Loredana Lipperini, Questo trenino a molla che si chiama il cuore

Loredana Lipperini, Questo trenino a molla che si chiama il cuore, Laterza, Roma – Bari 2014. 167 pagine.

Il poeta è un fingitore.
Finge così completamente
che arriva a fingere che è dolore
il dolore che davvero sente.

E quanti leggono ciò che scrive,
nel dolore letto sentono bene
non i due che egli sentì,
ma solo quello che non gli appartiene.

E così sui binari in tondo
gira, per intrattenere la ragione,
questo trenino a molla
che si chiama il cuore.

Fernando Pessoa, Autopsicografia

Loredana Lipperini è originaria di Serravalle di Chienti, io di Tolentino, un po’ più in là verso Macerata, verso il mare, anche se è sempre nell’entroterra. Serravalle è invece proprio in montagna, vicino a Colfiorito, nota quest’ultima per le lenticchie e per il passo che porta in Umbria e che bisogna attraversare se da Macerata si va a Roma.

Loredana Lipperini se ne è andata da Serravalle all’età di 19 anni, come me. Tolentino è certo un centro più grande rispetto a Serravalle (20.000 abitanti contro 1000), ma è comunque un paese, da cui una persona giovane può tranquillamente aver voglia di scappare.

Lipperini ha scritto questo libro-omaggio alla nostra terra, con sottotitolo “La Val di Chienti, le Marche, lungo i confini”. Perché le Marche sono terra di confine, come dice già il loro stesso nome: confine fra nord e sud, fra montagna e mare, e nello specifico la Val di Chienti, in particolare Serravalle, è confine fra Marche e Umbria.

La Val di Chienti con la sua superstrada, parzialmente costruita già prima ma ampliata a partire dal 1997, dopo il terremoto che sconvolse Marche e Umbria, con Serravalle come punto di riferimento del male venuto dalla terra. La Val di Chienti con i suoi paesini di montagna, dove ci sono solo un paio di negozietti, con gli alimentari che preparano il panino al ciauscolo, gloria culinaria locale. La Val di Chienti con il suo festival celtico organizzato dai componenti dei Vincisgrassi, gruppo musical-comico che prende nome da un’altra pietanza locale.

Nella prima parte l’autrice descrive tutto ciò che ruota e ha ruotato intorno alla superstrada, con un taglio a tratti giornalistico, a tratti emotivo, che non stona per niente ma anzi sembra del tutto normale e ovvio: un inno d’amore di una donna alla propria terra, con un grido di allarme per quello che vi è successo. La distruzione di un paesaggio che era (ed è tuttora) unico nel suo genere, fatto di dolci colline e aspre, sebbene non altissime, montagne. La superstrada che avrebbe dovuto portare lavoro, ma la maggior parte degli operai veniva da fuori e, una volta costruita, se ne sono andati insieme, poi, agli abitanti dei paesi. Perché se non c’è lo svincolo la gente non si ferma alla bottega di paese a mangiare il panino col ciauscolo. Soprattutto se vengono costruiti autogrill e centri commerciali. Che non portano lavoro, perché la gente continua a scappare, portano lavoro e benessere soltanto a se stessi.

La seconda parte è dedicata prevalentemente al terremoto del 1997, che distrusse la parte di montagna fra Umbria e Marche e le cui conseguenze sono state sentite per diversi anni in seguito. Ma è dedicata anche, in modo che fatico a collegare con il resto, all’eteronimo di Lipperini, Lara Manni, e all’amica dell’autrice, Chiara Palazzolo. Pagine molto belle, ma appunto un po’ scollegate col resto.

Nell’ultima parte elemento portante sono le Sibille, donne che si nascondevano negli antri, nelle grotte di montagna, e da lì predicevano il futuro a chi si avventurava da loro. Sibille da cui viene il nome dei nostri monti, i Sibillini.

Come dicevo, alcune parti sembra facciano un po’ fatica a stare insieme col resto, ma è un libro molto bello, sia per chi, come me, da quei posti ci viene, sia per chi li conosce, e anche, forse, per chi non li conosce, perché gli venga un po’ di curiosità di andare a vedere questi paesini da cui vengono santi, dove si fermò Casanova, dove si mangia il ciauscolo, dove crescono le lenticchie e le patate rosse, dove c’è un festival di musica celtica, dove il terremoto ha spezzato ma poi si è faticosamente tentato di ricostruire.

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