Archivi categoria: il giro del mondo coi libri

Andrej Nikolaidis, Nel nome del figlio (Montenegro)

Andrej Nikolaidis, The Son (tit. originale Sin), Istros Books, London 2013. Traduzione dal montenegrino di Will Firth.

Cominciamo subito col dire che questo libro è disponibile in italiano: è stato tradotto nel 2014 da Zandonai con il titolo che ho indicato in oggetto, Nel nome del figlio. Io l’ho letto in inglese per l’unico motivo che l’ho comprato nel 2013, quando ancora non sapevo che ci sarebbe stata una traduzione italiana. Il libro è originariamente scritto in montenegrino e nel 2011 ha vinto lo European Prize for Literature.

Il breve romanzo, appena 115 pagine, non è per niente brutto, tutt’altro, ma io non l’ho apprezzato, purtroppo. Forse se lo rileggessi fra un po’ di tempo mi piacerebbe di più, non lo escludo. Forse non era il momento giusto, il suo momento.

In realtà è scritto molto bene, anche se in questo caso chiaramente non posso giudicare l’originale ma sono la traduzione letta da me. E non solo lo stile è ottimo, anche la storia è interessante. E tuttavia mi è rimasto indigesto, forse per la cupezza, sebbene, com’è noto, non si possa certo dire che io rifugga davanti ai romanzi/racconti cupi, anzi.

La copertina dice che si tratta della storia di una notte della vita del protagonista, ma questo è vero in parte. Certamente la storia si svolge nell’arco di un pomeriggio/sera/notte/mattino successivo, tuttavia è piena di ricordi che passano per la mente del protagonista, quindi quello che dice la quarta di copertina non è esatto.

Ad ogni modo, la storia segue appunto il protagonista, che non ha nome, in meno di 24 ore della sua vita, dopo che la moglie l’ha lasciato andandosene di casa. Il protagonista vaga per la città di Dulcigno, in Montenegro, in preda a ricordi di cui ci rende partecipi. E in questo suo vagare incontra numerosi personaggi che lo fanno affondare ancora di più nel suo male di vivere: per esempio, il vecchio compagno di scuola che era costantemente preso di mira dai bulli, i quali alla fine gli avevano spezzato le braccia mentre il protagonista, suo amico, guardava da lontano mangiando il suo pranzo; oppure l’uomo che vende tre delle sue figlie come prostitute in uno scantinato del paese, e altri ancora. Ognuno di questi personaggi finisce per raccontare al protagonista la storia della propria vita, oppure in altri casi è il protagonista stesso a raccontarcela. E queste vite inevitabilmente, inestricabilmente si intrecciano.

Il protagonista è affetto da un male di vivere inguaribile che lo porta a vedere tutto lo schifo presente in tutte le cose del mondo: ad esempio, il fatto che siamo tutti sporchi, perché la nostra normale condizione è la sporcizia e non la pulizia. Oppure, sempre concentrandosi sullo schifo, il protagonista si interessa alle storie di serial killer, e ci racconta di alcuni cannibali di cui ha letto. Il protagonista crede che il mondo sia un enorme, gigantesco schifo, e non vuole niente, non vuole apparire, non vuole fare, non vuole prendere decisioni, vuole solo passare inosservato, come dirà lui stesso.

L’apatia e il desiderio di non fare si estendono a tal punto che l’uomo si arrabbia ferocemente quando la madre, malata terminale di cancro, gli chiede la grazia di ucciderla. E non si infuria, come potremmo pensare, perché non condivide il desiderio della madre, ma perché le rinfaccia di non averlo fatto lei stessa quando ne aveva ancora la possibilità, le rinfaccia di chiederlo proprio a lui, che non vuole assumersi la responsabilità di niente.

Scopriamo ben presto che il protagonista ha un rapporto orribile con il padre, che non vede da tantissimo tempo sebbene siano vicini di casa, e che questo pessimo rapporto è dato da un terribile senso di colpa che il protagonista non riesce a cancellare: quando erano bambini, suo fratello Milan cadde da un albero, morendo, ed era stato proprio il protagonista a sfidarlo a salirvi. Nonostante ciò, il padre tutte le sere gli dava il bacio della buonanotte e non parlava mai dell’accaduto di fronte a lui, e questo per il protagonista è sempre stato peggio di una punizione. La mancanza di punizione è stata per lui una punizione peggiore di quanto avrebbe potuto essere una vera punizione. Il protagonista non sopporta il perdono.

Questo tema, come vedremo, ricorrerà in alcuni dei suoi incontri, in particolare in quello che fa subito dopo questa rivelazione: incontra per la strada un assembramento di persone che commentano un delitto appena avvenuto. È troppo complicato da spiegare in due parole, ma diciamo solo che un figlio ha ucciso suo padre, precisamente perché suo padre lo ha perdonato ogni volta, anche dopo morti che sono state causate dal figlio stesso. Anche questo ragazzo non sopportava il peso del perdono, e per questo ha ucciso. Il protagonista non uccide, ma marcisce nel putridume di una vita senza senso.

Il finale è particolare e inaspettato, in un certo senso mi ha piacevolmente sorpresa, ma non è servito comunque a farmi amare il libro.

Nonostante le mie personali riserve, sinceramente mi sento di consigliare questo libro, perché merita, e il fatto che a me non sia piaciuto è una mera questione di gusto personale che non vuole togliere nulla ai meriti del romanzo.

Per finire vi voglio lasciare il link a due recensioni che mi sono piaciute molto: una, breve, in italiano e l’altra, più dettagliata, in inglese.

 

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Golan Haji, L’autunno, qui, è magico e immenso (Siria)

Golan Haji, L’autunno, qui, è magico e immenso (tit. originale al-Kharīf, hunà, sāḥr wa kabīr), il Sirente, Fagnano Alto 2013. Traduzione dall’arabo di Patrizia Zanelli.

Attratta dal titolo meraviglioso, qualche anno fa ho comprato questo libro alla fiera Più libri più liberi, ma non lo avevo ancora letto. Diciamo subito che il titolo è la parte più bella del libro.

Questo libro è una raccolta di diciotto poesie con testo a fronte in arabo. Un libro molto elegante, il mio primo incontro con la casa editrice abruzzese il Sirente, che pubblica soprattutto, ma non solo, testi dedicati al mondo arabo e libri di autori di lingua araba. Un progetto molto interessante che vorrei approfondire leggendo altri libri dell’editore.

Golan Haji è un poeta curdo siriano, nato nel 1977 ad Amouda nel nord della Siria, da cui è fuggito nel 2011. La sua lingua madre è il curdo ma scrive in arabo. Oltre che poeta è traduttore e di professione fa il patologo.

Le sue poesie sono belle, ma piene di quel vero e proprio linguaggio poetico ricco di metafore e figure retoriche che a me personalmente rende un po’ noiosa la lettura. Direte, è naturale che le poesie siano scritte in un linguaggio poetico, e avete senz’altro ragione, ma il problema è che da molti anni leggo pochissima poesia, per averne letta troppa in passato e non sempre volontariamente. Perciò oggi lo confesso: a me la poesia risulta ostica, e certamente tale l’ho trovata in questo caso. Penso che piacerà ai poeti o a quelli che di poesia si intendono, ma se la poesia non è il vostro pane quotidiano potreste fare fatica, proprio come me.

Come avrete notato questa non è una recensione, solo un brevissimo commento al libro, perché come sempre io mi ritengo incapace di recensire la poesia, tranne alcune rarissime eccezioni. Farò dunque parlare la poesia stessa, con un estratto da “Un soldato in casa di cura”:

Gli ho chiesto tregua mentre mi invadevano
per tapparmi la bocca con le cinture di cuoio,
sicché l’urlo m’è tornato in gola
distruggendo quel che mi restava da dire.
Mi svegliano le braccia anchilosate,
per quanto ci avevo dormito sopra,
e vedo tutti quelli che mi fissavano, poc’anzi.
L’aria viene lacerata,
come la mia bocca, ma non sento niente.
Fisso un punto nel bianco sporco,
che poi si trasforma in un occhio che mi fissa,
e ovunque mi guardi mi vedo moltiplicare.
Gli sguardi mi divorano,
mentre di me non rimane
che una pelle così sottile che,
se solo la sfiorassi, sparirei.
Io sono il pane degli invisibili.
Quanto mi terrorizzano gli occhi degli atterriti!
Ogni spavento ne spaventa un altro.

David Albahari, Sanguisughe (Serbia)

David Albahari, Sanguisughe (tit. originale Pijavice), Zandonai, Rovereto 2012. Traduzione di Alice Parmeggiani.

Di David Albahari ho già letto con immenso piacere L’esca e Zink, che ho recensito entrambi qui, e che mi sarebbe piaciuto moltissimo rileggere per riassaporarli dopo aver letto questo libro… cosa che non potrò fare, dato che i due libri sono scomparsi nel marasma del mio trasloco fiorentino di moltissimi anni fa, finiti nel pozzo oscuro insieme a svariate decine di altri miei libri. Inoltre, questi come tutti gli altri libri della casa editrice Zandonai sono ormai fuori catalogo a causa della chiusura della casa editrice trentina, che pubblicava libri meravigliosi e che era senza dubbio la mia preferita nel panorama italiano. Anche questo Sanguisughe sono riuscita a recuperarlo solo grazie ad AbeBooks e a una libreria che ne aveva ancora delle copie in magazzino.

Io credo fermamente che David Albahari, scrittore serbo, anzi kossovaro, trapiantato in Canada da molti anni, non abbia niente da invidiare ad autori postmoderni più famosi. A mio parere Albahari è uno scrittore eccezionale e meriterebbe di essere conosciuto molto di più, da chi ama la cosidetta literary fiction e il postmodernismo (gli altri forse preferirebbero starne alla larga, perché i suoi sono libri di difficile lettura e dunque anche difficili da apprezzare se non si ama questa corrente letteraria).

In questo libro si sente molto l’eco di Saramago per il modo in cui è scritto, ad esempio troviamo in entrambi gli autori l’assenza di segni di demarcazione quali virgolette o simili quando ci si trova di fronte a un discorso diretto. Inoltre lo stile mi sembra simile.

La peculiarità di questo romanzo, come di altri dello stesso autore, è il fatto di essere scritto in un unico paragrafo. Se questa può essere una difficoltà superabile in un libro di un centinaio di pagine, diventa estremamente più difficoltoso in un romanzo di 357 pagine. Tuttavia è importante non farsi scoraggiare, perché siamo di fronte a un libro di una bellezza eccezionale.

Ci sono, secondo me, due approcci opposti alla lettura di questo romanzo: lo si può leggere tutto d’un fiato (anche se è un po’ difficile vista la lunghezza) o lo si può assaporare molto lentamente. Il primo approccio è facilitato e anzi incoraggiato dal modo in cui il libro è stato scritto. Infatti, il romanzo in un unico paragrafo non è un mero vezzo tipografico, ma è dovuto alla natura stessa del fluire del racconto. Il narratore è il protagonista, che non ha nome, che racconta in prima persona dei fatti avvenuti sei anni prima, nel 1998, in Serbia, ovvero in un luogo molto lontano da quello in cui egli si trova in questo momento, anche se non sapremo mai quale sia il paese che ha accolto il narratore. Questi racconta la sua storia in un flusso continuo di pensiero, che è anche un flusso logico ininterrotto. Non ci sono stacchi, non ci sono pause. Gli avvenimenti si svolgono nell’arco di alcune settimane, quindi è evidente che vi sono comunque pause, notti passate a dormire, passaggi da un evento all’altro: tutto ciò che è inevitabile nella vita. Tuttavia il protagonista narra in modo continuativo, fluido, come lo scorrere di un fiume. Dicono che sia un flusso di coscienza, ma personalmente non sono del tutto d’accordo, perché quello che il protagonista ci racconta è una vera e propria narrazione, non è soltanto il flusso dei suoi pensieri.

Dicevo, dunque, dei due modi di approcciarsi a questo libro. Il primo, dicevo, quello di berlo d’un fiato, è favorito da questo modo ininterrotto di narrare. Il secondo, quello di assaporare lentamente il romanzo, si rende necessario quando si pensa alla complessità del romanzo stesso. Io, personalmente, ho seguito quest’ultimo metodo. A mio parere questo libro va gustato lentamente come quando si beve un buon vino: non ci si beve la bottiglia tutta intera in poche sorsate per ubriacarsi, ma la si assapora pian piano. Poi, bevendola tutta, ci si può ubriacare ugualmente se non si è esperti consumatori di vini, ma sarà un’ebbrezza raggiunta dopo aver davvero sentito il gusto del vino, e sarà appunto un’ebbrezza piacevole, non una di quelle ubriacature che alla fine ti fanno vomitare. Così è questo libro, o così è stato per me.

Peraltro, questo libro non è un libro, e come potrebbe essere altrimenti dato che ci troviamo di fronte a un romanzo postmoderno. È piuttosto «un sussurrare nel buio dalla mia finestra, un buio così fitto che la luce non può nemmeno filtrarvi». È una cosa che il protagonista sta scrivendo con una biro (all’epoca dei computer!) che prima o poi finirà l’inchiostro, e allora anche il racconto, che non è un racconto, terminerà. «I racconti sono ordinati, in essi i fili sono disposti in modo armonioso, mentre quello che sto componendo io è piuttosto un riflesso della vita, che è sempre caotica, dato che troppe cose avvengono simultaneamente». Chi crederà al racconto narrato dal protagonista? Ovvero, chi crederà che sia un racconto? Forse tutti, tranne colui che lo sta scrivendo. Ciò che abbiamo tra le mani (ma potremo davvero averlo tra le mani?), ci dice l’autore-protagonista, «non è un libro, bensì una confessione che, sul limitare del bosco, io pronuncio al vento, e così le parole, logore come sempre, scompaiono, si uniscono all’azoto e all’ossigeno e a chissà che altro ancora, tanto che nemmeno io, che sto raccontando questa storia, riesco a sentirle». Il fatto che questo libro non sia un libro è un leitmotiv di tutto il romanzo.

Ma di cosa parla, in definitiva, questo libro? Inizia con un uomo che si trova a passeggiare in riva al Danubio mangiando una mela e a un certo punto è testimone di una scena: un ragazzo dà uno schiaffo a una ragazza. L’uomo decide di seguire la ragazza, ma la perde immediatamente, per poi scoprire dei misteriosi simboli tracciati nel percorso da lui seguito: un triangolo inscritto in un cerchio, e al suo interno un altro triangolo rovesciato. Questi simboli saranno sparsi un po’ ovunque nel quartiere Zemun di Belgrado. Per cercare di decifrarli, il protagonista si mette alla ricerca di un suo vecchio compagno di scuola, poi diventato professore di matematica. Il tutto ci porta all’interno di un mistero che ruota attorno a un manoscritto denominato “Il pozzo”, intriso di materiale cabalistico, e che per giunta è un libro di sabbia, cioè un libro il cui contenuto varia ogni volta che lo si apre. Il manoscritto è infatti realizzato con la tecnica cabalistica dell’animazione della materia inanimata, ovvero la stessa tecnica utilizzata per creare il golem, che però in questo caso non crea un golem ma appunto un libro di sabbia, che si propaga «come un virus» anche all’interno di altri testi, se questi vengono messi a contatto mischiando le frasi dell’uno con le frasi dell’altro. Complicatissimo? Ancora di più di quanto possiate immaginare.

In definitiva, io penso che per apprezzare davvero fino in fondo questo libro sarebbe opportuno sapere qualcosa (o più di qualcosa) di cabala (ecco perché prima parlavo dell’essere conoscitori di vini). Ma del resto, quante persone al giorno d’oggi possono vantare una conoscenza, approfondita o anche superficiale, della cabala? Quanti non ebrei? Ma anche, quanti ebrei?

Di fatto tutto il libro ruota intorno alla cabala, ai triangoli, alla matematica e, di conseguenza, all’ebraismo e al violentissimo antisemitismo che c’era in Serbia in quel periodo storico. Tuttavia, il protagonista non è né ebreo né antisemita (Albahari invece proviene da una famiglia ebrea).

Si tratta, come avrete capito, di un testo complicatissimo: per la forma, per lo stile, per il contenuto, insomma per tutto. Io sono fermamente convinta di non averlo compreso fino in fondo, anzi forse non l’ho capito affatto, ma vi posso dire che è un’esperienza di lettura che toglie il fiato. Inoltre ho trovato la scrittura così bella da essere quasi commovente, come mi era capitato già leggendo gli altri due libri dello stesso autore.

Ora sto cercando di procurarmi gli altri libri dell’autore, anche se non tutti sono stati tradotti in italiano e nemmeno in inglese: alcuni li ho già in casa e spero di poterli leggere presto, gli altri che mi mancano spero davvero di essere in grado di procurarmeli.

«Questo in ogni caso non è un libro di sabbia che si può leggere come l’anima del lettore desidera, ma un testo sul quale l’anima del lettore si deve arrampicare con lo stesso sforzo con cui la mia anima sta scendendo lungo le pagine scritte, avvicinandosi inevitabilmente alla conclusione. Sì, è terribile che i libri abbiano una conclusione mentre la vita continua, in qualche modo questa circostanza svaluta qualsiasi sforzo di scrittura, perché significa che i libri sono sempre una misura per un qualcosa di concluso, per una grandezza finita, ci rammentano che abbiamo davanti a noi solo un limitato numero di giorni, settimane, mesi e anni, dopo i quali nulla ha più nessuna importanza, anche se è altrettanto possibile sostenere il contrario: che proprio la finitezza del libro ci aiuta a liberarci delle illusioni sulla vita eterna, non importa se intesa come possibilità reale o come simbolo religioso».

Abdourahman A. Waberi, Transit (Gibuti)

Abdourahman A. Waberi, Transit (tit. originale Transit), Morellini, Milano 2005. Traduzione dal francese di Antonella Belli.

L’edizione originale di questo romanzo è stata pubblicata in Francia nel 2003. Il romanzo è il nono di Waberi, un autore che a vent’anni, nel 1985, lascia il suo Paese, Gibuti, per trasferirsi in Francia.

Ci ho messo un po’ a capire bene dove volesse andare a parare questo romanzo e, in definitiva, di cosa parlasse. Vi sconsiglio di leggere la quarta di copertina dell’edizione inglese, che mi è capitata sotto gli occhi per caso: svela completamente il finale, così come fanno alcune recensioni che ho letto. Peccato.

All’inizio di questo brevissimo romanzo ci troviamo a Parigi, all’aeroporto Charles de Gaulle, dove incontriamo Bashir e Harbi. Alla fine vi torniamo, ma il resto del romanzo si svolge a Gibuti, grazie ai ricordi dei due uomini, che vengono da quel Paese.

Bashir ha cambiato il suo nome in Bin Laden, ma l’uomo che lo accompagna gli sconsiglia vivamente di dire questo in Francia. Invece secondo Bashir questo nome è “terrifico”. Veniamo dunque subito al modo di parlare di Bashir, che deve essere stato complicatissimo rendere in italiano. Bashir sa chiaramente parlare bene in francese, la lingua dei colonizzatori, ma parla un francese molto sgrammaticato e particolare. Waberi, nei capitoli dedicati a Bashir, ci regala un linguaggio del tutto parlato, senza alcuna inflessione di alcunché di scritto o, non sia mai, addirittura letterario. Bashir parla così come parlerebbe a un suo amico, né più e né meno.

Harbi invece è un intellettuale, ma lo incontriamo solo nel prologo e nell’epilogo.

Nel corpo del romanzo sentiamo la voce di Bashir (molto), di Abdo-Julien, figlio di Harbi, di Alice, la moglie bretone di Harbi, e di Awaleh, il padre di Harbi. Ognuno racconta la sua storia, che è anche la storia di Gibuti. Bashir parla più degli altri, con la sua tipica prepotenza da ragazzo e da ex-soldato. Bashir è un gradasso, e anche un delinquente, che non fa che raccontare della guerra, delle sue “gesta” come militare (stupri et similia), dei suoi atti da teppista o meglio da vero e proprio delinquente. Alice è andata a Gibuti per amore dell’Africa, e lì ha trovato l’amore di Harbi, e insieme hanno dato vita ad Abdo-Julien, che già nel nome porta in sé due culture, e che al momento in cui parla ha 17 anni. Awaleh parla poco, ma quando lo fa rievoca le tradizioni del suo Paese.

L’epilogo è quello che dà un senso al libro, ed è abbastanza bello, in quanto (ve lo posso dire senza svelarvi niente) parla di esilio, dell’esperienza di immigrato, dell’attesa di asilo. Molto attuale anche se è stato scritto quasi 15 anni fa.

Tuttavia, il libro non mi è piaciuto nemmeno un po’, sebbene appunto il finale lo redima abbastanza. Ma non a sufficienza da farmelo apprezzare. Non metto in dubbio che Waberi sia uno scrittore molto abile e dotato, anche se è difficile dirlo davvero quando si legge un libro in traduzione. Tuttavia i suoi cambi radicali di registro sono notevoli a livello stilistico, e questo si sente anche in traduzione. Ma la storia non mi ha appassionato e, a dire il vero, nonostante riconosca l’abilità dell’autore, non mi è piaciuto neanche lo stile. La storia sarebbe stata interessante se avesse davvero parlato di esilio e di migrazione, e a suo modo questo libro lo fa, ma appunto a suo modo. Inoltre non ha abbastanza profondità (forse anche a causa della brevità) per farci entrare in sintonia con i personaggi, per farceli capire davvero. Bashir è un personaggio spregevole. Alice è una sognatrice. Abdo-Julien è un ragazzino. Awaleh è un pilastro della memoria. Harbi è quello più realista di tutti. Tuttavia non c’è scavo nella psicologia di questi personaggi, se non forse in quella di Bashir, che come dicevo è quello a cui sono dedicati più capitoli. Di fatto, è un libro con molto potenziale, ma che risulta piatto e monodimensionale. Non basta un buon epilogo di poche pagine a fare un buon libro.

Raharimanana, Lucernario (Madagascar)

Raharimanana, Lucernario (tit. originale Lucarne), Edizioni Lavoro, Roma 2000. Traduzione dal francese di Maurizio Ferrara.

Per me questa collana, “l’altra riva”, di Edizioni Lavoro, è sempre una garanzia. La casa editrice (della CISL) pubblica in questa collana autori di letterature meno conosciute, dimostrando molto coraggio nel portare in Italia libri che, vista la nostra continua diffidenza nei confronti di ciò che è “altro”, verosimilmente saranno poco comprati. E infatti alla fiera di Roma, Più Libri Più Liberi, sono sempre venduti in uno scatolone a pochi euro.

Ero dunque molto tranquilla nell’approcciarmi a questo libro, il primo di un autore malgascio pubblicato in italiano. Jean-Luc Raharimanana è nato nel 1967 in Madagascar e nel 1989 si è trasferito in Francia, dove vive, e infatti scrive in francese. Questo libro è stato pubblicato in Francia nel 1996 e tradotto in italiano nel 2000. Credo che nel frattempo Edizioni Lavoro abbia pubblicato un altro libro dello stesso autore, ma non ne sono sicura.

Si tratta di un libriccino di appena 90 pagine, una raccolta di brevi o brevissimi racconti. Marie-José Hoyet ci dice nell’introduzione che il Madagascar di Raharimanana (che poi non è mai nominato, l’ambientazione di questi racconti potrebbe essere qualsiasi paese) non è quello dei turisti, ma è quello più oscuro, cupo, nascosto, terribile. Questo non mi disturba, anzi, mi fa piacere conoscere un Madagascar più reale, anche se a leggere questa introduzione si tratta proprio del lato più oscuro del paese. Anche se, lo ripeto, il paese non è mai nominato, quindi francamente non mi spingerei a dire che l’autore con questi racconti abbia voluto rappresentare il suo paese. E lo spero bene, tra l’altro.

Questi racconti non sono solo cupi, ma sono di una violenza cieca abominevole. Dice Hoyet che in ognuno di questi racconti almeno uno dei protagonisti muore, e infatti così è. Ma le morti sono atroci, di una violenza inaudita, sempre per mano altrui, per mano di mostri che io non so quale mente possa mai partorire. La violenza di questi racconti è tale, ed è talmente totale, che io onestamente credo che non sia data nella realtà, o almeno lo spero. Alcune cose le abbiamo sentite fin troppe volte nei giornali o nei TG, come le storie di donne violentate e poi uccise. Ma altre cose io non voglio credere che esistano nella realtà, e non ve le sto neanche a raccontare perché le voglio dimenticare il prima possibile, anche se credo che popoleranno i miei incubi per un po’ di tempo.

Per me scrivere di violenza non è un problema, nel senso che sono cose che accadono nella vita reale, a volte addirittura quotidianamente, ed è giusto che se ne parli. Per esempio, è giusto che si parli di donne violentate e uccise, perché purtroppo sono fatti che avvengono spesso, troppo spesso. Certo, è sempre difficile leggere questo tipo di racconti o romanzi, ma ne vedo la necessità, vedo l’urgenza che l’autore sente nello scriverli. In questo caso, invece, non vedo alcuna necessità nel buttare in faccia al lettore tutto questo orrore.

Non per niente i racconti che ho minimamente apprezzato sono Vicoli e Strega, in entrambi i quali si parla di una donna violentata, con l’uomo che assiste impotente. Molto crudi anche questi, ma vi ho visto un barlume di necessità di raccontare fatti che realmente accadono. Strega poi finisce in modo veramente vile, perché la strega del titolo è proprio la donna violentata, che riesce a fuggire e viene presa per una strega dagli abitanti del villaggio, che inevitabilmente la linciano. Cosa che avviene spesso, seppure non in senso concreto, ma metaforico: pensiamo al linciaggio che subiscono tante donne violentate da parte di tante persone che non vogliono capire, linciaggio a parole, certo, ma che uccide quasi quanto la violenza fisica. In questo senso questi due racconti mi sono sembrati più realistici e, sebbene durissimi, li ho minimamente apprezzati. Gli altri sono degli orrori ambulanti, di cui non auguro la lettura al mio peggior nemico.

Poi possiamo dire che lo stile di Raharimanana è molto particolare, in quanto più che al parlato si avvicina al pensato, cioè ricalca fedelmente il modo in cui una persona terrorizzata potrebbe pensare: quindi un linguaggio frammentario, spezzettato, di cui a volte è anche difficile seguire il filo logico. Questo all’inizio mi sembrava un tratto interessante di questo autore, e probabilmente lo è davvero, ma andando avanti i racconti sono sempre più orribili, e francamente dello stile di scrittura non mi potrebbe interessare di meno.