Nenad Veličković, Il padre di mia figlia (Bosnia ed Erzegovina)

Nenad Veličković, Il padre di mia figlia (tit. originale Otac moje kćeri), Forum, Udine 2008. A cura di Alice Parmeggiani. 187 pagine, 16 euro.

Questo è il romanzo di un uomo e della sua famiglia, a Sarajevo, non molto dopo la guerra che ha devastato l’ex Jugoslavia. Il protagonista e sua moglie Eva sono sposati da più di dieci anni e hanno una bambina piccola, con cui il padre non è bravissimo a interagire, anche se ci prova molto, ma che chiaramente è la luce dei suoi occhi. La coppia vive un matrimonio che ormai è fatto di abitudini e non più della giocosa passione e della solida vicinanza di un tempo. In tutti questi anni si sono allontanati e si può dire, anche se non viene mai detto esplicitamente, che è la bambina a tenerli uniti, sebbene alla fine non basti neppure l’amore che provano per la piccola.

Il protagonista lavora come pubblicitario in un’agenzia dalla quale si è appena licenziato per mettersi a fare lo scrittore, ma forse invece torna a lavorare, non lo ha ben chiaro nemmeno lui. Comunque, al lavoro conosce Vanda (nome d’arte), di cui si innamora o da cui è semplicemente attratto, anche se fra i due non succederà mai niente. Il protagonista vive fantasie da adultero pur senza mai diventare adultero. Scrive il suo romanzo e il suo blog, passa il tempo con sua figlia, va a trovare sua madre, desidera Vanda, sopporta sua moglie, e così trascorre la sua vita. Una vita che in fondo non è una vita, non è vivere ma esistere, sopravvivere, cercare di andare avanti.

Raccontato così il romanzo potrebbe sembrare interessante, tanto più se pensiamo che l’autore è stato definito il Woody Allen mitteleuropeo. Tutto questo mi ha spinto, qualche anno fa, a comprare questo libro, ma sono uscita dalla lettura profondamente delusa. Il romanzo è narrato dal punto di vista del protagonista, anzi dalla sua stessa voce, ed è una specie di monologo interiore, anche se non proprio. Ovvero vediamo passare sulla carta i pensieri dell’uomo e le cose che gli accadono, ma raramente c’è un punto di vista esterno, raramente la narrazione si oggettivizza. Rimane soggettiva e strettamente legata al pensiero e al modo di essere del protagonista. Inoltre, la scrittura è a tratti sincopata, come il ritmo del pensiero. È una narrazione a scatti, non lineare, quasi assurda. E onestamente non è neppure chiarissimo dove voglia andare a parare. Non il mio genere di romanzo, insomma.

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