Archivio dell'autore: Marina

Edith Wharton, Ethan Frome

Edith Wharton, Ethan Frome, pubblico dominio.

Questo libriccino esile esile, più un racconto lungo che un romanzo, è stato il mio primo approccio a Edith Wharton, autrice di cui sicuramente leggerò altro dato che questo libro mi è piaciuto moltissimo.

Pubblicato per la prima volta nel 1911, è la storia di Ethan Frome, un uomo che ci viene presentato intorno ai 50 anni, sebbene sembri molto più vecchio. Il narratore fa la sua conoscenza ed entra in confidenza con questo uomo burbero e solitario, il quale finisce per raccontargli la sua storia.

Nella storia, Ethan è un giovane uomo di 28 anni, sposato da 7 anni con Zeena, una donna malaticcia che ha preso in moglie soltanto perché lo aveva aiutato a prendersi cura della madre molto malata. Un giorno però in casa di Ethan e Zeena Frome arriva Mattie, una giovane cugina di Zeena, che la coppia ospita in casa per farsi aiutare nelle faccende. Mattie è un po’ maldestra, poco avvezza alle faccende domestiche, non molto brava nel suo lavoro, ma è una cara ragazza. Inevitabilmente Ethan finisce per innamorarsi di questa ragazza lontana anni luce dalla moglie sempre malata, ipocondriaca e lamentosa. Questo amore gli cambierà la vita in modo drastico e totale, e non solo a lui, ma a tutte e tre le persone conivolte.

Ethan Frome è un romanzo/racconto cupissimo, con pochi sprazzi di luce che sappiamo destinati a finire dopo poco. E si fa sempre più cupo man mano che prosegue, fino a finire in tragedia, che però è una tragedia assai più tragica di quella che mi sarei aspettata. Sostanzialmente è il racconto di una sorta di punizione (divina?) per un peccato mai commesso, il peccato dell’amore. Ma una punizione atroce, che non dovrebbe toccare a nessuno, figuriamoci poi a delle persone innocenti.

L’autrice è geniale nel condurci all’interno di questa storia, nel farci vedere la psicologia dei personaggi (la caratterizzazione è eccezionale), nel dipanare piano piano gli eventi che porteranno alla tragedia. La tensione nel romanzo è palpabile, che sia tensione d’amore o tensione tragica. La scrittura è magistrale. Mi viene da chiedermi come sia possibile condensare tanta maestria e bellezza (perché anche se tragico, è un racconto bellissimo) in un’opera così corta – la mia edizione Kindle riporta 89 pagine, anche se probabilmente in cartaceo sono un po’ di più.

Mi chiedo se ci siano ancora narratori così. Sicuramente una scrittrice da approfondire.

Joseph Sheridan Le Fanu, In a Glass Darkly

Joseph Sheridan Le Fanu, In a Glass Darkly, e-artnow, Praha 2017.

Questo libro, che in Italia è stato pubblicato qualche anno fa da Miraviglia con il titolo Un oscuro scrutare (sì, come il libro di Philip K. Dick, anche se non c’entra niente – il titolo viene da un verso della Bibbia), contiene cinque racconti del soprannaturale: Green Tea, The Familiar, Mr. Justice Harbottle, The Room in the Dragon Volant e il più famoso Carmilla.

Avevo letto Carmilla tanti anni fa, forse addirittura una quindicina, e ricordo solo che non mi era piaciuto molto. Sinceramente non saprei dirne il motivo, perché ora che l’ho riletto mi è piaciuto tantissimo e l’ho trovato di gran lunga il migliore della raccolta. La storia, penso, è nota: si tratta della prima vampira lesbica della storia della letteratura, che anticipa di venticinque anni Dracula di Bram Stoker. Carmilla è una ragazza bellissima di circa 18-19 anni che capita per caso al castello di un gentleman inglese che vive con la figlia, in Stiria, Austria. La figlia è emozionatissima quando scopre che a Carmilla sarà consentito restare con loro per qualche mese: la ragazza, più o meno coetanea di Carmilla, vive infatti una vita molto solitaria e non vede l’ora di avere un’amica che possa allietare la sua monotona quotidianità. Carmilla si rivela essere una ragazza molto strana, e tra l’altro si palesa come perdutamente innamorata della sua ospite. Se ci pensate, il tema di una vampira lesbica è davvero “forte” nel 1872, quando questo racconto è stato pubblicato.

Questo, così come gli altri racconti della raccolta, si svolge in un’atmosfera di soprannaturale e orrore strisciante, molto gotico. L’orrore si insinua lentamente nella narrazione, palesandosi in maniera strisciante e, quasi, difficile da percepire all’inizio. Ma ben presto l’atmosfera si fa più pesante e terrificante, fino al climax finale, che puntualmente arriva in tutti i cinque racconti.

Un’altra storia che mi è piaciuta molto è la prima, Green Tea, dove un uomo è perseguitato da una scimmia che è anche un fantasma, o un’allucinazione? Sembra quasi schizofrenico il protagonista di questo racconto, se non fossimo invece in una storia di fantasmi. E, ovviamente, finisce nel sangue e nell’orrore.

Anche gli altri racconti sono molto belli, e interessante è The Room in the Dragon Volant, dove non vi è realmente un elemento soprannaturale, ma comunque c’è la solita atmosfera tesa, gotica, angosciante.

Le Fanu è un autore eccezionale: si sente molto che scrive nell’Ottocento, a volte la prosa è un po’ pesante, ma quanto ad atmosfere soprannaturali e angosciose secondo me ha pochi rivali. Un libro che consiglio molto se vi piace il genere.

Jean Rhys, Quartet (Dominica)

Jean Rhys, Quartet, Harper & Row, New York 1957 (prima edizione 1929).

Jean Rhys è una scrittrice caraibica, precisamente di Dominica, che ha vissuto in Inghilterra a partire dai 16 anni. Più famosa per i suoi romanzi Il grande mare dei Sargassi e Buongiorno, mezzanotte, questo Quartet, che in origine si intitolava Postures, è il suo primo romanzo ed è stato pubblicato in italiano da Adelphi con il titolo Quartetto.

Marya è una donna inglese che vive da anni a Parigi con il marito polacco, Stephan. In Inghilterra Marya, detta anche Mado, faceva un lavoro di bassa lega, ed è stata praticamente “salvata” dall’uomo che poi è diventato suo marito. Marya sa vagamente che il marito fa il commerciante di oggetti d’arte, ma non conosce il suo lavoro in maniera più approfondita. Perciò sarà per lei un vero shock venire a sapere che Stephan è stato arrestato per furto di opere d’arte. Per questo motivo viene condannato a un anno di carcere e Marya, senza un soldo, è costretta ad accettare l’ospitalità degli Heidler, una coppia di inglesi che vive anch’essa a Parigi. Non passerà molto tempo prima che Marya diventi l’amante di Heidler, con il beneplacito della moglie che, sebbene ne soffra, chiude gli occhi davanti a questa situazione.

La storia è qui, né più e né meno, anche se ovviamente si svolge nel corso di oltre un anno e quindi ad esempio assistiamo all’arresto di Stephan, alle visite di Marya in prigione, alla scarcerazione del marito. Ma non c’è molto di più di questo nella trama. Oltretutto è un libro molto breve, appena 186 pagine.

Tuttavia non credo che fosse tanto la storia in quanto tale a interessare l’autrice, quanto piuttosto la psicologia della protagonista, Marya. Peraltro occorre ricordare che la storia del triangolo, o quartetto, amoroso narrata da Rhys rispecchia la sua propria storia: ospite di Ford Madox Ford e di sua moglie, diventa l’amante del famoso scrittore sotto gli occhi della moglie di lui e del proprio marito. Ad ogni modo, ciò che è interessante in questo romanzo, oltre alla scrittura che è molto fluida e piacevolissima da leggere, è la rappresentazione di Marya, che viene dipinta come una vera e propria vittima: delle circostanze e della coppia perversa, gli Heidler. Marya viene poi fatta passare da molti come la cattiva della situazione, quella che si concede al primo che passa, distruggendo così le famiglie. Infatti, nonostante il tentativo di tenere nascosta la storia d’amore (ma è amore, poi?), pare che tutti ne siano a conoscenza.

Di fatto Heidler seduce Marya e Lois, la moglie di lui, la spinge fra le sue braccia, dicendole che “il suo problema è che è troppo visrtuosa”. Marya si lascia travolgere da questa storia che, a guardar bene, non è mai stata una vera storia d’amore, e se vogliamo proprio mettere i puntini sulle i, non è nemmeno una storia di sesso, in quanto Heidler viene descritto come un uomo a cui sostanzialmente non piacciono davvero né le donne né il sesso. Marya, appunto, viene travolta, ed è incapace di difendersi e di dire di no, tanto che si convince lei stessa di essere innamorata di Heidler, quando invece è forse improbabile che sia questo il caso.

Lois non fa che maltrattare Marya, il che potrebbe essere comprensibile se non si tenesse conto che è stata proprio lei a spingere la donna fra le braccia di suo marito. Heidler stesso tratta male l’amante, tanto che a un certo punto arriva a dirle che lei “lo disgusta” e lo fa “sentire male”. Lei tuttavia non riesce a staccarsi da lui, non ultimo anche perché ha bisogno di soldi, che lui le elargisce abbastanza tranquillamente: in apparenza per amicizia prima e per pietà poi, in pratica, più probabilmente, perché la tratta come una vera e propria prostituta.

C’è da dire che il personaggio di Marya, per quanto ben tratteggiato, non viene davvero approfondito, e si sente molto la brevità del romanzo, che a mio parere non avrebbe affatto sofferto (anzi) se avesse avuto duecento pagine in più. Ma come dicevo è il primo romanzo di Rhys, che forse è maturata in seguito come scrittrice. È tuttavia una supposizione e non una certezza, la mia, dato che questo è il suo primo romanzo che leggo, ma sicuramente voglio approfondire la conoscenza di questa autrice.

Sławomir Mrożek, Emigranti

Sławomir Mrożek, Emigranti (tit. originale Emigranci), Einaudi, Torino 1987. Traduzione di Gerardo Guerrieri.

Questo piccolo libro, 71 pagine, fa parte della collezione di teatro di Einaudi, collana i cui libri erano spesso presenti alla bancarella di libri usati di Firenze, quando abitavo lì. E anche questo libro viene da lì, ma in tutti questi anni non lo avevo ancora letto.

Il testo del polacco Mrożek parla, come si può intuire dal titolo, di due emigranti: due uomini costretti a condividere una camera in uno scantinato di una città sconosciuta, verosimilmente occidentale, così come è sconosciuto il Paese da cui i due provengono, verosimilmente esteuropeo. Allo stesso modo sono sconosciuti i nomi dei due protagonisti e unici personaggi, che vengono chiamati semplicemente AA e XX. Il primo è un intellettuale, scrittore, rifugiato politico, che non ha bisogno di lavorare e anzi presta spesso dei soldi al secondo: lavoratore, proletario, con moglie e figli nel Paese d’origine, emigrato in cerca di lavoro, perennemente senza soldi.

Il sogno di AA è scrivere un libro, cosa impossibile in patria a causa della paura (i due vengono dallo stesso Paese, in cui vige una dittatura), e altrettanto impossibile nel nuovo Paese perché la paura è scomparsa e con essa la necessità di scrivere. XX, pur non parlando una parola della lingua del Paese che lo ospita, si trova lì per lavorare e per poi poter tornare in patria e dare un futuro migliore alla sua famiglia.

I due hanno un rapporto ambiguo, potremmo dire fatto di amore-odio, sennonché l’amore non è mai amore, ma solo sopportazione reciproca. Eppure non possono fare a meno l’uno dell’altro: XX perché ha bisogno di soldi per sopravvivere, AA perché ha bisogno di uno “schiavo” che possa essere il protagonista del suo ipotetico romanzo. Ma solo per questo?

Molte sono le considerazioni sull’immigrazione/emigrazione, e alcune fanno davvero riflettere. Ad esempio penso a quando AA definisce entrambi dei “parassiti”, perché è esattamente così che vengono percepiti dalla società che li ospita, e di conseguenza a volte è così che si sentono loro stessi. Il passo è molto forte: «Noi viviamo qui come due batteri nella profondità di un organismo. Due corpi estranei. Due parassiti. O peggio. Due microbi patogeni, forse. Fattori di decomposizione in un corpo sano. Vibrioni, bacilli di Koch, virus, gonococchi? Io – un gonococco. Io che mi consideravo come una cellula preziosa di materia cerebrale altamente sviluppata. Laggiù, da noi, un tempo… Un neurone raro, una particella che si colloca già al punto estremo della materia. E ora invece – un gonococco! In qualche punto delle budella. Un gonococco in compagnia di un protozoo.»

L’emigrazione rende uguale i due, sebbene al loro Paese uno fosse un raffinato intellettuale e l’altro un povero proletario. L’emigrazione non guarda in faccia nessuno, soprattutto la società che accoglie non fa distinzione fra persone, le considera tutte alla stregua di pericolosi parassiti. Un passo che ci dovrebbe far riflettere – e pensare che è stato scritto nel 1974, più di quarant’anni fa.

Un altro passo interessante è questo: «Ti credo, il ritorno è la tua sola ragione d’essere. Se no, non saresti potuto restare qui un minuto di più. Saresti impazzito… o ti saresti ammazzato.» Lo stesso si può dire di molti immigrati moderni nelle nostre società “occidentali”, che sono venuti qui in cerca di lavoro per garantire alla famiglia una vita dignitosa, e per questo non fanno che pensare al momento in cui potranno finalmente tornare a casa a riabbracciare i propri cari e vivere con loro quella vita dignitosa per cui hanno tanto faticato. E solo per quel ritorno vivono, sebbene in alcuni casi sappiano loro stessi, nel profondo del cuore, che quel ritorno non potrà mai avvenire, per le ragioni più svariate.

Il finale è emotivamente molto forte, quasi straziante. Entrambi i protagonisti si rivelano prigionieri in una società che non li vuole e che loro non vogliono, vittime di contingenze politiche o economiche che li hanno costretti a scappare dal loro Paese: un Paese che li ha rifiutati, scacciati. Due persone fragili, sebbene per tutto il testo possa essere sembrato il contrario.

Un testo attualissimo, che dovremmo leggere e rileggere, soprattutto oggi, alla luce di quello che accade nel nostro e in altri Paesi. Non so se sia ancora reperibile, essendo molto vecchio, ma se lo è ve lo consiglio.

Marie-France Hirigoyen, Molestie morali

Marie-France Hirigoyen, Molestie morali. La violenza perversa nella famiglia e nel lavoro (tit. originale Le harcèlement moral: la violence perverse au quotidien), Einaudi, Torino 2010. Traduzione di Monica Guerra.

Mi sono avvicinata a questo libro per motivi personali che non starò qui a spiegare, ma che possono essere facilmente intuibili, seppure a grandi linee.

La psichiatra e psicoterapeuta francese Marie-France Hirigoyen affronta in questo libro quello che lei chiama “harcèlement moral”, tradotto in italiano come “molestie morali”, in inglese detto “emotional abuse”, tradotto spesso come “abuso emotivo“. Affronta questo tema guardandolo da un triplice punto di vista: l’abuso in ambito relazionale, in ambito familiare e in ambito lavorativo, caso quest’ultimo in cui si parla più comunemente di mobbing.

Nella prima parte del libro affronta il tema dell’abuso emotivo in tutti e tre questi ambiti, anche se nel corso del libro appare chiaro che l’autrice dedica maggiore spazio e interesse all’abuso emotivo nell’ambito della coppia, secondariamente al mobbing, e solo in via incidentale all’abuso emotivo nella famiglia (famiglia intesa in questo caso non come coppia, ma come famiglia d’origine, quindi abuso emotivo madre-figlio, padre-figlio, ecc.).

Nella seconda parte l’autrice parla più in dettaglio dei ruoli psicologici dell’aggressore e della vittima, mettendo in chiaro che quest’ultima non è tale in quanto “masochista” o chissà che altro, ma perché di fatto vampirizzata da quello che lei chiama un “perverso”, ossia un narcisista patologico che si nutre della vitalità degli altri.

Nella terza parte infine dà dei consigli pratici su come comportarsi e parla della presa in carico della vittima da parte di uno psicoterapeuta. È in questa parte che si sente quanto il libro sia datato: è stato infatti originariamente pubblicato nel 1998, quasi vent’anni fa. Questo si sente nella parte dedicata all’approccio terapeutico, dove Hirigoyen parla di psicanalisi (che non raccomanda in questi casi), psicoterapia cognitivo-comportamentale, ma anche ipnosi, pratica che credo non sia più utilizzatissima al giorno d’oggi. Oggi per la terapia dell’abuso si parlerebbe tra l’altro di EMDR, metodo di comprovata efficacia nei casi di abuso e trauma.

In appendice all’edizione italiana vi sono dei contributi di esperti di diritto, mobbing e molestie che portano una prospettiva sul panorama giuridico italiano, nonché sull’incidenza di questi e altri tipi di abuso nel nostro paese. Anche qui, si sente moltissimo l’anzianità di questi contributi, per esempio quando si parla del range di risarcimento economico nei casi di mobbing, usando ancora le vecchie lire.

Ma vorrei venire ora all’esame delle cosiddette molestie morali. Di cosa parliamo quando parliamo di abuso emotivo? A prima vista questo tipo di abuso non è facile da comprendere, in quanto è un abuso che non lascia tracce: niente lividi, niente ferite, niente lacerazioni. Non è evidente all’occhio esterno. Non è evidente affatto. E spesso resta non evidente perfino per la vittima stessa, che crede di stare esagerando, di prendersela per un nonnulla, di vedere qualcosa che in realtà non c’è.

La molestia morale, o abuso emotivo, «consiste nel togliere a qualcuno ogni qualità, nel dirgli e ripetergli che non vale niente, fino a indurlo a pensare che sia davvero così». Il perverso (come lo chiama Hirigoyen), o narcisista patologico, vuole annientare la sua vittima, allo scopo di distruggerne le qualità per guadagnare egli stesso in autostima. Il perverso è una persona priva di qualunque autostima, con grossi complessi di inferiorità, probabilmente a sua volta abusato da bambino, o comunque maltrattato in qualche modo, che sfoga questa sua frustrazione, rabbia e, in ultima analisi, enorme insicurezza sull’altro. Distruggendo l’altro, annientandolo, rendendolo zero, meno di zero. «Per tenere la testa fuori dall’acqua, il perverso ha bisogno di far affondare l’altro».

Così ad esempio, nel caso dell’abuso nella coppia, il partner, che inizia sempre seducendo la vittima (mostrandosi tenero, dolce, innamoratissimo), può piano piano arrivare ad annullarne l’identità dicendole frasi del tipo “non vali niente”, “fai schifo”, “se io ti lasciassi non troveresti mai un altro”, “perché non ti suicidi”. E qui ovviamente parliamo di molestie violentissime, seppure soltanto con le parole.

Ma la molestia può anche essere assai più subdola di così, e la continua ripetizione la rende altrettanto violenta. Per esempio, una donna che convive con un partner abusante dice «Io non sono né sua moglie, né la sua fidanzata, né la sua ragazza». Infatti, quando sono in mezzo alle altre persone, qualcuno chiede se siano marito e moglie, ma lui cambia discorso e non le dà alcuna considerazione, perché è un argomento quasi tabù, di cui non si può parlare. Dice Hirigoyen: «Il messaggio è: “Io non ti amo”». Allo stesso modo, il partner abusante può sminuire costantemente la sua vittima, dicendole che non è abbastanza bella, non abbastanza colta, non abbastanza socievole, ecc. «[Una vittima] si sente anche in colpa perché non è abbastanza seducente (un giorno, davanti ad amici, lui ha scherzato su un abito poco sexy di Annie) o abbastanza buona (lui ha alluso al fatto che lei non è generosa) per soddisfare Benjamin».

Il nocciolo della questione è questo: insultare l’altro in modo così (dapprima) sottile e (soprattutto) così costante e pervasivo da convincere l’altro di essere una nullità. Da qui il senso di colpa della vittima, che si colpevolizza per non essere abbastanza seducente, abbastanza generosa, abbastanza intelligente, abbastanza tutto. Il perverso, con le sue manovre di avvicinamento, finisce per schiacciare la vittima in una morsa dalla quale essa non sarà in grado di liberarsi, perché le è stato fatto il lavaggio del cervello in maniera tale da farle credere che sia l’aggressore ad avere ragione. Lei è la pazza, la psicopatica, la depressa, la cattiva, la violenta. Guai se prova a reagire, perché allora, così facendo, dà ragione all’aggressore, che ha le prove per affermare che lei (o lui) sia davvero la violenta della situazione.

«Un individuo narcisista impone il suo ascendente per trattenere l’altro, ma ha paura che gli si avvicini troppo, che arrivi a invaderlo. Si tratta allora di mantenerlo in una relazione di dipendenza o addirittura di proprietà, per verificare la propria onnipotenza». Il narcisista non può permettere alla vittima di sfuggirgli, sebbene egli la disprezzi, perché è solo con il suo annientamento continuo che egli può arrivare a sentirsi qualcosa, ad avere stima di sé, a sentirsi, come dice Hirigoyen, onnipotente. Certo, se questa vittima riuscirà a liberarsi, il perverso potrà sempre trovarsene un’altra, ma è comunque probabile che non la lasci andare, nemmeno dopo anni. Dopotutto, la vittima è, appunto, di “proprietà” del carnefice.

La vittima difficilmente riesce a sganciarsi da questo tipo di relazione, prima di tutto perché è stata manipolata al punto di credere che si stia inventando tutto, che sia lei la pazza; poi perché si sente in colpa, come se quello che sta avvenendo sia stato in qualche modo causato da lei; infine perché «se [l’aggressore] fosse in tutto e per tutto un mostro, sarebbe più facile, ma è stato un amante tenero. Se è così, vuol dire che sta male. Allora può cambiare».

L’autrice riporta un brano in cui Otto Kernberg descrive il narcisista: «Quando vengono abbandonati o li si delude, può darsi che si mostrino apparentemente depressi ma, a un esame attento, si tratta di collera o di risentimento con desideri di vendetta, piuttosto che di una vera tristezza per la perdita di una persona che apprezzano».

Il narcisista, dice Hirigoyen, «cerca di ingannare per mascherare il suo vuoto. Il suo destino è un tentativo di evitare la morte. È qualcuno che non è mai stato riconosciuto come un essere umano e che è stato obbligato a costruirsi un gioco di specchi per darsi l’illusione di esistere. Come un caleidoscopio, questo gioco di specchi ha un bel ripetersi e moltiplicarsi: quell’individuo resta costruito sul vuoto».

Qualche recensore ha scritto che l’autrice tratta il narcisista come egli tratta la sua vittima. Personalmente, non credo che sia questo il caso. Certo, è vero che Hirigoyen non mostra alcuna pietà per gli aggressori narcisisti, ma secondo me neppure dovrebbe mostrarne. Hirigoyen è una psichiatra e psicoterapeuta specializzata in vittimologia (disciplina che in Francia esiste), non in narcisismo, per cui è ovvio che sia empatica nei confronti delle vittime, e non degli aggressori.

In passato ho sentito persone dire che non ci si deve accanire contro i narcisisti, perché anche il narcisismo è una patologia: cosa senz’altro vera, il narcisismo è infatti un disturbo della personalità riconosciuto nel DSM, ma ciò non toglie che le persone affette da questa patologia siano tendenzialmente distruttrici dell’individualità altrui. Non mi sento in colpa se non provo la minima pietà per loro.

Come vedete anch’io, un po’ come fa l’autrice, ho parlato quasi esclusivamente di abuso emotivo all’interno della coppia. Come dicevo all’inizio, è vero che l’autrice dedica comunque ampio spazio al mobbing, e un po’ di spazio, non molto, alla molestia morale nell’ambito familiare. Ma come vedete questa recensione pesa tutta sul piatto della bilancia su cui sta l’abuso emotivo relazionale. Ad ogni modo, mi sento di consigliare questo libro anche alle persone vittime di abuso emotivo in altre sfere della vita, come appunto quella lavorativa o familiare ma, perché no, anche quella amicale. E lo consiglio anche, ovviamente, a chi stia vicino alle persone vittime di abuso emotivo. Penso che ci siano libri migliori di questo sull’argomento, ma questo è comunque un’ottima introduzione.