Janet Frame, An Angel at My Table

Janet Frame, An Angel at My Table, Women’s Press, London 2002. 435 pagine.

Circa un anno fa ho letto Faces in the Water di Janet Frame, che mi ha colpito molto visto il mio interesse per le malattie mentali. Il libro era così bello e così dichiaratamente autobiografico, per quanto romanzato, che ho deciso di acquistare e leggere l’autobiografia dell’autrice.

Mi aspettavo di trovare un racconto dettagliato, oltre che della vita dell’autrice, anche di quegli otto anni passati in manicomio, che non sono affatto pochi. Invece l’autrice si limita a pochi cenni, affermando di avere già raccontato l’esperienza in dettaglio in Faces in the Water. È giusto, per carità, che dedichi molto spazio al resto della sua vita, perché una persona non è un’etichetta, tanto più una persona come Frame che è stata diagnosticata per errore. Però questo libro non è stato quello che mi aspettavo che fosse.

Frame è stata diagnosticata intorno ai vent’anni con un’etichetta terribile: schizofrenia. Questo dopo un tentativo di suicidio. È evidente dunque che Frame soffrisse di qualche tipo di problema, probabilmente depressione, ma in seguito a Londra le fu reso noto, dopo varie approfondite valutazioni, che non aveva mai sofferto di schizofrenia. Nonostante questo Frame passò otto anni della sua vita in manicomio (perché allora in Nuova Zelanda e non solo era proprio un manicomio, non un ospedale psichiatrico), subendo più di duecento elettroshock e arrivando a un passo dalla lobotomia, operazione a cui si decise di non sottoporla più quando si scoprì che l’autrice aveva vinto un premio letterario.

La vita che racconta Frame nella sua autobiografia è piuttosto noiosa e priva di interesse per chi come me non è un fan dei suoi libri (avendone letto appunto solo uno) ma volesse solo sapere della sua presunta malattia mentale.

Ma quello che mi ha dato più fastidio di tutto è un’altra cosa: all’autrice viene fatta questa diagnosi terribile, e lei giustamente si documenta sulla sua presunta condizione, leggendo tutto quello che può sulla schizofrenia. Ebbene, a quel punto, una volta edotta, Frame decide di fingere i suoi sintomi (lo dice lei stessa), ed è proprio questo a condurla in manicomio. A me questa sembra un’aberrazione, nonché una mancanza di rispetto nei confronti di chi di malattie mentali soffre davvero – e sapete bene che di questo gruppo io faccio parte. È evidente che, se ha deciso di fare così, l’autrice aveva senz’altro qualche problema, ma a me sembra incredibile e, ripeto, odioso.

L’unica vicinanza che ho sentito nei confronti dell’autrice è stato quando le hanno “tolto” l’etichetta di schizofrenica, quando lei dice che si sente come spogliata da qualcosa che l’ha definita e caratterizzata per lunghi anni della sua vita. È successo anche a me proprio recentemente, quando sono stata spogliata dell’etichetta di bipolare, portata per 10 anni, sebbene me ne sia stata subito cucita addosso un’altra, più rispondente alla realtà. Ma ho provato anche io quel senso di sconforto, quel dire “bene, e ora sono nuda”.

A parte questo episodio non ho sentito mai nessuna empatia nei confronti dell’autrice, che anzi risulta piuttosto antipatica da quanto è sprovveduta.

So che con questa recensione mi attirerò le ire dei fan, perché ho sempre sentito parlare solo bene di questo libro, ma questo è il mio pensiero, e non ho potuto né voluto censurarmi.

Il libro è tradotto in italiano da Einaudi e Neri Pozza con il titolo Un angelo alla mia tavola.

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