Anna Maria Ortese, Il mare non bagna Napoli

Anna Maria Ortese, Il mare non bagna Napoli, Adelphi, Milano 2014 (prima edizione 1953). 176 pagine.

All’uscita di questo libro, nel 1953, soli otto anni dopo la fine della guerra, Anna Maria Ortese venne accusata da varie parti, fra le quali c’era chi diceva che l’autrice avesse fatto un ritratto di Napoli a tinte troppo fosche. Ortese amava Napoli? Sicuramente in questi racconti la rappresenta al suo peggio ma, mi viene da dire, forse è proprio questo che dovrebbe farci capire che la amava. Paradossale? Sì, certo. In realtà, ci sono diversi passaggi in cui l’autrice ci fa capire il suo amore per una città che, però, non lo si può negare, è uscita male dalla guerra, con un livello di povertà enorme e con tutti i problemi che questo porta con sé. Tuttavia l’autrice non si occupa solo del brutto, sebbene questo sia chiaramente l’oggetto principale del libro. Ma ci mostra anche, ad esempio, come Napoli fosse una città piena di grande fervore intellettuale e letterario in particolare.

Anna Maria Ortese non era napoletana: nacque a Roma nel 1914 da padre siciliano e madre napoletana, e visse in diversi posti, fra cui anche Napoli, città che in realtà ha sempre amato. Da Napoli fu quasi “costretta” ad andarsene dopo la pubblicazione di questo libro, per l’ostilità di cui fu fatta oggetto.

Il libro è una raccolta di cinque racconti, alcuni prettamente di fantasia, altri dal taglio più “giornalistico” per così dire, per cui a volte ci capita anche di non capire se l’autrice stia raccontando storie di fantasia o realmente accadute. Quanto diverso, questo libro, da L’iguana, che avevo letto anni prima di questo e che è un’opera fenomenale di realismo magico. In questo caso invece siamo in pieno filone neorealista.

I miei racconti preferiti sono Un paio di occhiali e La città involontaria.

Nel primo la protagonista è una bambina, Eugenia, che è “quasi cecata”: andando un giorno dall’oculista scopre che le mancano nove diottrie, e si capisce così come mai tutto il mondo le apparisse sempre oscuro. La zia decide di farle dono di un paio di occhiali, che si riveleranno costosissimi per questa famiglia povera, e perciò non mancherà mai di rinfacciare questo regalo alla famiglia della bambina e, in verità, a tutti quelli che vogliano stare ad ascoltarla. Alla fine i tanto agognati occhiali arrivano (la bambina ne era così felice, era come l’arrivo di Babbo Natale per lei): Eugenia li indossa, vede tutto così chiaramente che non le sembra più di stare sotto casa sua, e finisce per vomitare. Presa dal cambiamento fisico subito dai suoi occhi, o dalla sorpresa? Perché chiunque porti gli occhiali sa che all’inizio c’è un po’ di spaesamento che può anche dare un lieve fastidio fisico, e pensiamo che fastidio deve aver sentito la povera Eugenia, che non vedeva praticamente niente! Ma non sarà invece la sorpresa e la delusione cocente a far vomitare la bambina? Perché fino a quel momento la bambina poteva immaginare il mondo così come lo voleva, per esempio quando la marchesa, proprietaria del loro appartamento, dona alla zia un vecchio vestito tutto rattoppato, Eugenia lo vede come un vestito di seta bellissimo. Invece gli occhiali la costringono a vedere il mondo come realmente è: sporco, povero, quasi infelice.

Il secondo racconto che ho citato ha come protagonista un enorme condominio in una zona disagiata di Napoli, dove la narratrice si reca per motivi vaghi a conoscere le persone, accompagnata da una degli abitanti. Come tutti i condomini-ghetto, di cui abbiamo testimonianza ancora oggi in varie città d’Italia, qui regna la miseria più becera. Man mano che si sale di piano la miseria va un po’ a scemare, ma i livelli più bassi sono terrificanti. Gente che vive ammucchiata tutta assieme, bambini sporchi che neanche sono più bambini, ma diventati adulti troppo in fretta, e fanno ancora parte dell’infanzia solo a livello anagrafico. Buio pesto, puzza di escrementi, orrore in ogni dove. Come dicevo, condomini simili ci sono tutt’oggi un po’ in tutta Italia, e molto spesso ospitano immigrati o comunque gente di una povertà estrema. Di conseguenza si tratta di luoghi in cui nessuno vorrebbe mettere piede, perché si sa che là regna la miseria e, in certo modo, l’orrore da essa generato. Un racconto, dunque, anche molto moderno.

Anche gli altri tre racconti sono belli, ma non mi hanno colpito tanto quanto questi due.

Sicuramente mi sento di consigliare la lettura di questo libro e altrettanto sicuramente voglio approfondire la conoscenza di questa autrice di cui ho letto due libri così diversi, ma entrambi così belli.

Un articolo su questo controverso libro di Anna Maria Ortese: http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1994/05/15/ortese-spacca-napoli.html

L’audiolibro in più puntate letto da Iaia Forte per il programma “Ad alta voce”: http://www.radio3.rai.it/dl/radio3/programmi/PublishingBlock-915359a3-710e-46be-a0d9-d34c7cb303a8.html

Advertisements

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...