Libri dalla Slovenia

Maribor

Brina Svit, Morte di una primadonna slovena, Zandonai: All’apice della sua carriera artistica, la cantante lirica Lea Kralj concorre al titolo di “Slovena dell’anno”, indetto da una rivista glamour: chiamato a pronunciarsi sulla sua candidatura è un giovane giornalista francese, omosessuale, che negli ultimi anni ha accompagnato la primadonna nelle sue tournée europee, fra teatri, anonime stanze d’albergo, e luoghi d’infanzia. La vita di Lea – che si consuma in amori ambigui o volutamente ancillari e si accende nella sublime arte con cui la primadonna sa rappresentare, come nessun’altra, la morte sulla scena – sembra sempre sul punto di incrinarsi e ci viene restituita dal narratore-accompagnatore attraverso dettagli minimi, in un resoconto frantumato ed ellittico, quasi a scandire un’omelia impossibile. Quel che grava su Lea – via via mutilandola, nonostante il suo talento – è l’ombra della madre, la signora Ingrid, all’apparenza innocua, in realtà emanazione di un archetipo: la madre divoratrice. Madre e figlia celebrano insieme un vero e proprio rituale, le cui tappe iniziatiche sono la distanza, la privazione e il silenzio, nel quale una delle due è destinata a soccombere. La scrittura di Brina Svit, sobria e al tempo stesso avvolgente, tratteggia questo crudele esercizio di annientamento e regressione fin nelle sue più riposte pieghe: sembra nutrirsi di sguardi gettati da dietro le quinte che, in un istante, illuminano sparsi frammenti d’esistenza, prima che essi vengano inghiottiti dal buio.
La mia recensione: https://sonnenbarke.wordpress.com/2014/06/18/brina-svit-morte-di-una-primadonna-slovena-slovenia/

Vladimir Bartol, Alamut, Castelvecchi: «Nulla è vero, tutto è permesso» è la sconcertante legge di Hasan Ibn Sabbah, Capo Supremo della setta ismailita degli Assassini, una legge che annulla tutte le altre, nel nome della fede cieca e delle armi.
Alla fine dell’Undicesimo secolo, la fortezza di Alamut è la base e il rifugio degli Assassini, impegnati nella guerra totale contro la dinastia sunnita dei Selgiuchidi, padroni dell’Iran. Qui vengono portati i giovani Halima e Tahir e qui avviene la loro formazione: la sapienza erotica per Halima, la guerra per Tahir, la filosofia e la religione per entrambi. Ma sopra ogni cosa l’obbedienza assoluta al signore della setta, l’annullamento della propria volontà individuale, il sacrificio di sé in vista del premio finale, un Paradiso di cui solo Hasan, un dio terrestre, detiene le chiavi.
Il suo controllo sulle anime dei credenti è totale, perché Hasan Ibn Sabbah ha un progetto che soltanto alla fine, sotto la minaccia dell’esercito sunnita e della battaglia finale, sarà rivelato. Alamut è un libro maestoso e inquieto, un’opera visionaria che cela la propria densità nelle vesti di perfetto romanzo storico.
Nella sua trama s’intrecciano avventura e filosofia, respiro epico e indagine psicologica, specchio della vastità degli interessi del suo autore e delle angosce del suo tempo – la fine degli anni Trenta – con la chiara coscienza della catastrofe che stava per abbattersi sull’Europa. Per Vladimir Bartol, intellettuale e futuro partigiano, la narrazione storica era certamente anche un veicolo per un’analisi spietata delle pratiche attraverso cui i dittatori drogano e manipolano le coscienze, una denuncia, etica e politica, dei regimi che aveva visto crescere. Ma Alamut è anche un’enciclopedia della sapienza e della follia umane, un luogo denso di metafore e profezie – dai fascismi di ieri all’Islamismo radicale di oggi – e infine la storia di due giovani che si confrontano con un mondo minaccioso e subdolo, che ne userà le paure e i desideri profondi.

Drago Jančar, Aurora boreale, Bompiani: Josef Erdman, un uomo di mezza età, arriva nella piccola città di Maribor, fra Austria e Slovenia, all’alba del 1° gennaio 1938, per incontrare il suo collega Jaroslav. La permanenza in città, però, si rivela subito una discesa agl’inferi, anzitutto per l’attesa (Jaroslav non arriverà mai), poi per le strane persone con cui Erdman si trova ad avere rapporti (aspiranti nobili, misteriosi proprietari di un’azienda di carta moschicida, alcolisti non meglio identificati, medici che vivono in obitorio, sedicenti artisti, la zoppa dell’ufficio postale in cui aspetta invano un telegramma da Jaroslav), infine per il clima di sospetto (pre-nazista) che vige, per cui lui stesso (con la sua immotivata permanenza in città) viene interrogato dalla polizia, e poi pedinato e controllato. Unica consolazione in tutto ciò: Margherita, moglie di uno degli aspiranti nobili che frequenta, con cui inizia una relazione clandestina, poi scoperta dal marito e dunque interrotta. Poco a poco, la solitudine incalza Josef e la nostalgia della donna lo rende ancora più triste. Non resta che continuare ad attendere: che qualcosa succeda, mentre un’aurora boreale, inaspettata e misteriosa, distende la sua luce opaca su tutta la città.

Drago Jančar, L’allievo di Joyce, Ibiskos Editrice Risolo: Narratore, drammaturgo, saggista, pubblicista e redattore, Drago Jančar (Maribor 1948) è uno dei massimi scrittori sloveni contemporanei. Direttore in passato del periodico Katedra , giornalista presso il quotidiano Večer , sceneggiatore della casa cinematografica Viba film, attualmente redattore e segretario della casa editrice Slovenska matica di Ljubljana.
Per i suoi scritti e le sue idee democratiche è stato accusato dal regime jugoslavo di propaganda ostile e incarcerato nel 1974 per tre mesi. L’esperienza ha segnato profondamente anche la sua prosa, incentrata da allora perlopiù sui temi della libertà di pensiero e di espressione, del ruolo dell’intellettuale nella società moderna, della dissidenza politica e della ribellione individuale a qualsiasi forma di potere totalitario.
L’esordio narrativo di Jančar risale alla raccolta novellistica Romanje gospoda Hou vičke (Il pellegrinaggio del signor Hou vička) del 1971, cui ha fatto seguito una nutritissima produzione di romanzi, sillogi prosastiche, drammi, saggi, pièces radiofoniche e sceneggiature televisive.
Narratore pregnante, stilista finissimo e polemista acuto, Jančar è stato tradotto in molte lingue affermandosi come uno degli scrittori sloveni contemporanei più noti e apprezzati in campo internazionale. Per il suo vasto opus narrativo, drammaturgico e saggistico ha ottenuto numerosi riconoscimenti letterari, tra i quali i premi: Fondazione Pre eren (1979), Sterijino pozorje (1982), Badjura (1982), Grum (1982, 1985, 1989), Pre eren (1993), Premio europeo per il racconto (1994), Ro anc (1992, 1994), Kresnik (1998, 2000), Herder (2003) ecc.

Drago Jančar, Il ronzio, Forum: Prigioniero di se stesso e del suo ‘ronzio’, prima ancora che delle mura di un carcere, Keber racconta della feroce rivolta nel penitenziario della Livada, di cui fu uno dei maggiori protagonisti. In una memorabile sequenza di episodi la narrazione passa in rassegna l’esplosione di rabbia dei detenuti, il sapore acre dell’anarchia, l’altalena di cruda violenza e gioia infantile, quando tutte le regole sono improvvisamente sospese, per concludersi con il terribile ritorno di un ordine spietato e crudele. Ma costantemente i ricordi di Keber scivolano dalla realtà alla fantasia, si inoltrano nelle lande di amori al tempo stesso candidi e sensuali, sovrappongono agli eventi vissuti le gesta antiche della grande storia. È così che la rivolta in un carcere jugoslavo si confonde con la guerra giudaica narrata da Flavio Giuseppe, e la Livada diviene una nuova Masada, la fortezza da cui partì l’insurrezione degli ebrei contro il potente esercito di Roma. Allegoria di ogni rivolta dell’esistenza contro l’oppressione della realtà, Il ronzio è un libro che trascende la geografia e la cronaca e si interroga sulla condizione dell’uomo, nel solco della più alta tradizione del Novecento. Corredano il volume alcune fotografie di Klavdij Sluban.

Feri Lainšček, La ragazza della Mura, Beit: Slovenia, Murska Sobota, 1941: alla vigilia dell’invasione tedesca, un giovane ingegnere sloveno rimasto senza i genitori in circostanze tragiche, incontra Zinaida, una ragazza ungherese che vive al di là di quel fiume che ha segnato tutta la sua vita. Per sfuggire alle contrapposizioni, i due progettano di scappare insieme. Ma una rivelazione inattesa scombinerà i loro piani profilando un’inconsapevole colpa, e consegnandoli in balìa del destino della guerra… Premio Kresnik Vana Grada 2007.

Boris Pahor, Necropoli, Fazi: Campo di concentramento di Natzweiler-Struthof sui Vosgi. L’uomo che vi arriva, un pomeriggio d’estate insieme a un gruppo di turisti, non è un visitatore qualsiasi: è un ex deportato che a distanza di anni torna nei luoghi dove era stato internato. Subito, di fronte alle baracche e al filo spinato trasformati in museo, il flusso della memoria comincia a scorrere e i ricordi riaffiorano con il loro carico di dolore e di commozione. Ritornano la sofferenza per la fame e il freddo, l’umiliazione per le percosse e gli insulti, la pena profondissima per quanti, i più, non ce l’hanno fatta. E come fotogrammi di una pellicola, impressa nel corpo e nell’anima, si snodano le infinite vicende che ci parlano di un orrore che in nessun modo si riesce a spiegare, unite però alla solidarietà tra prigionieri, a un’umanità mai del tutto sconfitta, a un desiderio di vivere che neanche in circostanze così drammatiche si è mai perso completamente. Scritto con un linguaggio crudo che non cede all’autocommiserazione, Necropoli è un libro autobiografico intenso e sconvolgente. E se Boris Pahor ci racconta la sua esperienza del mondo crematorio perché la memoria non si perda e la storia non sia passata invano, quella che ci dà non è però solo la fedele testimonianza delle atrocità dei lager nazisti, è anche un emozionante documento sulla capacità di resistere e sulla generosità dell’individuo.

Boris Pahor, Qui è proibito parlare, Fazi: Principale porto dell’impero austro-ungarico, Trieste aveva visto coabitare per secoli culture diverse. Integrata nel Regno d’Italia alla fine della Grande Guerra, fu qui che, per la prima volta e anticipando scenari futuri di quello che sarebbe stato il fascismo non solo sul suolo italiano ma anche in Europa, fu messa in atto una campagna di pulizia etnica: tutto quello che era sloveno, lingua, cultura, gli stessi edifici, doveva sparire. È in questo clima, così cupo e oppressivo, che Ema, giovane slovena originaria del Carso, si aggira piena di rabbia in una luminosa estate degli anni Trenta. Alle spalle ha una storia familiare dolorosa, e ora, a Trieste, cerca un lavoro che le permetta di vivere in modo indipendente, ma le difficoltà che trova e il rancore per un mondo che sente ostile non fanno che accrescere in lei un senso di dolorosa esclusione. Sarà l’incontro con Danilo sul molo del porto a segnare la svolta della sua vita. Maturo e determinato, l’uomo guiderà i passi della ragazza nel difficile e pericoloso cammino della resistenza al fascismo e della difesa della cultura slovena, e su quello non meno tortuoso dell’amore. Abbandonandosi a una passione che si fa sempre più viva e legandosi a Danilo in un’intesa profondissima, Ema riuscirà finalmente a trovare la forza di prendere in mano la propria vita, di darsi senza remore alla lotta per il riscatto del popolo sloveno e di affrontarne con coraggio tutte le conseguenze.

Tutti i libri di Boris Pahor: http://it.wikipedia.org/wiki/Boris_Pahor#Opere_tradotte_o_scritte_in_italiano

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