Cory Doctorow, Little Brother

Cory Doctorow, Little Brother, CC BY-NC-SA 3.0. Edizione originale 2008.

Una nota prima di iniziare: il libro è stato tradotto nel 2009 da Francesco Graziosi per Newton Compton con il titolo X, e la stessa traduzione è stata ripubblicata nel 2015 da Multiplayer Edizioni con il titolo originale, Little Brother. In inglese può essere scaricato gratuitamente dal sito dell’autore, che mette a disposizione tutte le sue opere in licenza Creative Commons.

«Non è questione di fare qualcosa di vergognoso. È questione di fare qualcosa di privato. È che la tua vita appartiene a te.»

Questa frase, che ho tradotto (male) dall’originale, non avendo davanti il testo in italiano, riassume un po’ tutto lo spirito del libro.

Il romanzo prende ovviamente spunto, fin dal titolo, dal Grande Fratello di 1984, ma soprattutto dalla mania tutta americana (e non solo) di controllare e sorvegliare le persone “per il loro bene” attraverso la tecnologia. La tecnologia in teoria dovrebbe essere amica delle persone, non nemica, ma in alcune circostanze, come ad esempio dopo violenti attacchi terroristici, alle persone viene fatto credere che perdere un po’ della propria libertà, rinunciare alla propria privacy, sia per il loro bene, affinché possano “sentirsi più sicure”.

L’autore non è statunitense ma canadese, ma negli Stati Uniti ha vissuto per molto tempo e si è poi trasferito a Londra, per ritornare infine a Los Angeles. Conosce dunque bene la realtà americana di cui scrive.

Il romanzo è classificato come distopia e/o fantascienza, ma se lo leggerete vi accorgerete che di fantascientifico ha ben poco, perché non è difficile immaginare come quello che racconta possa diventare realtà, o in alcuni casi lo è già (ricordo che il libro è di dieci anni fa, 2008).

Doctorow racconta la storia di Marcus, un ragazzo di 17 anni che va alle superiori e ama la tecnologia e giocare agli ARG, giochi in cui tramite blog e siti internet vengono disseminati indizi che vanno poi ritrovati nel mondo reale. In questo senso Little Brother mi ha ricordato Erebos, che però è stato scritto due anni dopo e, sebbene incentrato su un ARG, ha una tematica diversa. Little Brother invece non ruota intorno a un ARG (in questo caso Harajuku Fun Madness), ma intorno al tema della tecnologia utilizzata in maniera sbagliata, per controllare.

Marcus, dicevo, ha 17 anni e frequenta la scuola superiore a San Francisco, e ha tre amici con cui gioca a Harajuku Fun Madness: Van, Darryl e Jolu. Un giorno, usciti da scuola nel mezzo delle lezioni per andare a recuperare un inidizio di Harajuku Fun Madness, si trovano nel bel mezzo dell’attentato terroristico più disastroso dall’11 settembre, in cui perdono la vita oltre 4000 persone. Poiché si trovano vicino al luogo dell’esplosione, vengono raccolti da una camionetta dall’aspetto militare e sequestrati in quanto ritenuti responsabili o coresponsabili dell’attentato. Da qui ha inizio la loro avventura: segregato in una prigione per cinque giorni, maltrattato, quando torna dai suoi genitori Marcus decide di dare avvio a una resistenza sotterranea che si esplica attraverso le tecnologie internet.

La città, dopo l’attentato, è sorvegliata minuziosamente dal Dipartimento di Pubblica Sicurezza, che usa tutti i sistemi possibili per tracciare le persone, e non si fa scrupoli a fermare le persone anche per motivi futili, ad esempio perché il tracciato dei loro spostamenti coi mezzi pubblici sembra irregolare. Marcus decide di riprendersi la sua privacy e insieme ad altri coetanei crea la Xnet, una rete che si appoggia sulle Xbox e su ParanoidLinux (già il nome dice tutto) e che consente di navigare in completo e reale anonimato.

Il libro, avendo dei protagonisti adolescenti, sembra rivolgersi più a un pubblico di giovani adulti che di adulti veri e propri, infatti ad esempio uno degli slogan è «Non vi fidate di nessuno sopra i 25 anni». Ci sono poi alcune tematiche prettamente adolescenziali come i primi amori, ecc., che però non vanno a disturbare l’idea centrale e non rendono il romanzo meno godibile anche per un pubblico adulto. Certo, forse ci saremmo identificati di più con protagonisti più “cresciuti”, ma forse in quel caso il libro avrebbe perso parte del suo senso, in quanto non ci avrebbe mostrato così chiaramente come il futuro e la possibilità della resistenza siano in mano ai giovani e giovanissimi, che per forza di cose, almeno in linea generale, sono più esperti di nuove tecnologie.

Un aspetto interessante è che l’autore dedica ogni capitolo a una libreria fra le sue preferite e ce ne parla in poche righe, fornendo anche l’indirizzo. Da notare che le librerie indipendenti sono praticamente inesistenti in queste dediche e, se posso permettermi di dire una cosa impopolare, questo non mi è dispiaciuto perché Doctorow elenca solo le librerie in cui davvero può trovare quello che preferisce, nel suo caso soprattutto fantascienza, e oso esprimere l’opinione, non politicamente corretta, che la grande varietà e la scoperta di perle rare è data più dalle grandi o grandissime librerie che dalle piccole o piccolissime. Ecco, l’ho detto.

Consiglio molto caldamente questo libro, anche se alcune parti possono essere difficili perché l’autore, o meglio il narratore Marcus, cerca di spiegare al lettore cosa stia facendo e parla quindi, anche se molto succintamente, di linguaggi di programmazione, crittografia, ecc. Tuttavia non vi fate spaventare perché queste parti sono davvero molto brevi e se sono riuscita io a leggere questo libro, che è pur sempre un romanzo e non un trattato, ci possono riuscire tutti.

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