Yehoshua Kenaz, Non temere e non sperare

Yehoshua Kenaz, Non temere e non sperare (tit. originale Hitganvut yehidim), Giuntina, Firenze 2013. Traduzione dall’ebraico di Shulim Vogelmann e Rosanella Volponi.

Non ne possono più dal ridere nel vedere come siamo terrorizzati. Giocano con noi come se fossero Dio.

Non conoscevo Yehoshua Kenaz, ma la quarta di copertina mi informa che è uno dei maggiori scrittori israeliani e che questo è il suo capolavoro. Sicuramente è un ottimo libro e l’autore mi ha incuriosito tanto da voler leggere altro di suo, ma non mi ha tuttavia convinto al cento percento.

L’autore segue un gruppo di ragazzi nel loro addestramento militare di base. Siamo a metà degli anni Cinquanta, lo Stato di Israele è appena nato. I ragazzi protagonisti del romanzo sono affetti da problemi di salute lievi o meno lievi. Troviamo per esempio un giovane con un soffio al cuore, ma anche un ragazzo affetto da epilessia. Questi problemi di salute non impediscono però ai ragazzi di essere addestrati come se fossero delle reclute sane, benché in seguito saranno probabilmente destinati a lavori di ufficio o poco più. La storia dei ragazzi della base di addestramento 4 si intreccia inestricabilmente con quella dello Stato di Israele, che però rimane sullo sfondo. Non è un libro di storia e non veniamo a sapere molto di ciò che sta accadendo in quegli anni in Israele, ma anche solo il fatto di incontrarci con ragazzi delle più varie estrazioni sociali ci fa intuire alcune cose, che però dovremo approfondire autonomamente.

La storia è raccontata per tutta la prima parte in prima persona da una delle reclute, di cui scopriremo il nome solo alla fine della prima parte. È lui che narra ciò che vede con i propri occhi, ma ha un modo di raccontare che nasconde dietro di sé un narratore onnisciente. La parte successiva segue i giovani in licenza e poi tutto si fa un po’ confuso, perché torniamo nelle altre due parti a sentir parlare il primo narratore, per poi ripassare al narratore onnisciente della seconda parte, per poi seguire alcuni dei ragazzi più da vicino nelle proprie vicende, e a volte questi cambi di prospettiva avvengono anche all’interno di uno stesso paragrafo. Per non parlare del fatto che a volte il passato in cui è narrato il libro diventa tempo verbale presente rendendo il tutto un po’ confuso. Perlomento, per me è stato difficile seguire questi salti di prospettiva e a volte ho dovuto rileggere per capire di chi o di cosa si stesse parlando. Dunque la prima parte, narrativamente parlando, è più semplice delle altre.

I protagonisti di questo lungo racconto corale sono il narratore, che mi sembra né carne né pesce, nel senso che è un ragazzo che pare voler restare in ombra, non a causa di una scarsa ambizione o scarsa volontà di essere messo in primo piano, quanto per una sorta di codardia che, andando avanti, lo rende a volte odioso. Abbiamo poi un ragazzo che vive in un kibbutz, ma anche un emigrato dalla Germania, ragazzi benestanti di Gerusalemme, ragazzi poveri, un calciatore professionista, un musicista e un appassionato di musica classica, arabi della diaspora. Insomma, i ragazzi della compagnia e protagonisti del libro rappresentano le varie sfaccettature della popolazione israeliana dell’epoca, e questo rende il libro molto interessante.

Ho tuttavia avuto delle difficoltà che avrebbero potuto essere risolte aggiungendo delle brevissime note, e neanche tante, senza dunque necessità di appesantire il romanzo. Naturalmente le note avrebbero dovuto essere aggiunte dalla casa editrice italiana e non certo dall’autore, dato che il pubblico israeliano aveva sicuramente ben chiari i riferimenti. Ad esempio, perché il narratore dice che lo chiamano con un nome odioso? Ha un significato particolare in ebraico? Oppure, perché si parla spesso di “sabra”? Sono dovuta andare io a cercare il significato di questa parola, che si riferisce agli israeliani nati in Israele, in contrapposizione a quelli della diaspora. Ora, non tutti i lettori di questo romanzo sono tenuti a sapere tutte queste cose, perché potrebbero essere, come me, dei semplici appassionati di letteratura che non sanno niente o non sanno granché della storia di Israele. Certo è che questo romanzo mi ha fatto venire voglia di saperne di più, ma trovo in ogni caso che qualche attenzione in più, da parte dell’editore italiano, ai lettori, non avrebbe guastato affatto.

Insomma, il libro mi è piaciuto e anche parecchio, ma ho trovato delle difficoltà oggettive a seguirlo, dovute sia allo stile di narrazione, sia alla mancanza di riferimenti oggettivi a ciò di cui si stava parlando. Ciò non toglie che la lettura scorra bene e che il libro sia interessante. Lo consiglio, anche se non posso valutarlo in maniera entusiastica.

Un pensiero su “Yehoshua Kenaz, Non temere e non sperare

  1. Pingback: Gli appunti di lettura di Sonnenbarke

Commenta

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.