Sindiwe Magona, To My Children’s Children (Sudafrica)

Sindiwe Magona, To My Children’s Children, David Philip, Claremont (South Africa) 2002. 183 pagine.

Questa è l’autobiografia di Sindiwe Magona, fino ai 23 anni di vita, tutti passati in Sudafrica, prima da piccolissima nel Transkei e poi nella zona di Città del Capo.

L’autrice immagina di scrivere una lettera ai figli dei suoi figli, infatti scrive quando già è nonna (la prima edizione del libro è del 1990). In questa lettera racconta la sua vita, affinché i figli dei suoi figli possano conoscere se stessi. Infatti, come scrive nella prefazione: «Come saprai chi sei se non ti racconto o non posso raccontarti la storia del tuo passato?»

Magona è una donna Xhosa, quindi un’africana pura. Quindi, per il governo del Sudafrica di quegli anni (l’autrice è nata nel 1943 e questa storia arriva fino al 1966), una non-persona, priva di diritti e quasi inesistente, se non per servire i bianchi.

L’autrice ha studiato per diventare insegnante, ama leggere. Sarà però per lei estremamente difficile lavorare come insegnante, cosa che farà, subito dopo la scuola, appena per un anno, perché rimarrà subito incinta della prima dei suoi tre figli. Lavorerà come pescivendola e, soprattutto, come donna di servizio presso famiglie privilegiate di bianchi, subendo umiliazioni di ogni tipo, in un paese in cui il razzismo è legale e perfino incoraggiato. Infine, abbandonata dal marito e con tre figli piccoli, di cui uno appena nato, sarà costretta ad arrangiarsi come meglio potrà e si adatterà a cucinare e vendere teste di pecora.

Ma, come dice alla fine, non sarà mai davvero sola, perché avrà sempre una rete di persone (parenti, ma anche vicini e amici) pronte ad aiutarla. Infatti, come dice proprio all’inizio del libro, lei è sempre appartenuta a un posto, che non è tanto un posto geografico quanto un gruppo di persone con cui è connessa e a cui appartiene. Questa è un’immagine bellissima, che forse non molti di noi possono dire vera perché, sebbene sia vero che abbiamo tutti, chi più e chi meno, una rete sociale, probabilmente non è una rete così forte e unita come lo è quella di Magona.

Quello che non mi è proprio piaciuto di questo libro è lo stile: scritto in modo sciatto, palesemente mai visto un editing, questo testo è difficile da leggere, sia per le cose che l’autrice racconta ma anche per come le scrive. Sembra, insomma, scritto da una persona per la quale l’inglese non sia la propria madrelingua – come infatti è, perché la lingua madre di Magona è lo Xhosa. Tuttavia Magona conosce molto bene l’inglese per averlo studiato a scuola e per parlarlo con le sue datrici di lavoro bianche, quindi questa sciatteria nella costruzione delle frasi mi sconcerta. Non so, a questo punto, se sia piuttosto una caratteristica, da me non riconosciuta, dell’inglese parlato in Sudafrica, che magari ha un modo di costruire la frase diverso da quello del Regno Unito o degli Stati Uniti. Non so, però è parecchio faticoso da leggere.

Questo è forse uno dei pochi casi in cui vi consiglio di cercare l’edizione italiana anziché quella originale inglese. Il libro fu tradotto diversi anni fa dalla casa editrice Nutrimenti con il titolo Ai figli dei miei figli.

Mi sarebbe piaciuto sapere come sia poi proseguita la vita dell’autrice, come sia riuscita a studiare alla Columbia University e a diventare scrittrice, nonostante la povertà estrema in cui versava negli anni Sessanta, ma non credo che proseguirò a leggere altri suoi libri perché davvero ho trovato lo stile fastidioso, purtroppo.

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