Stuart Turton, Le sette morti di Evelyn Hardcastle

Stuart Turton, The Seven Deaths of Evelyn Hardcastle, Raven Books, 2018.

L’ideale sarebbe approcciarsi a questo romanzo senza saperne niente, ma non è possibile. Prima di tutto, perché il titolo ci dice già diverse cose: chi sarà la vittima (Evelyn Hardcastle) e il numero di volte in cui morirà (sette). In che senso, direte? Non si muore una sola volta? Non in questo libro, ed è qui l’interessante. Avrei preferito non sapere come mai Evelyn muore sette volte (anzi, come dice il titolo inglese in alcune edizioni, sette e mezzo), ma la trama nella quarta di copertina me lo svela. Anzi, vedo che la quarta della mia edizione inglese svela tutto sommato poco, mentre quella dell’edizione italiana svela più particolari. Per carità, da un lato lo capisco perché altrimenti cosa avrebbero potuto scrivere nella quarta? Però è un peccato.

All’inizio del romanzo il protagonista-narratore è un uomo che non ricorda assolutamente nulla, neppure il proprio nome. Ricorda solo il nome di un’altra persona, Anna, ma non sa chi sia. Sa solo che è in pericolo e che probabilmente è stata uccisa. Piano piano riesce a tornare a Blackheath, la dimora in rovina degli Hardcastle (che sono altrettanto in rovina quanto la loro magione). Qui cercherà di capire cosa stia succedendo.

Dunque, visto che la quarta ce lo svela, posso dirvi che il protagonista si chiama in realtà Aiden Bishop e che la sua peculiarità è risvegliarsi ogni giorno nel corpo di un ospite diverso. Gli Hardcastle hanno dato una grande festa in un giorno ben bizzarro per una festa: il diciannovesimo anniversario della morte del piccolo Thomas, barbaramente ucciso da due uomini quando non aveva che sette anni. Ci sarà una sorpresa alla festa, ma quale?

Dire più di questo sarebbe un delitto in sé, perché il bello di questo romanzo è scoprire le cose pian piano, nello stesso ordine in cui le scopre il protagonista. Che infatti è sempre il narratore e narra al tempo presente. Così il lettore si identifica completamente in lui e vive il suo stesso spaesamento, la sua stessa sorpresa, il suo stesso terrore e orrore.

In una nota finale, l’autore dice che fin da bambino ha divorato i libri di Agatha Christie, crescendo dunque con il desiderio di scrivere a sua volta un giallo. Purtroppo dopo alcuni tentativi si è dovuto rendere conto del fatto che la Christie aveva già scritto i gialli migliori, con le migliori trame e colpi di scena. Abbandonato per anni il proposito, si dedica alla carriera di giornalista finché non ha un’illuminazione: quello che deve scrivere è sì un giallo, ma di tipo completamente diverso. Un giallo combinato con i viaggi nel tempo e con i salti da un corpo-ospite all’altro. Quello che ne esce è un romanzo molto interessante che piacerà agli amanti dei gialli cervellotici, ma anche agli appassionati di storie bizzarre e fuori dagli schemi.

Il libro mi è piaciuto moltissimo, ma ha due difetti secondo me: prima di tutto, è troppo lungo. Capisco che è talmente cervellotico e complicato che non si sarebbe potuto risolvere il mistero in 200 pagine, ma è vero pure che alla lunga un po’ stanca, nel senso che affatica proprio. Il secondo difetto è che la soluzione del mistero è veramente ingarbugliata. Sicuramente per leggere questo romanzo bisogna sospendere l’incredulità, ma alcune cose che vengono rivelate negli ultimi capitoli non sono verosimili o sono difficili da spiegare. Di sicuro c’è che secondo me il lettore non riuscirà mai e poi mai a trovare la soluzione del mistero solo con gli indizi forniti dall’autore nel corso del romanzo. In ogni caso è una lettura piacevolissima e non bisogna farsi scoraggiare dalle imperfezioni del romanzo. Non è che ci si può aspettare di trovare il capolavoro in ogni libro, molte volte l’importante può essere semplicemente passare alcune ore gradevoli in un universo fantastico e impossibile.

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