Sami Michael, Rifugio (Iraq)

Sami Michael, Rifugio (tit. originale Chassut), Giuntina, Firenze 2008. Traduzione dall’ebraico di Dalia Padoa.

Sami Michael è nato nel 1926 a Baghdad, da cui è fuggito a 22 anni per evitare la persecuzione, dato che era membro di un gruppo clandestino di lotta al regime. L’anno successivo, nel 1949, si trasferisce in Israele. In seguito otterrà la cittadinanza israeliana. Michael scrive in ebraico. Di suo ho già letto e recensito il bellissimo Una tromba nello uadi, sempre pubblicato da Giuntina.

In questo romanzo si intrecciano molti personaggi, quasi tutti legati dall’appartenenza al partito comunista. Siamo nel 1973, durante i primissimi giorni della guerra del Kippur.

Shula, appartenente come i suoi genitori al partito comunista, è sposata con Marduch, anch’egli membro del partito, che viene da “laggiù”. Solo dopo un bel po’ scopriremo che “laggiù” è l’Iraq, dove l’uomo ha subito undici anni di prigionia e torture a causa della sua militanza. Marduch è un personaggio dolce che, seppure traumatizzato, riesce a vivere la sua vita. I due hanno un figlio di dieci anni, Idò, che soffre di un ritardo mentale.

Grande amica di Shula è la sua domestica, Shoshana, un’ebrea che ha sposato un arabo cristiano e quindi definita da tutti una “puttana”. I due hanno tre bambini e faticano a identificarsi nell’una o nell’altra cultura. Shoshana è il mio personaggio preferito perché è una donna forte che ha sfidato le convenzioni, le maldicenze e perfino la propria famiglia, con la quale ha rotto, per seguire il suo cuore.

Altro personaggio chiave è Fatchi, un poeta arabo che va a letto solo con donne ebree, pur essendo fidanzato con un’araba illibata. Fatuo in maniera ridicolmente idiota, è il personaggio che mi è piaciuto di meno.

Nell’intrecciarsi delle vite di questi e altri personaggi durante i primi giorni di guerra, veniamo messi di fronte a un mondo diviso e lacerato nelle sue contraddizioni e nei suoi tentativi di appartenenza che, a un occhio esterno, appaiono spesso frustrati. Così ad esempio Shoshana e suo marito Fuad fanno fatica a identificarsi come ebrei o come arabi e finiscono per non scegliere nessuna delle due opzioni; Marduch fa parte del partito comunista che critica fortemente Israele definendo le sue operazioni di aggressione, ma allo stesso tempo è soldato nell’esercito… e così via.

Il tema principale del romanzo non è infatti la guerra, ma è l’intento di mostrare la lacerazione di una società che è stata spezzata e i cui abitanti non si ritrovano più. Durante la guerra ci saranno tentativi di presa di posizione, che però cozzano la maggior parte delle volte con gli ideali del partito, e a volte perfino con la vita che i personaggi stessi conducono.

Visto che il tema è la lacerazione, inevitabilmente il romanzo finisce per essere un po’ confusionario, cosa che potrebbe anche essere voluta perché sembra proprio immergere il lettore in questa divisione culturale, politica e sociale delle anime. Resta tuttavia in alcuni punti un po’ troppo confuso per i miei gusti, ma ciò non toglie che sia un bel libro, anche se ho preferito l’altro che ho letto dello stesso autore.

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