piaciuto, mi sembrava tutto sommato poco interessante. Però mi serviva per il mio giro del mondo coi libri e, quando ne ho trovato una copia su Bookmooch, non ho esitato a richiederla.

Mi sono dovuta ricredere, perché è un libro molto bello, a partire dallo stile che è molto particolare: molto colloquiale, pieno di slang, zeppo di espressioni e frasi in spagnolo. Naturalmente, non conoscendo lo spagnolo, è stato un po’ difficile capire tutto, ma c’è da dire che dopo un po’ si riesce a capire, non foss’altro che per la vicinanza all’italiano. Oltre allo stile, mi è piaciuto anche tutto il resto: la storia di Oscar intrecciata a quella della dittatura di Trujillo, il modo di raccontare questa storia, tutto.

La storia è raccontata da un io narrante che non verrà identificato se non molto avanti nel corso del libro, e ci sono varie sezioni, ognuna dedicata a uno dei personaggi principali: Oscar, Lola, Belícia, Abelard (padre di Belícia e nonno di Oscar). Il protagonista è indubitalmente Oscar, ma gli altri personaggi sono più che semplici comprimari.

Sappiamo già dal titolo che la vita di Oscar è destinata a essere breve: per grandissima parte del libro il lettore penserà che questa vita infelice non possa che finire in un determinato modo, ma chissà se sarà così che andranno realmente le cose.

Un romanzo che senz’altro consiglio, anche se mi chiedo come sia la traduzione italiana, dato che lo stile di Díaz e del narratore è totalmente pieno di slang ed espressioni spagnole. Difficilmente sarà stato possibile riprodurre questa caratteristica, che pure nell’originale è fondamentale.

Tahar Ben Jelloun, Creatura di sabbia (Marocco)

Tahar Ben Jelloun, Creatura di sabbia (tit. originale L’Enfant de sable), Einaudi, Torino 1987. Traduzione a cura di Egi Volterrani.

Questo libro mi incuriosiva per vari motivi: perché di Ben Jelloun avevo letto finora soltanto il breve saggio Il razzismo spiegato a mia figlia, perché mi serviva per il mio giro del mondo coi libri, e infine, soprattutto, per la trama.

Di cosa parli il libro è presto detto: in una famiglia marocchina sono nate sette figlie e, all’arrivo dell’ottavo bambino, tutti sperano vivamente che stavolta sia un maschio. Questo perché per tradizione è solo il figlio maschio a poter ereditare, altrimenti la fortuna paterna va agli altri parenti e alle figlie femmine non restano che briciole. Inutile dire che anche l’ottavo figlio sarà una femmina. Ma i genitori, insieme alla levatrice (le uniche tre persone a parte del segreto), si mettono d’accordo già prima della nascita di crescere il piccolo come un uomo anche se sarà una femmina. E infatti, così faranno. La bambina si chiamerà Mohamed Ahmed e tutti la considereranno un maschio, ignari della verità.

Questo naturalmente pone dei problemi, per esempio al momento della circoncisione o quando la bimba inizia a sviluppare i seni o le vengono le mestruazioni. Ma la famiglia riuscirà a porre rimedio a tutte queste difficoltà, e per tutti Ahmed sarà sempre un maschio.

Finché si arriva inevitabilmente alla crisi, quando Ahmed mette in discussione la propria identità. Primo segno di questo sarà il diario lasciato da Ahmed e ritrovato soltanto alla sua morte, in cui per la prima volta racconta la propria storia.

A raccontare la storia vera di Ahmed è inizialmente un uomo che si pone nei confronti del suo pubblico essenzialmente come un cantastorie, e queste prime parti del racconto mi sono piaciute molto perché, pur seguendo il diario, hanno in qualche modo carattere orale, ad esempio per il fatto che il narratore si rivolge spesso al suo pubblico, che non è solo quello dei lettori, ma prima e soprattutto quello delle persone che lo stanno fisicamente ad ascoltare.

In seguito la narrazione si ingarbuglia e vengono fuori altri narratori, finché il tutto non si fa terribilmente onirico e assume l’aspetto di un sogno, di una fantasia, di una storia vera ma dai molti finali, o di una bugia, o di tanto altro ancora, a seconda dell’opinione che il lettore deciderà di farsene. Questo carattere onirico l’ho trovato davvero eccessivo, e se si pensa che, a quanto leggo, i romanzi precedenti di Ben Jelloun presentavano questa caratteristica in maniera ancora più pronunciata, non posso davvero dire che mi venga tanta voglia di approfondire la conoscenza di questo autore.

Ciò non toglie che il romanzo mi sia piaciuto: una trama interessante, uno svolgimento altrettanto interessante per quanto a mio parere confuso. La scrittura l’ho trovata un po’ troppo altisonante e magniloquente, in particolare quando sentiamo la voce diretta di Ahmed, che pare un filosofo con poco contatto con la realtà, e forse era proprio questo l’intento dell’autore.

Infine, per quanto riguarda la mia personalissima esperienza di lettura, raggiunge la sufficienza ma lì si ferma, per i motivi che ho provato brevemente a descrivere. Non so se consigliarlo o meno, ad ogni modo è molto breve e potete sempre decidere di provare, dato che non dovrete dedicare molto tempo alla lettura.

Sami Michael, Rifugio (Iraq)

Sami Michael, Rifugio (tit. originale Chassut), Giuntina, Firenze 2008. Traduzione dall’ebraico di Dalia Padoa.

Sami Michael è nato nel 1926 a Baghdad, da cui è fuggito a 22 anni per evitare la persecuzione, dato che era membro di un gruppo clandestino di lotta al regime. L’anno successivo, nel 1949, si trasferisce in Israele. In seguito otterrà la cittadinanza israeliana. Michael scrive in ebraico. Di suo ho già letto e recensito il bellissimo Una tromba nello uadi, sempre pubblicato da Giuntina.

In questo romanzo si intrecciano molti personaggi, quasi tutti legati dall’appartenenza al partito comunista. Siamo nel 1973, durante i primissimi giorni della guerra del Kippur.

Shula, appartenente come i suoi genitori al partito comunista, è sposata con Marduch, anch’egli membro del partito, che viene da “laggiù”. Solo dopo un bel po’ scopriremo che “laggiù” è l’Iraq, dove l’uomo ha subito undici anni di prigionia e torture a causa della sua militanza. Marduch è un personaggio dolce che, seppure traumatizzato, riesce a vivere la sua vita. I due hanno un figlio di dieci anni, Idò, che soffre di un ritardo mentale.

Grande amica di Shula è la sua domestica, Shoshana, un’ebrea che ha sposato un arabo cristiano e quindi definita da tutti una “puttana”. I due hanno tre bambini e faticano a identificarsi nell’una o nell’altra cultura. Shoshana è il mio personaggio preferito perché è una donna forte che ha sfidato le convenzioni, le maldicenze e perfino la propria famiglia, con la quale ha rotto, per seguire il suo cuore.

Altro personaggio chiave è Fatchi, un poeta arabo che va a letto solo con donne ebree, pur essendo fidanzato con un’araba illibata. Fatuo in maniera ridicolmente idiota, è il personaggio che mi è piaciuto di meno.

Nell’intrecciarsi delle vite di questi e altri personaggi durante i primi giorni di guerra, veniamo messi di fronte a un mondo diviso e lacerato nelle sue contraddizioni e nei suoi tentativi di appartenenza che, a un occhio esterno, appaiono spesso frustrati. Così ad esempio Shoshana e suo marito Fuad fanno fatica a identificarsi come ebrei o come arabi e finiscono per non scegliere nessuna delle due opzioni; Marduch fa parte del partito comunista che critica fortemente Israele definendo le sue operazioni di aggressione, ma allo stesso tempo è soldato nell’esercito… e così via.

Il tema principale del romanzo non è infatti la guerra, ma è l’intento di mostrare la lacerazione di una società che è stata spezzata e i cui abitanti non si ritrovano più. Durante la guerra ci saranno tentativi di presa di posizione, che però cozzano la maggior parte delle volte con gli ideali del partito, e a volte perfino con la vita che i personaggi stessi conducono.

Visto che il tema è la lacerazione, inevitabilmente il romanzo finisce per essere un po’ confusionario, cosa che potrebbe anche essere voluta perché sembra proprio immergere il lettore in questa divisione culturale, politica e sociale delle anime. Resta tuttavia in alcuni punti un po’ troppo confuso per i miei gusti, ma ciò non toglie che sia un bel libro, anche se ho preferito l’altro che ho letto dello stesso autore.

Salim Abu Dschumhur, Luftballonspiele (Emirati Arabi Uniti)

Salim Abu Dschumhur, Luftballonspiele (tit. originale Mala’ibu I-balun), Lisan, Basel 2011. Traduzione dall’arabo di Andreas Herdt.

Questo libro mi fu regalato molti anni fa alla Fiera del Libro di Francoforte, insieme ad altri tre libriccini di altri tre poeti degli Emirati Arabi Uniti, ma solo ora ho trovato l’occasione di leggerlo.

L’autore è un ex militare che, una volta in pensione (è in pensione, anche se è nato soltanto nel 1962), si è dedicato alla poesia. I risultati, nonostante io fossi prevenuta verso questo militare scopertosi poeta, sono buoni.

L’autore usa la scusa dei palloncini per parlare di varie storie in poesia. I palloncini, da intendersi proprio come quelli gonfiabili con cui giocano i bambini lasciandoli volare in aria, non sono i protagonisti di queste poesie se non in rari casi, ma fanno un po’ la parte dei comprimari e comunque compaiono in tutte le poesie, in un ruolo o nell’altro.

Le poesie sono realmente storie, infatti nella traduzione tedesca sono scritte in verso libero e non c’è alcun tipo di musicalità, se non a volte nelle immagini. Ignoro ovviamente quale fosse l’effetto strettamente poetico nell’originale arabo. Questo tuttavia non significa che non siano dei bei versi, anzi proprio il contrario.

Le storie narrate sono di fuga dalla guerra, di quotidianità, di bambini, di spaccati di società. È una piccola raccolta (63 pagine) tutt’altro che banale, ma anzi piacevole da leggere.

La casa editrice è una piccola casa svizzera di Basilea che si occupa di poesia araba e in particolare ha pubblicato svariati libriccini di autori degli Emirati Arabi Uniti. Credo che pubblichi anche una rivista dedicata alla letteratura araba. Purtroppo tutto questo soltanto in tedesco.