Jamaica Kincaid, Lucy (Antigua e Barbuda)

Jamaica Kincaid, Lucy (tit. originale Lucy), Adelphi, 2016. Traduzione di Andrea Di Gregorio. Pubblicazione originale 1990.

Lucy, di cui sapremo il nome solo nell’ultimo capitolo, è una ragazza di 19 anni che scappa dalla sua isola dei Caraibi (Antigua? nell’ultimo capitolo Lucy dà chiare indicazioni ma non ne dice mai il nome) per approdare negli Stati Uniti come ragazza alla pari. Qui, per un anno, si occupa delle quattro figlie di Mariah e Lewis e farà diverse esperienze che al suo paese non aveva avuto modo di fare: l’ascensore, l’inverno e l’avvicendarsi delle quattro stagioni, ecc. La famiglia che la ospita all’inizio sembra perfetta, ma presto Lucy scoprirà che è una perfezione di sola facciata.

Il libro, molto breve (neanche 100 pagine), è narrato in prima persona da Lucy che ci fa così entrare nelle sue esperienze. L’astio antico verso la madre, l’odio-amore per il suo paese, il disprezzo per chi vede la sua isola come un luogo turistico e basta, uguale tutto sommato alle altre isole dei Caraibi.

Il fatto che il romanzo sia molto breve secondo me non lo aiuta, nel senso che è ricco di potenziale ma lo sviluppa assai poco; in fondo è più un racconto che un romanzo vero e proprio. Avrei voluto potermi immergere di più nella vita e nei pensieri di Lucy, capire meglio il suo astio verso sua madre, scoprire cosa ama della sua isola, capire meglio le ragioni profonde di quello che fa una volta arrivata negli USA. Invece tutto questo è precluso al lettore e io l’ho trovato un vero peccato.

In ogni caso è un libro interessante che sono stata felice di aver letto, ma non l’ho trovato memorabile. Però sicuramente leggerò altro di questa autrice in futuro.

Galsan Tschinag, Der blaue Himmel (Il cielo azzurro) (Mongolia)

Galsan Tschinag, Der blaue Himmel, Suhrkamp, 1997.

Galsan Tschinag è il nome mongolo di Irgit Shynykbai-oglu Dshurukuwaa, scrittore mongolo di etnia tuvana che scrive però in tedesco. Tschinag ha studiato nell’ex DDR ed è poi tornato in Mongolia a insegnare tedesco all’università di Ulan Bator. Immagino che abbia deciso di scrivere in tedesco per avere un maggiore accesso a un pubblico internazionale.

Tuva è una repubblica russa confinante con la Mongolia, ma alcune migliaia di tuvani vivono anche in Mongolia. La loro lingua è il tuvano, una lingua di ceppo turco, e sono noti per il canto tradizionale difonico, il Khoomei.

Questo libro, pubblicato in italiano da AER con la traduzione di Italo Mauro e con il titolo Il cielo azzurro, è la prima parte di una trilogia che compone l’autobiografia romanzata dell’autore. La casa editrice tedesca lo presenta in realtà come “Roman”, romanzo, e non avrei saputo che si trattava di un’autobiografia se non fosse stato per il commento di un’amica che ha letto l’edizione inglese, dove c’è una nota dell’autore.

Il libro è narrato da un bambino molto piccolo, non sappiamo quanti anni abbia di preciso ma di sicuro non è ancora in età scolare. Il piccolo parla di una vita dura in mezzo alle montagne dell’Altai, dove i suoi genitori sono pastori nomadi che vivono in una iurta. Il bambino deve aiutare con il gregge fin da piccolo, tanto che alla fine in un momento di grande dolore dirà che viene trattato come un servo e si lamenterà della sua vita piena di sofferenza. Oltre che con i genitori, il fratello e la sorella (entrambi poco più grandi di lui), il piccolo Dshurukuwaa vive con la nonna e con il cane Arsylang, entrambi amatissimi.

Dal libro traspare l’amore fortissimo per la nonna (pur non essendo davvero la nonna biologica) e per Arsylang ed entrambi hanno un capitolo dedicato a loro. Traspare inoltre il paesaggio aspro ma bellissimo dell’Altai, la vita dura dei pastori nomadi e parzialmente anche la vita sotto il comunismo, quando il rappresentante del sumun viene a prendere i fratelli del narratore per mandarli a scuola.

Il libro si chiude con la morte di Arsylang e le maledizioni lanciate dal piccolo Dshurukuwaa al loro Dio, il “cielo azzurro”. Viene voglia dunque di sapere come siano proseguite le cose per Dshurukuwaa/Galsan e come da qui sia arrivato a diventare scrittore e sciamano. Magari un giorno mi procurerò gli altri due volumi dell’autobiografia e tornerò a farvi sapere le mie impressioni.

Moussa Konaté, L’impronta della volpe (Mali)

Moussa Konaté, L’impronta della volpe (tit. originale L’empreinte du renard), Del Vecchio, 2018. Traduzione dal francese di Ondina Granato. Pubblicazione originale 2006.

Questo è il terzo libro della serie del commissario Habib, ma io ho iniziato da qui perché una volta l’ho trovato in offerta in ebook. Non risente comunque di questo fatto, perché la storia è autoconclusiva.

Siamo in Mali, paese dell’autore, più precisamente nella zona dove vivono i Dogon, un popolo ancora animista e saldamente ancorato alla propria terra e alle tradizioni della propria cultura. All’inizio del libro, un ragazzo scopre che la fidanzata lo tradisce con il suo migliore amico. La tradizione vuole che ci sia un duello (a mani nude ovviamente), perché nella cultura Dogon l’amicizia e l’amore sono sacri, mentre qui sono stati infangati entrambi. Purtroppo il duello non va come previsto e a morire saranno il ragazzo tradito e sua sorella, mentre l’amico traditore riporterà solo ferite non mortali. Eppure, il giorno dopo viene trovato morto, con il corpo orribilmente gonfio. Insieme a lui, anche un altro ragazzo viene scoperto morto allo stesso modo.

Il sindaco del paese, giovanissimo, si rivolge alla polizia della capitale perché crede che lui e i consiglieri comunali siano in pericolo e che presto saranno uccisi anche loro. L’inchiesta viene affidata al commissario Habib e al suo fido ispettore Sosso.

Non è un’indagine semplice, però: l’omertà fra i Dogon è immensa e comunque tutti credono che sia successo e basta, per il semplice volere di Amma, il loro Dio. Riusciranno Habib e Sosso a scoprire la verità e soprattutto a rimanere incolumi?

È un libro breve ma interessante, soprattutto per la possibilità di sbirciare nella cultura di un popolo, i Dogon, rimasto ancora legato ad antichissime tradizioni e così in contrasto con gli uomini di mondo della capitale Bamako. Non è certamente un capolavoro, anzi credo che si dimentichi in fretta (non ha niente di memorabile), però è una lettura gradevole.

Abdulrazak Gurnah, Sulla riva del mare (Tanzania)

Abdulrazak Gurnah, Sulla riva del mare (tit. originale By the Sea), La nave di Teseo, 2021. Traduzione dall’inglese di Alberto Cristofori. Pubblicazione originale 2001.

Abdulrazak Gurnah è stato il vincitore del Premio Nobel per la Letteratura nel 2021. Forse non lo avrei mai letto, o comunque non adesso, senza l’aiuto del mio gruppo Libri dal mondo, con il quale ogni mese esploriamo una nazione. A gennaio siamo volati in Tanzania ed eccomi qua a scoprire il più recente premio Nobel.

Il libro è diviso in tre sezioni: “Reliquie”, “Latif” e “Silenzi”. Nella prima, ci troviamo di fronte a un tal Rajab Shaaban, appena atterrato in Inghilterra, in arrivo da Zanzibar. Un uomo anziano, che è anche il narratore di questa prima parte. Scopriamo subito che Rajab Shaaban non è il suo vero nome: è entrato in Inghilterra con un passaporto falso e, dietro consiglio di chi lo ha aiutato a fuggire da Zanzibar, finge inizialmente di non parlare una parola di inglese, limitandosi a ripetere “rifugiato”, “asilo”. In questa prima parte, il presunto signor Shaaban ci accompagna nei suoi primissimi tempi in Inghilterra e l’ho trovata una lettura molto interessante. Ero curiosa di scoprire cosa ne sarebbe stato di lui, invece non andrà così.

Nella seconda parte il narratore è Latif Mahmud, che era stato chiamato come interprete quando si pensava che il signor Shaaban non parlasse inglese. Nella terza parte torna a narrare Rajab Shaaban, e le loro due storie si intrecciano.

Potremmo dire che sia un romanzo sulla memoria, sulla distorsione del ricordo, sulla cattiveria umana. Invece dalla prima parte mi ero aspettata un romanzo sull’immigrazione e sull’esperienza di rifugiato politico. Devo dire che ne sono rimasta un po’ delusa, tuttavia il libro mi è piaciuto anche se è andato in una direzione che non mi aspettavo. A volte si perde un po’ in tante parole, però ho provato curiosità e interesse per queste due vite che sembrano così lontane, salvo provenire entrambi i protagonisti da Zanzibar.

Non l’ho trovato un capolavoro, ma è scritto molto bene (e tradotto bene) e mi ha stimolato a leggere altro di questo autore, anche se non nell’immediato.

Alain Mabanckou, Le luci di Pointe-Noire (Congo)

Alain Mabanckou, Le luci di Pointe-Noire (tit. originale Lumières de Pointe-Noire), 66thand2nd, 2014 (pubblicazione originale 2013). Traduzione dal francese di Federica Di Lella e Giuseppe Girimonti Greco.

Alain Mabanckou torna in Congo, nella sua Pointe-Noire, dopo 23 anni di assenza, su invito dell’Institut Français. Non era tornato neanche per il funerale dell’amata madre, perché per molto tempo aveva preferito fingere che non fosse morta. Questo libro è il racconto dei suoi incontri in quella sua terra di origine ormai lontana, delle sue impressioni, dei suoi ricordi.

Bisogna dire che non ho ancora mai letto un romanzo di Mabanckou, quindi non posso giudicarlo come romanziere, ma sicuramente è un narratore sopraffino, quindi mi viene da pensare che anche i suoi romanzi siano ottimi. Sicuramente proverò a leggerli, perché lo stile di questo autore mi è piaciuto moltissimo. Mabanckou ha una scrittura leggera, non lirica, non altisonante, ma comunque in certo modo poetica: la poesia del quotidiano. Scrive veramente in maniera avvolgente e coinvolgente. Leggere questo libro è stato un piacere non solo per quello che racconta ma anche per come lo racconta.

Mabanckou se n’è andato dal Congo per studiare in Francia, e per l’appunto non tornava da una vita. Trova una Pointe-Noire cambiata ma tutto sommato sempre uguale, e lo stesso vale per amici e parenti. Alcune cose non ci sono più, altre sono cambiate, per esempio l’amato cinema Rex è diventato una chiesa. I parenti, in particolar modo la famiglia del padre, sembrano interessati perlopiù ai soldi portati da quel loro parente che ha fatto carriera letteraria all’estero. Ma non è così per tutti, fortunatamente: molti di loro sono genuinamente felici di rivederlo.

Il capitolo più bello è quello in cui Mabanckou ricorda nonna Hélène, che non era veramente sua nonna benché lui la chiamasse così. Una donnina energica, che viveva per preparare da mangiare agli innumerevoli parenti, in particolar modo ai bambini. Se ti trovavi nei paraggi, nonna Hélène non transigeva: dovevi mangiare da lei e ti rimpinzava così tanto che rischiavi seriamente di sentirti male. Quando Mabanckou torna in Congo, nonna Hélène è ormai vecchissima e sta morendo, ma aspetta una “donna bianca” che la verrà a prendere per portarla con sé nell’aldilà. E trova un segno di questa donna bianca nella compagna dell’autore. Un capitolo divertentissimo ma anche dolcissimo.

È un libro davvero bello, mi è piaciuto molto vedere Pointe-Noire con gli occhi sia di Mabanckou bambino, sia di Mabanckou adulto che non la vedeva da più di vent’anni. Si notano i cambiamenti, ma si nota anche ciò che resta uguale, come ad esempio la felicità dei bambini.

Consigliatissimo, e spero di proseguire al più presto la conoscenza di questo autore.