Libri dalla Serbia

Fortezza di Golubac

David Albahari, L’esca, Zandonai: Da un vecchio e cigolante magnetofono torna a risuonare, a distanza di alcuni anni dalla sua morte, la voce di una donna. È l’io narrante ad aver inciso su nastro questa singolare intervista alla propria madre e quando ne riascolta le parole è ormai emigrato in Canada, dopo essere fuggito dal proprio Paese, la Jugoslavia dilaniata dalla guerra civile.
Albahari tesse con straordinario talento narrativo una fitta trama di corrispondenze simboliche in cui il turbinoso destino di una famiglia ebraica e la testimonianza intensa e sofferta di una coraggiosa figura femminile – più che un angelo del focolare, quasi un angelo del dolore – vanno a comporre la biografia di un’intera nazione, fino al suo tragico disfacimento. E quando il narratore vorrà fare della propria madre la protagonista di un romanzo, ecco che il delicato rapporto fra realtà e finzione lo prende all’amo: la madre è anche la lingua madre da lui rimossa, le pagine rischiano di non essere mai scritte, e fra vita reale e vita immaginata si apre un implacabile confronto, lo stesso che oppone l’aspirante autore a un vero scrittore canadese, suo mentore e amico. Due “poetiche” differenti, due antitetiche visioni del mondo quella europea ostaggio della storia e quella nordamericana orgogliosamente priva di radici e di legami con il passato – rimandano entrambe alla possibilità di una lingua comune, che galleggi «in superficie, al limite dei mondi, al confine tra parola e silenzio».
L’anteprima: http://issuu.com/zandonaieditore/docs/l_esca/1?e=0
La mia recensione: https://sonnenbarke.wordpress.com/2009/07/15/lesca-zink/

David Albahari, Zink, Zandonai: La biografia simbolica di Albahari si arricchisce di un secondo capitolo: se ne L’esca, rende omaggio alla madre, e parla attraverso di lei di un’Europa ferita ma capace di fronteggiare il peso della storia, in Zink il percorso identitario che ruota intorno alla figura paterna è più tormentato, irregolare, quasi in frantumi. Incalzato dai ricordi della lenta e straziante agonia del padre, il protagonista attraversa gli sterminati territori del Nordamerica che, con la loro vastità e solitudine, offrono la perfetta scenografia del disorientamento e della perdita di un centro, nella vita come nella scrittura. Il rapporto con il padre, segnato da atti d’amore mancati o respinti, sembra quasi impedire il racconto minandolo dall’interno: se scrivere significa rivolgersi innanzitutto al padre, alla sua assenza, giunge il momento in cui le parole non soccorrono più e si consegnano all’irriducibile distanza che le separa dalle cose.
Commovente, ironica, dotata di una chiaroveggenza dolorosa, la prosa di Albahari procede intessendo una fitta rete di paradossi e giocando al sovrapporsi dei piani narrativi. Anche l’espediente del romanzo nel romanzo, pressoché una costante nella sua opera, finisce con il mettere a nudo l’impossibilità di raccontare la morte. Resta indicibile e inafferrabile, la morte; al massimo possiamo coglierne il risuonare: un misterioso rumore metallico, che vibra per un istante nell’aria, raggelante e dolce al contempo.
L’anteprima: http://issuu.com/zandonaieditore/docs/_issuu__zink/1?e=0
La mia recensione: https://sonnenbarke.wordpress.com/2009/07/15/lesca-zink/

Tutti i libri di David Albahari: http://it.wikipedia.org/wiki/David_Albahari

Filip David, Il principe del fuoco, Zandonai: I dieci racconti dell’occulto che compongono questo straordinario libro – in cui la tradizione mistica ebraico-orientale si fonde con la migliore letteratura del fantastico – giocano a manipolare il tempo: lo deformano, lo sdoppiano, lo ritardano. Solo così, sembrano dirci, tempo e destino possono incontrarsi, solo così scaturiscono narrazioni abissali sull’esistenza terrena. I personaggi di David – sempre in fuga dalla realtà – finiscono infatti per sprofondare in labirinti in cui i confini fra veglia e sogno, vita e morte, presente e passato quasi scompaiono. Come nelle Botteghe color cannella di Bruno Schulz anche la prosa di David prolifera di prodigi, metamorfosi, esercizi d’illusionismo ed è abitata da figure stravaganti – taumaturghi, cantori, cabalisti, ebrei erranti e lunatici – colte nel momento in cui si trovano a fronteggiare terrori e angosce. La porta del mondo dove avevano vissuto fino a quel momento si apre e davanti a loro, dentro di loro, può comparire il monte degli uomini perduti oppure la terra primordiale madre di tutti i sogni angosciosi, o ancora un inquietante alfabeto composto da “lettere-occhi”, o infine l’arcangelo Gabriele che marchia le fronti con segni di sangue.
L’anteprima: http://issuu.com/zandonaieditore/docs/_issuu__il_principe_del_fuoco/1?e=0

Ivo Andrić, Romanzi e racconti, Mondadori: Un volume dei Meridiani dedicato alle opere di Ivo Andric. Attraverso nuove traduzioni – condotte con estrema fedeltà alla lingua dell’originale – il volume offre un’ampia e significativa scelta della produzione narrativa dell’autore. Accanto a una sezione di racconti (tra cui diversi testi mai pubblicati in Italia) vengono presentati i due romanzi maggiori. Nella Cronaca di Travnik il periodo narrato è quello che va dal 1807 al 1814, e la vicenda si apre con l’arrivo nella città bosniaca sottomessa all’impero ottomano di francesi e austriaci, incaricati di aprirvi rappresentanze consolari: un evento che provoca l’inevitabile scontro di mentalità tanto differenti. Nel Ponte sulla Drina l’orizzonte cronologico si allarga fino ad abbracciare quattro secoli, dal 1516 alla Prima guerra mondiale, dalla dominazione turca a quella austriaca. Una successione di eventi spesso drammatici e spesso avventurosi, come la storia del ragazzino che nel XVI secolo, deportato dai dominatori turchi, finisce col diventare Gran Vizir. Il saggio introduttivo è firmato da Predrag Matvejevic (Mostar 1932), noto romanista, studioso e brillante saggista, una delle maggiori figure intellettuali dell’Europa contemporanea.

Miloš Crnjanski, Migrazioni, Adelphi: Migrazioni, epos possente dove si mescolano i destini di alcuni singoli e quelli di un intero popolo – i serbi che nel Settecento abitano la terra della Vojvodina, al confine tra l’Impero austroungarico e quello ottomano –, è dominato da un senso di smarrimento e di sradicamento, dalla nostalgia di ogni patria perduta e dal sogno di ogni terra promessa, nonché dalla percezione di un fluire perenne, cieco e rabbioso, di correnti sotterranee che bagnano le radici della Storia.

Vladimir Dimitrijević, La vita è un pallone rotondo, Adelphi: Il calcio pone questioni assai ardue, che forse per la loro intrinseca difficoltà vengono spesso evitate – o mal risolte – nei libri. Per esempio: qual è il limite che accomuna calciatori come Pelé e Platini? Perché Beckenbauer è qualcosa di simile a un epigono di Paul Valéry? Perché questi tre esimi calciatori non reggono il confronto con Diego Armando Maradona? Perché alla finale Brasile-Italia di USA ’94 è mancata l’aura che in genere caratterizza tali cerimonie planetarie? Qual è la colpa esasperante di Helenio Herrera? Quali sono i danni del «calcisticamente corretto»? Per quale maledizione i giocatori brasiliani non sono più capaci di segnare goal «accarezzando la palla»? A cosa si deve la «sclerosi democratica» che annichilisce le partite nella paura e nella noia? E infine: è in grado il calcio, «il re dei giochi», di sopravvivere all’epoca della sua riproducibilità televisiva? Soltanto un uomo temerario e inclassificabile come Vladimir Dimitrijević poteva affrontare questi temi senza batter ciglio. Tanto più che fu grazie al calcio (era un promettente centrocampista) se, dopo un’avventurosa fuga dalla invivibile Iugoslavia degli anni Cinquanta, Dimitrijevic riuscì a ottenere un permesso di lavoro in Svizzera. Un permesso che gli consentì in seguito di fondare la casa editrice L’Âge d’Homme e di pubblicare molte meraviglie della cultura slava moderna, nonché autori improbabili ed essenziali come Albert Caraco.

Danilo Kiš, Giardino, cenere, Adelphi: Profumo di vaniglia e semi di papavero, un vassoio nichelato con sottili mezzelune lasciate dal fondo dei bicchieri, piccoli tram azzurri, gialli e verdi che si rincorrono tintinnando, il cancello di un parco dietro il quale spuntano cervi e cerve, «come ragazzini di buona famiglia di ritorno dalla lezione di piano». All’inizio di questo romanzo c’è un pullulare di sensazioni, una nube tattile, olfattiva, onirica, che si sposta in una cauta esplorazione del mondo, come l’occhio del bambino Andreas, il narratore. La parola «morte» trafigge questa nube, è un numero fatale stampato sul buio. E il bambino gioca con il sonno, gli tende agguati, in preparazione alla grande lotta con la morte. Aveva deciso di «assistere un giorno consapevolmente alla venuta della morte e così vincerla», e nell’attesa voleva sorprendere l’angelo del sonno.
Intorno ad Andreas, vediamo la sorella Anna, che piange la sera perché il giorno è finito e non torna più; e la madre Marija, seduta davanti a una imponente macchina da cucire Singer di ghisa nera. E soprattutto vediamo, seppure soltanto in apparizioni imprevedibili e balzane, il padre Eduard Sam, ispettore delle ferrovie a riposo, ma in realtà trickster decaduto, che non dispone più di molti poteri, eppure è ancora aureolato di eventi prodigiosi e irrisori. Autore di un Orario delle comunicazioni tranviarie, navali, ferroviarie e aeree che, arricchendosi di edizione in edizione, si trasforma in opera interminabile, come una mappa che volesse coincidere con il territorio rappresentato, Eduard usa mostrarsi con bombetta e redingote imbrattata, e sfida l’iniquità del mondo dietro occhiali con montatura metallica, stringendo in pugno un bastone. Compreso della sua vocazione di mistificatore, non è mai se stesso, ma il nebbioso ricordo di qualcos’altro, e il giovane Andreas, fantasticatore selvaggio, percepisce in lui la compresenza di molte vite: «Ed eccolo, mio padre, seduto nel carro accanto a una giovane zingara dalle poppe rigonfie, maestoso come il principe di Galles o, se volete, come un croupier o come un maître d’hôtel (come un illusionista, come un impresario di circo, come un domatore di leoni, come una spia, come un antropologo, come un maggiordomo, come un contrabbandiere, come un missionario quacchero, come un sovrano che viaggi in incognito, come un ispettore scolastico, come un medico di campagna e, infine, come un commesso viaggiatore, rappresentante di una compagnia occidentale per la vendita dei rasoi di sicurezza)». Un giorno, in un raro momento di sobrietà, Eduard accenna al figlio il suo segreto: «Non è possibile, giovanotto mio, e questo ricordatelo per sempre, non è possibile recitare la parte della vittima per tutta la vita senza diventarlo alla fine davvero». La storia si incaricherà presto di avverare la profezia.
In una continua osmosi di sensazione e visione, questo romanzo raggiunge una precisione evocativa che penetra nelle fibre della mente, in un modo che ricorda Bruno Schulz. Qui, come una splendida carovana di stracci e paccottiglia, ci sfila davanti il mondo saturo di esperienze dell’Europa centrale mentre sta per abbandonarsi alla morte, visto con gli occhi del bambino sognatore e ribelle che alla morte voleva dare scacco.
Giardino, cenere è apparso per la prima volta nel 1975.

Danilo Kiš, Enciclopedia dei morti, Adelphi: L’Enciclopedia dei morti di cui si parla nel racconto che dà il titolo a questo libro è un’opera in migliaia di volumi dove sono ammesse soltanto le voci riguardanti persone che non compaiono in alcun’altra enciclopedia. Vale a dire la massa sterminata degli ignoti, che qui si ritrovano raccontati in un «incredibile amalgama di concisione enciclopedica e di eloquenza biblica». Opera fantastica, ma che ha un sinistro corrispettivo nella realtà: vicino a Salt Lake City, in gallerie scavate dentro la roccia, sono conservate dai mormoni le schede di più di diciotto miliardi di persone. Questo rapporto trasversale, e quasi di esaltazione reciproca, tra il fantastico e la cronaca si ritrova anche in altri racconti di questo libro – e può riguardare, all’occasione, la storia dei funerali di una prostituta o quella dei Protocolli dei Savi di Sion, le leggende dello gnostico Simone o quella dei Sette Dormienti di Efeso, o le vicissitudini dell’infelice Kurt Gerstein, infiltrato fra gli sterminatori nazisti, come se Kiš fosse perennemente ispirato da «quel bisogno barocco dell’intelligenza che la spinge a colmare i vuoti» (Cortazar). Secondo le parole dell’autore, «tutti i racconti di questo libro nascono, in misura maggiore o minore, sotto il segno di un tema che chiamerei metafisico; a partire dall’epoca di Gilgamesh, la questione della morte è uno dei temi ossessivi della letteratura. Se la parola divano non richiedesse colori più luminosi e toni più sereni, questa raccolta potrebbe avere il sottotitolo di Divano occidentale-orientale, con un chiaro riferimento ironico e parodistico».

Tutti i libri di Danilo Kiš: http://www.adelphi.it/catalogo/cerca/reply/smart/YTo0OntzOjQ6InR5cGUiO3M6NToic21hcnQiO3M6NzoiT3JkZXJCeSI7czo1OiJzY29yZSI7czoxOiJxIjtzOjEwOiJLaXMgRGFuaWxvIjtzOjQ6IlNvcnQiO3M6NzoiZGVmYXVsdCI7fQ==/p1

Jasmina Tešanović, La mia vita senza di me, Infinito: Da Tito a oggi, passando per i bombardamenti della Nato su Belgrado durante la guerra del Kosovo, uno spaccato imperdibile della società, degli usi, della cultura, dei tic sociali, della politica serba. Ma non solo. Un padre spia jugoslava, una mamma medico, una vita vissuta partendo dalla Jugoslavia e tornando in Serbia, attraverso l’Egitto, gli Stati Uniti, l’Italia. Paese, quest’ultimo, in cui ha conosciuto Montale, Moravia, Pasolini… Questo libro, scritto in prima persona da una delle più grandi protagoniste del mondo culturale della Serbia degli ultimi trent’anni, è una cavalcata lunga mezzo secolo intrisa di nero humour balcanico che vi farà capire, riflettere, ridere, a tratti impressionare.

AA. VV., Casablanca serba, Feltrinelli: “Perché io, io so con certezza dove sono stato quel mattino; nella Città madre di tutte le città, nella città in cui, in fondo, viviamo tutti, quando dalle sue strade scompaiono le illusioni, quando l’alba mostra chiaramente solo ciò che esiste davvero.”
Che sia la città deserta di Petković, quella schiacciata dalla Storia di Tešanović o quella incantata di Tišma, la Belgrado postbellica è l’incontrastata protagonista di quest’antologia. Se è ancora abitata, è popolata da singolari esseri paranoici, surreali, nostalgici, sarcastici, iperreali, comunque paradossali e ancora innamorati di una Belgrado, un tempo utopico crocevia balcanico di Oriente e Occidente, ora città fantastica, parallela, ombra di quella antecedente la scomparsa delle illusioni. Belgrado-Casablanca è un’antologia che permette di dare una chiara percezione al lettore italiano dell’attuale paesaggio letterario serbo, un paesaggio che ha preso forma nel corso degli anni ottanta in opposizione al regime di Milošević e che ha continuato a evolversi nelle direzioni più disparate. I suoi differenti sviluppi letterari, dal racconto storico a quello psicologico, da quello surreale a quello sentimentale, trovano nella città di Belgrado un epicentro di straordinaria vivacità nel quale confluiscono le più diverse influenze storiche, geografiche e culturali. Da “classici” come Danilo Kiš ad autori più giovani come Aleksandar Gatalica e Nina Ivančević, il meglio della letteratura serba a confronto con l’immagine di una città-capitale, fondamentale per capire il drammatico e stimolante rapporto Occidente-Oriente.

Dusan Veličković, Serbia hardcore, Zandonai: Brillanti e beffarde, colte e irriverenti, queste short stories, veri e propri “racconti dal vivo”, vanno quasi a comporre un romanzo in frantumi e narrano di un luogo chiamato Belgrado, di un Paese chiamato Serbia in una travagliata fase di transizione. Veličković presta la propria voce a una comunità lacerata, che vive in biblico tra un «passato che non è mai passato» e dal quale si ereditano conflitti, tragedie e triviali derive nazionalistiche, e un futuro appeso a un filo di incertezza e scetticismo che dovrà sciogliere il dilemma di una colpa collettiva. Acuto interprete degli umori, delle sensazioni e dei sogni nascosti di una città intera, così come del proprio singolare spaesamento, l’autore è un intellettuale che ancora pratica il “conosci te stesso” pur se con laconico disincanto. La medesima disillusione con cui denuncia un regime liberticida che soffoca critica e dissenso, e un Occidente libero e democratico che getta bombe “intelligenti” nel cortile di casa sua. Una confessione che è insieme testimonianza civile e autoterapia, sguardo amaro e irresistibilmente ironico gettato sul presente da un luogo che in realtà è un vizio irrinunciabile. Questo vizio si chiama Belgrado.
L’anteprima: http://issuu.com/zandonaieditore/docs/_issuu_serbia_hardcore/1?e=0

Dusan Veličković, Balkan pin-up, Zandonai: C’era una volta la Jugoslavia di Tito che offriva al mondo, tra innumerevoli contraddizioni e storture, l’immagine di una società alternativa. Ma Dušan Veličković diffida della retorica ufficiale e decide di risalire il corso accidentato della storia dei Balcani inseguendo una collezione di esperienze personali. Le piccole catastrofi dell’infanzia, lo slancio rivoluzionario della giovinezza, il sarcasmo disincantato della maturità si ricompongono in un vivido mosaico i cui dettagli svelano la fragilità di ogni ideologia e la casualità degli incontri che si riveleranno decisivi per la vita intera.
L’anteprima: http://issuu.com/zandonaieditore/docs/balkan_pin-up_issuu/1?e=3093473/6646148

Zoran Živković, L’ultimo libro, TEA: Che cosa terribile! Purtroppo alla libreria Il Papiro si è verificato un triste incidente. Il signor Todorović, uno dei clienti più affezionati, è morto improvvisamente, mentre stava leggendo un libro seduto su una poltrona. Vera Gavrilović, una delle due libraie, è costernata, e quando arriva l’ispettore Dejan Lukić, per un semplice controllo, gli comunica a cuore aperto tutto il suo sconcerto e la sua preoccupazione. Non è che l’inizio, ahimè, perché al primo si sussegue un altro decesso, e poi un altro. Le morti sono inspiegabili, l’unica traccia è che tutte le vittime stavano leggendo un libro. Per Dejan, poliziotto amante dei libri, e Vera, libraia appassionata, comincia una strana indagine, sempre più incalzante, che si allargherà e si complicherà fino a coinvolgere addirittura la polizia segreta. Finché non s’imbatteranno nell’ultimo libro.
Mentre la storia si dipana, svolta dopo svolta, le pagine di questo romanzo, nitide e scorrevoli, inducono con disinvolta maestria a riflettere sulle questioni che più appassionano chi ama i libri: che rapporto c’è tra un autore e i suoi personaggi? Qual è la relazione tra sogno e letteratura? Cosa succede quando si apre un libro? Alla sua prima traduzione in Italia, Zoran Živković si presenta con un romanzo che racchiude l’essenza del suo inconfondibile mondo narrativo: raffinato, immaginifico, surreale.

Zoran Živković, Sei biblioteche, TEA: Dopo il giallo atipico L’ultimo libro, Živković continua la sua inimitabile esplorazione narrativa del mondo dei libri con una serie di storie collegate tra loro che esplorano il tema della biblioteca, da quella personale a quella pubblica. Un appassionato lettore si trova ad affrontare una biblioteca di casa che cresce a dismisura sino a occupare ogni centimetro quadrato del proprio appartamento; nella biblioteca virtuale uno scrittore scopre i libri che non ha ancora scritto; nella biblioteca notturna un lettore ritardatario si trova a consultare, per una sola notte, le vite di tutti gli esseri umani come se fossero altrettanti libri; nella biblioteca infernale si scopre quale sarà la pena dei peccatori, mentre la biblioteca più piccola può essere acquistata soltanto su una bancarella. Nella biblioteca più raffinata infine? Sempre surreale, spiazzante e intrigante, Živković è capace di sorprendere nel giro di una pagina e ha il dono unico di trasformare la nostra passione di lettori in narrazioni avvincenti e curiose.

Tutti i libri di Zoran Živković: http://www.tealibri.it/author/zivkovic_zoran/

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