Rainer Maria Rilke, Elegie duinesi – 1923

Rainer Maria Rilke, Elegie duinesi (tit. originale Duineser Elegien), Feltrinelli, Milano 2006. Traduzione di Michele Ranchetti e Jutta Leskien. Anno di pubblicazione originale 1923.

Come ho detto mille volte, non sono capace di recensire poesia. In particolare, avevo letto parti di questo libro anni fa, forse per qualche esame di letteratura tedesca o forse per altri motivi che non ricordo, e ora l’ho ripreso in mano perché avevo piacere di leggerlo dall’inizio alla fine. È stata una lettura faticosissima, le note sono pochissime e, soprattutto, manca un apparato critico che per testi di una tale complessità è secondo me indispensabile. Io non so niente di poesia, per quanto sappia forse qualcosa (ma assolutamente non abbastanza) di letteratura tedesca. Per questo motivo ho avuto molte difficoltà a capire questo testo. Nell’avvertenza i due traduttori lamentano il fatto che le Elegie duinesi siano spesso lette per la loro bellezza poetica e che ne vengano conseguentemente ricordati solo alcuni passaggi, i più famosi. Beh, proprio per questo avrei davvero gradito un’introduzione, un commento all’opera, qualcosa che mi spiegasse cosa stavo leggendo. In mancanza di questo, anche io non potrò che ricordare alcuni passaggi di queste elegie.

Vi riporto dunque parte della decima e ultima elegia, secondo me la più bella.

[…]

Più avanti ancora è tratto l’adolescente; ama
forse una giovane Dolente…… La segue nei prati. Lei dice:
– Lontano. Noi abitiamo là fuori… Dove? E l’adolescente
la segue. Lo commuove il portamento. La spalla, il collo –, forse
è di splendida origine. Ma lui la lascia, va indietro,
si gira, accenna… Che è mai? È una Dolente.

Solo i giovani morti, nel primo stato
di tranquillità senza tempo, nel disabituarsi,
volentieri la seguono. Fanciulle,
le aspetta e se le amica. Mostra a loro
lieve ciò che ha su di sé. Perle del soffrire e i fini
veli dell’indulgenza. – Con adolescenti cammina
in silenzio.

Ma là dove abitano, nella valle, una Dolente più anziana
si prende cura dell’adolescente, quando lui chiede. – Eravamo,
lei dice, una grande stirpe, una volta, noi Dolenti. I padri
facevano là i minatori nella grande montagna; dagli uomini
trovi, talvolta, un pezzo levigato di primordiale dolore,
oppure ira d’antico vulcano, pietrificata a scorie.
Sì, questo veniva da là. Ricchi una volta eravamo. –

E lo guida leggiero nell’ampio paesaggio delle Dolenti,
gli mostra le colonne dei templi o le rovine
di quelle rocche, da dove i loro principi dolenti
dominavano saggi un tempo il paese. Gli mostra
i grandi alberi di lacrime e campi di mestizia in fiore,
(viventi li conoscono solo come mite fogliame);
gli mostra al pascolo gli animali del lutto, – e a volte
un uccello spaventa, e piatto volando
traverso il loro sguardo, trae lontano
l’immagine scritta del suo grido solitario. –
La sera lo guida ai sepolcri degli avi
dalla stirpe dolente, le sibille e gli ammonitori.
Ma se notte si avvicina camminano più piano,
e presto si fa luna, il monumento funebre
che su tutto vigila. Fratello all’altro sul Nilo,
la Sfinge maestosa: – della segreta camera
volto.
Ed essi si meravigliano alla testa coronale, che per sempre,
tacendo, ha posto il volto degli uomini
sulla bilancia delle stelle.

La vista di lui non lo coglie, nella vertigine
del giovane morto. Ma lo sguardo di lei,
dall’orlo dello pschent, fa sfuggire la civetta. Ed essa
sfiorando in una lenta carezza la guancia,
là dov’è più rotonda, disegna dolcemente nel nuovo
udito da morto sopra un foglio due volte aperto
l’indescrivibile contorno.

E più in alto le stelle. Nuove. Le stelle del paese del dolore.
La Dolente le nomina adagio: – qui,
vedi: il Cavaliere, la Verga, e la costellazione più colma
la chiamano: Ghirlanda di frutta. Poi, avanti, verso il polo:
CullaCamminoIl Libro brucianteMarionettaFinestra.
Ma nel cielo del Sud, puro come nel palmo
di una mano benedetta, la chiara splendente “M”,
che significa le Madri…… –

Ma il morto deve andarsene, e tacendo lo porta
la Dolente più anziana sino alla gola della valle,
dove scintilla nella luce lunare:
la fonte della gioia. Reverente
la nomina, dice: – Tra gli uomini
è un grande fiume trascinante. –

Stanno ai piedi del monte.
E lei qui lo abbraccia, piangendo.

Da solo si incammina nei monti del dolore primordiale.
E per la sorte muta neppure il suo passo risuona.

[…]

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2 pensieri su “Rainer Maria Rilke, Elegie duinesi – 1923

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