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Journal-Gyaw Ma Ma Lay, La sposa birmana (Myanmar – Birmania)

Journal-Gyaw Ma Ma Lay, La sposa birmana (tit. originale birmano non indicato), O Barra O, Milano 2009. Traduzione dal francese di Giusi Valent.

Siamo in Birmania, in una piccola cittadina di provincia, verso l’inizio degli anni Quaranta. Wai Wai ha 17 anni quando conosce U Saw Han, vent’anni più vecchio di lei. La ragazza si innamora subito di questo strano birmano che vive come un inglese: pienamente colonizzato e asservito alla potenza dominante, pienamente assimilato. Vive in una casa con mobili sontuosi, mangia seduto a tavola con le posate, quando invece i birmani mangiano seduti a terra intorno a un tavolo basso, prendendo il cibo con le mani. U Saw Han beve alcolici, fuma sigarette inglesi, si comporta in tutto e per tutto come un inglese. Wai Wai è ricambiata nel suo amore: come potrebbe U Saw Han non innamorarsi del suo bel corpo, della sua bella carnagione, della sua dolcezza, dei suoi tentativi di comportarsi all’occidentale quando viene invitata a cena da lui con la sua famiglia?

E, naturalmente, i due si sposano. La famiglia di Wai Wai non è particolarmente contenta di questo matrimonio, perché sono intimoriti dai modi troppo occidentali di U Saw Han. Soprattutto il fratello di Wai Wai, un nazionalista birmano che lotta per l’indipendenza del Paese, non è contento della scelta della sorella. Ma la ragazza è innamorata e nessuno si sogna di impedire il matrimonio. Lei stessa è inizialmente dubbiosa, ma solo per il fatto di dover andare a vivere “lontano” dal padre malato, sebbene le due case siano a pochi passi l’una dall’altra.

Subito dopo il matrimonio ha inizio il dramma: U Saw Han è certamente innamoratissimo di Wai Wai ma, come direbbero oggi certi giornali, la ama troppo. Non è violento nei suoi confronti, o almeno non fisicamente. Ma esprime una violenza incredibile a livello psicologico. Wai Wai deve conformarsi al 100% ai canoni occidentali sposati dal marito: mangiare a tavola con le posate, non mangiare i cibi piccanti della tradizione, fare colazione con uova, pancetta, latte e burro, cambiarsi d’abito due volte al giorno… Ma il problema non è solo l’occidentalizzazione forzata e repentina, che pure Wai Wai vive con grande disagio e tristezza, legata com’è alle proprie radici. La violenza di U Saw Han si esplica anche sul piano relazionale: Wai Wai non deve passare troppo tempo con la sua famiglia di origine, le vengono fatte pochissime concessioni su questo, tanto che la donna si riduce ad andare a far visita a suo padre quando il marito è in ufficio. U Saw Han tratta sua moglie come se fosse una bambola di porcellana, una marionetta di cui è lui stesso a tirare i fili. Wai Wai deve fare esattamente quello che dice lui: dall’occidentalizzarsi al vedere raramente la famiglia allo stare a riposo perché lui la considera troppo debole per fare qualsiasi cosa.

Quando il padre di Wai Wai muore senza che lei sia riuscita a vederlo, perché il marito le ha proibito di andare a Rangoon, dove il padre si era ormai trasferito, Wai Wai conosce un primo (e unico) moto di ribellione, stroncato sul nascere dalla scoperta di essere incinta. Wai Wai è così disperata da non riuscire più a ribellarsi, da non provare quasi più niente, anche perché deve costantemente nascondere al marito le proprie emozioni. Ma non incolpa il marito della sua vita orribile, anzi dice esplicitamente che lui non ne ha colpa; secondo Wai Wai la colpa è soltanto sua perché è stata lei a decidere di sposarlo. Assistiamo quindi alla tipica auto-colpevolizzazione delle donne abusate dal proprio compagno (in qualsiasi modo esse siano abusate, perché la violenza psicologica non è inferiore a quella fisica).

In tutto questo il romanzo, scritto nel 1955 e considerato il più importante di questa scrittrice, è molto moderno, perché parla di una situazione che oggi vediamo accadere quotidianamente. La violenza sulle donne fa più orrore quando è fisica, quando si tratta di botte, quando arriva all’omicidio. Ma come dicevo la violenza psicologica non deve fare meno orrore, sebbene tutti noi tendiamo a percepirla molto meno – come avviene anche ai parenti di Wai Wai, che a un certo punto arrivano a pensare che tutto sommato U Saw Han ama molto la sorella e quindi lei deve sopportare (sebbene, per la maggior parte del libro, il loro punto di vista sia blandamente contrario al trattamento che il marito riserva alla moglie).

Sullo sfondo, la situazione politica della Birmania all’inizio degli anni Quaranta quando, scoppiata la guerra col Giappone, i nazionalisti sperano che questo li aiuti a ottenere l’agognata indipendenza dagli inglesi, solo per scoprire che non avverrà altro che la sostituzione di una potenza coloniale con un’altra.

È un libro che mi sento di consigliare caldamente, così come mi sento di consigliare di tenere d’occhio la casa editrice che lo pubblica, O Barra O, che io conosco e apprezzo già da tempo per il suo tentativo di diffondere in Italia la cultura e la letteratura asiatica.

Hans Christian Andersen, La petite sirène (Danimarca)

Hans Christian Andersen, La petite sirène (tit. originale Den lille havfrue), pubblico dominio. Traduttore non indicato.

Questa storia altro non è che La sirenetta, originariamente scritta in danese da Hans Christian Andersen nel 1836, e che io ho letto in francese per fare esercizio. Per esercitarmi ancora meglio ho sia letto l’ebook, sia ascoltato l’audiolibro. Come al solito per me gli audiolibri in francese si rivelano troppo difficili, ma questo era molto carino, con una lievissima musica di sottofondo. Se vi interessa, l’ho trovato su Audiocité, dove ci sono molti audiolibri in questa lingua.

La storia della Sirenetta la conosciamo tutti, io credo che come un po’ a tutti noi, mi sia stata letta da bambina, e oltre a questo l’ho riletta qualche anno fa quando ho preso l’ebook con le fiabe complete di Andersen. Ma leggerla di nuovo è sempre un piacere, che oltretutto porta via pochissimo tempo.

La Sirenetta, figlia del re del mare, vive in fondo al mare, e finalmente a quindici anni le è consentito andare in superficie a vedere com’è fatta la terra abitata dagli uomini e dai “pesci che stanno sugli alberi” (gli uccelli). Nel bel mezzo di una tempesta, la Sirenetta salva un bel principe e se ne innamora. Ma non solo: si innamora anche dell’anima immortale degli uomini. Le sirene, infatti, vivono per trecento anni per poi dissolversi in schiuma, la schiuma del mare. Gli uomini invece vivono molto meno, ma la loro anima è immortale, e la Sirenetta desidera tanto questa immortalità quanto il bel principe. Decide dunque di andare a vivere sulla terra, con l’aiuto di una strega malefica la quale, come prezzo, esige la sua lingua, rendendo dunque muta la Sirenetta, che un tempo possedeva la voce più bella che fosse dato immaginare. Il principe si affeziona a lei e la Sirenetta ne è molto contenta, sebbene la sua vita sulla terra sia accompagnata da costanti e atroci dolori dovuti alla perdita della coda e alla crescita delle gambe: dolori che però la ragazza riesce a non far trasparire mai, in nessun caso. Purtroppo il principe è innamorato della bella fanciulla che l’ha salvato dall’annegamento: la vera salvatrice è, ovviamente, la Sirenetta, ma il principe crede che sia un’altra ragazza, che poi riuscirà a sposare. La fine della storia, se volete, la dovete leggere.

Come sempre, le fiabe lette da adulti sono molto diverse da come erano quando le leggevamo o ce le leggevano da bambini, così come sono molto diverse dai cartoni animati o film che ne vengono tratti, primi fra tutti quelli della Disney. Le versioni per bambini sono ovviamente edulcorate, e questo è ancora più evidente nelle fiabe scritte ad esempio dai fratelli Grimm, che sono a tratti truculente nella loro versione originale. Andersen non arriva a tanto, ma comunque si sente che le sue fiabe sono solo parzialmente dedicate ai bambini. La Sirenetta è senz’altro una fiaba adatta ai bambini, anche nella sua versione originale, ma ha comunque significati più profondi che al bambino sfuggono, come ad esempio l’anelito all’immortalità (e quindi un’aura di religiosità), la bellezza delle buone azioni, il dolore di voler essere diversi da quel che si è, l’amore. In conclusione, io sono sempre in favore della rilettura da grandi dei libri letti da bambini, perché si scoprono sempre cose nuove e si può ricordare un piccolo pezzetto della propria infanzia.

Robert Walser, Der Spaziergang (Svizzera) – 1917

Robert Walser, Der Spaziergang, Huber & Co., Frauenfeld – Lipsia 1917.

Libro pubblicato in italiano da Adelphi con il titolo La passeggiata e tradotto da Emilio Castellani.

«Senza passeggiare sarei morto, e il mio mestiere, che amo appassionatamente, sarebbe annientato».

La traduzione di questa breve riga è mia, perché ho letto il libro in tedesco e non ho sotto mano l’edizione italiana.

Ho letto questo breve libro con passione. Non nel senso di appassionatamente, ma nel senso di passione dolorosa, tremenda sofferenza. Meno di 100 pagine in tre giorni. Una tortura. Mi chiedo come mai ultimamente la letteratura di lingua tedesca mi stia deludendo in modo così cocente. Recentemente non mi è piaciuto La Cripta dei Cappuccini di Joseph Roth, ma questo di Walser lo batte di sicuro. Un po’ me ne vergogno, io che sono laureata in letteratura tedesca. Due grandi nomi come Joseph Roth e Robert Walser, e non apprezzarli.

Il protagonista di questo romanzo breve esce a fare una passeggiata e, come ci spiegherà ben oltre la metà del libro, questo tipo di attività è per lui fondamentale, lo è soprattutto per la sua scrittura. Probabilmente per l’autore era la stessa cosa, e questo protagonista/narratore non è che un alter ego di Robert Walser.

Durante la sua passeggiata il protagonista incontra varie persone, con cui si ferma a parlare: una donna che gli sembra un’attrice, una ragazza che sta cantando, un libraio, una donna che lo aveva invitato a pranzo, ma anche un cane, e altri personaggi ancora. Le conversazioni che l’uomo ha con queste persone sono un po’ particolari, nel senso che non hanno nessuna caratteristica di oralità, anzi sono verbosissime e siamo di fronte a un linguaggio che non potrebbe essere che scritto, mai parlato. Già questo mi ha disturbato, non c’è alcuna verosimiglianza, anche se probabilmente la verosimiglianza non era affatto l’intento dell’autore. La verbosità di queste conversazioni, che non sono monologhi ma quasi, mi ha annoiato da morire. È vero, c’è ironia in quello che il protagonista dice, alcune conversazioni ci potrebbero far sorridere, come quando la donna che lo ha invitato a pranzo gli dice che non lo farà alzare dal tavolo finché non scoppierà, o quando entra in libreria per cercare il bestseller del momento, solo per poi posarlo e andarsene una volta che il libraio glielo ha procurato. Eppure io l’ho trovato un linguaggio pomposo e inutilmente imbellettato, che non è stato per niente di mio gradimento.

Robert Walser era apprezzato da moltissimi autori, ma questo libro non mi ha lasciato niente, purtroppo. Nel Kindle ho anche Jakob von Gunten, quindi darò un’altra chance a questo autore, ma non subito. Bisognerà che aspetti un po’.

Neel Mukherjee, La vita degli altri (India)

Neel Mukherjee, La vita degli altri (tit. originale The Lives of Others), Neri Pozza, Vicenza 2016. Traduzione dall’inglese di Norman Gobetti.

Certe volte, quando scopro un libro particolarmente bello e/o emozionante, mi chiedo come mai io abbia aspettato così tanto a leggerlo. In questo caso non ho aspettato proprio tantissimo, solo quattro mesi, dato che si tratta di un regalo di Natale, ma comunque me lo sono chiesto lo stesso. La risposta è che ero intimidita dalla mole: non è un libro enorme, sono 607 pagine, ma per me sopra le 400 pagine sono sempre libri che mi fanno paura. Perché se poi sono brutti che fai? Se sono brutti brutti smetti di leggere e abbandoni, ma se sono così così? Ti devi tirare avanti un libro mediocre per un sacco di tempo finché quell’agonia non finisce. Invece non è questo il caso di La vita degli altri, romanzo che ho letto in una settimana.

Questo è uno dei rari casi in cui i blurbs scritti sulla copertina dicono cose vere. «Atterrisce e, nello stesso tempo, delizia»: vero. «Un romanzo feroce, spietato e brutalmente onesto»: non avrei saputo dirlo meglio, e infatti sono parole di Anita Desai, non certo di un esimio sconosciuto. «Mukherjee può ricordare Tolstoj per la capacità di dar vita a una serie diversificata e ampia di personaggi e di evocare all’improvviso mondi interiori»: quando l’ho letto ho pensato che non potesse che essere una grossa esagerazione, invece è vero pure questo.

Il libro è la storia di una famiglia, inestricabilmente intrecciata alla storia di un uomo che di quella famiglia fa parte, inestricabilmente legata alla storia della lotta maoista per dare ai reietti un mondo diverso.

Protagonista è la famiglia Ghosh, appartenente all’alta borghesia di Calcutta. Per la maggior parte del romanzo siamo verso la fine degli anni Sessanta, ma ci sono molti salti temporali che ci portano indietro nel tempo, per raccontare ancora meglio la storia di questa famiglia. I Ghosh sono capitanati da Prafullanath e Charubala: il marito ha un’importante cartiera con molti stabilimenti, che ha permesso loro di diventare una famiglia estremamente abbiente. I due hanno cinque figli, i quali a loro volta sono sposati e hanno altri figli. Tutti tranne l’unica figlia femmina di Prafullanath e Charubala: Chhaya è infatti rimasta zitella, nessuno se l’è presa, forse perché scura di pelle e brutta. Di fatto è diventata una zitella acida e velenosa.

Non credete a ciò che dice il risvolto: la famiglia Ghosh non appare mai come la Grande Famiglia Felice, si vede subito che non lo è affatto. Il risvolto dice che «quando cala il palcoscenico sulla recita, la realtà però svela il suo vero volto». Ma la realtà la vediamo fin da subito.

Il punto è che la famiglia Ghosh è l’esempio perfetto di una famiglia disfunzionale, nella quale praticamente nessuno dei componenti si salva dall’essere in vario modo pervertito, malvagio, stupido, e così via. Ma soprattutto è la cattiveria pura che scorre nelle vene dei Ghosh. Ciascuno è cattivo a suo modo, alcuni lo sono di più e altri di meno, ma di fatto la famiglia non è per niente sana.

Da questa famiglia, ben presto, Supratik deciderà di scappare. Supratik è il nipote più grande, figlio di Adinath e Sandhya. Nonostante sia cresciuto in una famiglia assai benestante e alla quale in apparenza non manca niente, si è unito ai naxaliti, ovvero ai ribelli maoisti, ed è diventato un’importante pedina della lotta armata nel Medinipur.

Il romanzo si snoda su due piani distinti eppure uniti: il primo è narrato da un narratore onnisciente che ci racconta tutto sulla famiglia Ghosh, il secondo, diversificato nel libro anche per il carattere tipografico utilizzato, è il diario di Supratik, scritto a beneficio di una persona non meglio identificata, la cui identità scopriremo solo verso la metà del romanzo, a meno di arrivarci prima grazie ad alcuni indizi.

Le parole della “New York Times Book Review”, secondo cui Mukherjee ricorderebbe Tolstoj, non sono per niente campate in aria, e aver letto da pochissimo Guerra e pace mi facilita il paragone fra i due libri. Anche qui abbiamo la guerra (la lotta armata di Supratik e dei naxaliti) e la pace (la storia della famiglia Ghosh, che tanto pacifica non è, proprio perché estremamente disfunzionale, ma comunque tratta di un ambiente quasi aristocratico completamente opposto rispetto ai villaggi del Medinipur). Inoltre anche qui abbiamo due epiloghi, che non sono excursus di filosofia politica come nel romanzo di Tolstoj, ma che comunque mi hanno fatto pensare a una ripresa forse consapevole della struttura di Guerra e pace.

Ad ogni modo, fare paragoni con grandi scrittori del passato non è forse così importante, perché probabilmente la cosa principale è, semplicemente, trasmettervi il messaggio che questo è un grande romanzo. Presenta senz’altro delle difficoltà che potrebbero anche essere vissute male dal lettore, e potrebbero dunque, forse, non far apprezzare il romanzo. Ma se si riesce a farsi andar giù queste difficoltà si viene premiati.

Ciò che all’inizio mi ha reso un po’ difficile la lettura è stato, innanzi tutto, il modo di chiamare i personaggi. Se è vero che per un italiano non è facile tenere a mente complicati nomi indiani, spesso abbreviati in soprannomi, è ancora più vero che è complicatissimo tenere a mente i vari appellativi con cui vengono chiamate le persone. In una nota all’inizio del libro l’autore ci spiega che in bengali solo i figli vengono chiamati per nome (unica eccezione: il marito che chiama per nome la moglie, ma non viceversa), mentre tutti gli altri fanno riferimento ai vari parenti in termini relazionali. Per cui per esempio la moglie del fratello è boüdi, il fratello minore del padre è kaka, e così via. Capirete che questo rende molto complicato capire a chi si stia facendo riferimento nel libro, ma il mio stratagemma è stato semplicemente non farci caso, perché tanto si capiva pure in base al contesto.

Altra difficoltà sono i salti temporali presenti nella narrazione onnisciente. Ci sono continui flashback, che non sono ricordi, ma proprio salti all’indietro: a un dato momento si sta parlando, ad esempio, di quello che fa uno dei fratelli nel 1967, per poi saltare a parlare di quando i fratelli erano bambini. Questo andamento è costante nel corso del romanzo ed è sicuramente voluto, ma se volete leggerlo tenetelo a mente perché può risultare difficoltoso.

Anita Desai ha ragione a dire che è un romanzo feroce: in alcuni punti la violenza è tanta, e soprattutto per me è stata inaspettata all’inizio e mi ha preso un po’ alla sprovvista. Inoltre, è feroce il tema stesso del libro. Una famiglia disfunzionale è un argomento feroce, la lotta naxalita è feroce, i soprusi dei ricchi nei confronti dei poveri sono feroci.

Si potrebbe dire tanto altro di questo romanzo, ma mi risulta difficile parlarne oltre senza svelare parti anche importanti della trama, perciò mi fermerò qui e mi limiterò a dirvi che è un libro che consiglio molto. E che scorre molto veloce nonostante le difficoltà.

Binyavanga Wainaina, Un giorno scriverò di questo posto (Kenya)

Binyavanga Wainaina, Un giorno scriverò di questo posto (tit. originale One Day I Will Write About This Place), 66thand2nd, Roma 2013. Traduzione dall’inglese di Giovanni Garbellini.

Avevo molte aspettative su questo libro. Mi aspettavo di trovare un ritratto del Kenya scritto da un autore del luogo, quindi non filtrato da occhi “occidentali”. In più, avevo letto che l’autore era un vero topo di biblioteca, un grandissimo appassionato di lettura a cui i libri avrebbero salvato la vita. Unite le due cose insieme, e capirete quanto potessero essere alte le mie aspettative. Purtroppo sono state tutte disattese.

Il libro è un’autobiografia, scritta nel 2011 da un Wainaina ormai all’incirca quarantenne, che narra una trentina di anni della sua vita. Il problema sta proprio qui: narra trent’anni della sua vita. Non della società, della politica, della cultura del Kenya. Certo, ci sono alcune pagine in cui questi argomenti vengono affrontati, penso soprattutto all’ultimissima parte nella quale l’autore parla delle elezioni presidenziali nel suo Paese. Eppure tutto questo risulta solo accennato, mentre è chiaro che l’interesse di Wainaina sta principalmente nel raccontare la sua vita. E nemmeno veniamo tanto a sapere del suo amore per la lettura, se non che da ragazzino leggeva un sacco di romanzi.

Wainaina accenna brevemente alla sua amicizia con autori all’epoca emergenti come Chimamanda Adichie, alla rivista da loro fondata, ai suoi inizi come scrittore, ma non approfondisce mai realmente. A me quello che è sembrato vagamente più approfondito è stata la storia del suo malessere psicologico che lo rende una specie di disadattato incapace di uscire dalla propria camera (e ok, è evidente che si sia trattato di un’esperienza depressiva, ma l’autore non ne parla mai in questi termini e abbiamo solo questa immagine di lui come disadattato, più che come uomo sofferente). E anche la storia del suo amore per la musica, del suo incontro con l’alcool, del rapporto sempre più flebile con la sua famiglia. Eppure, anche in questi casi, è eccessivo parlare di approfondimento per quanto riguarda queste questioni.

Ho avuto l’impressione che l’autore per così dire svolazzasse su tutto senza mai soffermarsi davvero su niente. Con una prosa, per giunta, che cerca di essere molto poetica ma risulta solo inconcludente e anche incoerente. È vero che questa necessità di essere artistico a tutti i costi è più pesante all’inizio, nei primi capitoli, per poi diventare pian piano sempre meno marcata. Ma è così fastidiosa che all’inizio ho pensato seriamente che non ce l’avrei fatta ad andare avanti.

Per me, un grosso no. Però vi invito a non farvi influenzare dal mio parere, perché dalle recensioni che ho letto sembra che io sia l’unica persona sulla faccia della terra a non aver apprezzato questo libro. Perciò magari giudicate da soli.