Archivio dell'autore: Marina

Klaus Mann, Mephisto

Klaus Mann, Mephisto. Roman einer Karriere, Rowohlt, Reinbek bei Hamburg 1981.

Se le mie recensioni avessero un titolo, questa si intitolerebbe “Non sei tu, sono io”. Il libro non è per niente brutto, tutt’altro, ma non mi ha coinvolta, tanto che ci ho messo due settimane a leggerlo, e sono appena 415 pagine, postfazione compresa. Ho sempre sostenuto (e se mi seguite lo sapete) che ogni libro abbia il proprio momento nella vita di un lettore. Ecco, semplicemente, sicuramente, per questo libro non era il momento giusto. Se lo avessi letto in un altro momento è probabile che lo avrei apprezzato tantissimo, ma in questo caso ho voluto fare una cosa che non faccio praticamente mai, e cioè forzarmi a continuare la lettura nonostante il poco coinvolgimento. L’ho fatto perché “sentivo” che il libro meritava, e che il problema ero solo io, e pensavo che perseverando mi sarebbe piaciuto di più. Invece non ho fatto un buon servizio né a me né al libro, anzi proprio il contrario.

Klaus Mann è uno scrittore pressoché sconosciuto in Italia, credo, anche se questo libro è stato pubblicato prima da Garzanti e poi, più di recente, da Feltrinelli, con il titolo Mephisto. Romanzo di una carriera. Credo sia tuttavia apprezzato in patria e non solo, sebbene riscoperto tardivamente dopo la sua morte. Pochi mesi fa ho letto la sua autobiografia, La svolta, che ho recensito qui.

Come ho conosciuto allora Klaus Mann? È semplice, all’università, a Verona, ci fecero vedere un film sulla famiglia Mann, di cui non ricordo il titolo, ma che ricordo essere molto bello e interessante. Tutti conosciamo Thomas Mann ma, perlomeno in Italia, poco sappiamo del resto della famiglia, sebbene sia stata una famiglia di letterati e artisti di vario genere. Klaus Mann, secondogenito di Thomas, era rappresentato nel film come un uomo estremamente dotato a livello artistico, seppure sfortunato perché morto suicida. Famoso è il conflitto col padre, che, si dice, non lo apprezzava particolarmente, forse perché Klaus viveva apertamente la propria omosessualità mentre, come molti affermano, Thomas sarebbe stato anch’egli omosessuale ma non lo avrebbe mai confessato apertamente. Non che mi interessi molto la vita sessual-sentimentale né di Thomas né di Klaus Mann, ad essere sincera. Ad ogni modo, quel film mi aveva incuriosito nei confronti dell’intera famiglia Mann e, quando in Lussemburgo trovai una copia di Mephisto e una di La svolta, in lingua originale, a pochi euro, decisi di comprarli e provare a vedere, salvo poi lasciarli entrambi a prendere polvere fino adesso.

Quello che voglio dire è che mi sono approcciata “vergine” a questo romanzo, senza sapere praticamente niente, se non il pochissimo che era scritto sulla quarta di copertina, ovvero che si trattava della storia di un attore che fa un patto col diavolo per fare carriera nel Terzo Reich, e che il libro, uscito nel 1936, è stato proibito per vari anni fino ad essere ripubblicato nel 1981 da Rowohlt. Questo mi incuriosiva, certo, ma non mi diceva molto del contenuto del libro. Ho fatto qualche piccola ricerca e ho scoperto, come racconta Michael Töteberg nella postfazione a questa edizione, che il libro fu vietato in Germania nel 1966 perché portato in tribunale dal figlio di Gustaf Gründgens. Gründgens, ex marito di Erika Mann, è l’attore su cui si basa la figura di Hendrik Höfgen, protagonista di questo romanzo. Ma non solo, pare che Gründgens sia stato descritto fin nei minimi particolari e rappresentato nel modo più veritiero, ragion per cui il figlio cercò di impedire la ripubblicazione dell’opera, dal momento che l’attore non è certo presentato in termini idilliaci…

In ogni caso io credo che conoscere la storia del romanzo, per quanto interessante e utile ai fini della comprensione, non sia indispensabile e anzi possa non aiutare ad apprezzare il libro stesso. Del resto parliamo di personaggi esistiti settanta o ottanta anni fa nella Germania del Terzo Reich, artisti di cui noi italiani non sappiamo niente o quasi. La caratterizzazione, il “romanzo a chiave” (termine odiato da Klaus Mann) poteva avere senso all’epoca, ma ridurre oggi il libro a questo non ha senso alcuno, perché significherebbe che il libro ha fatto il suo tempo e non avrebbe senso (di nuovo) continuare a pubblicarlo e a leggerlo. Io credo invece che questo romanzo abbia valore universale e che si possa e anzi si debba leggerlo senza sapere niente dei personaggi che ci sono dietro.

La storia del libro è dunque travagliata. Pensiamo che un libro del genere, ferocemente critico nei confronti del regime hitleriano, fu pubblicato nel 1936! È naturale dunque che la pubblicazione sia avvenuta non in patria ma all’estero, precisamente ad Amsterdam presso la casa editrice Querido, che si occupava di lettura dell’esilio. Klaus Mann viveva già in esilio e si occupava di diffondere la letteratura e la cultura dei suoi compatrioti auto-esiliati all’estero. Pensiamo che nei decenni successivi fu prima tradotto in varie lingue e solo dopo ripubblicato in Germania.

È un romanzo estremamente coraggioso perché, se è pur vero che non venne pubblicato in Germania ma in Olanda, è altrettanto vero che, a quanto pare, riuscì comunque a circolare in patria e, sebbene l’autore vivesse all’estero, era sicuramente ancor più messo in pericolo da un’opera come questa.

Il protagonista è dunque l’attore Hendrik Höfgen di Colonia, che vive e lavora ad Amburgo e riuscirà poi ad arrivare sui palchi di Berlino. Dice bene il sottotitolo, questo è davvero il “romanzo di una carriera”. La carriera è infatti la cosa più importante per Höfgen, più di ogni altra cosa, perfino più dell’integrità morale, delle convinzioni politiche, delle amicizie, dei sentimenti – di tutto. Höfgen è un attore di grande talento che vuole disperatamente fare carriera ed essere all’apice. Per questo non guarderà in faccia niente e nessuno.

Hendrik ha dichiarate simpatie “bolsceviche” e con i suoi colleghi di Amburgo cerca di mettere su un “teatro rivoluzionario” (siamo nel 1926). Alcuni suoi colleghi, uno in particolare, sono convinti sostenitori del nascente partito nazista, e Hendrik non esita a litigare con loro e perfino a far cacciare un attore dalla compagnia proprio per contrasti politici. Hendrik ha inoltre dei gusti sessuali particolari, che soddisfa con la sua “Venere nera”, la “principessa Tebab”, una donna per metà africana e per metà tedesca, che però si sente completamente tedesca nonostante il colore della sua pelle. (Questo è l’unico particolare in cui Hendrik differisce da Gustaf Gründgens, in quanto quest’ultimo era in realtà omosessuale.) Tuttavia Hendirk finisce per sposare Barbara, il suo “angelo”, ma si tratta di un matrimonio bianco perché senza pratiche sadomasochistiche Hendrik non riesce a concludere niente. Hendrik è però davvero innamorato soltanto della sua carriera e, all’avvento al potere dei nazisti, non esita a mettersi al loro servizio pur di poter fare carriera. Tuttavia, alla fine (le ultime pagine sono le più belle) Hendrik si accorgerà di essere solo un pagliaccio, il buffone di corte, la scimmia del potere.

La storia è dunque estremamente interessante: il rapido avanzare di un uomo che per la carriera rinuncia a tutte le proprie convinzioni e perfino alla propria umanità. L’esecuzione è a parer mio un po’ debole, perché, come hanno detto alcuni recensori, sembra a tratti di leggere più un pamphlet giornalistico che un romanzo. Sebbene sia naturale che l’autore infarcisca il libro del proprio pensiero (non potrebbe essere altrimenti vista la natura del romanzo, e ci mancherebbe), tuttavia in alcuni passaggi prende un tono pedagogico che mal si adatta al resto del libro, più descrittivo. Credo insomma che Mann avrebbe potuto descrivere benissimo le proprie idee semplicemente facendole trasparire, non certo velatamente, dal contenuto del libro, e che non ci fosse la necessità di spiegarle per esteso.

Insomma, come dicevo all’inizio, il libro merita senz’altro, e se non l’ho apprezzato di più la “colpa” è stata soltanto mia, non certo del romanzo o dell’autore. Perciò lo consiglio. E può darsi che io decida di leggere altro di questo autore.

Da questo libro è stato tratto il film omonimo di István Szabó che, tra gli altri riconoscimenti, ha vinto il premio Oscar 1981 per il miglior film straniero. Dicono che sia bellissimo, devo assolutamente cercare di vederlo.

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Sandra Kalniete, Scarpette da ballo nelle nevi della Siberia (Lettonia)

Sandra Kalniete, With Dance Shoes in Siberian Snows (tit. originale Ar balles kurpēm Sibīrijas sniegos), Dalkey Archive, Champaign – London 2009. Traduzione di Margita Gailītis.

Il libro è stato scritto in lettone e pubblicato in Lettonia nel 2001, tradotto in italiano nel 2005 da Libri Scheiwiller col titolo Scarpette da ballo nelle nevi della SIberia, ormai purtroppo fuori catalogo e a quanto ne so introvabile. È per questo che ho deciso di acquistarlo in inglese in una bella edizione della bellissima casa editrice Dalkey Archive. La traduzione, occorre dirlo, è pessima, nel senso che l’inglese è penoso e me ne accorgo pure io che non sono madrelingua, ma lo trovo comprensibile perché non so quanti traduttori lettone-inglese ci siano al mondo.

L’autrice, Sandra Kalniete, è ex ministro degli Esteri della Lettonia, ex ambasciatrice  lettone alle Nazioni Unite, in Francia e all’UNESCO, attualmente europarlamentare. Nata nel 1952 in Siberia nella regione di Tomsk da genitori lettoni deportati a seguito delle purghe staliniane, con questo libro ha deciso di raccontare la storia della sua famiglia, ricostruendola attraverso gli archivi oltre alle lettere, ai diari e ai racconti dei suoi familiari.

La storia della famiglia Kalnietis e della famiglia Dreifelds (famiglia della madre) è tragica e completamente determinata dalle purghe staliniane. Famiglie orgogliosamente lettoni, i Dreifelds e i Kalnietis hanno vissuto tutta la drammatica storia del loro paese, dalla breve indipendenza alle varie occupazioni (russa e nazista e di nuovo russa), dall’annessione all’Unione Sovietica con conseguenti deportazioni in massa alla ritrovata indipendenza in anni recenti. Per qualche motivo l’autrice dedica maggiore spazio alla storia della famiglia della madre, ma non tralascia comunque di parlare anche della famiglia del padre.

Ligita Dreifelds, la madre di Sandra, è una donna bellissima come possiamo vedere dalle molte foto che corredano il testo, ma è solo un’adolescente quando la famiglia nel 1941 viene deportata in Siberia. Il padre è visto come un nemico del popolo in quanto, dopo una breve pausa russa, è riuscito a ricostruirsi una vita nella sua natia Lettonia costruendosi da sé una casa grazie ai proventi derivati dal suo appezzamento di terra. Janis Dreifelds si è conquistato tutto ciò con fatica e col duro lavoro, ma è troppo benestante per l’URSS e quindi inevitabilmente nemico del popolo. Per questo viene deportato insieme alla moglie e alla figlia, mentre i fratelli di Ligita riusciranno a mettersi in salvo. Janis muore poco dopo durante il viaggio verso la Siberia a causa delle privazioni e delle torture subite, mentre Ligita e la madre Emilija arrivano a Togur, nella regione di Tomsk, dopo un viaggio infernale in cui subiscono le peggiori umiliazioni e privazioni, a cui non erano minimamente preparate perché, così come tutti i loro compagni di viaggio, erano innocenti e pertanto credevano fermamente nella bontà delle persone e si fidavano ciecamente della loro innocenza, come se questa avesse potuto proteggerle. Cosa che ovviamente non sarà.

Ligita trascorre ben 16 anni in Siberia, salvo una breve pausa di un anno in cui viene rimpatriata, solo per poi essere nuovamente deportata con una scusa qualsiasi, insieme ad altre decine di migliaia di lettoni, lituani ed estoni. Emilija morirà mentre Ligita si trova a Riga, capitale dell’amata Lettonia, ma la ragazza non lo saprà finché non tornerà nel suo luogo di deportazione. Ligita amava la madre la follia, era la sola che le desse speranza e forza per andare avanti, perciò per lei questa morte sarà tanto più tragica. Sandra descrive una Ligita rimasta perennemente bambina, in quanto deportata all’età di 14 anni e brutalmente strappata dalla sua adolescenza per essere gettata in un’età adulta fatta solo di orrore. Ligita non è perciò riuscita a maturare e le manca quella maturità e saggezza che ci si aspetterebbe da ogni adulto. Forse anche per questo sposa Aivars Kalnietis, sei anni più giovane di lei, conosciuto in Siberia.

La storia di Aivars è alrettanto tragica, anche se sarà così “fortunato” da trascorrere “solo” 8 anni in Siberia insieme alla madre Milda. Anche suo padre morirà ben presto in seguito alle torture subite. Il padre Aleksandrs non è tanto un nemico del popolo quanto un vero e proprio bandito, in quanto costretto dalle circostanze (più che dalle convinzioni politiche) a farsi partigiano durante la guerra. La famiglia sarà dunque deportata nel 1949 in quanto i familiari di un bandito sono alrettanto sgraditi all’URSS quanto il “bandito” stesso.

Nel 1952 Aivars e Ligita metteranno al mondo l’autrice Sandra Kalniete, ma dopo la sua nascita, quando Aivars si rende conto che anche la neonata deve essere iscritta nel registro e che i genitori dovranno confermarne la presenza ogni 15 giorni per garantire che non sia scappata (una neonata!), il giovane decide che “non metteranno più al mondo altri schiavi” e perciò Sandra resta figlia unica.

Le descrizioni della lunghissima deportazione e della vita in Siberia sono drammatiche a dir poco, l’autrice ha la ferma intenzione (giustamente) di mostrare al lettore, sbattendogliela in faccia, la realtà delle purghe staliniane. L’autrice per forza di cose non racconta quasi niente dei Gulag, perché i suoi nonni non sono potuti tornare per raccontarle cosa vi avvenisse, ma racconta molto del resto e questi racconti fanno accapponare la pelle. Gente costretta a mangiare ratti e carcasse di cavalli o mucche, costretta a trainare i carri quando per una ragione o per l’altra i buoi o i cavalli non sono disponibili, malattie su malattie (e ci si chiede spesso come abbiano fatto queste persone a non morire né a riportare danni permanenti), orrore, povertà estrema e disperazione. Ci si stupisce che in questo panorama tragico i due giovani si siano potuti innamorare, ma suppongo che un briciolo di speranza resti dappertutto, e che sia stata questa a consentire lo sbocciare dell’amore fra Aivars e Ligita.

Il mio consiglio per tutti è di leggere questa testimonianza che, seppure indiretta (perché Sandra è stata rimpatriata in Lettonia quando aveva appena 4 anni e mezzo), è fondamentale per capire l’orrore delle deportazioni di massa. Un libro durissimo ma incredibilmente importante.

Thomas Mann, I Buddenbrook

Thomas Mann, I Buddenbrook (tit. originale Buddenbrooks. Verfall einer Familie), Mondolibri, Milano 1992. Traduzione di Anita Rho.

Il romanzo è diviso in undici parti, ma la storia della famiglia Buddenbrook si può secondo me dividere in due sole parti: la prima, quella della prosperità della famiglia e della ditta con il vecchio Johann prima e suo figlio Johann/Jean poi; la seconda quella della decadenza, che ha inizio con Thomas, figlio di Jean. Più o meno la prima parte occupa un po’ più della metà del libro, e il resto è dedicato alla seconda.

Mi sono approcciata a questo romanzo, che volevo leggere da tempo, con la (quasi) certezza che lo avrei amato. Invece per la prima metà è stato estremamente difficile amarlo. Non concordo con chi dice che le prime pagine (chi dice 30, chi dice 100 – consideriamo che tutte sono 689) siano difficili/pesanti/noiose e che perseverando la situazione migliora. Non ho trovato pesante nemmeno una pagina di questo lungo romanzo. Al contrario, è un libro di una scorrevolezza invidiabile, che si legge con piacere estremo, soprattutto grazie alla bellezza della prosa. Certo, questa bellezza si va necessariamente a perdere in traduzione, eppure dietro la trasposizione in un’altra lingua si riesce ancora a vedere che la prosa è eccelsa. Non che potesse essere diversamente, con un premio Nobel del calibro di Thomas Mann. Eppure non era così scontato, se si pensa che questo romanzo è stato pubblicato quando l’autore aveva appena 26 anni.

Ma torniamo a quello che stavo dicendo. Dicevo che la prima parte, quella in cui la famiglia Buddenbrook prospera, l’ho trovata difficile da amare. Naturalmente è scritta benissimo così come tutto il libro, naturalmente la storia di questa famiglia è resa molto interessante da Mann, naturalmente il romanzo mi è piaciuto fin dall’inizio. Semplicemente non l’ho amato, e ho sentito tanto più questa “delusione” in quanto mi ero approcciata ad esso con la ferma convinzione che me ne sarei perdutamente innamorata. Le aspettative troppo alte sono sempre una fregatura, lasciatemelo dire.

Le cose sono cambiate drasticamente quando ho cominciato a intravedere le prime tracce della decadenza di cui si parla nel sottotitolo, che recita “Decadenza di una famiglia”. Forse amo le storie più cupe rispetto a quelle di abbondanza e prosperità? Possibile. Certo è che Mann eccelle nella narrazione sia dell’uno che dell’altro aspetto, sia della prosperità che del disfacimento. Eppure la lunga agonia della famiglia Buddenbrook l’ho trovata superba. Non così la parte più “felice” della lunga vita della famiglia Buddenbrook.

*Non leggete oltre se non volete spoiler!*

Ci sono alcune parti nel romanzo che sono semplicemente meravigliose nella loro cupezza e verosimiglianza. Le pagine in cui la vecchia consolessa Elisabeth Buddenbrook, moglie del console Jean e madre di Thomas, muore di polmonite, sono fra le più toccanti che io abbia mai letto. La descrizione dell’agonia della donna, prolungata a dismisura dall’accanimento bestiale dei due medici che, anziché lasciarla morire in pace, le somministrano farmaci per rinforzare il cuore al fine di donare qualche minuto in più ai familiari e senza minimamente curarsi delle atroci sofferenze della consolessa, questa descrizione è minutamente dettagliata e realistica. Mi sono arrabbiata terribilmente con i due medici, pensando con appena un pochettino di sollievo che un accanimento simile oggi, sebbene assistiamo spessissimo a casi di brutale accanimento terapeutico, non sarebbe comunque possibile a quei livelli. Non lo concepiremmo nemmeno, o almeno è quello che voglio sperare.

Subito dopo la morte della consolessa, bellissima è la scena in cui viene descritta la riunione dei figli in cui essi devono decidere come spartirsi gli oggetti lasciati dalla madre: biancheria, argenteria, mobili e così via. Le liti che si vengono a creare, con la donna appena deceduta nell’altra stanza, sono qualcosa di incredibile. Non incredibile nel senso che non si può credere che cose del genere avvengano, anzi proprio il contrario: la verosimiglianza e la cattiveria di questa scena fanno rimanere di stucco.

Il lento (ma non poi così lento!) decadere della famiglia viene descritto da Mann in modo inesorabile, impietoso. La seconda metà del libro non ha a mio parere una sbavatura, un di più, uno scivolone grande o piccolo che sia. È semplicemente perfetta.

Quanto ai personaggi, è stato detto e ridetto che Mann si identifica soprattutto con i fratelli Thomas e Antonie detta Tony e con il figlio di Thomas, Hanno. È stato anche detto e ridetto che l’autore per i personaggi di questo romanzo si è ispirato alla propria famiglia, se vi interessa potete leggere la pagina molto ben fatta di Wikipedia, sempre che non vi spaventino gli spoiler. Di mio posso solo dire che ho trovato quasi tutti i personaggi odiosi e pieni di boria, ma proprio per questo li ho trovati ben caratterizzati e tratteggiati. Dopotutto stiamo parlando di una famiglia dell’alta borghesia nella Germania dell’Ottocento, per cui è ovvio che ci troviamo di fronte a persone boriose e arroganti. E non è strano che siano antipatiche.

Ad ogni modo, il personaggio che mi è piaciuto di più, pur non trovandola simpatica, è Tony, che compare fin dalla prima pagina, bambinetta di otto anni, per poi chiudere il libro all’età di cinquant’anni. Non è lei la protagonista del romanzo, perché protagonista è l’intera famiglia Buddenbrook, ma comunque è chiaro che è un personaggio caro all’autore. Tony è una donna sconfitta dalla vita che però, salvo che nelle due ultimissime pagine, non si butta giù sebbene ne dia l’impressione (quel continuo lamentarsi di Grünlich!…). È un personaggio a tutto tondo (come anche gli altri, in effetti) che risulta forse la più forte componente della famiglia, sebbene sia quella che è stata continuamente presa a schiaffi dalla vita. È descritta perfettamente, e questo la rende non solo credibile ma anche piacevole da seguire nelle sue vicende e nei suoi pensieri.

Molti dicono di aver amato il piccolo Hanno, l’ultimo erede maschio della famiglia Buddenbrook, che porta definitivamente alla rovina la sua famiglia morendo di tifo e facendo così del tutto seccare l’albero dei Buddenbrook. Io non l’ho apprezzato particolarmente, sebbene sia, come gli altri, ben caratterizzato, e sia protagonista di un paio delle mie scene preferite dopo quella della morte della nonna. Parlo delle scene a scuola, quando alla fine del libro Mann descrive in modo iperrealistico una giornata tipica del piccolo Hanno (ormai non tanto più piccolo, è un adolescente, ma viene sempre chiamato “il piccolo Hanno”). Ma parlo anche, e soprattutto, della scena in cui il piccolo Hanno (qui sì, bambino), quasi sovrappensiero, traccia una riga sotto il suo nome nell’albero genealogico nell’importantissimo quaderno di famiglia… giustificandosi davanti al padre adirato dicendo che pensava che poi non sarebbe più venuto nulla. Mai ci fu frase più profetica! Se Hanno avesse potuto sapere quanta verità ci sarebbe stata in questo suo pensiero…

In conclusione, è un romanzo che raccomando, tuttavia vi consiglio di non fare come me e avvicinarvi al libro senza aspettative, così potrete godervelo meglio.

Doris Lessing, Gatti molto speciali

Doris Lessing, Gatti molto speciali (tit. originale Particularly Cats), Feltrinelli, Milano 2017. Traduzione di Maria Antonietta Saracino.

Doris Lessing con questo libro, pubblicato originariamente nel 1967, ci regala un inno d’amore ai gatti. Impreziosito in questa nuova edizione Feltrinelli dalle bellissime illustrazioni della catalana Joana Santamans.

Per qualche motivo pensavo che si trattasse di un romanzo, mentre invece l’autrice narra le storie dei gatti che ha realmente avuto nella sua vita.

Premio Nobel per la Letteratura nel 2007, Doris Lessing è nata in Persia e cresciuta in Rhodesia, oggi Zimbabwe.

I primi gatti della sua vita sono proprio quelli che ha avuto o da cui è stata circondata nell’infanzia in Africa. Gatti selvatici e gatti domestici, a volte, ma non sempre, inselvatichiti. La madre dell’autrice era addetta all’eliminazione dei gatti “di troppo”, perché altrimenti la famiglia sarebbe stata sommersa dai gatti. Non so infatti se fosse tipico dell’epoca, ma quasi tutti i gatti di Lessing non sono stati sterilizzati e hanno perciò sfornato innumerevoli gattini, che il più delle volte era impossibile tenere e quindi venivano dati via o, come in Africa e una volta anche nel Regno Unito (dove la scrittrice ha trascorso la sua vita adulta), soppressi, sebbene a malincuore.

Protagoniste indiscusse di questo libro sono la gatta grigia e la gatta nera (nessuno dei gatti di Lessing ha un nome), ovvero le due gatte che l’autrice ha ancora con sé al momento in cui scrive il libro. Tuttavia non sono certo le uniche e, se le prime pagine, popolate di gatti africani, sono molto dure a causa degli innumerevoli gatti uccisi, le ultime, in cui si narra di una gatta avuta in precedenza, sempre in Inghilterra, sono molto belle e toccanti. Le storie che hanno per protagoniste la gatta grigia e la gatta nera sono a volte divertenti, a volte tenere, a volte crudeli, sempre deliziose.

È un libro senza pretese, il cui unico intento è celebrare la figura del gatto. Piacerà molto agli appassionati di gatti, ma ho qualche dubbio che possa far innamorare dei gatti chi non li ama già, perché l’autrice non fa mistero dei difetti di questi animali. Tuttavia per gli amanti dei gatti è una lettura praticamente obbligatoria.

Cingiz Ajtmatov, Occhio di cammello (Kirghizistan)

Cingiz Ajtmatov, Occhio di cammello (tit. originale Верблюжий глаз), Besa, Nardò 2013. Traduzione dal russo di Anna Maria Bosnjak.

Questa breve (99 pagine) raccolta di racconti è il centesimo libro che leggo per il mio giro del mondo, che oggi ci porta in un Paese, il Kirghizistan, di cui non sapevo assolutamente niente se non che si tratta di una ex repubblica sovietica. Ad essere del tutto sincera, facevo fatica anche a visualizzarlo su una carta geografica. Per cui, sebbene il libro non mi sia piaciuto granché, sono stata contenta di immergermi per un breve periodo nelle atmosfere di questo luogo per me sconosciuto.

Ajtmatov è stato un grande autore kirghiso, nato nel 1928 e morto nel 2008, convinto sostenitore del Partito Comunista sovietico e diplomatico oltre che scrittore. Questa raccolta di racconti risale al 1960, se non vado errata. Purtroppo la mia edizione non riporta alcun dato bibliografico, per cui mi sono dovuta affidare alle pochissime informazioni reperite online.

I racconti sono quattro, di vario spessore (e lunghezza): come accennavo non mi sono piaciuti molto, ma sono comunque interessanti.

Il primo, Lamento dell’uccello migratore, è quello che mi è piaciuto di meno, forse perché pieno di elementi religiosi, mitologici, spirituali soprattutto. In teoria questo avrebbe dovuto farmi apprezzare il racconto, fornendomi una finestra sulle tradizioni di questo popolo, ma è troppo lontano dalla mia sensibilità. Il contesto è quello del funerale di una giovane ragazza, a cui partecipa Kertolgo, moglie di Senirbaj. Non siamo però al funerale ma prima del funerale, quando Kertolgo si avvia a seguire il corteo funebre, ma prima si ferma a pregare sulle rive del lago, con il figlio Eleman accanto a sé. Molto impalpabile.

Il secondo racconto, quello che dà il titolo alla raccolta, è interessante. Ci troviamo in un kolchoz, nella steppa di Anarhaj, dove incontriamo varie figure fra cui le principali sono Kemel e Abakir. Il primo è un ragazzo studioso di etnologia e meccanica, che è andato nel kolchoz come addetto al vomere ma si ritrova suo malgrado a fare l’acquaiolo; il secondo è il trattorista che maltratta il giovane tutto il tempo. La loro è la storia di due giovani sovietici, il primo idealista il secondo più realista nonché meschino. Interessante la descrizione della vita nel kolchoz, vista attraverso gli occhi del giovane Kemel che pensa di essere arrivato in un paese d’oro, ma forse solo perché non ha ancora avuto modo di vedere la steppa nei momenti più duri? Tuttavia la vita nel kolchoz è fatta di duro lavoro, anche se c’è ancora un po’ di spazio pure per innamorarsi, forse.

Incontro con il figlio è a sua volta interessante. Il protagonista è un uomo ormai anziano che molti anni addietro ha perso in guerra l’amatissimo figlio, che era solo un ragazzo, ancora quasi imberbe. Il vecchio si mette in viaggio verso la tomba del figlio perché gli sembra di averlo sentito chiamare. È impazzito, diventato demente, o semplicemente non sopporta più il dolore di quella terribile perdita? Un racconto toccante, a mio parere.

L’ultimo, infine, brevissimo, è quello che mi è piaciuto di più. In Piccolo soldato il protagonista è un bambino di appena cinque anni, che non ha mai conosciuto il padre morto in guerra. Un giorno nel sovchoz arriva il cinema e viene proiettato un film di guerra. Il bambino è eccitatissimo perché a lui stesso piace giocare alla guerra con i suoi amici, in più è la prima volta che ha la possibilità di vedere un film. Per qualche motivo la madre indica uno degli attori dicendo al piccolo che quello è suo padre, e il bimbo se ne convince e corre a dirlo a tutti. Nessuno avrà il coraggio di dirgli che quello è solo un attore. Questo racconto, pur nella sua estrema brevità, 8 pagine, ci mette faccia a faccia con la speranza e il dolore di un bambino orfano di padre, e lo fa in maniera molto bella e delicata, facendoci vedere ciò che avviene con gli occhi del piccolo protagonista. Secondo me è il più riuscito.

La scrittura non mi è sembrata eccelsa, ma non so se questo dipenda dalla traduzione. Né lo saprò mai, non conoscendo il russo, quindi mi devo basare su quello che sono in grado di leggere. Per quanto la quarta di copertina paragoni Ajtmatov ai grandi scrittori russi dell’Ottocento, a me questa scrittura è sembrata piuttosto acerba e affrettata. Naturalmente io non sono nessuno per affermare una cosa del genere, ma il confronto con i russi dell’Ottocento senza ombra di dubbio mi è sembrato molto esagerato. Bisognerebbe, tuttavia, leggere altri libri dello stesso autore per sapere se questo paragone può avere qualche base di verità.

Tirando le somme, non è un libro che mi sento di consigliare, però può essere un’introduzione a un autore e a un Paese ignoti (o quantomeno poco noti) ai più, nella speranza di poter approfondire in futuro.