Anise Koltz, Il paradiso brucia e altre poesie (Lussemburgo)

Anise Koltz, Il paradiso brucia e altre poesie (tratte da varie raccolte), Empirìa, Roma 2001. 155 pagine. A cura di Elio Pecora.

Avevo in casa questo libro da molto tempo, ma finora ne avevo letto solo alcune poesie. Oggi finalmente ho deciso di leggerlo per intero, cosa che si fa in mezz’ora perché le poesie di Anise Koltz sono davvero molto brevi, e in più questo libro sembra più lungo perché ha il testo a fronte.

Le poesie sono tratte da varie raccolte, tutte degli anni Novanta, e sono state scritte in francese dall’autrice.

Koltz, nata Blanpain nel 1928 (Koltz è il suo cognome da sposata), è considerata la maggiore poetessa lussemburghese. Ha scritto in tedesco fino al 1971, anno in cui suo marito è morto: da quel momento, per una precisa scelta politica, l’autrice ha deciso di scrivere solo ed esclusivamente in francese. Il marito infatti era stato prigioniero nei campi nazisti, e per tutta la vita ne ha subito le conseguenze, perciò l’autrice ha deciso di rinnegare la lingua degli oppressori – come peraltro fanno molte persone in Lussemburgo.

Le poesie di Anise Koltz, come dicevo, sono molto brevi, in molti casi brevissime, quasi fossero haiku. I temi sono Dio, la morte, la madre, principalmente, ma anche il linguaggio, la sua città, e non solo.

Dio è un tema ricorrente: a Dio, probabilmente, la poetessa non crede. Dice infatti che Dio ha creato gli uomini, gli uomini hanno creato Dio, e in seguito non hanno fatto che massacrarsi reciprocamente. E ci sono molte altre poesie in cui l’astio contro Dio è fortissimo.

Anche la morte, che sia della madre, dell’autrice o presa nella sua essenza generale, è ricorrente. Nell’introduzione Elio Pecora riporta alcune frasi pronunciate dall’autrice al momento del ritiro di uno dei suoi numerosi premi letterari. Koltz dice che scrivendo della morte dialoga con lei, essa diventa un suo rifugio. «Grazie alla morte tutto è movimento. Se mi accordo con lei, mi appartiene.» Dunque scrivere della morte è in certo senso un modo per superarla, ma anche per farsi dare forza da essa stessa.

Le immagini poetiche di Koltz sono a volte molto dolci, altre (spesso) molto forti, anche violente. Parla di scannare, dilaniare. La sua poesia mi piace molto, e questo nonostante io da anni non legga più molta poesia. È stata accostata a Paul Celan (paragone direi un po’ azzardato), ma anche a Else Lasker-Schüler e a Emily Dickinson.

Se vi capita l’occasione, procuratevi questo libriccino pubblicato da questa piccolissima casa editrice romana, merita davvero a mio avviso.

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