Libri ambientati in Emilia-Romagna

castello_esterno

Castello Estense, Ferrara (Di Massimo Baraldi – Archivio Fotografico Provincia di Ferrara, CC BY 2.5 it, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=4227250)

L’Emilia-Romagna è una regione che mi piace molto, forse perché, così vicina alla mia regione d’origine, ci sono andata spesso, forse perché sparsi nelle varie città ho e avevo diversi amici. Qui sopra il Castello Estense di Ferrara, una città molto bella di cui mi ricordo soprattutto le temperature asfissianti, essendoci andata in estate, forse ad agosto, non ricordo bene il periodo esatto.

Ecco ora la mia piccolissima rassegna di libri dall’Emilia-Romagna per il nostro giro d’Italia:

Andrea Camilleri e Carlo Lucarelli, Acqua in bocca, minimum fax: Il commissario Salvo Montalbano incontra l’ispettrice Grazia Negro in un gioco, un esperimento, una collaborazione letteraria senza precedenti: i due “re” del giallo italiano contemporaneo, entrati in contatto durante le riprese del documentario A quattro mani (Minimum Fax Media 2007), uniscono le forze e regalano ai lettori una storia che vede protagonisti i loro personaggi di maggior successo. A metterli in contatto è un insolito omicidio in cui la vittima viene ritrovata con un pesciolino in bocca: il caso è nelle mani di Grazia Negro, che, resasi conto di non trovarsi di fronte a un delitto di ordinaria amministrazione, chiede aiuto al collega siciliano. Un romanzo dalla struttura insolita e non convenzionale: un collage di lettere, biglietti, ritagli di giornale, rapporti e verbali, “pizzini” che fanno rocambolescamente la spola fra i due detective,stimolando e accompagnando il lettore nella ricostruzione dell’indagine, che si conclude con un finale mozzafiato. Una jam session fra due narratori geniali che si divertono a far interagire il loro immaginario e il loro stile, una lettura unica per gli amanti del poliziesco e del noir.

Enrico Brizzi, Jack Frusciante è uscito dal gruppo, Mondadori: Bologna, 1992. Alex D., diciassette anni, figlio modello della buona borghesia, decide di “uscire dal gruppo”, di rompere gli schemi, di fare un “salto” fuori dal “cerchio che ci hanno disegnato attorno”. In una parola, cresce. Lo fa attraverso le pedalate disperate su in collina, la musica furibonda dei Sex Pistols e dei Red Hot Chili Peppers, l’amore di Adelaide, la sofferenza per la perdita dell’amico Martino… Senza gesti eclatanti, Alex volta le spalle a tutto e a tutti, in nome di un presente libero e felice, di una umanissima richiesta di autenticità.
Jack Frusciante è uscito dal gruppo è ormai un piccolo classico contemporaneo, un libro che ha fatto la storia dell’editoria italiana. Nelle pagine di questo romanzo-manifesto adottato da più generazioni di adolescenti, un autore giovanissimo ha raccontato gli smarrimenti e gli ardori dei diciott’anni: una storia fresca e intensa, narrata senza filtri da una voce nuova, capace di fondere rabbia e ironia.

Paolo Nori, I malcontenti, Einaudi: «Ecco, intanto che scrivevo I malcontenti mi è venuto da pensare che io stavo cercando di raccontare la storia della relazione tra due quasi trentenni che provano a entrare, come si dice, nel mondo, e che questo tentativo, che ha a che fare con un festival strampalato, viene raccontato da uno che abita sotto di loro, uno che di questo tentativo vede in un certo senso solo i riflessi, i raggi che partono da quell’appartamento e arrivano fino a lui in forma di suoni, confessioni, reticenze e richieste d’aiuto. E m’è tornata in mente la scena centrale di un film di Lubitsch, che è una scena in cui il protagonista maschile, innamorato di una donna misteriosamente scomparsa, invitato a pranzo da un amico, scopre che la moglie del suo amico è la donna di cui lui è innamorato. Questo pranzo viene raccontato da Lubitsch senza riprendere i protagonisti né la sala da pranzo: viene raccontato dalla cucina, in modo perfettamente esaustivo, attraverso i commenti di cuoco, cameriere e maggiordomo sullo stato in cui tornano indietro le varie pietanze, e lo spettatore ha l’impressione di essere davanti a un triplo salto mortale molto ben eseguito. Ecco, intanto che scrivevo I malcontenti mi è venuto da pensare che la relazione tra Nina e Giovanni, a esser capaci, bisognava raccontarla come quel pranzo di Lubitsch. Il mondo in cui si muovono Nina, Giovanni e gli altri personaggi che ci son nel romanzo è un mondo stranissimo, un mondo nel quale il compito di chi ha meno di quarantacinque anni non è di contribuire a un perfezionamento del mondo stesso, né (ci mancherebbe) a un ribaltamento o a un qualsivoglia cambiamento di rotta. In questo mondo, quello che da venticinque anni si chiede a chi a questo mondo si affaccia, è di mettersi lì e di non rompere troppo i maroni. E loro, bravissimi, si mettono lì e non rompono troppo i maroni». La storia di un amore che frana raccontata da un vicino di casa. La storia di una generazione viva e irrisolta. La storia di un festival meraviglioso e impossibile: il festival dei Malcontenti. «Si ricordava che era occupato a pensare a una cosa alla quale non aveva mai pensato, che camminare con una finestra sottobraccio ti toglie tutto l’imbarazzo che uno ha di solito nel camminare. È come se tu avessi una guida, – diceva Giovanni, – avendo una finestra sottobraccio, è come se il tuo andare avesse un senso».

Giorgio Bassani, Il giardino dei Finzi-Contini, Feltrinelli: Pochi romanzi italiani del Novecento sono entrati così profondamente nel cuore dei lettori come Il giardino dei Finzi-Contini, un libro che è riuscito a unire emozioni private e storia pubblica, fondendole in un meccanismo letterario perfetto e struggente. Un narratore senza nome ci guida tra i suoi ricordi d’infanzia, nei suoi primi incontri con i figli dei Finzi-Contini, Alberto e Micòl, suoi coetanei resi irraggiungibili da un profondo divario sociale. Ma le leggi razziali, che calano sull’Italia come un nubifragio improvviso, avvicinano i tre giovani rendendo i loro incontri, col crescere dell’età, sempre più frequenti. Teatro di questi incontri, spesso e volentieri, è il vasto, magnifico giardino di casa Finzi-Contini, un luogo che si imbeve di sogni, attese e delusioni. Il protagonista, giorno dopo giorno, si trova sempre più coinvolto in un sentimento di tenero, contrastato amore per Micòl… Ma ormai la storia sta precipitando e un destino infausto sembra aprirsi come un baratro sotto i piedi della famiglia Finzi-Contini.

Renata Viganò, L’Agnese va a morire, Einaudi: Renata Viganò ha scritto una «cronaca» che ha l’esatta semplicità di pensieri e gesti quotidiani, in uno stile sobrio che pure rivela una sottile educazione letteraria nella definizione di fuggevoli stati d’animo, nella descrizione di sfumati paesaggi di pianure e di lagune; e tutto si sostiene nell’ampio respiro dell’azione corale, che tocca il suo culmine nelle scene di battaglia. Ma la novità del libro è l’aver visto la Resistenza attraverso gli occhi di un’anziana contadina, l’Agnese. Non si è mai allontanata dall’orto, dalla fontana di casa; ma quando i tedeschi le fanno morire il marito, è capace di ribellarsi, di seguire i partigiani nelle paludi, di compiere imprese rischiose caracollando su una vecchia bicicletta rugginosa. I giorni dell’Agnese si svolgeranno tra fughe, tradimenti, fuciliazioni, sconfitte e vittorie: i giorni dell’Italia migliore che ritrova se stessa.

Giovanni Guareschi, Don Camillo, BUR: Don Camillo è il primo libro della serie Mondo piccolo (che comprende altri sei titoli): qui impariamo a conoscere il mondo della Bassa, irruente e sanguigno, e i due protagonisti, il parroco don Camillo – a volte intemperante nella sua missione pastorale – e il sindaco comunista Peppone, pronto a ignorare – nei casi di coscienza – le direttive del partito.
Fra rivalità e dispetti continui, dichiarazioni di guerra e proclami di ultimatum mai eseguiti, don Camillo e Peppone ci insegnano, oggi come ieri, che il rispetto, la simpatia e l’amicizia non hanno nulla a che fare con il colore della bandiera o della tonaca. Quella che conta è l’umanità delle persone.

Giorgio Bassani, Cinque storie ferraresi, Feltrinelli: Questa raccolta di racconti (“Lidia Mantovani”, “La passeggiata prima di cena”, “Una lapide in via Mazzini”, “Gli ultimi anni di Clelia Trotti” e “Una notte del ’43”) valse a Giorgio Bassani il premio Strega 1956. In comune le cinque storie hanno una sorta di dolente consapevolezza e l’ambientazione: Ferrara, cittadina di provincia che qui assurge a simbolo di un’intera nazione, avvolta dal pesante panneggio scuro del fascismo. Bassani ci porta nell’animo di questa “gente, per il resto, quasi sempre per bene”: la ragazza madre Lidia Mantovani; il dottor Elia Corcos in perenne scontro con la moglie; il sopravvissuto al lager Geo Josz; la vecchia socialista Clelia Trotti, lasciata morire in carcere. Storie diverse eppure vicine, accomunate dalla difficoltà con la quale i protagonisti si adattano a una provincia italiana che da un lato consola, dall’altro respinge qualunque cosa non le sia propria. Persone comprese.

Eraldo Baldini, Nebbia e cenere, Einaudi: Bruno Savini vive da single in un paese della provincia emiliana, è laureato in lettere e ha alle spalle velleità artistiche presto fallite e abbandonate. Si mantiene facendo l’autista di scuolabus e ha smesso di aspirare a qualcosa di meglio, perché si porta dietro le cicatrici di troppe difficoltà e delusioni. I suoi amici più fedeli, ormai, sono i bambini che ogni giorno trasporta a scuola. Attraverso le loro personalità, i loro piccoli e grandi drammi, rivive le vicende della propria infanzia. Vive immerso nei ricordi e nel passato, mentre una fitta nebbia avvolge sogni e speranze. Il ricordo di Serena, la ragazza che lo ha lasciato da un anno, lo domina fino a trasformarsi in ossessione. Un’ossessione che diventa presto follia…

Daniele Benati, Silenzio in Emilia, Quodlibet: Dopo che uno è morto continua a vagare in terra più o meno nei luoghi che abitava, senza sapere di essere morto, e con in testa le ossessioni che l’hanno perseguitato da vivo. Questo più o meno il panorama generale e piuttosto insolito del libro di Daniele Benati. Ma succede che le cose qualsiasi e banali, viste dall’aldilà, diventano visioni come quelle dantesche, e l’ordinario si rivela come la cosa più immaginifica che esista. Come in tutti gli altri suoi libri, quello che colpisce di Benati sono le intensità comiche delle sue frasi, sempre su uno humour violento e paranoico, come quello di certi personaggi nell’Amarcord di Fellini. “Questi racconti”, ha scritto Gianni Celati, “ci portano in una dimensione ormai quasi scomparsa dalla narrativa in auge ai nostri tempi: non c’è più niente di soggettivo, qui è tutto un circolare di voci, una comunanza di sogni, visioni e apparizioni che formano un intelletto collettivo.”

Loriano Macchiavelli, Le piste dell’attentato, Einaudi: Bologna, prima metà degli anni Settanta. Qualcuno fa saltare in aria la stazione radio dell’Esercito, sui colli di Paderno. Nell’attentato, muoiono quattro militari. Nei minuti immediatamente successivi alla strage, una Fiat 128 con a bordo tre individui forza un posto di blocco. Sarti Antonio, sergente, la insegue, la blocca, arresta i tre. Per un’intera città, che non ne vuole sapere troppo di questi fatti di sangue ma che pure dovrà abituarsi, il caso è risolto. Per Sarti Antonio, testardo, collerico e intelligente quanto basta, invece è soltanto all’inizio.
Personaggio fra i piú amati del giallo nazionale, il sergente Sarti Antonio vive qui la sua prima avventura e già rivela tutte le caratteristiche che lo hanno reso famoso. La sua tenacia, il suo spirito di contraddizione, l’alternarsi di momenti di indolenza a momenti di frenesia, assurgono quasi a simbolo di Bologna, la città frastornata che è allo stesso tempo scenario e anima delle storie di Loriano Macchiavelli.
Classico autentico, tragicamente profetico e non meno tragicamente attuale, questo romanzo costituisce il punto di partenza della più feconda stagione del romanzo poliziesco italiano.

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