Archivi categoria: il giro del mondo coi libri

Yeonmi Park, La mia lotta per la libertà (Corea del Nord)

Yeonmi Park, La mia lotta per la libertà (tit. originale In Order to Live. A North Korean Girl’s Journey to Freedom), Bompiani 2015. Traduzione dall’inglese di Veronica Raimo.

Yeonmi Park fugge dalla Corea del Nord insieme alla madre all’età di 13 anni. In Corea del Nord viveva a Hyesan, una cittadina nel nord del paese dove la famiglia (padre, madre e due figlie) sopravviveva grazie ai traffici del padre che commerciava in merce di contrabbando, riuscendo a offrire alla famiglia una vita più o meno dignitosa. Quando il padre viene arrestato, la famiglia piomba nella povertà più assoluta, tanto che le due sorelle, rimaste sole dato che la madre è andata a Pyongyang per cercare di aiutare il marito, sono costrette a mangiare erbe di campo e insetti.

La descrizione della vita in Corea del Nord è, come si può immaginare, difficile da mandare giù. Addirittura veniamo a sapere che durante la carestia c’erano perfino cadaveri per le strade, di cui ovviamente gli animali facevano libagione. Scene raccapriccianti a cui le due bambine, Yeonmi ed Eunmi, sono costrette ad assistere quotidianamente. Un paese in cui la povertà è estrema, soprattutto ma non solo a causa della carestia, in cui la lotta per la sopravvivenza è vissuta giorno per giorno e anche mangiare è una lotta quotidiana.

Per non parlare di quella che viene definita “dittatura emotiva”: la dittatura nordocreana impone il pensiero unico e la venerazione dei Kim e non tollera sgarri, punendo durissimamente chi osa proferire o anche solo pensare parole che possono in qualche modo apparire contrarie al regime. Ai cittadini viene inculcata fin da piccoli l’idea che i mali della Corea del Nord, che tuttavia è da considerarsi il paese migliore del mondo, siano dovuti esclusivamente agli yankees americani e alla Corea del Sud. Così come viene inculcata loro la venerazione per i Kim, tanto che a nessun nordcoreano verrebbe in mente di mettere in discussione la superiorità assoluta e perfino la quasi “santità” dei Kim. I nordocreani credono fermamente a quello che il regime inculca nelle loro menti, tanto che Yeonmi ci dice che sua madre crede fermamente al fatto che il caro leader sia un essere divino, immortale, capace di fare miracoli, e non riesce a darsi pace né a credere alle proprie orecchie quando questo muore.

Per sfuggire alla fame e alla povertà, Yeonmi, Eunmi e la loro madre decidono dunque di fuggire dalla Corea del Nord, aiutate da una donna che le farà andare nella vicinissima Cina (Hyesan si trova al confine). Eunmi decide di fuggire da sola il giorno prima, e le due donne non avranno sue notizie per anni. Yeonmi ci racconta la storia della fuga sua e di sua madre e la successiva scoperta che sono state vendute ai trafficanti di essere umani, che a loro volta le hanno comprate per venderle come mogli a dei contadini cinesi. Le due subiscono violenze e vengono ridotte a meri oggetti: né più e né meno che schiave. Le vicissitudini di Yeonmi e di sua madre in Cina sono infinite e orribili, sebbene la ragazza stessa ammetta che in seguito conoscerà donne nordcoreane che, fuggite anch’esse in Cina, hanno vissuto esperienze di gran lunga peggiori.

Infine le due donne riescono a fuggire in Corea del Sud passando per la Mongolia, dove devono attraversare a piedi il terribile deserto del Gobi durante l’inverno. In Corea del Sud la vita non sarà tutta rose e fiori dato che, anche se i nordcoreani vengono accolti come cittadini, vengono sempre percepiti come stranieri e “inferiori”. Ma Yeonmi riesce a ricavarsi una sua nicchia, a studiare come ha sempre desiderato, e diventa infine una paladina dei diritti umani.

Sebbene non si possa negare che il racconto di Yeonmi presenti caratteristiche che ai nostri occhi occidentali possono sembrano poco verosimili, non sono d’accordo con quei recensori che dubitano del racconto della ragazza affermando che abbia ingigantito o perfino abbellito le sue esperienze. Questi recensori hanno mai vissuto sotto una dittatura, sono mai stati vittime di tratta? La risposta è ovviamente no, perciò mi chiedo chi siano loro, chi sia io per giudicare. Nessuno di noi può immaginare cosa si provi e cosa si viva durante queste orribili esperienze, quindi nessuno di noi è in grado di giudicare se siano vere o false. Dobbiamo fidarci di quello che ci dice Yeonmi, e a dire il vero non vedo perché non dovremmo farlo.

Non avendo letto altri resoconti di disertori dalla Corea del Nord non so se questo di Yeonmi Park sia migliore o peggiore di altri, ma mi sento di consigliarlo. Tuttavia, se sapete l’inglese leggetelo in lingua originale, perché la traduzione italiana è addirittura imbarazzante, piena com’è di calchi dall’inglese, termini tradotti in maniera errata, parole usate a casaccio e perfino alcune parole lasciate in inglese perché evidentemente non si sapeva come tradurle. Un editing avrebbe aiutato molto, ma quasi sicuramente si voleva far uscire presto questo libro e si è deciso di non aspettare i tempi di un editing. Davvero peccato.

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Braulio Muñoz, Quaderni peruviani (Perù)

Braulio Muñoz, Quaderni peruviani (tit. originale The Peruvian Notebooks), Gorée, 2009. Pubblicazione originale 2006. Traduzione dall’inglese di Claudia Menichella.

Braulio Muñoz, peruviano nato nel 1946, vive da decenni negli Stati Uniti dove insegna Sociologia. Generalmente utilizza l’inglese per i suoi testi accademici e lo spagnolo per i suoi testi narrativi, ma per questo romanzo ha fatto un’eccezione, dando voce al protagonista direttamente nella lingua che lo ospita, l’inglese.

Il protagonista, Antonio Alday Gutiérrez, vive negli Stati Uniti da 22 anni, dopo esservi entrato illegalmente a 18 anni passando per il Messico. Antonio è originario di Tacora, Lima, Perù, dove si dilettava a fare l’attore e viveva insieme ai genitori e ai due fratelli maggiori, figli di prime nozze della madre. Gli si presenta l’occasione, quasi fortuita, di fuggire clandestinamente negli Stati Uniti, e la coglie al volo. Dopo anni di vicissitudini riesce a essere regolarizzato e si stabilisce a Lima, Delaware County, Pennsylvania, dove lavora come guardia notturna in un centro commerciale. Da Lima a Lima: un cerhio che si chiude? All’inizio del libro lo troviamo che ha appena commesso un omicidio (ma non sappiamo chi sia la vittima, anche se lo immaginiamo prestissimo) e sta aspettando la polizia.

Come dice l’autore nelle domande rivoltegli alla fine del libro a mo’ di postfazione, si potrebbe dire che questo sia un libro sull’identità prima ancora che sull’immigrazione o sulla vita di Antonio Alday Gutiérrez, anche se certamente è tutte e tre queste cose insieme.

Antonio negli Stati Uniti diventa Anthony Allday, poi ci spiegherà come avviene la metamorfosi del nome che prelude alla metamorfosi del suo personaggio. Ho detto “personaggio” e non “persona”, perché Anthony Allday è un personaggio fittizio costruito a tavolino, un personaggio che non esiste e che niente c’entra con Antonio Alday Gutiérrez. E nonostante questo arriverà a sostituire Antonio Alday Gutiérrez, tanto che sarà questo a scomparire e a smettere di esistere. Salvo riemergere prepotentemente alla fine, che poi è l’inizio del romanzo: una volta commesso l’omicidio, il protagonista torna a percepire se stesso come Antonio Alday Gutiérrez e smette di riferirsi a se stesso come Anthony Allday.

Nel ripercorrere la sua vita e le azioni che lo hanno portato a commettere il delitto, vediamo che si parla alternativamente di Toño/Toñito (il protagonista da bambino e adolescente in Perù), Antonio Alday Gutiérrez (il protagonista dopo l’emigrazione clandestina e poi dopo l’omicidio) e Anthony Allday (il protagonista nella sua vita stabile negli Stati Uniti).

Sembra tutto molto confuso ma leggendo il romanzo non c’è niente di complicato o confuso, è solo difficile da spiegare per me ora. Leggendo invece viene tutto molto naturale e si riesce a seguire le vicende del protagonista senza fatica alcuna.

Antonio si inventa una vita negli Stati Uniti: è un ricco commerciante di abiti che fornisce persino al Pentagono, viaggia in tutto il mondo per lavoro, è un uomo ricco, famoso e impegnato. Questa è la versione per i parenti rimasti in Perù, le pochissime volte che si sentono o le ancor meno volte che si vedono. La versione per gli amici e i conoscenti statunitensi è che lui è il rampollo di una ricca famiglia peruviana che ha deciso di condurre una vita diversa da quella che gli era stata predestinata.

Come vediamo, dunque, Anthony Allday è pura finzione, ma una finzione creata con tale perizia che il protagonista riesce a farla sua senza alcun tipo di problema. El Azar (il caso), però, è dietro l’angolo, e il problema viene a bussare alla porta del protagonista sotto forma di suo cugino Genaro, venuto in visita dal Perù. Come farà ora il protagonista a portare avanti la sua finzione, quando sarà costretto a mostare al cugino che vive in una topaia, lavora come guardia notturna, e insomma non è il grande imprenditore che la famiglia lo crede?

La colpa però è in primo luogo di Anthony/Antonio stesso, perché è stato lui per primo a mantenere i contatti epistolari con la famiglia e a esprimere la sua nostalgia (vera? falsa?) per i familiari e il desiderio di rivederli. Voleva dunque Anthony/Antonio essere smascherato perché non sopportava più di vivere una vita in cui neppure un solo piccolo particolare era vero? Oppure si è trattato semplicemente di un lapsus, un errore, un eccesso di zelo?

Il lettore rimane con queste domande per tutta la durata del romanzo e, per parte mia, ho trovato interessante cercare di dar loro una risposta. A parer mio sì, il protagonista voleva essere smascherato perché non riusciva più a sostenere la finzione, salvo poi pentirsene e non riuscire a capire come porvi rimedio, per poi pentirsi di nuovo del rimedio trovato.

Insomma, Quaderni peruviani è secondo me un libro molto più profondo di quanto possa apparire in superficie, e ci si possono trovare numerosi piani di lettura, di cui secondo me quello dell’identità e della maschera è il più interessante. In quest’ottica si potrebbe sviscerare il romanzo per ore e non credo che si finirebbe di parlare di tutto quello che contiene.

Se potete, leggetelo, vale davvero la pena. Purtroppo Gorée, la casa editrice che l’ha pubblicato, non esiste più, quindi ci si dovrà affidare ai remainders, all’usato o alle biblioteche.

Fred D’Aguiar, Bethany Bettany (Guyana)

Fred D’Aguiar, Bethany Bettany, Chatto & Windus, London 2003.

Bethany, come la chiama sua madre, o Bettany, come la chiamano suo padre e gli altri parenti, a cinque anni torna in Guyana dopo aver vissuto tutta la sua vita a Londra e subito dopo la morte del padre. La madre la lascia con gli zii, ovvero i fratelli e le sorelle del padre, dove rimarrà per i successivi dodici anni, mentre la madre perseguirà la propria carriera politica.

Questo romanzo è pieno di violenza fin dall’inizio: violenza fisica sui bambini ma, successivamente, anche violenza fisica contro la madre di Bethany. La bambina, a casa degli zii, viene picchiata da tutti tranne che dalla “zia gentile”, che è l’unica a proteggerla a modo suo. Gli zii e le zie (e per conseguenza anche i cugini) la vedono come una specie di reincarnazione della madre, che ritengono responsabile della morte del padre di Bethany, tanto da ritenerla in tutto e per tutto la sua assassina. Questo odio per la donna viene traslato su Bethany, dato che ne è, come dicevo, una specie di reincarnazione.

La prima metà del romanzo si concentra su Bethany Bettany e sulle violenze fisiche che subisce, ed è molto difficile da mandar giù. Nella seconda metà le cose cambiano per la bambina (ormai adolescente, ma pur sempre bambina) e anche per il paese dove vive, la Guyana, ormai in guerra. Bethany Bettany rimane la protagonista indiscussa, ma le vicende politiche del paese prendono il sopravvento, anche se non vengono spiegate chiaramente se non in poche righe verso la fine del libro, principalmente perché Bethany, lasciata vivere sempre nell’ignoranza delle cose che la circondano e della propria appartenenza, non capisce cosa stia succedendo intorno a lei.

La prosa è molto poetica e mi è piaciuta anche quando segue il parlato un po’ storpiato di alcuni personaggi; infatti sono i vari personaggi a narrare la vicenda dal loro punto di vista, alternandosi continuamente. Tuttavia il romanzo non è perfetto, tutt’altro: per esempio, com’è che Bethany a 16 anni ancora si comporta in tutto e per tutto come una bambina, soltanto per scoprire le gioie dell’amore e del sesso appena un anno dopo?

Ma il problema principale è stato per me la durezza delle vicende narrate, dal momento che mal sopporto leggere di violenze perpetrate sui bambini. Sono stata tentata più volte di mollare; tutto sommato sono stata contenta di non averlo fatto perché non è un brutto libro, ma non mi ha neppure entusiasmato, e ho dei dubbi circa la volontà di continuare ad approfondire questo autore.

Chimamanda Ngozi Adichie, Americanah (Nigeria)

Chimamanda Ngozi Adichie, Americanah, 4th Estate, London 2013.

Sulla copertina della mia edizione è riportata una frase del Guardian che riassume perfettamente il mio pensiero: «Alcuni romanzi raccontano un’ottima storia e altri ti fanno cambiare il modo in cui vedi il mondo. Americanah fa entrambe le cose.»

Questo libro è uscito in inglese nel 2013 ed è stato tradotto in Italia nel 2015 (io l’ho letto in lingua originale), ma ho aspettato molto a leggerlo per vari motivi: perché di Adichie avevo letto L’ibisco viola che mi era piaciuto molto, e quando un libro mi piace molto ho sempre paura a prendere in mano altro dello stesso autore, per paura che non sia all’altezza; perché avevo letto l’incipit e questa cosa della protagonista dalla parrucchiera mi era sembrata inspida; perché è diventato subito un bestseller e io sono sempre sospettosa nei confronti dei libri osannati a destra e a manca. Invece, meno male che finalmente mi sono decisa a prenderlo in mano, perché è poco meno che un capolavoro, e ora voglio leggere anche la lista della spesa di questa autrice.

In questo libro ponderoso (sulle 600 pagine a seconda dell’edizione) ci sono, sostanzialmente, due fil rouge: come dice il Guardian, una storia e un racconto che ci fa cambiare il modo che abbiamo di vedere il mondo. La protagonista è la nigeriana Ifemelu e, se vogliamo, questa è la sua storia, o meglio la storia sua e di Obinze, il suo grande amore delle superiori e del primo anno di università. Però dire che questo romanzo sia la storia di Ifemelu, o la storia dell’amore tra Ifemelu e Obinze, è estremamente riduttivo e non rende giustizia alla grande portata del libro.

Ifemelu e Obinze sono due ragazzi nigeriani che vivono a Lagos, stanno insieme, ma la vita li dividerà e mentre Ifemelu finirà a fare la blogger negli Stati Uniti, Obinze finirà clandestino a Londra per poi avere un colpo di fortuna e diventare ricco una volta rimpatriato in Nigeria.

Ifemelu in America si inventa un blog in cui parla di razza, dopo un inizio estremamente difficile in cui si è dovuta dare da fare per pagarsi l’università dato che la sua borsa di studio non copriva l’intero importo delle tasse. Non le è stata estranea la depressione, così come una cupissima disperazione, che però è riuscita a superare. Questa disperazione la allontanerà da Obinze, senza che lui riesca a capire cosa sia successo, perché la ragazza non gliene dà mai la possibilità. Obinze invece avrà una storia forse ancora più difficile in Inghilterra, in quanto vi rimane da clandestino alla scadenza del suo visto.

La loro è una storia d’amore complicata e pura, ma come dicevo ridurre il tutto a una storia, che sia essa storia d’amore tra i due o storia della vita di Ifemelu, è di un riduttivo che non ha senso alcuno. Certo, la storia è importante nel romanzo, ma altrettanto, e forse di più, lo è la lotta impari che Ifemelu combatte con il suo blog e con la sua intera vita contro il razzismo e il concetto stesso di razza.

Ifemelu non si è mai sentita “nera” prima di arrivare in America, non ha mai saputo di essere parte di una razza a sé, né di poter essere disprezzata e discriminata per il colore della sua pelle. Quello che emerge chiaro e forte, inoltre, è il fatto che il razzismo sia onnipervasivo e non si limiti soltanto ad atti di vera e propria discriminazione, come può essere ad esempio un taxi che ignora un nero per far salire poco dopo delle donne bianche. Proprio no: non è meno razzista l’entusiasmo di certi bianchi per tutto ciò che è nero, il loro desiderio di “fare del bene”, la loro adorazione per i neri e per l’Africa, ma solo da lontano e ad ogni modo sempre di superficie. Ifemelu ha amici e fidanzati bianchi, ma sono proprio loro che le rendono possibile una presa di coscienza sul razzismo onnipervasivo nella società americana.

Gli americani parlano tanto di “diversità” (diversity), ovvero di multiculturalismo; cercano di leggere libri di autori neri, di interessarsi di ciò che è afroamericano o anche africano, di avere amici neri, e così via. Ma sono spesso tentativi vacui, inutili, vaporosi e poco sinceri. Perché sottolineare il fatto che ci sia bisogno di più diversità è implicitamente sottolineare il fatto che questa diversità esista; sottolineare il razzismo altrui per esaltare il liberalismo proprio può equivalere in ultima analisi ad affermare il razzismo e il concetto stesso di razza. Concetto del tutto astruso per un africano che si trovi a emigrare in America, mentre invece è ben presente nella mente e nella vita degli afroamericani. Perché, come dice Ifemelu nel corso del romanzo (perdonate ma non ricordo le parole esatte), magari il nonno dell’afroamericano ha lottato contro la schiavitù mentre il nonno dell’africano correva per le elezioni presidenziali.

Il razzismo e, prima ancora, la razza, sono concetti inventati che un africano non conosce se non perché vi viene a contatto tramite la cosiddetta cultura occidentale. Una persona africana “non sa” di essere nera perché per lei essere nera è normale, e non capisce perché certe parole debbano essere bandite, certe espressioni vietate, certi pensieri inaccettabili. Il razzismo e la razza sono concetti del tutto occidentali ed esportati con fervore, e per di più, come se questo non bastasse, sono concetti e idee che tutti coviamo dentro, anche chi meno se ne rende conto e più se ne crede lontano.

E poi sì, c’è la storia d’amore, che nell’ultima parte diventa purtroppo preponderante (unica sbavatura di quello che a mio parere è un romanzo quasi perfetto), ma capite come di fronte alla magnitudine di queste riflessioni il resto finisca e debba finire per passare in secondo piano. Pur restando incontrovertibile il fatto che la storia raccontata da Adichie accanto alle riflessioni di Ifemelu sulla razza sia assolutamente meravigliosa e degna di essere letta anche solo per se stessa. Ma prendete il romanzo come un tutto unico, non scomponetelo nelle sue due parti, e avrete qualcosa che si avvicina al capolavoro, sempre naturalmente a mio modestissimo parere. In confronto a questo, Piccole grandi cose di Jodi Picoult impallidisce, per quanto mi sia piaciuto veramente tantissimo, è un paragone che non ho potuto evitare di fare durante la lettura.

Junot Díaz, La breve favolosa vita di Oscar Wao (Repubblica Dominicana)

Junot Díaz, The Brief Wondrous Life of Oscar Wao, Riverhead Books, New York 2007.

Nel folklore dominicano, il fukú è una maledizione che non sembra arrestarsi mai, passando di generazione in generazione. È questa maledizione che ha colpito la famiglia di Oscar Wao.

Oscar è un ragazzo dominicano, fratello di Lola e figlio di Belícia de León. La madre è emigrata dalla Repubblica Dominicana a Paterson, New York, in seguito a orribili vicissitudini familiari e personali che verranno raccontate nel corso del libro e che l’hanno spaventosamente incattivita. A Paterson nascono i due figli, Oscar e Lola. Oscar è un nerd che ama scrivere e giocare ai giochi di ruolo, è obeso e non riesce ad avere fortuna con l’altro sesso. Preso in giro da tutti i suoi compagni di scuola, ha pochissimi amici e zero ragazze. Questa situazione lo porta a uno stato di depressione costante.

Letta la trama, non ero del tutto sicura che questo libro mi sarebbe piaciuto, mi sembrava tutto sommato poco interessante. Però mi serviva per il mio giro del mondo coi libri e, quando ne ho trovato una copia su Bookmooch, non ho esitato a richiederla.

Mi sono dovuta ricredere, perché è un libro molto bello, a partire dallo stile che è molto particolare: molto colloquiale, pieno di slang, zeppo di espressioni e frasi in spagnolo. Naturalmente, non conoscendo lo spagnolo, è stato un po’ difficile capire tutto, ma c’è da dire che dopo un po’ si riesce a capire, non foss’altro che per la vicinanza all’italiano. Oltre allo stile, mi è piaciuto anche tutto il resto: la storia di Oscar intrecciata a quella della dittatura di Trujillo, il modo di raccontare questa storia, tutto.

La storia è raccontata da un io narrante che non verrà identificato se non molto avanti nel corso del libro, e ci sono varie sezioni, ognuna dedicata a uno dei personaggi principali: Oscar, Lola, Belícia, Abelard (padre di Belícia e nonno di Oscar). Il protagonista è indubitalmente Oscar, ma gli altri personaggi sono più che semplici comprimari.

Sappiamo già dal titolo che la vita di Oscar è destinata a essere breve: per grandissima parte del libro il lettore penserà che questa vita infelice non possa che finire in un determinato modo, ma chissà se sarà così che andranno realmente le cose.

Un romanzo che senz’altro consiglio, anche se mi chiedo come sia la traduzione italiana, dato che lo stile di Díaz e del narratore è totalmente pieno di slang ed espressioni spagnole. Difficilmente sarà stato possibile riprodurre questa caratteristica, che pure nell’originale è fondamentale.