Jorge Amado, Santa Barbara dei Fulmini

Jorge Amado, Santa Barbara dei Fulmini (tit. originale O sumiço da Santa: uma historia de feitiçaria), Garzanti, 2015. Traduzione di Elena Grechi. Pubblicazione originale 1988.

Quasi esattamente due anni fa leggevo Dona Flor e i soi due mariti e non ne restavo affascinata, tanto da dichiarare, alla fine della mia recensione: «Non sono incuriosita tanto da proseguire nella lettura di questo autore». Evidentemente avevo dimenticato quella parte, quando mi sono accinta ad affrontare un altro romanzo di Jorge Amado.

Nel mio gruppo su Goodreads ogni mese “viaggiamo” grazie ai libri in un paese diverso: ad agosto toccava al Brasile e, dopo aver spulciato un po’ (su due piedi non mi venivano in mente libri brasiliani che avrei assolutamente voluto leggere), ho trovato su MLOL questo romanzo che mi sembrava interessante. Ricordavo di non aver apprezzato particolarmente Dona Flor e i suoi due mariti, ma non ricordavo la mia “risoluzione”, per così dire.

Santa Barbara dei Fulmini parte bene per i primi capitoli. Al Museo d’Arte Sacra di Bahia, don Massimiliano von Gruder ha deciso di realizzare una mostra, il cui pezzo forte sarà la statua di Santa Barbara, quella dei Fulmini: dopo un’estenuante opera di convincimento, i prelati di Bahia sono riusciti a convincere il recalcitrante vicario di Santo Amaro a dare in prestito la statua al museo. Così la statua arriva a Bahia per nave, protetta e tenuta d’occhio da un prete e una suora. Viaggio senza intoppi, ma all’arrivo in porto la santa, semplicemente, si sistema il mantello e se ne va. Per due giorni la città di Bahia sarà stravolta da quello che, agli occhi dei prelati e della polizia, è un furto, ma che come ben abbiamo visto con i nostri occhi, furto non è.

Ambientato negli anni della dittatura, questo romanzo non passa sotto silenzio gli atti del regime, anzi lo ridicolizza nel ritratto che dà della Polizia Militare e della sua assurda “soluzione” del caso. Tuttavia, pur non dimenticando il periodo storico in cui queste vicende sono ambientate, l’autore scrive soprattutto un romanzo allegro e pieno di vita, così come Bahia: sostanzialmente possiamo dire che questo romanzo sia un inno d’amore a Bahia, città dalle mille culture, dove cattolicesimo e candomblé si fondono a formare qualcosa di unico e inimitabile. Un romanzo a suo modo spirituale, se allarghiamo la nostra idea di “spirituale” a includere quelle religioni più antiche e non ci scandalizziamo di fronte alla commistione di una religione che conosciamo con una che invece conosciamo assai meno o, come nel mio caso, per niente. Un romanzo, inoltre, allegro e trasudante voglia di vivere e di godere la vita.

Il problema principale è che seguire tutto ciò che accade è un po’ (parecchio) difficile se come me non si sa assolutamente niente di candomblé. Certo, ci sono le note, ma non le ho trovate di aiuto, anzi forse mi sono state di ostacolo: sono circa un centinaio, la fruizione in questo ebook non era facilissima per cui a volte semplicemente non le ho lette, anche perché sono talmente tante che mi stavano rendendo la lettura eccessivamente frammentata. Perciò quello che ho fatto è stato aprire internet in una pausa dalla lettura e cercare notizie sul candomblé per conto mio. Ho imparato tante cose affascinanti, ma è stata solo un’infarinatura, superficialissima. Ecco, magari quello che potrebbe fare questo romanzo è far venire voglia di esplorare meglio questa cultura religiosa, capirne di più.

Da quello che ho capito, in Brasile non c’è conflitto fra cristianesimo e candomblé, anzi i due finiscono spesso per intersecarsi e sovrapporsi, tanto che, come in questo romanzo, santi cristiani e orixá a volte si fondono e diventano indistinguibili. Così che Santa Barbara, quella dei Fulmini, diventa senza soluzione di continuità Yansã, orixá dei fulmini, dei venti e delle tempeste. Particolarità del culto degli orixá è il fatto che questi a volte “possiedono” alcune persone, nel senso proprio di “possessione” soprannaturale. Di solito queste fortunate persone sono donne, che vengono così a identificarsi con gli orixá.

In questo romanzo i personaggi principali (nel senso di persone, perché poi i protagonisti veri e propri sono la città di Bahia e il candomblé) sono la diciassettenne Manela e sua zia Adalgisa, sua tutrice. Adalgisa, di origine spagnola, è una beghina cattolica, rigida, bacchettona fino all’estremo, fieramente avversa a tutto ciò che è candomblé. Non così Manela, ed è proprio lei che Santa Barbara-Yansã va ad aiutare scendendo dalla nave.

Se tutto questo vi sembra ingarbugliato è perché lo è: sicuramente se conoscete il candomblé non dovreste avere particolari difficoltà, ma in caso contrario farete una fatica boia a stare dietro a tutto questo tripudio di immagini, colori, credenze, usanze, eccetera. A complicare ulteriormente la cosa c’è il fatto che, essendo il candomblé una religione di origine africana, spesso non ci si riferisce agli orixá con il loro nome brasiliano, ma con quello africano (per esempio Yansã è anche Oyá). Di conseguenza è un caos terribile e io personalmente ho fatto una fatica immane a stare dietro a tutto, e sono certa di essermi persa per strada almeno una buona metà del contenuto del romanzo.

Inevitabilmente, dopo i primi capitoli questo immane caos ha finito per prendere il sopravvento e rendermi la lettura noiosa. Proprio il contrario di quello che aveva in mente Amado, che infatti alla fine, nel capitolo finale di “conversazione con il lettore”, afferma di non essere uno di quelli che scrivono romanzi noiosi. Nelle sue intenzioni sicuramente no, ma il risultato è un po’ diverso, almeno su una disgraziata “occidentale” che sente parlare qui per la prima volta di queste cose. Insomma, ci sarebbe voluto un saggio sul candomblé per capire questo libro, ma francamente io pensavo di leggere un romanzo e non ero pronta a dover studiare per capirlo.

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