Mark Z. Danielewski, House of Leaves

337907Mark Z. Danielewski, House of Leaves, Pantheon Books, New York 2000. 709 pagine.

L’anno scorso a dicembre ho letto S. di J.J. Abrams e Doug Dorst. Un libro meraviglioso. Poi, sulla base di quella lettura, Goodreads mi ha suggerito di leggere questo libro, che in italiano è stato pubblicato da Mondadori come Casa di foglie ma sembra ormai introvabile. L’ho ordinato e ho aspettato qualche mese prima di leggerlo.

Lo dico subito, anche se è un’eresia: non è ai livelli di S., a mio parere, anche se ne è in certo modo il precursore. Sono stata a lungo indecisa se questo libro di Danielewski mi fosse piaciuto o meno. Alla fine ho deciso che mi è piaciuto, anche se non nella sua interezza.

Il libro si colloca su diversi piani: in primo luogo c’è The Navidson Record, un video girato dal fotogiornalista Will Navidson all’interno della sua casa spettrale; poi c’è il racconto che di questo video fa Zampanò, un uomo completamente cieco che ci parla però con gran dovizia di particolari di questo video del tutto visuale; infine c’è la storia di Johnny Truant, che trova gli appunti di Zampanò e ne fa un libro con tanto di introduzione e lunghissimi commenti. E ovviamente, poi, c’è Mark Z. Danielewski, l’autore del libro Casa di foglie. Ma è davvero l’autore? O l’autore è Johnny Truant? Zampanò? Chi scrive e chi viene scritto?

Naturalmente Mark Z. Danielewski esiste e ha anche scritto diversi altri libri, anche se non credo che vorrò approfondire la conoscenza di questo autore dopo questa esperienza. Non perché il libro non mi sia piaciuto, forse proprio per il motivo contrario, perché vorrei che quest’opera così originale restasse un unicum.

Inutile, forse, sottolineare che questo romanzo fa parte delle correnti della letteratura sperimentale, del postmodernismo e della metanarrativa. Anzi è forse la “madre” di tutti questi generi, non perché ne sia il fondatore (tutt’altro), ma perché ne è in qualche modo l’archetipo.

Proverò ora a spiegare perché il libro mi è piaciuto ma anche, insieme, non mi è piaciuto tantissimo.

Il video, The Navidson Record, è quasi geniale. Quasi. È questa la parte che fa spesso definire il romanzo come un horror, sebbene a mio parere (e lo dico da grande fifona) non sia particolarmente “orrorifico”. Insomma, a me tutta questa paura non l’ha fatta, mentre leggo tantissimi recensori che dicono di non essere riusciti a leggerlo di sera, di dover stare con tutte le luci accese e con qualcuno in casa mentre lo leggono, ecc. Mi sembrano tutte esagerazioni. A meno che, come dice il libro stesso, l’effetto di questa narrazione non si possa far sentire anche a distanza di tempo.

Comunque, dicevo, il video. I Navidson comprano una casa in Ash Tree Lane, in Virginia, che dovrebbe aiutarli a rimettere insieme i pezzi del loro rapporto sentimentale. Al ritorno da una breve vacanza si accorgono che la casa è diventata più grande all’interno che all’esterno. Piano piano la casa si espanderà sempre di più fino a diventare così enorme da superare qualsiasi senso logico, tanto che a un certo punto il tutto diventa anche un po’ ridicolo più che pieno d’orrore. Secondo me. In ogni caso, Navidson, insieme a suo fratello gemello Tom, all’amico Reston e ad altri tre personaggi vanno all’esplorazione della casa, e Navidson racconta nel suo video cosa vedono e cosa succede in queste esplorazioni. Molto bello.

Zampanò scrive un libro su questo video, un testo molto accademico, che è poi quello che leggiamo noi (corredato dalle note di Johnny Truant): pieno di note a piè di pagina, rimandi a libri inesistenti, presunti pareri sul video dati da personaggi illustrissimi. Tuttavia, nell’introduzione Johnny Truant ci avvisa che questo video non è mai esistito e che, interpellati in proposito, alcuni dei personaggi menzionati hanno categoricamente negato di conoscere o aver mai conosciuto Navidson o Zampanò. Quindi il tutto è una magnifica invenzione di Zampanò. Che, ricordiamolo, era cieco.

Johnny Truant, alla morte di Zampanò, trova i fogli volanti che costituiscono il testo di Zampanò stesso e ne fa un libro, con tanto di introduzione e lunghissime note a piè di pagina. Ecco, le note. Ehm, le note. Sono moltissime e si intrecciano in una struttura che a volte si fa labirintica tanto quanto quello che avviene nella casa, a sua volta un labirinto da cui non sembra esservi uscita. Insomma, ci sono le note, e poi ci sono le note alle note, e ancora le note alle note alle note. Inutile dire che Danielewski deve moltissimo a David Foster Wallace. Autore che, come si sa, io non apprezzo proprio per via di questa struttura labirintica delle note e per la complessità quasi random della narrazione. Infatti all’inizio mi sono detta: ma davvero io posso leggere e leggerò questo libro che a David Foster Wallace deve tanto? E invece poi l’ho letto e non me ne sono neanche pentita, sebbene mi abbia fatto venire notevoli mal di testa. Comunque, tornando alle note di Johnny Truant: vi si trovano non solo commenti al testo di Zampanò e al video di Navidson, ma anche e soprattutto commenti sulla sua vita personale che, francamente, non sono stati affatto di mio interesse. In buona sostanza è stato questo che non mi ha fatto apprezzare fino in fondo il libro.

Le cose da dire su questo libro sarebbero tantissime, ho tre pagine A4 di appunti, ma onestamente non vorrei farla tanto lunga, dopotutto questo è un blog amatoriale, mica una rivista di critica letteraria. Tuttavia se qualcuno vuole ne possiamo parlare. Sarò felice di discutere questo libro con voi, se vorrete.

Per finire voglio solo dire che a me la sperimentazione piace molto, che sia essa in letteratura o a teatro o nella danza, e così via. Non sempre, ovviamente, vedi David Foster Wallace e altri esempi che potrei portare anche in altri ambiti. Sicuramente nel caso di Danielewski la sperimentazione è portata all’estremo, infatti non è solo la struttura narrativa del libro a essere sperimentale, ma anche la struttura grafica, con delle grandi circonvoluzioni visive: caratteri tipografici diversi per personaggi diversi, testo scritto al rovescio, a testa in giù, poche parole per pagina, e così via. La struttura grafica molto spesso ricalca ciò che avviene nella casa e ciò che si vede in The Navidson Record. Lo fa anche in maniera perfetta, bisogna dire. Diciamo che il motivo principale per cui questo libro mi è piaciuto è proprio la sua sperimentalità estrema. Bisogna dare atto a Danielewski di aver scritto un libro di grandissima originalità e bizzarria.

Avrete notato che non lo chiamo mai “romanzo”. Perché mi sembra un termine troppo riduttivo per Casa di foglie. Questo libro è piuttosto un’opera d’arte totale, non nel senso che sia un capolavoro (non lo è, secondo me), ma nel senso che è un oggetto artistico che abbraccia più generi, li ingloba, li incorpora e li fa suoi, fino a diventare quell’unicum che mi auguro sia, o che vorrei che fosse.

Sicuramente non ve lo consiglio se non amate le sperimentazioni, se volete una storia semplice e lineare, se volete un libro rilassante che non vi faccia venire il mal di testa e che possiate leggere sotto l’ombrellone.

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