Archivi categoria: il giro del mondo coi libri

Jean Rhys, Quartet (Dominica)

Jean Rhys, Quartet, Harper & Row, New York 1957 (prima edizione 1929).

Jean Rhys è una scrittrice caraibica, precisamente di Dominica, che ha vissuto in Inghilterra a partire dai 16 anni. Più famosa per i suoi romanzi Il grande mare dei Sargassi e Buongiorno, mezzanotte, questo Quartet, che in origine si intitolava Postures, è il suo primo romanzo ed è stato pubblicato in italiano da Adelphi con il titolo Quartetto.

Marya è una donna inglese che vive da anni a Parigi con il marito polacco, Stephan. In Inghilterra Marya, detta anche Mado, faceva un lavoro di bassa lega, ed è stata praticamente “salvata” dall’uomo che poi è diventato suo marito. Marya sa vagamente che il marito fa il commerciante di oggetti d’arte, ma non conosce il suo lavoro in maniera più approfondita. Perciò sarà per lei un vero shock venire a sapere che Stephan è stato arrestato per furto di opere d’arte. Per questo motivo viene condannato a un anno di carcere e Marya, senza un soldo, è costretta ad accettare l’ospitalità degli Heidler, una coppia di inglesi che vive anch’essa a Parigi. Non passerà molto tempo prima che Marya diventi l’amante di Heidler, con il beneplacito della moglie che, sebbene ne soffra, chiude gli occhi davanti a questa situazione.

La storia è qui, né più e né meno, anche se ovviamente si svolge nel corso di oltre un anno e quindi ad esempio assistiamo all’arresto di Stephan, alle visite di Marya in prigione, alla scarcerazione del marito. Ma non c’è molto di più di questo nella trama. Oltretutto è un libro molto breve, appena 186 pagine.

Tuttavia non credo che fosse tanto la storia in quanto tale a interessare l’autrice, quanto piuttosto la psicologia della protagonista, Marya. Peraltro occorre ricordare che la storia del triangolo, o quartetto, amoroso narrata da Rhys rispecchia la sua propria storia: ospite di Ford Madox Ford e di sua moglie, diventa l’amante del famoso scrittore sotto gli occhi della moglie di lui e del proprio marito. Ad ogni modo, ciò che è interessante in questo romanzo, oltre alla scrittura che è molto fluida e piacevolissima da leggere, è la rappresentazione di Marya, che viene dipinta come una vera e propria vittima: delle circostanze e della coppia perversa, gli Heidler. Marya viene poi fatta passare da molti come la cattiva della situazione, quella che si concede al primo che passa, distruggendo così le famiglie. Infatti, nonostante il tentativo di tenere nascosta la storia d’amore (ma è amore, poi?), pare che tutti ne siano a conoscenza.

Di fatto Heidler seduce Marya e Lois, la moglie di lui, la spinge fra le sue braccia, dicendole che “il suo problema è che è troppo visrtuosa”. Marya si lascia travolgere da questa storia che, a guardar bene, non è mai stata una vera storia d’amore, e se vogliamo proprio mettere i puntini sulle i, non è nemmeno una storia di sesso, in quanto Heidler viene descritto come un uomo a cui sostanzialmente non piacciono davvero né le donne né il sesso. Marya, appunto, viene travolta, ed è incapace di difendersi e di dire di no, tanto che si convince lei stessa di essere innamorata di Heidler, quando invece è forse improbabile che sia questo il caso.

Lois non fa che maltrattare Marya, il che potrebbe essere comprensibile se non si tenesse conto che è stata proprio lei a spingere la donna fra le braccia di suo marito. Heidler stesso tratta male l’amante, tanto che a un certo punto arriva a dirle che lei “lo disgusta” e lo fa “sentire male”. Lei tuttavia non riesce a staccarsi da lui, non ultimo anche perché ha bisogno di soldi, che lui le elargisce abbastanza tranquillamente: in apparenza per amicizia prima e per pietà poi, in pratica, più probabilmente, perché la tratta come una vera e propria prostituta.

C’è da dire che il personaggio di Marya, per quanto ben tratteggiato, non viene davvero approfondito, e si sente molto la brevità del romanzo, che a mio parere non avrebbe affatto sofferto (anzi) se avesse avuto duecento pagine in più. Ma come dicevo è il primo romanzo di Rhys, che forse è maturata in seguito come scrittrice. È tuttavia una supposizione e non una certezza, la mia, dato che questo è il suo primo romanzo che leggo, ma sicuramente voglio approfondire la conoscenza di questa autrice.

Hisham Matar, In the Country of Men (Libia)

Hisham Matar, In the Country of Men, Penguin Books, London 2007.

Hisham Matar è nato nel 1970 a New York, dove il padre lavorava alle Nazioni Unite per conto della Libia. Quando l’autore ha tre anni, la famiglia ritorna in Libia, paese da cui è costretta a fuggire nel 1979 in quanto il padre è membro di un’organizzazione contraria al regime di Gheddafi. La famiglia fugge in Egitto, al Cairo, e in seguito, nel 1986, Hisham Matar si trasferisce a Londra per completare gli studi.

Alla fine del libro c’è una brevissima intervista dove, tra le altre cose, all’autore viene chiesto quanto ci sia di autobiografico in questo romanzo (pubblicato in italiano da Einaudi con il titolo Nessuno al mondo). L’autore risponde che si cerca sempre di trovare qualcosa di autobiografico nei romanzi, ma che il suo è soltanto un’opera di finzione. Di fatto, sebbene vi siano dei parallelismi tra la vita dell’autore e quella del protagonista di questo romanzo, Suleiman detto Slooma, la loro vicenda resta diversa.

Suleiman vive a Tripoli con i genitori. Il padre fa il rappresentante e viaggia molto spesso all’estero. In quelle occasioni la madre è a casa “malata” e deve prendere la sua “medicina” dall’odore particolare, venduta sottobanco dal panettiere. Ed è quando la madre è “malata” che racconta al figlio la storia della sua vita, salvo poi dimenticarsene quando sta meglio. Un giorno però, Suleiman crede il padre in viaggio d’affari, ma lo vede nella piazza dei Martiri con indosso degli occhiali da sole, entrare in un edificio. Quale sarà il motivo di questa bugia? Un’avventura sentimentale? O qualcosa di molto più grave?

Nessuno al mondo è il romanzo della vita di Suleiman e della sua famiglia, ma anche il romanzo della resistenza al regime di Gheddafi in Libia. Viene narrato dal punto di vista di Suleiman, nove anni, che racconta in prima persona. Vediamo tutto ciò che avviene dagli occhi di questo bambino che dimostra una stupidità ai limiti del ridicolo, che spesso sfocia in vera e propria cattiveria gratuita. Un personaggio a mio parere antipaticissimo, che tra l’altro mi è sembrato poco verosimile: in fondo ha nove anni, non è proprio così piccolo, e davvero un bambino a quell’età può essere così ingenuo? E oltretutto così cattivo? Per carità, sulla cattiveri dei bambini (alcuni bambini) si potrebbe scrivere un trattato, ma Suleiman non mi sembra credibile.

Altre cose sono poco credibili (non leggete oltre se non volete spoiler!!), come il rinnovato amore della madre per quel marito che era stata costretta a sposare a quattordici anni senza averlo mai visto prima. Comprensibilmente, la donna odia il marito per tutto il romanzo, salvo poi scoprirsene innamorata e fisicamente attratta quando viene rilasciato dai suoi carcerieri e torturatori e torna a casa massacrato dalle torture. Verosimile? Non direi.

Nonostante questo il romanzo mi è piaciuto, sebbene io non l’abbia trovato così bello come mi sarei aspettata leggendo alcune recensioni. Si parla della resistenza al regime di Gheddafi, ma vedendo il tutto dagli occhi di un bambino di nove anni: per cui capiamo cosa succeda in Libia, pur non avendo modo di approfondire. Comunque è molto interessante vedere come si svolgesse la vita quotidiana delle famiglie a quell’epoca. È un libro che consiglierei, nonostante i punti deboli che ho elencato.

AA. VV., Anthology of Contemporary Macedonian Poetry (Macedonia)

AA. VV., Anthology of Contemporary Macedonian Poetry, St. Clement of Ohrid, National and University Library, Skopje 2011. Traduttori vari.

Questa raccolta di poesie di autori macedoni mi fu donata allo stand della Macedonia alla Fiera del Libro di Francoforte diversi anni fa (2011? 2012? non ricordo). Non l’avevo ancora letta, e ora mi è tornata utile per il mio giro del mondo che prosegue, lentamente, ormai da più di tre anni. Purtroppo il libro non mi è piaciuto affatto, il che è un peccato, perché come primo approccio alla letteratura macedone è stato negativo. Ho avuto spesso l’impressione che si trattasse di un problema di traduzione, che a volte mi è sembrata scialba e chiaramente non eseguita da madrelingua. Il libro è in inglese e i traduttori delle varie poesie sono moltissimi, tanto che non ho potuto citarli tutti, e la maggior parte di loro sono macedoni.

Se passasse di qui qualche persona macedone o qualcuno che conosce la lettratura della Macedonia, mi farebbe molto piacere avere dei consigli su altri libri da leggere, possibilmente di narrativa e non di poesia, dato che io e la narrativa ci intendiamo molto meglio.

Riporto qui sotto alcune delle poesie che mi sono piaciute di più, ma sono troppo pigra per farne una traduzione in italiano, quindi vi dovrete accontentare dell’inglese.

Lachrimatory, di Petre M. Andreevski (tradotta da Filip Koržinski)

A lachrimatory is a phial where European noblewomen gathered children’s tears to make their faces more beautiful. Our mothers, however, gathered their tears so that they would have something to take to the graveyeards.

I saw my husband off to war
I bought a bottle for tears
and invited the sun into my home.
And I told it to sit beside me:
so that we could look each other,
lest my room be empty.
And to shine on me while I cried,
while I filled the bottle with tears,
lest, without them, I should feel ashamed:
have nothing to welcome my man with.
Oh, Sun, you that look everywhere,
tell, how many times I have filled the bottle
and emptied it how many times, tell,
I am still crying, gathering tears,
to have at least tears for his grave.

The theater of life, di Bogomil Ǵuzel (tradotta da Peter Liotta e Dragana Velkovska)

We think we’re actors on a stage and
so constantly quarrel over who plays
what role and why.

Yet what if there in the dark,
behind dimmed footlights, the
hall is empty, no one’s watching

our absurd grotesque? We
turn for a moment and
eagerly await the claque’s
applause…

Even hissing,
jeering and boos
would be better
than this silence.

Translation, di Zoran Ančevski (tradotta da Sudeep Sen e l’autore)

Word by word
I translate
the dead into living,
bones into meat,
winters into summers,
molehills into mountains.
I shed the snake’s skin,
tailor angel’s wings.
I am the world’s judge
who remains unseen within the text.
I sleep on a pillow
of someone else’s dreams;
I wake up, to a Good morning –
in dead tongues.

I translate
day into night
the past into present –
oblivion into memory,
today into tomorrow,
but did not anticipate
the cruel diseccating act,
the fact that with every translated breath
I lose my very own,
spend myself,
waste myself unknowingly,
floating word by word
into another context.

So now,
I’m expected to transport
the thirsty across the river
without getting wet,
without being quenched.
I neither have the breath,
nor words, nor hands,
to translate my own pain
into sadness, happiness –
plenitude – stop,
enough.

Arthur Grimble, A Pattern of Islands (Kiribati)


Arthur Grimble, A Pattern of Islands, Penguin, Harmondsworth 1987. 264 pagine.

Data l’estrema difficoltà di reperire testi di autori kiribatesi (o gilbertesi che dir si voglia), ho optato per questo libro di Sir Arthur Grimble, funzionario britannico che ha vissuto diciannove anni, dal 1914 al 1933, in quelle che allora si chiamavano Isole Gilbert ed Ellice. Le isole Gilbert sono in seguito andate a costituire la repubblica delle Kiribati, mentre le isole Ellice hanno formato Tuvalu.

Questo libro è stato originariamente pubblicato nel 1952, ma racconta eventi svoltisi un secolo fa, quindi giocoforza le cose sono cambiate moltissimo nelle Kiribati. Isole che stanno scomparendo a causa del riscaldamento globale e del conseguente innalzamento del livello degli oceani, come potete leggere in questo bellissimo e straziante reportage. Se preferite leggere il reportage originale in lingua inglese, potete farlo a questo indirizzo. Il carattere drammatico di questa tragedia che, verosimilmente, andrà a verificarsi entro i prossimi sessant’anni (quindi tra pochissimo), è ben esemplificato dalla lettura di questo libro, che mostra un popolo bellissimo e felice nelle proprie tradizioni millenarie. Leggendo questo libro e, in seguito, il reportage di Jeffrey Goldberg, non si può che sentirsi coinvolti di fronte a questa tragedia che, come ricorda chiaramente il presidente delle Kiribati alla fine del reportage, è stata provocata da noi.

Grimble arriva nelle isole Gilbert nel 1914 come cadetto (le isole all’epoca erano una colonia britannica), per poi salire di grado negli anni successivi. È un funzionario forse diverso dagli altri, perché non ha la visione colonialista e paternalistica comune a molti altri funzionari dell’epoca. Grimble è seriamente interessato a conoscere da vicino il popolo gilbertese e a integrarsi con la popolazione locale. E riuscirà tanto in questo suo intento da venire ammesso, con tutti i rituali del caso (tatuaggi tribali compresi), in uno dei clan locali. Grimble comunica un grande interesse e soprattutto amore per questo popolo e queste isole che lo hanno ospitato per quasi vent’anni. Cosa non banale per l’epoca, l’autore nutre un grande rispetto per questo popolo.

L’autore narra le sue vicende personali nelle isole – ne ha girate molte nel corso del suo lavoro, abitando in molte di esse. E le racconta con uno stile esilarante: Grimble è un ottimo narratore, potremmo dire quasi un cantastorie, e ha la rara capacità di narrare le proprie vicende e le tradizioni del luogo in modo divertente e pieno di grazia. Alcuni episodi raccontati fanno veramente ridere, sia per l’avvenimento in sé che per il modo in cui li racconta l’autore. Penso per esempio a quella volta in cui Grimble venne usato come “esca” per catturare un polpo gigante, o quando viene spinto a calmare un pazzo che minaccia la gente con dei coltelli, e che getta le braccia al collo del funzionario gridando “I love you”.

È interessante anche il fatto che Grimble si integri così tanto con la popolazione gilbertese da finire inconsciamente per credere ad alcune loro credenze francamente incredibili per l’uomo moderno e colto come poteva esserlo il funzionario britannico. Per esempio, troviamo più volte Grimble alle prese con dei fantasmi o degli spiriti: egli naturalmente afferma di non credere a queste cose, ma di fatto ci crede eccome, dato che “vede” con i suoi occhi questi spiriti. Infatti la popolazione gilbertese è in maggioranza protestante, con una minoranza cattolica, ma le credenze pagane non sono per questo scomparse. Sono anzi assai vive nella popolazione, tanto che alla morte di chiunque devono essere osservati particolari rituali che permetteranno alla persona deceduta di andare in cielo e non restare invece bloccata in uno stato di mezzo come fantasma. Ma questo è soltanto un esempio, forse quello che viene menzionato più spesso.

Grimble, inoltre, si trasferisce nelle isole Gilbert con la donna che ha appena sposato, e qui nasceranno le loro quattro figlie. Non si trova dunque da solo ad affrontare le stranezze e le privazioni di questo mondo così lontano, ma condivide questa esperienza con l’intera famiglia. Parlando di privazioni penso soprattutto alla questione medica, anche se Grimble parla anche delle privazioni a livello alimentare. Quando dico questione medica intendo che nelle isole Gilbert era presente un solo ospedale al tempo, nell’isola di Tarawa, per la quale spesso non partivano navi che ogni tre-quattro mesi dalle altre isole o atolli. Le medicine erano presenti nelle isole prive di ospedale o di personale medico, ma ovviamente scarseggiavano e non vi era alcun modo di far fronte a emergenze mediche, tanto che molto spesso Grimble stesso si trovava a dover affrontare situazioni come parti complicati, appendiciti acute, amputazioni di arti. Pensare a una cosa del genere oggi è assurdo, ma d’altronde se nessuno si fosse occupato di questi casi le persone in questione sarebbero senz’altro morte. E a volte morivano davvero, ma altre volte si salvavano grazie all’intervento di un semplice funzionario statale.

In conclusione il libro mi è piaciuto molto, e penso che in futuro vorrò procurarmi anche il seguito, Return to the Islands. Non ho capito bene se questo libro è stato tradotto in italiano, ma credo che si tratti di questo, dal titolo Le isole delle anime, pubblicato più di mezzo secolo fa da Bompiani. Ritorno alle isole è stato pubblicato quattro anni dopo sempre da Bompiani. Naturalmente stiamo parlando di libri quasi introvabili, e difficili da reperire perfino in lingua originale, ma se vi dovessero capitare sottomano io vi consiglierei di farci un pensierino.

José Saramago, Oggetto quasi (Portogallo)

José Saramago, Oggetto quasi (tit. originale Objecto quase), Feltrinelli, Milano 2014. Traduzione di Rita Desti.

Questo breve libro di Saramago, circa 150 pagine, è composto da sei racconti. Tutti saprete, credo, che io adoro Saramago, anche se non tutti i suoi libri che ho letto (non ho ancora letto tutti quelli che ha scritto) mi sono piaciuti allo stesso modo. Ma alcuni sono fra i miei libri preferiti in assoluto. Così è stato con grande curiosità che mi sono avvicinata a questo ebook di racconti. Non avevo mai letto Saramago scrittore di racconti, e mi incuriosiva. Credo di averlo preso qualche tempo fa in offerta lampo sul Kindle Store.

I racconti, com’è normale che sia in questi casi, non sono tutti riusciti allo stesso modo. Ma anche quelli meno riusciti non sono affatto male. Altri, invece, sono veramente belli.

Il filo conduttore di questi racconti, da cui soltanto gli ultimi due sembrano discostarsi, sono le cose. Proprio gli oggetti, avete capito bene. Gli oggetti sono i veri protagonisti di queste storie brevi. Oggetti che prendono il sopravvento, quasi a vendicarsi dell’uomo. Tema, questo della vendetta sull’uomo, che risulta particolarmente evidente in uno dei racconti più belli della raccolta, intitolato semplicemente Cose. Qui gli oggetti si ribellano alla supremazia dell’uomo e arrivano fino al punto di sopraffarlo, dotati di una propria vita indipendente da coloro che li hanno creati.

Altro racconto molto riuscito è Embargo, nel quale Saramago rappresenta l’embargo sui prodotti petroliferi, nello specifico la benzina, deciso dai Paesi arabi. In questa occasione, un’automobile rivendica la propria indipendenza e diventa lei stessa padrona dell’uomo che si suppone la possegga. L’uomo, schiavo nelle mani della macchina, non è più niente e non può fare più niente, tanto che si libererà dalla sua schiavitù soltanto con la morte.

Anche Riflusso è un ottimo racconto, sebbene non all’altezza degli altri due che ho citato. Qui un re-dittatore decide di eliminare tutti i cimiteri del Paese, per riunire tutti i morti in un unico cimitero gigantesco, dell’estensione di cento chilometri quadrati. Ma in questo grande cimitero vuole seppellire proprio tutti i morti, passati, presenti e futuri, tanto che sarà necessario mettere a soqquadro l’intero territorio nazionale per disseppellire i morti nei vecchi cimiteri, ma anche quelli caduti nelle varie guerre e che non è stato possibile seppellire in precedenza, ma anche, ad esempio, le persone morte annegate nei fiumi. Un’operazione colossale e colossalmente folle.

Gli altri tre racconti sono a mio parere meno riusciti. Il primo della raccolta, Sedia, è un’evidente metafora della vera morte di Salazar, dittatore del Portogallo fino al 1968. Si dice che Salazar sia morto battendo la testa a seguito di una caduta dalla sedia, anche se non è certo che sia davvero caduto dalla sedia, sebbene ci siano molti testimoni pronti a giurarlo. Il racconto, in effetti, narra con esasperante minuzia la caduta di un uomo da una sedia. È un bel racconto, ma è esasperante, come dicevo, nel suo essere minuzioso, nella mania dell’autore per il dettaglio. Anche un po’ noioso, oserei dire, sebbene il peculiare stile di Saramago salvi comunque la storia, perché secondo me è un piacere anche solo leggere come scriveva questo grandissimo scrittore.

Infine ci sono Centauro e Rivincita, quest’ultimo brevissimo. In entrambi i racconti non sono le cose ad avere un ruolo di primo piano ma, nel primo, una creatura al limite fra l’uomo e l’animale, il centauro appunto, nell’ultimo invece un animale, un maiale per la precisione, e un ragazzo. Molto duri, soprattutto il secondo, ma a mio parere privi di significanza particolare. Superflui, nell’ambito di questa raccolta.

Per concludere, non è certamente un libro all’altezza dei romanzi di Saramago, ma è comunque interessante e piacerà senz’altro agli appassionati di questo scrittore. Un po’ meno, forse, ai non particolarmente appassionati.