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Libri dai ghiacci

Fa molto caldo in queste settimane, cosa che non so voi, ma almeno io sopporto assai poco. Mi viene dunque da pensare a posti freddi dove magari mi piacerebbe trovarmi in questo momento: posti che forse un giorno mi piacerebbe visitare, posti che mi fanno avere meno caldo solo a pensarci! Dunque, mi sono detta, perché non leggere o spulciare libri che vengono da questi posti freddi? Vi ho dunque preparato una piccola lista di libri che sono ambientati tra i ghiacci, quindi nelle regioni del Circolo Polare Artico o limitrofe, e addirittura in Antartide. Se volete, ho anche creato una listopia su Goodreads, consultabile anche da chi non è iscritto e utile perché si possono leggere immediatamente le trame dei libri elencati; se siete iscritti potete anche aggiungere i vostri libri preferiti rientranti in questa categoria. Ecco dunque i libri: romanzi, saggi, folklore, mitologia, guide…

Alaska

Michèle Demai, Alaska Dream
Eowyn Ivey, La bambina di neve
Jack London, Il richiamo della foresta
James A. Michener, Alaska

Antartide

Apsley Cherry-Garrard, Il peggior viaggio del mondo
Alfred Lansing, Endurance. L’incredibile viaggio di Shackleton al Polo Sud
H.P. Lovecraft, Le montagne della follia
James Patterson, Il volo finale
Matthew Reilly, Ice Station
James Rollins, La città di ghiaccio

Canada del Nord

Elizabeth Hay, Voci della notte
Jack London, Zanna Bianca
Annie Proulx, Avviso ai naviganti
Dan Simmons, La scomparsa dell’Erebus

Circolo Polare Artico

AA. VV., Leggende dall’estremo Nord
Peter Davidson, L’idea di Nord
Barry López, Artico: l’ultimo paradiso
Matteo Meschiari, Artico Nero
Fridtjof Nansen, La spedizione della Fram
Daniela Pulvirenti, Terre artiche: Norvegia, Svezia, Finlandia e Groenlandia
Hans Ruesch, Paese dalle ombre lunghe

Fær Øer

Giorgio Manganelli, L’isola pianeta e altri settentrioni

Groenlandia

Angaangaq e Angela Babel, La saggezza dello sciamano
Gretel Ehrlich, Un freddo paradiso
Peter Høeg, Il senso di Smilla per la neve
Kim Leine, Il fiordo dell’eternità
Jo Lendle, Una terra senza fine
Robert Peroni, Dove il vento grida più forte
Robert Peroni, I colori del ghiaccio

Islanda

Anonimo, Il canzoniere eddico
W.H. Auden, Lettere dall’Islanda
Jess L. Byock, La stirpe di Odino
Clive Cussler, Iceberg
Hallgrímur Helgason, 101 Reykjavík
Arnaldur Indriðason, Sotto la città
Arnaldur Indriðason, La signora in verde
Hubert Klimko-Dobrzaniecki, La casa di Rosa
Halldór Laxness, L’onore della casa
Halldór Laxness, Il concerto dei pesci
Halldór Laxness, Gente indipendente
Halldór Laxness, Sotto il ghiacciaio
Halldór Laxness, La base atomica
Auður Ava Ólafsdóttir, La donna è un’isola
Auður Ava Ólafsdóttir, L’eccezione
Sjón, La volpe azzurra
Árni þórarinsson, Il tempo della strega

Mar di Norvegia

Edo Passarella e Stefano Leon Rodriguez, Fior di Norvegia

Siberia

Jacek Hugo-Bader, Febbre bianca
Varlam Šalamov, I racconti della Kolyma
Aleksàndr Solženicyn, Arcipelago Gulag

Svezia del Nord

Per Olov Enquist, La partenza dei musicanti
Mikael Niemi, Musica rock da Vittula

Libri ambientati in Sardegna

La Maddalena (Di Paolo De Carolis - Opera propria, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=21744385)

Parco Nazionale Arcipelago della Maddalena (Di Paolo De Carolis – Opera propria, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=21744385)

Eccoci arrivati al termine del giro d’Italia: visitiamo oggi l’ultima regione che ci manca, la Sardegna, che non è certo ultima in termini di importanza o bellezza. Qui sopra uno scorcio del Parco Nazionale Arcipelago della Maddalena.

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Gavino Ledda, Padre padrone, Baldini & Castoldi: È mio: ne ho bisogno in campagna. Suonano come una condanna definitiva le parole con cui Abramo strappa il figlio da scuola per obbligarlo a custodire un gregge di pecore sulle montagne. Da quel giorno saranno la solitudine, il duro lavoro e la natura aspra e selvaggia della Sardegna a insegnare a Gavino la vita. Non riusciranno però a piegare la sua volontà di ragazzo intelligente e sensibile, che aspetta il momento per ribellarsi al padre, per conquistare l’indipendenza e liberarsi finalmente dal padrone. La storia del pastore-intellettuale emancipatosi dalla propria terra, che da bambino analfabeta, poi da soldato sardo ammutolito fra i continentali durante la leva, arriva a prendere la laurea grazie a una determinazione incrollabile e alla certezza che la sua strada era altrove, ma senza mai rinnegare l’amore per la natura sua prima confidente.

Salvatore Niffoi, La vedova scalza, Adelphi: L’autore di La leggenda di Redenta Tiria narra la storia di un amore che vive al di là della morte e di una feroce vendetta. Sin dalla prima pagina il lettore si trova immerso in un mondo arcaico e crudele, quello della Barbagia fra le due guerre. È qui che Mintonia e Micheddu si conoscono e si amano con la necessità prepotente ed esclusiva che è propria degli amori infantili. E continueranno ad amarsi anche quando Micheddu dovrà darsi alla macchia, anche quando Mintonia, “femmina malasortata”, dovrà vederlo solo di nascosto e passare ore di angoscia a pensarlo braccato.

Massimo Carlotto e Mama Sabot, Perdas de Fogu, e/o: Sardegna 2008. Pierre Nazzari è un disertore ricattato e costretto a fare il lavoro sporco in operazioni segrete o illegali. Finisce nelle mani di una struttura parallela al servizio di un comitato d’affari locale e viene obbligato a spiare Nina, una giovane ricercatrice veterinaria che studia gli effetti dell’inquinamento bellico sugli animali nella zona del poligono di Salto di Quirra. Sullo sfondo un mondo di affaristi e politici, ex contractor e strutture di sicurezza private, militari e industrie di armamenti legati al grande business della produzione bellica. Frutto di una lunga e meticolosa inchiesta condotta da Massimo Carlotto e dal gruppo di scrittori uniti nella sigla Mama Sabot, Perdas de Fogu segna il ritorno di Carlotto al grande romanzo d’inchiesta contemporaneo. Un’indagine mozzafiato con una trama fitta di colpi di scena, il cui protagonista rappresenta una forte novità nel panorama del noir.

Michela Murgia, Accabadora, Einaudi: La Sardegna degli anni Cinquanta è un mondo antico sull’orlo del precipizio. Maria ha sei anni ed è appena diventata «figlia d’anima» dell’anziana Bonaria Urrai, secondo l’uso campidanese che consente alle famiglie numerose di compensare le sterilità altrui attraverso una adozione sulla parola; il patto tacito è che la figlia acquisirà lo status di erede, ma in cambio promette di prendersi cura della madre adottiva nei bisogni della vecchiaia. La bambina è inizialmente convinta che Bonaria Urrai faccia la sarta, e infatti le giornate sono segnate dallo scorrere nella bottega casalinga di una umanità paesana, fatta di piccole miserie e di relazioni costruite di gesti e di sguardi, molto più che di parole. Accettata come normale dal paese, l’adozione solidale tra la vecchia e la bambina si consolida malgrado lo sfaldarsi circostante delle antiche certezze. Attraverso lo sguardo privilegiato della bambina che cresce, le contraddizioni tra il vecchio e il nuovo emergono via via più evidenti: nell’esperienza della scuola dell’obbligo, e in quella del confronto tra la fede cristiana e i retaggi di una religiosità assai più antica nel tempo. Sarà l’imprevista rivelazione del segreto peccato collettivo dell’accabadura – la fine violenta e pietosa a cui Bonaria è incaricata di sottoporre gli agonizzanti in fin di vita – a infrangere l’armonia tra le due donne, costringendo entrambe a fare i conti tra l’etica millenaria di una società morente e i nuovi valori che l’incalzano.

Grazia Deledda, Canne al vento, varie edizioni: Unica donna insignita del Nobel nell’ambito della letteratura italiana e autrice di più di cinquanta volumi tra romanzi e novelle, Grazia Deledda è forse ancora tutta da scoprire, un po’ come la sua Sardegna. Canne al vento è in questo senso un’opera esemplare: induce, già nel titolo, un’inconfondibile immagine dell’aspro ed essenziale paesaggio dell’isola, ma evoca nel contempo l’immagine universale, “biblica” dell’uomo, fragile e oscillante creatura battuta dalla sorte, ma sempre tentata da un confronto diretto con la forza potente di una misteriosa Giustizia. Forse, dopo aver letto il romanzo, molti lettori avranno come l’impressione che in Sardegna non si va, ma dalla Sardegna si viene.

Simone Caltabellotta, Sa reina, Ponte alle Grazie: Sa Reina, in Sardegna, è un ulivo millenario, forse il più antico del Mediterraneo. Proprio da Sa Reina, nella regione del Sulcis, comincia il viaggio del protagonista Davide e dei suoi amici Leo, un ragazzo che ha appena perso l’amore, e Lucien, un rocker e archeologo inglese alla ricerca di materiali per uno studio sulle antiche civiltà sarde.
Quella che attende i tre nel Sulcis, però, sarà un’avventura senza respiro. Non solo resteranno bloccati sull’isola, ma si troveranno ad attraversare esperienze inimmaginabili, che li porteranno a contatto con i propri fantasmi e le proprie paure più profonde, con nuovi amori, con le rivolte sociali diffuse in quell’isola ribelle più di ogni altra; e, nel caso di Davide, con le proprie origini familiari, con la storia di suo padre e di suo nonno. Esperienze che li condurranno infine sul limite di un precipizio fisico e psicologico, in cui rischieranno di cadere per sempre, sopraffatti dalla malia di quella terra arcaica e misteriosa.
In Sa Reina, interamente basato sulla cultura antica e il folklore sardi, il dato reale e quello spirituale, il tempo della storia e quello del mito si intrecciano continuamente, creando un singolare «racconto sciamanico», che non ha corrispondenti nella nostra narrativa di oggi.

Vanessa Roggeri, Il cuore selvatico del ginepro, Garzanti: È notte. Il cielo è nero come inchiostro, e solo a tratti i fulmini illuminano l’orizzonte. È una notte di riti e credenze antiche, in cui la paura ha la forma della superstizione. In questa notte il rumore del tuono è di colpo spezzato da quello di un vagito: è nata una bambina. Ma non è innocente come lo sono tutti i piccoli alla nascita. Perché questa bambina ha una colpa non sua, che la segnerà come un marchio indelebile per tutta la vita. La sua colpa è di essere la settima figlia di sette figlie, e per questo è maledetta. E qui nel suo paese, in Sardegna, c’è un nome preciso per le bambine maledette, si chiamano cogas, che significa streghe. Liberarsene quella stessa notte, senza pensarci più. Così ha deciso la famiglia Zara.
Ma qualcuno non ci sta. Lucia, la primogenita, compie il primo atto ribelle dei suoi dieci anni di vita. Scappa fuori di casa, sotto la pioggia battente, per raccogliere quella sorella che non ha ancora un nome. La salva e la riporta a casa, e decide di chiamarla Ianetta. Non c’è alternativa ora, per gli Zara. È sopravvissuta alla notte, devono tenerla. Eppure il suo destino è già scritto. Giorno dopo giorno, stagione dopo stagione, sarà una reietta. Emarginata. Odiata. Da tutti, tranne che da Lucia. È lei l’unica a non averne paura. Lei l’unica a frapporsi tra la cieca superstizione e l’innocenza di Ianetta. Contro tutto e tutti. Lei l’unica a capire chi si nasconde dietro quegli occhi spaventati e selvatici: una bambina in cerca di amore, che farebbe qualsiasi cosa pur di ricevere uno sguardo e una carezza. Solo una bambina, solo una ragazza, con un cuore forte e selvatico come il ginepro. Le sue radici non si possono estinguere così facilmente; la loro fibra è fatta di ferro e se fuori bruciano, dentro il cuore rimane vivo.
Questa è la storia di una bambina e di una colpa non sua. È la storia di una sopravvivenza e della lotta contro le superstizioni. È la storia di due sorelle, quella maledetta dall’ignoranza e colei che sa vedere oltre. È la storia di una terra e delle sue tradizioni più arcaiche e oscure. Una storia che trabocca in modo dirompente di passioni: amore, rabbia, disperazione e speranza.

Grazia Deledda, Marianna Sirca, varie edizioni: L’universo arcaico e immobile della Serra nuorese, la durezza e l’inospitalità del clima barbaricino e un ambiente rurale e montano inconciliabilmente diviso fra padroni, servi e banditi costituiscono il paesaggio geografico e sociale in cui si svolge la storia della contrastata passione fra due personaggi – la possidente Marianna e il giovane bandito Simone – che tentano di violare l’incomunicabilità fra i ruoli imposti loro dal destino. L’eroina deleddiana, pur di rifiutare le immutabili leggi e consuetudini della propria terra, è disposta a legarsi a Simone “più per la morte che per la vita”. Alla fine il protagonista più debole, votato alla promessa e all’impegno di un impossibile matrimonio, dovrà soccombere.

Libri ambientati in Sicilia

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Etna (Di Allie_Caulfield from Germany – 2009-03-22 03-29 Sizilien 551 Aetna, CC BY 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=23314464)

La penultima tappa del nostro giro d’Italia ci porta in Sicilia. Inutile dire che si tratta di una terra meravigliosa, chiunque la conosca lo sa, e probabilmente lo sa anche chi non ci è mai andato di persona. Della Sicilia conosco solo la parte sud-orientale, la zona di Siracusa, Ragusa, ecc., dove ho avuto la fortuna di andare a trovare delle amiche. Spero tuttavia di poter conoscere, possibilmente presto, altre zone di questa bellissima isola.

I libri ambientati in Sicilia sono moltissimi e come al solito elencherò qui soltanto alcuni di essi, che non sono i più significativi ma semplicemente quelli che mi sono venuti in mente facendo delle ricerche e basandomi sulla mia personale esperienza di lettura.

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Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Il Gattopardo, Feltrinelli: Giuseppe Tomasi, duca di Palma e principe di Lampedusa, nacque a Palermo nel dicembre del 1896 e morì a Roma nel Luglio del 1957. Il suo capolavoro, Il Gattopardo, pubblicato un anno e mezzo dopo la sua morte, rimase a lungo inedito, rifiutato da molti ediori, ma al suo apparire fu subito riconosciuto come una delle massime opere letterarie del nostro secolo. Tradotto in tutto il mondo, letto da milioni di lettori, portato sullo schermo, Il Gattopardo è ormai un classico. Siamo in Sicilia, all’epoca del tramonto borbonico: è di scena una famiglia della più alta aristocrazia isolana, colta nel momento rivelatore del trapasso di regime, mentre già incalzavano i tempi nuovi (dall’anno dell’impresa dei Mille di Garibaldi la storia si prolunga fino ai primordi del Novecento). Accentrato quasi interamente intorno a un solo personaggio, il principe Fabrizio Salina, il romanzo, lirico e critico insieme, ben poco concede all’intreccio e al romanzesco tanto cari alla narrativa dell’Ottocento. L’immagine della Sicilia che invece ci offre è un’immagine viva, animata da uno spirito alacre e modernissimo, ampiamente consapevole della problematica storica, politica contemporanea.

Federico De Roberto, I Viceré, varie edizioni: Con I Viceré De Roberto raggiunge la pienezza e la forza espressiva del capolavoro. In questo romanzo storico, paragonabile per impianto e grandezza a I Buddenbrook di Thomas Mann, l’autore crea un equilibrio perfetto fra la rappresentazione del «decadimento fisico e morale d’una stirpe esausta» e le vicende dell’unificazione italiana. Il libro racconta la saga di una grande famiglia aristocratica siciliana di ascendenza spagnola, gli Uzeda. A partire dalla fatidica morte della capostipite, le vicende familiari si dipanano sullo sfondo di una Sicilia feudale e borbonica; e d’altra parte, la storia della Sicilia e dell’Italia entra, a poco a poco ma inarrestabile, nel recinto familiare. I Viceré si conferma come il massimo romanzo di De Roberto e uno dei vertici dell’intera narrativa italiana.

Giovanni Verga, I Malavoglia, varie edizioni: Maestro del verismo e grande scrittore dall’indiscussa potenza narrativa, Giovanni Verga offre con questo romanzo uno straordinario affresco della vita popolare siciliana dell’Ottocento, indagata non solo nei suoi aspetti esteriori e materiali, ma anche nelle sue più profonde forme sociali e di pensiero. La famiglia dei Toscano, ironicamente soprannominata i Malavoglia, si fa emblema di una riflessione umana e artistica che investe quella Questione meridionale destinata a far sentire i suoi effetti per molti anni ancora.

Andrea Camilleri, La forma dell’acqua, Sellerio: Il primo omicidio letterario in terra di mafia della seconda repubblica – un omicidio eccellente seguito da un altro, secondo il decorso cui hanno abituato le cronache della criminalità organizzata – ha la forma dell’acqua («”Che fai?” gli domandai. E lui, a sua volta, mi fece una domanda. “Qual è la forma dell’acqua?”. “Ma l’acqua non ha forma!” dissi ridendo: “Piglia la forma che le viene data”»). Prende la forma del recipiente che lo contiene. E la morte dell’ingegnere Luparello si spande tra gli alambicchi ritorti e i vasi inopinatamente comunicanti del comitato affaristico politico-mafioso che domina la cittadina di Vigàta, anche dopo il crollo apparente del vecchio ceto dirigente. Questa è la sua forma. Ma la sua sostanza (il colpevole, il movente, le circostanze dell’assassinio) è più antica, più resistente, forse di maggior pessimismo: più appassionante per un perfetto racconto poliziesco.

Andrea Camilleri, La scomparsa di Patò, Mondadori: Vigàta, 21 marzo 1890: durante la sacra rappresentazione del Venerdì Santo il ragioniere Antonio Patò, direttore della locale sede della Banca di Trinacria, funzionario irreprensibile, marito integerrimo e padre amoroso scompare nel nulla. Dov’è andato? È morto o si è nascosto? La Delegazione di Pubblica Sicurezza e la Stazione dei Carabinieri sono allertate, i giornali sono in fermento. Può essere successo di tutto: forse un pazzo omicida ossessionato da smanie religiose? Qualche pasticcio della banca? Una perdita di memoria? Scritto in forma di esilarante dossier, prodigioso repertorio di costumi e malcostumi ottocenteschi e contemporanei, La scomparsa di Patò è una delle vette dell’arte di Andrea Camilleri.
La mia recensione: https://sonnenbarke.wordpress.com/2014/11/05/andrea-camilleri-la-scomparsa-di-pato/

Leonardo Sciascia, Il consiglio d’Egitto, Adelphi: Abdallah Mohamed ben Olman, ambasciatore del Marocco, si trova a Palermo nel dicembre 1782, per via di una tempesta che ha fatto naufragare la sua nave sulle coste siciliane. È questo il caso che fa nascere, nella mente dell’abate Vella, maltese, e incaricato di mostrare all’ambasciatore le bellezze di Palermo, un disegno audacissimo: far passare il manoscritto arabo di una qualsiasi vita del profeta, conservato nell’isola, per uno sconvolgente testo politico, Il Consiglio d’Egitto, che permetterebbe l’abolizione di tutti i privilegi feudali e potrebbe perciò valere da scintilla per un complotto rivoluzionario. Così «dall’ansia di perdere certe gioie appena gustate, dall’innata avarizia, dall’oscuro disprezzo per i propri simili, prontamente cogliendo l’occasione che la sorte gli offriva, con grave ma lucido azzardo, Giuseppe Vella si fece protagonista della grande impostura». Pubblicato per la prima volta nel 1963, Il Consiglio d’Egitto è in certo modo l’archetipo, e il più celebrato, fra i romanzi-apologhi di Sciascia, dove lo sfondo storico della vicenda si anima fino a diventare una scena allegorica, che in questo caso accenna alla storia tutta della Sicilia.

Leonardo Sciascia, Una storia semplice, Adelphi: Una storia semplice è una storia complicatissima, un giallo siciliano, con sfondo di mafia e droga. Eppure mai – ed è un vero tour de force – l’autore si trova costretto a nominare sia l’una sia l’altra parola. Tutto comincia con una telefonata alla polizia, con un messaggio troncato, con un apparente suicidio. E subito, come se assistessimo alla crescita accelerata di un fiore, la storia si espande, si dilata, si aggroviglia, senza lasciarci neppure l’opportunità di riflettere. Davanti alla proliferazione dei fatti, non solo noi lettori ma anche l’unico personaggio che nel romanzo ricerca la verità, un brigadiere, siamo chiamati a far agire nel tempo minimo i nostri riflessi – un tempo che può ridursi, come in una memorabile scena del romanzo, a una frazione di secondo. È forse questo l’estremo azzardo concesso a chi vuole «ancora una volta scandagliare scrupolosamente le possibilità che forse ancora restano alla giustizia».

Luigi Pirandello, L’esclusa, varie edizioni: Sorpresa dal marito a leggere la lettera di un uomo, le cui profferte amorose aveva in realtà sempre respinto, Marta Ajala, la protagonista di questo romanzo, il primo scritto da Pirandello, è cacciata da casa innocente. Esclusa dalla società in cui vive per avere perso il ruolo che le era stato assegnato, un ruolo di moglie sottomessa e annoiata nel quale viveva a disagio ma che la rendeva rispettabile di fronte alla gente, vi sarà, paradossalmente, riammessa solo dopo aver commesso quella colpa di cui era stata ingiustamente accusata. Alla fine, dunque, Marta si rassegna ad essere di nuovo succube del marito per quella assurda, inesorabile legge che decide i destini degli esseri umani senza tenere conto della loro volontà.

Simonetta Agnello Hornby, La Mennulara, Feltrinelli: Roccacolomba. Sicilia. 23 settembre 1963. È morta la Mennulara, al secolo Maria Rosalia Inzerillo, domestica della famiglia Alfallipe, del cui patrimonio è stata da sempre – e senza mai venir meno al ruolo subalterno – oculata amministratrice. Tutti ne parlano perché si favoleggia sulla ricchezza che avrebbe accumulato, forse favorita dalle relazioni con la mafia locale. Tutti ne parlano perché sanno e non sanno, perché c’è chi la odia e la maledice e chi la ricorda con gratitudine. Senza di lei Orazio Alfallipe, uomo sensuale e colto, avrebbe dissipato proprietà e rendite. Senza di lei Adriana Alfallipe, una volta morto il marito, sarebbe rimasta sola in un palazzo immenso. Senza di lei i figli di Orazio e Adriana, Lilla, Carmela e Gianni, sarebbero cresciuti senza un futuro. Eppure i tre fratelli, tornati nel deserto palazzo di famiglia, credono di avere tutti dei buoni motivi per sentirsi illusi e beffati dalla donna, apparentemente rozza e ignorante, che ora ha lasciato loro uno strano testamento. Voci, testimonianze e memorie fanno emergere un affresco che è insieme uno straordinario ritratto di donna e un ebbro teatro mediterraneo di misteri e passioni, di deliri sensuali e colori dell’aria, di personaggi e di visioni memorabili. Un grande romanzo. Una grande storia siciliana.

Roberto Alajmo, L’arte di annacarsi, Laterza: «Enorme davvero: enorme, e unica, e inspiegabile è l’ossessione meteorologica dei siciliani. Se c’è brutto tempo si sentono in colpa, si giustificano, come se avessero invitato qualcuno a casa propria facendogli trovare la tovaglia macchiata di sugo». Una stravaganza, ma non l’unica. Se andate a Scicli troverete, per esempio, un’insolita raffigurazione della Grande Madre: in tutto il Mediterraneo è una figura archetipica soavemente benigna, mentre qui si trasforma nella Madonna delle Milizie, armata e a cavallo, parecchio minacciosa. Ma è tutta la Sicilia a essere, oltre che se stessa, anche il contrario di sé, capace di amori smisurati, che si esprimono nella fisicità degli incontri: è il tatto a prevalere fra i cinque sensi. I siciliani toccano. Ti toccano un braccio mentre cercano di capire di cosa hai bisogno e anche di cosa non sai ancora di avere bisogno. La sensazione di essere toccati può rivelarsi sgradevole, per il viaggiatore, ma anche lui a poco a poco si abitua, e alla fine qualcuno persino si dispiace quando poi nessuno lo tocca più. Apparenti contraddizioni e immobili mutamenti rendono lo spirito di una terra piena di angoli insospettabili. Marsala, Palermo, Ustica, Porto Palo, Favignana, Agrigento, Siracusa, Tindari, Catania, Gela, Taormina, Messina sono solo alcune delle tappe di Roberto Alajmo, un viaggiatore capace di raccontare riallacciando i fili di una trama antichissima e tormentata: in fondo l’amore per la Sicilia è quello che si prova per una canaglia. Tu sai che è una canaglia, ma non puoi farci niente.

Vincenzo Consolo, Il sorriso dell’ignoto marinaio, Mondadori: Scaturito da esperienze e memorie private così come dall’urgenza degli eventi sociali e culturali degli anni Sessanta, Il sorriso dell’ignoto marinaio trae spunto da un ritratto, l’affascinante ed enigmatico uomo vestito di nero di Antonello da Messina. Attorno a esso ruotano le vicende del Risorgimento siciliano, tra Lipari e Palermo, Messina e Cefalù, luoghi insieme reali e simbolici, specchio della condizione dell’uomo e della sua storia.

Emanuela E. Abbadessa, Capo Scirocco, Rizzoli: Siamo a fine Ottocento. L’aria di Capo Scirocco è tiepida e profumata di glicine la mattina in cui Rita Agnello, nobildonna di gran carattere e bellezza, nota un ragazzo che dorme sotto un arco. Approdato in Sicilia con solo pochi stracci e la sua potente voce da tenore, Luigi è giunto a Capo Scirocco su un carro, al riparo di un oggetto prodigioso e sconosciuto: «una grossa goccia nera e lucida, tutta piatta sopra e come tagliata da un lato». Ovvero un pianoforte a coda, che il giorno prima ha visto scaricare al porto. Adesso ne ha perso le tracce, ma ha trovato una benefattrice. La signora, sfidando ogni convenzione sociale, lo accoglie con tutti gli agi a palazzo Platanìa e gli offre un’educazione aristocratica: Luigi studia canto, frequenta i salotti della città, assapora il vento che le dà il nome e che si dice faccia impazzire le donne. Rita pare sempre più vitale, meravigliosa agli occhi del ragazzo che nel frattempo ha ritrovato il pianoforte: appartiene ad Anna, la giovane figlia di un mercante di agrumi. Ogni sera la ascolta suonare dalla strada, sogna di stregare le platee di mezzo mondo come cantante lirico e si sente già cresciuto, quasi uomo. Ma quando soffia lo scirocco, due donne nella mente di un ragazzo sono troppe.
In un romanzo che ha la forza di un classico, Emanuela Abbadessa dà vita a una Sicilia voluttuosa e nobile, e ci racconta come il demone d’amore, in tutto simile a un vento caldo e irresistibile o a una melodia struggente, accende i desideri e travolge i cuori.

Dino Buzzati, La famosa invasione degli orsi in Sicilia, Mondadori: Pubblicata prima a puntate sul “Corriere dei Piccoli”, La famosa invasione degli orsi in Sicilia uscì in volume nel 1945 corredata dalle splendide tavole a colori dello stesso Buzzati. Spia del mai sopito interesse dell’autore per il mondo delle fiabe e del fantastico, è ben più che un racconto per bambini. Vi si riconoscono tutti gli elementi del Buzzati “serio”, con la caratteristica contrapposizione tra il mondo della città, della “vile pianura” da un lato e l’eden puro delle montagne dall’altro. Importa notare come il filo delle trovate che si dipanano senza sosta crei un racconto che per leggerezza di tocco e copia di invenzioni va annoverato tra i prodotti più felici dell’officina buzzatiana. Un racconto in cui, al di là di ogni lettura allegorica, ciò che prevale è l’assoluto piacere di narrare.

Paolo Di Stefano, Giallo d’Avola, Sellerio: La mattina del 6 ottobre 1954 scompare nelle campagne di Avola Paolo Gallo, aveva portato le bestie al pascolo, ma di lui viene trovato solo il cappello e macchie di sangue sul terreno. Abita lo stesso casale del fratello Salvatore, mezzadri entrambi, le loro famiglie sono divise da un muro e da una inimicizia profonda. L’incriminazione è facile: la galera pronta per Salvatore e suo figlio Sebastiano, analfabeti e in più confusi.
Un legal thriller in terra contadina che intreccia la verità storica con la ricostruzione dello scrittore in una cronaca incalzante.

Dacia Maraini, La lunga vita di Marianna Ucrìa, BUR: Sicilia, prima metà del Settecento. Marianna Ucrìa è destinata dalla famiglia a sposare l’uomo che, da bambina, la violentò lasciandola muta e sorda per lo spavento. Ma la lettura aprirà uno spiraglio inatteso nella sua esistenza da reclusa, insegnandole a conoscere il mondo al di là dei confini ristretti della quotidianità. Un romanzo amatissimo da critica e pubblico, che dà vita a un personaggio straordinario e sa ricreare, con insuperata maestria, le atmosfere e i costumi di una civiltà ferina e affascinante.

Libri ambientati in Calabria

Vi chiedo scusa se ogni tanto scompaio, a volte è difficile, per tutta una serie di motivi. Il giro d’Italia è quasi alla fine, oggi visitiamo la terzultima regione, la Calabria. Qui sopra un’immagine di Scilla. Ma veniamo ora ai libri ambientati in questa regione.

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Kazimiera Alberti, L’anima della Calabria, Rubbettino: Kazimiera Alberti, poetessa polacca, esule in Italia dopo la seconda guerra mondiale, compie nella primavera-estate del 1949 un lungo viaggio in Calabria, percorrendola tutta, nella tradizione del grand tour, in gran parte a piedi. Il risultato è una deliziosa, vivace, erudita, ironica e tenera guida-reportage della Calabria. Come il classico Old Calabria di Norman Douglas, l’anima della Calabria non è solo un grande travelogue.
La Aberti cerca un’evasione dal XX secolo devastato dalla guerra e la Calabria, con la bellezza dei suoi paesaggi, l’onnipresente testimonianza della sua millenaria cultura e la dinamicità del suo presente, le offre una cura ai traumi della guerra. Così l’anima della Calabria riesce a riportare in vita la sua anima ferita.

Alexandre Dumas, Viaggio in Calabria, Rubbettino: Il viaggio in Calabria fu intrapreso sotto falso nome nell’autunno del 1835, subito dopo aver visitato la Sicilia, in compagnia del pittore Jadin e del cane Mylord. Lo scrittore, sorpreso da una improvvisa tempesta che gli impedì di proseguire la navigazione verso nord, fu costretto a percorrere via terra, da Villa San Giovanni a Cosenza, la Calabria. Tappe principali del suo viaggio Scilla, Pizzo, Maida, Cosenza, durante le quali Dumas non manca di annotare sul suo taccuino di viaggio notizie storiche e fantastiche. Tra terremoti e piogge torrenziali, tra racconti gustosi e personaggi singolari, il viaggio di Dumas si trasforma così in un avventuroso racconto stilato con sagacia ed ironia.

Maria Brandon-Albini, Calabria, Rubbettino: Il racconto del viaggio della Brandon-Albini rappresenta il dramma storico delle popolazioni calabresi. La Calabria, che è stata in passato, stazione intermedia e piattaforma di scambi culturali tra oriente e occidente non è riuscita a trarre beneficio da tali transazioni, sprofondando in un degrado assoluto. Da italiana del nord, emigrata in Francia, la Brandon-Albini, sente il richiamo delle sue radici e volge il suo sguardo all’Italia estendendolo fino al Meridione. Calabria è il prodotto, maturo e consapevole, attraverso cui l’autrice ci mostra un cosmo fotografato nell’attimo in cui sta per lanciarsi nel futuro della modernità.

Charles Didier, Viaggio in Calabria, Rubbettino: Il viaggio di un romantico nella Calabria del 1830, di cui sono protagonisti assoluti il “viandante” Charles Didier e la straordinaria natura della regione: altera e terrifica, suggestiva e ammaliante. Una natura che si popola di personaggi e vicende del mondo classico, ma anche dell’umanità calabrese contemporanea, con la quale Didier non disdegna mai il dialogo e di cui coglie e comprende sia l’emarginazione sociale ed economica, sia i fermenti politici che la vedono protagonista non secondaria delle vicende risorgimentali italiane, seguite con attenzione dallo scrittore svizzero francese per la parte relativa al Mezzogiorno.
Una descrizione di paesaggi e atmosfere nel più autentico spirito del romanticismo, ma anche una relazione che registra sottotraccia, come un sensibile sismografo, alcuni aspetti politico-sociali della Calabria pre-unitaria.

Justus Tommasini, Passegiata per la Calabria, Rubbettino: La relazione del viaggio in Calabria di Justus Tommasini si caratterizza per l’attenta rappresentazione del paesaggio inteso come un insieme di dati geografici e realtà antropica. Un paesaggio, che conserva ormai solo nei toponimi e in qualche resto di colonna dorica, come un’eco lontana, la memoria della Magna Grecia. La storia sembra del tutto assente e quando compare – lo sbarco di Murat a Pizzo – si consuma velocemente su una spiaggia e in un antico castello a strapiombo sul mare. È una Calabria primigenia quella che questo viaggiatore tedesco ci presenta, fatta di montagne, tante, e di piane, poche, a volte lussureggianti di piante mediterranee – querce, mirti, ulivi, aranci, agavi, fichi d’India – più spesso desolate se non paludose, ma anche di mare. Un mare i cui colori affascinano il viandante venuto dal nord: verde chiaro sulla riva, scuro nei punti più profondi, purpureo in mare aperto. E la gente di Calabria? Un popolo robusto anche se non di elevati sentimenti, oggetto di sfruttamento da parte di dominazioni straniere succedutesi ininterrottamente nel tempo. «La libertà – è la conclusione non priva di provocazione di questo viaggiatore tedesco del primo Ottocento – alberga solo fra i briganti sulle montagne inaccessibili. E se anche questa libertà viene ora male usata a danno della società, pure, fra questi briganti di strada, vi sono uomini ai quali, in un altro contesto, non sarebbero mancati titoli ed onorificenze».

Corrado Alvaro, Gente in Aspromonte, Garzanti: Gente in Aspromonte, unanimemente riconosciuto come il capolavoro di Corrado Alvaro, è un romanzo breve che narra la storia, ambientata nei primi anni del Novecento, della dura vita dei pastori d’Aspromonte, subito descritta, fin dall’incipit del romanzo, con una cadenza profonda, sentita e, nel contempo, distaccata perché si tratta di una verità ineluttabile: «Non è bella la vita dei pastori in Aspromonte, d’inverno, quando i torbidi torrenti corrono al mare, e la terra sembra navigare sulle acque…».

Cesare Pavese, Il carcere, Einaudi: Il carcere, pubblicato nel 1948 con La casa in collina sotto il titolo comune Prima che il gallo canti, è una storia di privata solitudine. Pavese racconta in terza persona l’esperienza autobiografica della condanna al soggiorno obbligato a Brancaleone Calabro per aver cercato di proteggere la donna amata, militante del Pci. La vita al confino, l’apprendistato di un intellettuale coinvolto, quasi suo malgrado, nella politica, la scoperta di un’altra Italia da parte di un settentrionale, vengono raccontate come metafora di una condizione esistenziale comune al destino umano. Stefano, il protagonista, incarna la solitudine dell’uomo che, messo di fronte all’impegno storico e civile, è costretto a guardare la vita «come dalla finestra del carcere» nella monotonia di un paesaggio di cielo e di mare, sempre uguale e indifferente.

Roberto Riccardi, Undercover, e/o: Rocco Liguori e Nino Calabrò crescono insieme in un paesino dell’Aspromonte, ma presto prenderanno strade diverse. Agente undercover della Direzione antidroga il primo, esponente di spicco di una ’ndrina dedita al traffico degli stupefacenti il secondo. L’Onorata Società e lo Stato, il coltello e la chiave. Fra loro, sette tonnellate di cocaina in viaggio dall’America latina verso l’Italia e la misteriosa scomparsa di un agente infiltrato, un’affascinante trafficante colombiana e un generale messicano passato nelle file degli Zetas. Una storia che trascina il lettore nella vita senza respiro degli agenti sotto copertura, uomini sul filo del rasoio in missione dietro le linee del campo nemico. Un romanzo dal ritmo incessante, scritto con il realismo di una vita vissuta sul campo.

Ada Murolo, Il mare di Palizzi, Frassinelli: Dopo molti anni trascorsi altrove, Adela ritorna a Palizzi, sulla costa di quel mare Ionio che «non è mare nostro, spaventa», come scriveva Pasolini. Lì, in quel mucchio di case sul mare, Adela si ferma a guardare, ormai solo da lontano, la vecchia casa di famiglia, di recente venduta dalla madre Lili, e la terrazza affacciata sull’azzurro del cielo. E, di colpo, ridiventa Adelina: la bambina dagli occhi grandi e i capelli nerissimi che dal balcone osservava la vita svolgersi sotto, la piazza animarsi, e in lontananza il mare. La stessa bambina che, con la manina stretta dentro quella grossa e ruvida della tata, la Barbera, gironzolava per il paese, tra la bottega di spezie dello zio Paolo, il laboratorio magico della sarta Olimpia, dove nascevano tutti i suoi vestitini, e le case delle compagne, piene di giochi più misteriosi dei suoi. La bambina che, per il resto della sua vita, avrebbe inseguito l’amore sfuggente della madre, si sarebbe chiesta le ragioni della freddezza del fratello Daddo, un tempo compagno inseparabile, e avrebbe avuto un solo, dolcissimo rifugio: l’abbraccio del padre Beniamino. Oggi Adela è tornata in quei luoghi: per rimettere insieme i fili di una vita spesa lontano, e per chiedere a chi è rimasto – la madre, il fratello – di ricordare, anche loro, come lei. Perché cosa siamo noi se non la nostra memoria? Il mare di Palizzi è un’opera prima di rara bellezza: un romanzo intriso di nostalgia, intessuto di personalissimi rimandi letterari e poetici, che sono un grande omaggio alla nostra letteratura, da Montale ad Anna Maria Ortese a Natalia Ginzburg. Un libro che si legge con gli occhi lucidi di commozione dalla prima all’ultima pagina.

Carmine Abate, Il bacio del pane, Mondadori: Il mare che si allontana, scintillante nella calura. La fiumara da risalire, gonfia di pietre luminose, i ruderi dei mulini, il bosco di lecci chiazzato del giallo delle ginestre e infine lo scroscio sempre più intenso: è così che Francesco e i suoi amici scoprono un’oasi di pace presso la cascata refrigerante del Giglietto, sopra il paese di Spillace, in Calabria. Il luglio è afoso, e i bagni nel laghetto, seguiti dai saporitissimi pranzi, sono il diversivo ideale per la piccola comitiva di ragazzi e ragazze nemmeno diciottenni, affamati di vita e di emozioni.
Ma quel luogo incantevole cela un mistero: in uno dei mulini abbandonati Francesco e Marta – la bellissima compaesana che vive a Firenze e scende al mare per le vacanze – incrociano gli occhi atterriti e insieme fieri di un vagabondo, che si comporta come un uomo braccato, cerca di allontanarli ed è addirittura armato. Ma la curiosità buona dei due ragazzi, gli sguardi leali scambiati nell’ombra, hanno la meglio: e presto l’uomo misterioso rivela qualcosa di sé, della ferita che lo ha condotto a nascondersi…
Luglio, agosto, giorni in cui la vampa dell’estate si accompagna ai sapori dei fichi maturi, delle olive in salamoia, del pane preparato in casa con un rito affascinante, sul far del mattino. Giorni in cui nemmeno la calura spegne il desiderio d’amore, che vibra tra i ragazzi e accende gli animi come peperoncino vivo sulle labbra. E poi settembre, l’estate che si va spegnendo, il ritorno alla scuola e alla vita usata, la maggiore età che si avvicina: e con essa la consapevolezza che l’incanto non è nulla senza il coraggio, senza l’impegno che ogni vita adulta richiede.
Con freschezza e passione, Carmine Abate dà vita a un intenso romanzo di formazione che si svolge nel tempo di pochi mesi e insieme racconta il senso racchiuso in una vita intera. L’uomo “selvatico” del Giglietto sarà per i protagonisti il testimone più alto della dignità, del rifiuto della prepotenza, della solidarietà che rendono grande ogni esistenza, e restituiscono a ogni luogo la sua bellezza. Valori che si incarnano nel gesto antico e attuale di baciare il pane, per celebrarne il dono e il mistero.

Carmine Abate, La festa del ritorno, Mondadori: Un padre e un figlio. Il primo racconta la sua vita di emigrante, sospesa tra partenze e ritorni, tra Francia e paese. Il secondo ricorda il suo spaesamento e la sua rabbia nei periodi senza il padre, ma anche l’incanto dell’infanzia, immersa in un paesaggio vivido, esuberante. Davanti a loro, un grande fuoco acceso sul sagrato, la notte di Natale. Tutti e due hanno un segreto da nascondere, un segreto legato all’amore della figlia maggiore per un uomo misterioso. Un enigma che si svela poco a poco, fino all’inattesa conclusione. Ambientato in un paese arbëresh della Calabria, La festa del ritorno è insieme romanzo di formazione, storia d’amore, atto di denuncia verso le condizioni di vita che spingono tanta gente del Sud a cercare fortuna emigrando.
La mia recensione: https://sonnenbarke.wordpress.com/2016/01/07/carmine-abate-la-festa-del-ritorno/

Libri ambientati in Basilicata

Matera (Di Tango7174 - Opera propria, GFDL, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=14943806)

Matera (Di Tango7174 – Opera propria, GFDL, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=14943806)

Manca ormai poco per completare il giro d’Italia. Oggi andiamo in Basilicata, una regione non piccola ma forse un po’ dimenticata, anche dalla letteratura. Infatti ho trovato soltanto tre libri ambientati qui, veramente pochi. Spero che possiate darmi altri consigli, perché questa regione merita sicuramente di più.

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Mariolina Venezia, Come piante tra i sassi, Einaudi: «Due categorie proprio non sopportava: la gente senza personalità, e quelli che ne avevano una diversa dalla sua». Simpatica o antipatica? Odiosa forse. Scomoda, spudorata, sorprendente. Come la verità, certe volte. È Imma Tataranni, sostituto procuratore a Matera. Anni 43, alta un metro e uno sputo, capelli crespi e gusti improbabili: dorato, serpentato. E tacco 12. Se le signore bene, e sua suocera, la guardano a muso stretto, lei non si dà pensiero. Ma se qualcosa non va la vuole raddrizzare. Scarsa in fantasia e in colpi di genio, punta sulla memoria, facendo tremare i potenti e perseguitando i furbi e i cretini. In una Basilicata arcaica sotto la sua patina di modernità, il caso di un ragazzo morto accoltellato si allarga – per Imma e il bell’appuntato Calogiuri – come la smagliatura di una calza, riportando alla luce un passato sepolto che scombussola le carte del presente. Al suo secondo romanzo dopo Mille anni che sto qui (Premio Campiello 2007), Mariolina Venezia si confronta col giallo, giocando col genere per raccontare i vizi e le virtù dell’Italia di oggi.

Carlo Levi, Cristo si è fermato a Eboli, Einaudi: Il più famoso libro del medico e pittore Carlo Levi. La scoperta del problema meridionale non solo come episodio di una condizione arcaica, intollerabile nella nostra società, ma anche come teatro di una straordinaria civiltà contadina. «Eboli,–dicono i lucani tra cui Levi fu mandato al confino dal fascismo,–è l’ultimo paese di cristiani. Cristiano è uguale a uomo. Nei paesi successivi, i nostri, non si vive da cristiani, ma da animali». Secondo Italo Calvino «la peculiarità di Carlo Levi sta in questo: che egli è il testimone della presenza di un altro tempo all’interno del nostro tempo, è l’ambasciatore d’un altro mondo all’interno del nostro mondo».

Sergio Fadini, A Matera si va, si torna, si resta, Altrimedia: Sergio Fadini è un materano acquisito, per scelta e non per nascita. Ma dei materani ha la stessa capacità di scavo, di ricerca paziente, di raccolta e conservazione, di lenta e precisa conquista degli spazi e dei tempi, dei modi e delle forme. Come se, per un curioso gioco del destino, avesse Matera nel Dna e non solo nel cuore. Ed è un patrimonio che riversa nelle pagine di un libro fatto di storie e luoghi, immagini e persone, indicazioni utili per il turista e incontri da ricordare e narrare per diletto. Lo fa con garbo e ironia, (spesso si ride con gusto ed eleganza), scrupolo del dettaglio, dati e numeri e soprattutto amore sconfinato per questa città. Il tutto perché aveva un sogno caparbio che non gli dava pace: creare un posto dove il viaggiatore potesse dormire e far colazione la mattina, come se fosse a casa sua. Anzi meglio.