Marie-France Hirigoyen, Molestie morali

Marie-France Hirigoyen, Molestie morali. La violenza perversa nella famiglia e nel lavoro (tit. originale Le harcèlement moral: la violence perverse au quotidien), Einaudi, Torino 2010. Traduzione di Monica Guerra.

Mi sono avvicinata a questo libro per motivi personali che non starò qui a spiegare, ma che possono essere facilmente intuibili, seppure a grandi linee.

La psichiatra e psicoterapeuta francese Marie-France Hirigoyen affronta in questo libro quello che lei chiama “harcèlement moral”, tradotto in italiano come “molestie morali”, in inglese detto “emotional abuse”, tradotto spesso come “abuso emotivo“. Affronta questo tema guardandolo da un triplice punto di vista: l’abuso in ambito relazionale, in ambito familiare e in ambito lavorativo, caso quest’ultimo in cui si parla più comunemente di mobbing.

Nella prima parte del libro affronta il tema dell’abuso emotivo in tutti e tre questi ambiti, anche se nel corso del libro appare chiaro che l’autrice dedica maggiore spazio e interesse all’abuso emotivo nell’ambito della coppia, secondariamente al mobbing, e solo in via incidentale all’abuso emotivo nella famiglia (famiglia intesa in questo caso non come coppia, ma come famiglia d’origine, quindi abuso emotivo madre-figlio, padre-figlio, ecc.).

Nella seconda parte l’autrice parla più in dettaglio dei ruoli psicologici dell’aggressore e della vittima, mettendo in chiaro che quest’ultima non è tale in quanto “masochista” o chissà che altro, ma perché di fatto vampirizzata da quello che lei chiama un “perverso”, ossia un narcisista patologico che si nutre della vitalità degli altri.

Nella terza parte infine dà dei consigli pratici su come comportarsi e parla della presa in carico della vittima da parte di uno psicoterapeuta. È in questa parte che si sente quanto il libro sia datato: è stato infatti originariamente pubblicato nel 1998, quasi vent’anni fa. Questo si sente nella parte dedicata all’approccio terapeutico, dove Hirigoyen parla di psicanalisi (che non raccomanda in questi casi), psicoterapia cognitivo-comportamentale, ma anche ipnosi, pratica che credo non sia più utilizzatissima al giorno d’oggi. Oggi per la terapia dell’abuso si parlerebbe tra l’altro di EMDR, metodo di comprovata efficacia nei casi di abuso e trauma.

In appendice all’edizione italiana vi sono dei contributi di esperti di diritto, mobbing e molestie che portano una prospettiva sul panorama giuridico italiano, nonché sull’incidenza di questi e altri tipi di abuso nel nostro paese. Anche qui, si sente moltissimo l’anzianità di questi contributi, per esempio quando si parla del range di risarcimento economico nei casi di mobbing, usando ancora le vecchie lire.

Ma vorrei venire ora all’esame delle cosiddette molestie morali. Di cosa parliamo quando parliamo di abuso emotivo? A prima vista questo tipo di abuso non è facile da comprendere, in quanto è un abuso che non lascia tracce: niente lividi, niente ferite, niente lacerazioni. Non è evidente all’occhio esterno. Non è evidente affatto. E spesso resta non evidente perfino per la vittima stessa, che crede di stare esagerando, di prendersela per un nonnulla, di vedere qualcosa che in realtà non c’è.

La molestia morale, o abuso emotivo, «consiste nel togliere a qualcuno ogni qualità, nel dirgli e ripetergli che non vale niente, fino a indurlo a pensare che sia davvero così». Il perverso (come lo chiama Hirigoyen), o narcisista patologico, vuole annientare la sua vittima, allo scopo di distruggerne le qualità per guadagnare egli stesso in autostima. Il perverso è una persona priva di qualunque autostima, con grossi complessi di inferiorità, probabilmente a sua volta abusato da bambino, o comunque maltrattato in qualche modo, che sfoga questa sua frustrazione, rabbia e, in ultima analisi, enorme insicurezza sull’altro. Distruggendo l’altro, annientandolo, rendendolo zero, meno di zero. «Per tenere la testa fuori dall’acqua, il perverso ha bisogno di far affondare l’altro».

Così ad esempio, nel caso dell’abuso nella coppia, il partner, che inizia sempre seducendo la vittima (mostrandosi tenero, dolce, innamoratissimo), può piano piano arrivare ad annullarne l’identità dicendole frasi del tipo “non vali niente”, “fai schifo”, “se io ti lasciassi non troveresti mai un altro”, “perché non ti suicidi”. E qui ovviamente parliamo di molestie violentissime, seppure soltanto con le parole.

Ma la molestia può anche essere assai più subdola di così, e la continua ripetizione la rende altrettanto violenta. Per esempio, una donna che convive con un partner abusante dice «Io non sono né sua moglie, né la sua fidanzata, né la sua ragazza». Infatti, quando sono in mezzo alle altre persone, qualcuno chiede se siano marito e moglie, ma lui cambia discorso e non le dà alcuna considerazione, perché è un argomento quasi tabù, di cui non si può parlare. Dice Hirigoyen: «Il messaggio è: “Io non ti amo”». Allo stesso modo, il partner abusante può sminuire costantemente la sua vittima, dicendole che non è abbastanza bella, non abbastanza colta, non abbastanza socievole, ecc. «[Una vittima] si sente anche in colpa perché non è abbastanza seducente (un giorno, davanti ad amici, lui ha scherzato su un abito poco sexy di Annie) o abbastanza buona (lui ha alluso al fatto che lei non è generosa) per soddisfare Benjamin».

Il nocciolo della questione è questo: insultare l’altro in modo così (dapprima) sottile e (soprattutto) così costante e pervasivo da convincere l’altro di essere una nullità. Da qui il senso di colpa della vittima, che si colpevolizza per non essere abbastanza seducente, abbastanza generosa, abbastanza intelligente, abbastanza tutto. Il perverso, con le sue manovre di avvicinamento, finisce per schiacciare la vittima in una morsa dalla quale essa non sarà in grado di liberarsi, perché le è stato fatto il lavaggio del cervello in maniera tale da farle credere che sia l’aggressore ad avere ragione. Lei è la pazza, la psicopatica, la depressa, la cattiva, la violenta. Guai se prova a reagire, perché allora, così facendo, dà ragione all’aggressore, che ha le prove per affermare che lei (o lui) sia davvero la violenta della situazione.

«Un individuo narcisista impone il suo ascendente per trattenere l’altro, ma ha paura che gli si avvicini troppo, che arrivi a invaderlo. Si tratta allora di mantenerlo in una relazione di dipendenza o addirittura di proprietà, per verificare la propria onnipotenza». Il narcisista non può permettere alla vittima di sfuggirgli, sebbene egli la disprezzi, perché è solo con il suo annientamento continuo che egli può arrivare a sentirsi qualcosa, ad avere stima di sé, a sentirsi, come dice Hirigoyen, onnipotente. Certo, se questa vittima riuscirà a liberarsi, il perverso potrà sempre trovarsene un’altra, ma è comunque probabile che non la lasci andare, nemmeno dopo anni. Dopotutto, la vittima è, appunto, di “proprietà” del carnefice.

La vittima difficilmente riesce a sganciarsi da questo tipo di relazione, prima di tutto perché è stata manipolata al punto di credere che si stia inventando tutto, che sia lei la pazza; poi perché si sente in colpa, come se quello che sta avvenendo sia stato in qualche modo causato da lei; infine perché «se [l’aggressore] fosse in tutto e per tutto un mostro, sarebbe più facile, ma è stato un amante tenero. Se è così, vuol dire che sta male. Allora può cambiare».

L’autrice riporta un brano in cui Otto Kernberg descrive il narcisista: «Quando vengono abbandonati o li si delude, può darsi che si mostrino apparentemente depressi ma, a un esame attento, si tratta di collera o di risentimento con desideri di vendetta, piuttosto che di una vera tristezza per la perdita di una persona che apprezzano».

Il narcisista, dice Hirigoyen, «cerca di ingannare per mascherare il suo vuoto. Il suo destino è un tentativo di evitare la morte. È qualcuno che non è mai stato riconosciuto come un essere umano e che è stato obbligato a costruirsi un gioco di specchi per darsi l’illusione di esistere. Come un caleidoscopio, questo gioco di specchi ha un bel ripetersi e moltiplicarsi: quell’individuo resta costruito sul vuoto».

Qualche recensore ha scritto che l’autrice tratta il narcisista come egli tratta la sua vittima. Personalmente, non credo che sia questo il caso. Certo, è vero che Hirigoyen non mostra alcuna pietà per gli aggressori narcisisti, ma secondo me neppure dovrebbe mostrarne. Hirigoyen è una psichiatra e psicoterapeuta specializzata in vittimologia (disciplina che in Francia esiste), non in narcisismo, per cui è ovvio che sia empatica nei confronti delle vittime, e non degli aggressori.

In passato ho sentito persone dire che non ci si deve accanire contro i narcisisti, perché anche il narcisismo è una patologia: cosa senz’altro vera, il narcisismo è infatti un disturbo della personalità riconosciuto nel DSM, ma ciò non toglie che le persone affette da questa patologia siano tendenzialmente distruttrici dell’individualità altrui. Non mi sento in colpa se non provo la minima pietà per loro.

Come vedete anch’io, un po’ come fa l’autrice, ho parlato quasi esclusivamente di abuso emotivo all’interno della coppia. Come dicevo all’inizio, è vero che l’autrice dedica comunque ampio spazio al mobbing, e un po’ di spazio, non molto, alla molestia morale nell’ambito familiare. Ma come vedete questa recensione pesa tutta sul piatto della bilancia su cui sta l’abuso emotivo relazionale. Ad ogni modo, mi sento di consigliare questo libro anche alle persone vittime di abuso emotivo in altre sfere della vita, come appunto quella lavorativa o familiare ma, perché no, anche quella amicale. E lo consiglio anche, ovviamente, a chi stia vicino alle persone vittime di abuso emotivo. Penso che ci siano libri migliori di questo sull’argomento, ma questo è comunque un’ottima introduzione.

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