Imre Kertész, Essere senza destino

Imre Kertész, Essere senza destino (tit. originale Sortalanság), Feltrinelli, Milano 1999. Traduzione di Barbara Griffini. 223 pagine, 9 euro.

Ho sempre desiderato leggere un libro di Imre Kertész, a causa del mio interesse per gli scrittori che hanno vinto il premio Nobel (Kertész lo ha vinto nel 2002). Del resto se hanno ricevuto il maggiore riconoscimento nel campo letterario, un motivo ci deve essere, perciò mi sembra logico voler provare. L’occasione si è presentata quando un amico mi ha proposto di leggerlo insieme, ovvero leggerlo in parallelo commentandolo man mano che la lettura proseguiva. Una modalità che non avevo mai sperimentato ma che si è rivelata molto buona, in quanto ho letto questo piccolo libro, che normalmente avrei letto in due giorni, in due settimane, gustandomi ogni parola e ogni passaggio, riflettendo su ogni frase, scambiando opinioni e punti di vista. Un’esperienza che sicuramente ripeterò.

Kertész, morto meno di due mesi fa, è stato un prolifico scrittore scampato dal campo di concentramento di Buchenwald, dove era stato deportato all’età di 15 anni. I paralleli fra la sua vita e quella di György detto Gyurka, il protagonista di questo romanzo, sono moltissimi. Si può dunque parlare di un romanzo per così dire autobiografico.

György è un ragazzino di 15 anni, che nei primi capitoli, soprattutto nel primo, si presenta più come un bambino che come un adolescente. Il suo modo di fare, di ragionare, di parlare, appare estremamente infantile, forse perfino più di come potrebbe legittimamente essere per un ragazzo di quell’età. György è ebreo, e il romanzo comincia con il padre che viene spedito al campo di lavoro, e la loro separazione. György non sembra rendersi veramente conto di quello che sta succedendo, il che è forse normale per un ragazzo della sua età, e lo è ancor più se consideriamo l’infantilismo del protagonista.

I primi capitoli sono molto irritanti e mi hanno fatto pensare che non avrei troppo gradito questo romanzo. Un po’ per l’infantilismo di György, molto per un suo intercalare caratteristico, «è naturale». György considera naturale tutto quello che avviene, ad esempio l’odio per gli ebrei del panettiere, che imbroglia sul peso del pane. Secondo György questo è “naturale”, perché il panettiere in prima istanza vuole imbrogliare il cliente e, di conseguenza, per sentirsi a posto con la propria coscienza, odia gli ebrei, così non si sente a disagio nell’imbrogliarli.

In seguito György viene mandato al lavoro forzato, e successivamente al campo di concentramento. Partirà prima per Auschwitz, dove resterà solo tre giorni, e in seguito sarà deportato a Buchenwald, dove passerà la maggior parte del suo tempo da internato a Zeitz, uno dei molti sottocampi di Buchenwald. Durante il processo di cattura e deportazione György continua a ripetere che tutto quello che gli accade, tutto quello che fanno i saoldati tedeschi, è naturale. Questa rassegnazione del protagonista, che certo è parte della più generale rassegnazione degli ebrei di cui si è molto scritto, è estremamente fastidiosa per il lettore, perché egli sa che niente di quello che sta avvenendo è naturale.

Tuttavia, con questo intercalare del protagonista, l’intento dell’autore è certamente farci capire quanto il passaggio dalla normalità, all’odio per gli ebrei, alla loro deportazione e al loro sterminio, sia stato graduale, tanto da poter percepire i singoli piccoli passi come “naturali”. Il libro è in fondo, più che un romanzo sul campo di concentramento, un romanzo sulla gradualità con cui tutto è avvenuto. Ciò verrà espresso alla fine del romanzo anche dal protagonista, che cercherà di spiegare a un giornalista incontrato per caso sul tram che tutto è accaduto in maniera estremamente graduale, perché in caso contrario sarebbe stato impossibile per i deportati “adattarsi” alla situazione e dunque sopravvivere.

Quando György entra nel campo di concentramento la sua ingenuità cade come un velo, e di conseguenza anche il fastidio provato dal lettore nei suoi confronti. György e i suoi compagni si rendono conto subito di quanto sta succedendo nel campo di concentramento, si accorgono immediatamente dei crematori, ne capiscono lo scopo, vedono insomma tutto. Questo da un lato può apparire incredibile, ma credo che fosse la realtà di quanto avvenne, perché i deportati non potevano evitare di sapere cosa accadesse nel campo. Diverso è certo per quei deportati mandati subito alle camere a gas non appena arrivati al campo di concentramento.

Il romanzo, nel penultimo capitolo, tocca anche il tema della resistenza degli internati, soprattutto quelli deportati per motivi politici, nel campo di Buchenwald. Un argomento molto interessante che sembra quasi surreale visto dagli occhi del protagonista che, malato e ormai in fin di vita, era già stato caricato su un carro per essere portato alla morte. Viene invece salvato e portato in infermeria, dove i deportati politici lo curano e lo rimettono in sesto, almeno per quanto possibile.

Alla fine del libro, György parla con varie persone, fra cui persone incontrate per caso e vecchi amici di famiglia, e giunge alla conclusione che sia impossibile far capire agli altri la realtà del campo di concentramento: quel suo essere naturale, la quotidianità, l’essere senza destino, in ultima analisi persino la felicità. Gli altri non possono capire perché non hanno vissuto la stessa esperienza, e sono perciò come bambini, che fanno domande ma non capiscono le risposte. Credo che questo sia estremamente vero, perché noi, oggi, possiamo leggere tutti i libri che vogliamo ma, non essendoci passati, non comprenderemo mai davvero quello che è accaduto, l’esperienza dei deportati.

In ultima analisi un libro molto bello, che mi sento di consigliare a tutti. Non certo all’altezza di altri libri come ad esempio Se questo è un uomo di Primo Levi, ma di fatto un libro che parla di un aspetto diverso, cioè come detto sopra della gradualità. Davvero molto consigliato.

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