[Incipit] Anilda Ibrahimi, L’amore e gli stracci del tempo

Al posto delle favole lei aveva avuto le ballate, a modo suo era stata una bambina fortunata. Le storie venivano raccontate ogni sera vicino al camino, prima che il sonno la portasse in luoghi sconosciuti che le lingue del fuoco illuminavano insieme alla sua attesa. Prima che la legna si consumasse insieme ai suoi desideri. Fosse stato per lei sarebbe rimasta tutta la notte seduta lì, accanto alla brace coperta dalla cenere, aspettando un’altra ballata.
Aveva una storia preferita, tra tutte, le aveva dato anche un titolo, come si fa con quelle che si leggono nei libri colorati per bambini. Ma sapeva che quella non sarebbe mai potuta diventare una storia colorata.
«Come se l’anno non avesse altri giorni», cominciava lei appena il buio stendeva il suo velo nero.
«La notte è ancora lontana», diceva la donna della famiglia che quella sera aveva il compito di mettere a letto tutti i bambini della grande casa.
Ma lei era impaziente di sentire la fine della storia. In cuor suo ogni volta sperava in un finale diverso.
C’era una volta una ragazza-sposa che si ammalò il giorno del suo matrimonio. Mentre da lontano arrivavano le carovane che dovevano portarla dal suo amato, le venne la febbre alta e cominciò a tremare. Insieme a lei tremavano tutte le stringhe che adornavano il suo vestito.
Così iniziava la storia. Negli anni successivi avrebbe ripetuto ogni singola parola prima di andare a letto, come una preghiera, come l’unica preghiera possibile. Per qualche strano motivo credeva che la sua salvezza sarebbe arrivata da quella storia. Credeva in un incantesimo che doveva essere sciolto, ma non aveva altre formule magiche a disposizione. Così ripeteva a memoria quella storia.
I parenti della ragazza-sposa escono per parlare agli ospiti che sistemano i cavalli. – La vostra sposa è malata, – dicono, sotto il suono dei tamburi, – non potete tornare un altro giorno? – Come? – urlano loro. – Noi non ci muoviamo senza la nostra sposa –. Forse pensano a un trucco della ragazza-sposa, si sa che per le ragazze è difficile lasciare i genitori. – Verrà con noi anche se stesse per morire, – dice l’uomo che guida la carovana dal suo cavallo rosso.
«Si sa che per le ragazze è difficile lasciare i genitori…» Lei li aveva lasciati, aveva lasciato tutto, lei. E non per andare dal suo sposo, e non per raggiungere la sua morte.
La ragazza-sposa esce dalla porta di casa piangendo. – Come se l’anno non avesse altri giorni, – urla disperata una vecchia della famiglia. La ragazza-sposa sale sul cavallo bianco e la carovana si mette in viaggio. Attraversano colline e prati, montagne e fiumi. Cantano canzoni allegre. La ragazza-sposa trema sul suo cavallo: ha freddo e la febbre la sta consumando. Il cavallo bianco sente le lacrime calde sulla criniera e sente la leggerezza di quel corpo che la vita sta abbandonando.
La ragazza-sposa muore a metà del viaggio. – Si fermi la carovana, – dice a un certo punto l’uomo sopra il cavallo rosso. La ragazza-sposa sembra pietrificata. Non sapranno mai per quanto tempo hanno viaggiato con una sposa morta.
– Che il canto si trasformi in pianto, – l’uomo che guida la carovana con uno scatto scende da cavallo. L’animale non fa capricci, anzi si piega leggermente come per aiutare il suo cavaliere a smontare. Da queste parti si dice che i cavalli rossi possono imbizzarrirsi, si dice che possono permettersi tante cose che altri cavalli neanche si sognano. Perché sono rossi. Ma sembra che il cavallo, vista la situazione, si sia scordato del colore del suo crine.
La voce dell’uomo trema, pensa alle sue figlie. Fosse stato per lui, avrebbe rimandato il matrimonio, ma non era possibile. E poi, l’appuntamento con il destino non si può spostare.
– Come se l’anno non avesse altri giorni, – inizia così il pianto di una donna della carovana. Le stesse parole che la vecchia parente della ragazza-sposa aveva detto accompagnandola al cavallo.
«Come se l’anno non avesse altri giorni…» Quante volte l’aveva sentito, durante la sua infanzia?
Forse lei sarebbe stata più fortunata della ragazza-sposa morta sul cavallo: lei non era morta, e Zlatan l’avrebbe trovata.
Ma avrebbe passato lunghi anni in solitudine.
Solitudine? No, sua figlia Sarah sarebbe venuta al mondo per non lasciarla sola. L’avrebbe aiutata a cercare Zlatan, così sarebbe stato tutto più facile: il destino è più tenero con un figlio che cerca suo padre che con una donna innamorata.
Nell’attesa, il vento le avrebbe portato sue notizie, da ogni angolo del mondo lei avrebbe seguito i suoi movimenti, giorno dopo giorno, come un marinaio buttato dalle onde su un’isola sperduta. Ma in salvo. Con la faccia esposta ai venti del nord e ai venti del sud, per sentire il tocco delle sue mani. La notte eterna non l’aveva voluta, ci doveva essere un motivo.
Per tutti gli anni in cui sarebbero rimasti lontani, nei suoi occhi ci sarebbe stata quella sera, mentre le campane si preparavano a suonare. In compenso il muezzin aveva già cantato, di questo lei era sicura.
«Come se l’anno non avesse altri giorni», avrebbe raccontato quella storia a sua figlia Sarah. O forse no, meglio di no. Non era una storia per bambini.
A sua figlia avrebbe raccontato altre storie, di quelle che aveva sentito quando era piccola, seduta vicino al fuoco mentre si consumava la legna. Storie che vengono da lontano. Da lì dove finisce il giorno.

Anilda Ibrahimi, L’amore e gli stracci del tempo, Einaudi, Torino 2009.

L’autrice presentata da Studio 83: http://studio83.info/blog/2016/09/anilda-ibrahimi-scrittori-italiani-di-oggi/

Un’intervista all’autrice: https://youtu.be/n8nfuEw-dfA

Il libro sul sito dell’editore: http://www.einaudi.it/libri/libro/anilda-ibrahimi/l-amore-e-gli-stracci-del-tempo/978880619972

La mia recensione: https://sonnenbarke.wordpress.com/2013/10/21/anilda-ibrahimi-lamore-e-gli-stracci-del-tempo-albania/

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