Joyce Carol Oates, Una famiglia americana

Joyce Carol Oates, Una famiglia americana (tit. originale We Were the Mulvaneys), Marco Tropea Editore, Milano 2003. Traduzione dall’inglese di Vittorio Curtoni.

…Il colpevole non è lo stupratore ma la vittima.

Di chi è la colpa di uno stupro?

Si può pronunciare la parola stupro in una famiglia americana tanto cristiana e tanto perbene?

In una famiglia americana tanto cristiana e tanto perbene, una “vittima” di stupro non sarà invece la colpevole, e non contaminerà tutta la famiglia?

I Mulvaney sono la classica famiglia che noi italiani diremmo “del Mulino Bianco”: cristiani, belli, simpatici, divertenti, buffi, innamoratissimi, semplicemente perfetti. Michael e Corinne hanno quattro figli: tre maschi (Mike Jr., Patrick e Judd, il minore) e una figlia, Marianne. La vita dei Mulvaney a High Point Farm, una fattoria in una sonnacchiosa ma ridente cittadina dello stato di New York, viene descritta per filo e per segno nella prima parte del romanzo, perché dobbiamo capire fino in fondo quanto questa famiglia sia meravigliosa. I Mulvaney non hanno un solo difetto, sono perfetti e tutti li invidiano e li ammirano.

Ma è possibile che le cose vadano sempre bene per questa famiglia perfetta? Purtroppo, la risposta è no. Un giorno, infatti, a San Valentino, la bellissima, dolcissima, cristianissima e popolarissima Marianne viene eletta reginetta al ballo della scuola, e quando torna a casa niente è più come prima. Marianne, infatti, è stata stuprata da uno dei ragazzi presenti alla festa.

Inizialmente il padre reagisce con violenza nei confronti della famiglia dello stupratore, la madre pronuncia la parola “stupro” davanti al medico di famiglia che parla soltanto di “abuso sessuale”. Ma i fratelli non capiscono granché, soprattutto Judd, che viene tenuto all’oscuro dei fatti in quanto ancora quattordicenne (Marianne ha 17 anni all’epoca dei fatti). E Marianne? Marianne, molto devota, è convinta che la colpa sia sua perché era ubriaca (in realtà l’hanno ubriacata con l’inganno, dicendole che si trattava di cocktail all’arancia). Ovviamente, essendo ubriaca, non ricorda molto bene l’accaduto, perciò non se la sente di denunciare lo stupratore perché, in ogni caso, è colpa sua, di lei.

C’è bisogno di ben poco tempo perché l’intera situazione familiare cambi e anche la famiglia cominci a vedere Marianne con altri occhi. I Mulvaney vengono messi in disparte e ormai disprezzati da tutti: ovviamente la gente gode a veder “cadere” una famiglia che sostanzialmente ha sempre invidiato, più che ammirato. Il padre mal sopporta questa situazione e finisce per non riuscire più a guardare in faccia sua figlia, come se, appunto, la colpevole dell’onta della famiglia sia lei. Quando lo dice a sua moglie, lei non dice altro che “Lo so”. Non si infuria, non lo aggredisce verbalmente, non lo prende a insulti, non cerca di farlo ragionare né con le buone né con le cattive.

Corinne è una moglie che si dimostrerà, nel corso del romanzo, tanto innamorata da essere succube del marito. Corinne dà sempre ragione al marito, i figli vengono sempre in secondo piano se si tratta di tutelare il benessere del marito, che poi a suo parere coincide con il benessere familiare.

È inevitabile perciò che Marianne venga allontanata dalla famiglia, ma naturalmente è per il suo bene, e comunque le permettono di portare con sé il gatto Focaccina, quindi dov’è il problema, alla fin fine?

Da qui il romanzo si dipana nel raccontare la vita successiva dei vari membri della famiglia. Una famiglia, ovviamente, ormai decaduta, ma comunque sempre felice, allegra, divertente, anche se ormai non invidiata più da nessuno. Anche perché, è inutile dirlo, la felicità della famiglia Mulvaney da questo momento in poi è puramente di facciata. Così forzata da far venire il voltastomaco.

Questo libro mi ha fatto più paura di un romanzo dell’orrore. Perché parla dell’attribuzione delle colpe in una sonnacchiosa provincia che più che americana è, credo, universale. Potrebbe benissimo essere la provincia italiana, dove molto, molto spesso, accade che la vittima di stupro sia invece considerata la colpevole, magari perché vestita in maniera “troppo provocante” oppure perché, come nel caso di Marianne, ubriaca. Che importa poi se è stata fatta ubriacare con l’inganno. L’importante è che era ubriaca. E poi, in ultima analisi, l’importante è che era donna, quindi la colpa non può che essere sua. È sempre la donna a commettere un errore, l’uomo ha degli istinti e, poverino, gli è difficile controllarli. Sta alla donna non provocarlo in alcun modo, neanche con la sua sola presenza.

Prima dello stupro di Marianne incontriamo un altro stupro nel romanzo, sottaciuto o ammesso a mezza bocca: lo stupro di gruppo di Della Rae, una ragazza che forse ha qualche problema di ritardo mentale, e di cui i ragazzi della scuola “si approfittano” a turno, una sera. O meglio, “si divertono” con lei. Perché dai, in fondo che cos’è lo stupro, è una parola errata per designare un po’ di sano divertimento. I ragazzi hanno degli appetiti, com’è normale che sia, e devono pure potersi sfogare un po’. Poi comunque, torniamo sempre lì, la colpevole è la ragazza, che sicuramente li ha provocati, e che in ogni caso è un po’ zoccola. Di sicuro ci stava. Si è sicuramente divertita anche lei. E poi lo voleva, oh se lo voleva.

Lo stesso Marianne. Dopo lo stupro, la scuola si riempie di scritte oscene rivolte verso di lei. Del resto, è lo stupratore stesso a dirglielo: “lo volevi anche tu”. Che la piantasse di fare tanto casino.

Ma il punto è che la povera Marianne non fa casino per niente. Decide di non denunciare, si assume fin da subito tutta la responsabilità dell’accaduto. Inoltre, Gesù le dice che bisogna porgere l’altra guancia, che chi soffre è con lui, ecc ecc. Marianne non può non credere a Gesù.

Una famiglia americana è un romanzo agghiacciante. Una mia amica l’ha definito “orrendo”, e sono perfettamente d’accordo con lei per quanto io l’abbia promosso a pieni voti. È orribile perché ci sbatte in faccia una situazione orribile. Ma più che la situazione orribile (lo stupro), è il contesto a essere orribile. L’atmosfera di accusa, di colpevolizzazione. Come dicevo, ci ho rivisto tanti fatti che avvengono quotidianamente anche nella nostra Italia (nella quale peraltro per non essere colpevole di uno stupro la donna deve necessariamente essere stuprata da uno straniero, nel qual caso è sempre una vittima).

Personalmente è un libro che consiglio, però con l’avvertenza che c’è la concreta possibilità che non riusciate a stomacarlo. Intendiamoci, non ci sono particolari raccapriccianti, è il contesto a essere stomachevole. Tuttavia, se pensate di riuscire, leggetelo, perché è un libro veramente forte e importante. Chissà che riuscisse ad aprire un po’ gli occhi a qualcuno che li ha già semi-aperti.

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2 pensieri su “Joyce Carol Oates, Una famiglia americana

  1. gabrilu

    Totalmente d’accordo con le tue considerazioni, splendida recensione. Letto il libro parecchi anni fa, mi aveva fatto la stessa impressione. Non amo particolarmente la Oates, ma in questo romanzo è micidialmente brava.

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