Archivio dell'autore: Marina

Volker Weidermann, Das Buch der verbrannten Bücher

Volker Weidermann, Das Buch der verbrannten Bücher, btb, München 2009.

Questo libro, il cui titolo italiano sarebbe “Il libro dei libri bruciati”, purtroppo non è stato mai tradotto in italiano né in alcuna altra lingua. Forse si è ritenuto che non fosse interessante per un pubblico di lingua non tedesca, dato che l’autore ha deciso di concentrarsi esclusivamente sugli autori di lingua tedesca per motivi che vedremo, ma io credo che le case editrici italiane ed estere abbiano sbagliato in questo senso, perché la storia dei libri bruciati dai nazisti interessa tutti, non solo i tedeschi.

Il libro, scritto dal giornalista Volker Weidermann, raccoglie i 131 autori presenti nella lista originaria in cui furono elencati i libri da bruciare. Tutto questo in sole 253 pagine, quindi per forza di cose è stringato, ma credo che sia giusto così, perché in caso contrario sarebbe stato un po’ noioso e, forse, interessante solo per gli studiosi, a quel punto.

Il più famoso rogo dei libri ad opera dei nazisti fu quello del 10 maggio 1933 quando, in molte città universitarie della Germania (e soprattutto a Berlino), poco dopo la mezzanotte vennero dati alle fiamme i libri di questi 131 autori, che erano stati raccolti in una lista stilata dal bibliotecario Wolfgang Herrmann. Quasi tutti di lingua tedesca, soltanto pochi russi, americani, e di altre nazionalità, sebbene il governo del Reich dichiarasse a gran voce, per ingraziarsi le forze straniere, di non aver bruciato alcun libro di autori stranieri.

Il rogo dei libri non fu organizzato, come si crede, da uomini del partito o nomi importanti del Reich, bensì dall’organizzazione degli studenti tedeschi, la Deutsche Studentenschaft. Naturalmente i nazisti non poterono che essere felici di questa iniziativa, ma non furono loro a dare l’ordine iniziale.

Weidermann ci racconta aneddoti, vita, carriera letteraria, libri di questi autori, ridando così nuova vita agli scrittori in questione. Come dicevo, pur toccando brevemente anche gli autori stranieri, parla quasi esclusivamente di quelli di lingua tedesca, perché furono questi ad essere più fortemente colpiti dai roghi, in quanto per loro significò la perdita di pubblico, della patria, spesso anche della vita.

Moltissimi di questi autori sono stati ormai dimenticati: in alcuni casi, ci dice l’autore, per assenza di meriti letterari e di vero talento, in altri casi perché il nazismo ha vinto su di loro, riuscendo a farli dimenticare completamente. Come disse Stefan Zweig, nessuno alzò la voce di fronte a questi auto da fé, nessuno, e in seguito la paura fece più dei roghi stessi. Altri scrittori invece li conosciamo e amiamo tuttora: pensiamo a Stefan Zweig, Joseph Roth, Kurt Tucholsky, Erich Maria Remarque, e altri ancora. Tuttavia, non molti, se si pensa a quanti fossero presenti nella lista, 131.

Il libro di Weidermann è di grande interesse storico, ma anche letterario, nel senso che fa conoscere al lettore dei libri di cui molto probabilmente ignorava fino ad allora l’esistenza, e fa nascere in esso la voglia di leggere questi libri, di non dimenticarli, di scoprire per quale motivo fossero così invisi ai nazisti. Le ragioni principali dell’odio nazista nei confronti degli scrittori erano la loro appartenenza al popolo ebraico, il loro pacifismo (per questo i nazisti odiarono così tanto un romanzo fortemente anti-guerra come Niente di nuovo sul fronte occidentale di Erich Maria Remarque), la loro appartenenza politica, e così via.

A mio parere un libro molto interessante e importante e, come dicevo, un vero peccato che sia fruibile soltanto per le persone che conoscono il tedesco.

Gavin Francis, True North. Travels in Arctic Europe

Gavin Francis, True North. Travels in Arctic Europe, Birlinn Limited, Edinburgh 2011.

Questo libro, purtroppo non tradotto in italiano, è stato pubblicato per la prima volta in Scozia nel 2008, ed è il resoconto del viaggio che Gavin Francis ha fatto nella zona artica dell’Europa. Di Francis in Italia è stato pubblicato il libro Avventure nell’essere umano.

Gavin Francis è un medico scozzese che, lavorando in Africa, decide di non poterne più dei Tropici e inizia a pensare a un ipotetico viaggio nell’Artico. Questo viaggio diventerà ben presto realtà, e lo condurrà nelle Shetland, nelle Fær Øer, in Islanda, in Groenlandia, alle Svalbard e in Lapponia. Francis si sposta in aereo o, quando possibile, in nave da una nazione all’altra, mentre all’interno delle singole nazioni preferisce spostarsi facendo l’autostop, perlopiù.

Francis ha letto molte storie di autori, dell’antichità o moderni, che hanno viaggiato nell’Artico europeo, da Pitea a Karel Čapek, passando per Linneo e San Brendano. Ha letto anche molte saghe, soprattutto islandesi, come ad esempio la Egils saga. Il suo intento è seguire le tracce di questi autori, visitando i luoghi da essi visitati, e tenendo sempre a mente le saghe. Naturalmente il viaggio di Francis è più libero di così, nel senso che non si limita a seguire pedissequamente le orme degli autori del passato, ma compie anche dei giri per conto suo.

La narrazione dei viaggi di Francis si alterna nel testo alle narrazioni di questi autori e alle saghe, di cui l’autore ci dà un riassunto in più parti. Veniamo dunque a sapere come questi autori hanno “scoperto” queste terre, come vi sono arrivati, cosa hanno visto, e parallelamente scopriamo cosa ha visto Francis, chi ha conosciuto, cosa ha fatto. Le descrizioni storiche si alternano così a quelle di viaggio, naturalistiche, sociologiche, ambientaliste, umane.

All’autore queste terre sono entrate nel cuore, perciò è molto interessato alla loro sorte e, di conseguenza, all’impatto che il cambiamento climatico ha su di esse. Ci informa ad esempio che si stima che nel 2080, fra solo poco più di sessant’anni, in estate non ci sarà ghiaccio nell’Artico: una prospettiva inquietante a dir poco.

Allo stesso tempo ci narra scene di vita quotidiana in queste zone, come ad esempio il fatto che alle Svalbard in tutti i luoghi chiusi (case, negozi, chiese, ecc.) sia necessario togliersi le scarpe all’ingresso e riporle in un’apposita scarpiera situata vicino alla rastrelliera per i fucili. Fucili che devono sempre essere portati con sé per pericolo di incontrare gli orsi polari. Oppure ci parla della vita quotidiana dei Sami, ad esempio quelli che vivono al confine fra nazioni (Norvegia, Svezia, Finlandia, Russia, le quattro nazioni che ospitano questa popolazione nella sua terra, la Lapponia) e vanno a lavorare in uno Stato diverso. Un po’ incomprensibile per una persona che viene da un’isola come la Gran Bretagna, ma per noi sono semplicemente frontalieri.

Ancora, l’autore ci parla delle conseguenze della modernizzazione in posti tradizionalmente “selvaggi” dal punto di vista naturalistico: per esempio, ci dice che la costruzione di strade e tunnel nelle Fær Øer, lungi dal favorirne lo sviluppo, ha portato a una fuga della popolazione da queste isole. Oppure ci racconta come la costruzione di condomini e la “danesizzazione” fatta dai danesi in Groenlandia sia stata un disastro per la popolazione locale.

Ci parla degli innumerevoli uccelli presenti nelle Fær Øer e nelle Shetland, uccelli di cui io non ho capito nulla perché non conosco i nomi italiani, figuriamoci quelli inglesi. Ma ci racconta anche del luogo in Groenlandia dove c’è un ufficio addetto a rispondere alle lettere scritte dai bambini di tutto il mondo a Babbo Natale, ma anche del “vero” villaggio di Babbo Natale a Rovaniemi, nella Lapponia finlandese.

Il tutto è corredato da bellissime foto, che purtroppo in ebook sono molto ma molto meno belle (anche perché su un normale Kindle sono in bianco e nero), ma che per fortuna si possono trovare sul sito dell’autore.

Consigliato se vi piacciono i libri di viaggio e in particolare se vi interessa la zona dell’Artico.

Appunti di lettura

Solo una breve comunicazione di servizio: se vi interessa sapere cosa mi ha colpito dei libri che ho letto o sto leggendo (brani, citazioni, passaggi interessanti) potete andare a sbirciare il mio nuovo, piccolo blog, Gli appunti di lettura di Sonnenbarke. Per adesso c’è ben poco, ma crescerà col tempo, non temete.

Gamal al-Ghitani, Al di là della città

Gamal al-Ghitani, Al di là della città (tit. originale Shath al-madinah), Edizioni Lavoro, Roma 1999. Traduzione dall’arabo di Barbara Benini.

Questo è un libro salvato dal macero. Edizioni Lavoro è la casa editrice della CISL e, oltre a pubblicare testi su politica, lavoro e società, ha delle collane dove pubblica romanzi e altri libri non legati al mondo del sindacato. Fra cui questa collana, L’altra riva. Le vecchie edizioni dei libri di questa collana sono vendute, tutti gli anni, alla fiera Più Libri Più Liberi di Roma a prezzi scontatissimi perché destinate al macero, o almeno questo è quanto scrivono allo stand della casa editrice. Fatto sta che, se non ricordo male, presi questo libro, senza conoscerlo affatto, a 2 euro. E sono contenta di averlo fatto.

Per buona metà del romanzo non sono riuscita a capire se mi piacesse o meno e, in caso positivo, se mi piacesse molto o così così. È un libro strano. Il protagonista è un anziano professore del Cairo che, a causa della malattia di un collega, viene invitato al suo posto a partecipare alle celebrazioni per i 900 anni dell’università in una città di cui non conosciamo il nome, sappiamo solo che è una città europea. Nemmeno del professore conosciamo il nome. Nessuno dei personaggi di questo romanzo ha nome, eccetto uno, che, si scoprirà poi, probabilmente non è la persona che dice di essere, quindi di fatto il nome è fittizio. Andando avanti nella lettura, tuttavia, ci rendiamo conto che il protagonista non è affatto il professore, ma la città senza nome.

Questa città ha una torre pendente e un’università importantissima, il che ovviamente ci fa subito pensare a Pisa; e tuttavia non si tratta di Pisa, ma di una città non definita posta in uno stato federale dell’Occidente. Abbiamo tanti indizi, ma non sapremo mai realmente la sua identità, né è importante che lo sappiamo. Nella città l’aspetto più importante è la rivalità fra università e comune. Tutto nasce da un problema di fondo: è nata prima l’università o il comune? L’università ha, appunto, 900 anni, ma il comune quanti ne ha realmente? Da questo nasce appunto una rivalità quasi sanguinolenta, non nel senso che porti a fatti di sangue, ma nel senso che è onnicomprensiva e, vedremo, invalidante per chi provi a mettersi contro di essa o cerchi di esplorarla.

Alle vicende del professore si alternano le vicende della città stessa, della quale vengono raccontati molti aneddoti, legati alla torre, ma non solo. Vediamo dopo poco che la simbologia numerologica è importantissima, sebbene non eccessivamente sottolineata: l’autore cerca di passarla quasi sotto traccia, dando degli input messi quasi a caso nel corso del romanzo. È il numero 7 che si ripete in continuazione: sette sono le porte della città, sette le stanze della torre, e così via. Facendo una ricerca in rete scopro che il numero 7 è «simbolo per eccellenza della ricerca mistica, rappresenta ogni forma di scoperta e conoscenza. Con il numero Sette andiamo all’esplorazione delle parti più intrinseche dell’esistenza fino a giungere alla scoperta, non solo del suo scopo, ma anche del suo significato più profondo. Il Sette è considerato il numero della filosofia e dell’analisi, ma anche della solitudine e della completezza» (fonte). Anche Wikipedia ci viene in aiuto, spiegandoci la simbologia del numero 7 nelle varie religioni e credenze popolari.

Nella seconda metà il romanzo si fa più interessante, quando realtà e finzione vengono a intrecciarsi e sovrapporsi in maniera che non capiamo più dove l’una finisca e l’altra inizi. Il romanzo acquista caratteri di magia, quando la città comincia a mutare accartocciandosi su se stessa o semplicemente diversificandosi di minuto in minuto. Ad esempio, in macchina, il professore si volta e vede che la strada dietro di lui è scomparsa, quasi come se si trovasse sul set di un film dove quello che è dietro scompare per lasciare spazio a quello che è davanti. In seguito alcune vie si modificano sotto gli occhi del professore, che a volte non riuscirà più a capire bene dove si trovi, a causa della perdita dei punti di riferimento. Allo stesso modo, le persone hanno un’ambiguità caratteristica: per esempio, la donna che lo porta in giro in macchina si rivelerà non essere mai esistita, mentre come dicevo l’unico personaggio dotato di nome, al-Maghrebi, si rivelerà così sfuggente da non risultare reale – o invece lo è e non viene riconosciuto come tale?

Tutta questa atmosfera di irrealtà culmina nell’incubo peggiore del professore, la cosa che ha sempre temuto fortemente: la perdita del passaporto che, come vedremo ben presto, implica una perdita totale e assoluta dell’identità. Chi è il professore senza passaporto? Come farà a recuperarlo? A chi si deve rivolgere: agli organi del comune o all’università? Come farà a dimostrare la sua identità? Come farà a tornare a casa sua, al Cairo? Come potrà, in ultima analisi, sopravvivere a questa perdità di identità? Il romanzo diventa qui del tutto kafkiano e perciò, secondo i miei gusti, tanto più interessante. Bisogna dire che al-Ghitani compie un ottimo lavoro nel rendere l’angoscia della situazione e allo stesso tempo il suo carattere di ineluttabilità.

Il romanzo appare confuso a causa dei continui salti di narrazione: dal professore alla storia della città ai luoghi agli aneddoti. Tuttavia questa confusione fa per forza di cose parte della realtà/irrealtà di quanto avviene nel romanzo. La domanda che il lettore si pone è: quello che accade sta accadendo veramente o è frutto della fantasia sovreccitata del professore? Siamo nella realtà o in un sogno/incubo? È finzione/narrativa o vita vera? Nonostante l’apparenza confusionaria, che di fatto non è confusionarietà ma vera e propria confusione, ovvero un’incertezza tra realtà e finzione, il romanzo è svolto in maniera magistrale e al-Ghitani si mostra un autore di grande stile e forza narrativa.

Personalmente, se è ancora possibile trovarlo, mi sento di consigliarlo caldamente. Inoltre, dovrò inforarmi sull’eventuale esistenza di altri libri dello stesso autore tradotti in italiano, perché mi sembra che meriti una conoscenza più approfondita.

Gustave Flaubert, Madame Bovary

Gustave Flaubert, Madame Bovary (tit. originale Madame Bovary), Newton Compton, Roma 1993. Traduzione di Ottavio Cecchi.

Sì, ma non era felice, non lo era mai stata. Di dove veniva quella insufficienza della vita, quell’istantaneo imputridirsi delle cose alle quali si appoggiava? Se in qualche parte del mondo c’era un essere forte e bello, un’anima coraggiosa, piena, a un tempo, d’esaltazione e di raffinatezza, un cuore di poeta sotto forma d’angelo, lira dalle corde di bronzo che mandasse verso il cielo epitalami elegiaci, perché, dunque, non dovrebbe incontrarlo? Oh, era impossibile! E niente valeva la pena di una ricerca. Tutto era menzogna! Ogni sorriso nascondeva uno sbadiglio di noia, ogni gioia celava una maledizione, ogni piacere il suo disgusto, e i migliori baci lasciavano sulle labbra soltanto l’irrealizzabile desiderio di una voluttà più alta.

Ho letto questo libri pochi mesi dopo aver letto Anna Karenina. Quello mi è piaciuto di più, ma in questo mi sono identificata meglio. Intendiamoci, io non faccio né ho mai fatto né mai mi sognerei di fare nessuna delle cose fatte da Madame Bovary, ma quel senso di vuoto esistenziale, di infinita di noia, di mancanza di piacere, mancanza di interesse, nulla cosmico, è qualcosa che mi è molto noto. Che io non metta in pratica degli agiti allo stesso modo di Emma Bovary è del tutto indifferente, di fatto conosco quella sensazione.

Perciò no, non credo che Emma Bovary sia una donna vana, anche se certo fa di tutto per sembrarlo. Né è una donna annoiata nel senso comune del termine. È, piuttosto, una donna che conosce e soffre la Noia, con la N maiuscola, nel senso cioraniano del termine. Quel vuoto di tutto, vuoto di senso, vuoto assoluto, che ti divora da dentro. E che può avere le conseguenze più svariate: può diventare voglia di scomparire, di non fare niente, può diventare fame di cibo, fame d’amore, come in Emma: fame d’amore e fame di lusso. Emma Bovary ha fame, fame di riempire quel vuoto, che non riuscirà mai a colmare perché non è ad essa esterno, ma interno. Un vuoto interno, niente potrà mai colmarlo, per quanto ci si possa provare, e per forza, se non lo si sa affrontare, porta a conseguenze nefaste. A meno che non si abbia la calma e feroce rassegnazione di un Cioran, che vive la vita divorato dal vuoto della Noia, eppure la vive sempre, fino alla fine. Ma Emma Bovary non è certo Cioran.

Emma Bovary è a tratti insopportabile, a tratti fa pena (nel senso di compassione), ma sempre le sono stata vicina, proprio per tutti questi motivi. Anna Karenina, che a questo romanzo di Flaubert è molto vicino, è scritto in modo più magistrale, se così posso osare di dire, è privo di difetti, perfetto, compiuto, più di Madame Bovary. Ma Madame Bovary è un personaggio a tutto tondo, perfetto a sua volta, più umano di Anna Karenina. A mio modesto parere. Perciò, due romanzi grandissimi, in certo modo simili, eppure diversi.