Libri dalla Palestina

Ramallah

Susan Abulhawa, Ogni mattina a Jenin, Feltrinelli: Attraverso la voce di Amal, la brillante nipotina del patriarca della famiglia Abulheja, viviamo l’abbandono della casa dei suoi antenati di ‘Ain Hod, nel 1948, per il campo profughi di Jenin. Assistiamo alle drammatiche vicende dei suoi due fratelli, costretti a diventare nemici: il primo rapito da neonato e diventato un soldato israeliano, il secondo che invece consacra la sua esistenza alla causa palestinese. E, in parallelo, ripercorriamo la storia di Amal: l’infanzia, gli amori, i lutti, il matrimonio, la maternità e, infine, il suo bisogno di condividere questa storia con la figlia, per preservare il suo più grande amore. La storia della Palestina, intrecciata alle vicende di una famiglia che diventa simbolo delle famiglie palestinesi, si snoda nell’arco di quasi sessant’anni, attraverso gli episodi che hanno segnato la nascita di uno stato e la fine di un altro. In primo piano c’è la tragedia dell’esilio, la guerra, la perdita della terra e degli affetti, la vita nei campi profughi, come rifugiati, condannati a sopravvivere in attesa di una svolta. L’autrice non cerca i colpevoli tra gli israeliani, che anzi descrive con pietà, rispetto e consapevolezza, racconta invece la storia di tante vittime capaci di andare avanti solo grazie all’amore.
La mia recensione: https://sonnenbarke.wordpress.com/2014/06/09/susan-abulhawa-ogni-mattina-a-jenin-palestina/

Suad Amiry, Sharon e mia suocera. Se questa è vita, Feltrinelli: Una donna palestinese, colta, intelligente e spiritosa, tiene un ‟diario di guerra”. Gli israeliani sparano ma, nella forzata reclusione fra le pareti domestiche, ‟spara” anche la madre del marito, una suocera proverbiale. In pagine scoppiettanti di humour e di lucidità politica e sentimentale, i colpi bassi di Sharon e del suo governo finiscono per fare tutt’uno con le idiosincrasie della suocera petulante, con la quale l’autrice si trova a trascorrere in un involontario tête à tête il tempo dell’assedio. Ma, come la guerra, neanche l’avventura cominciata con Sharon e mia suocera finisce ed ecco che Suad Amiry con Se questa è vita ci regala una nuova puntata del suo irresistibile diario di guerra e di vita quotidiana dai Territori occupati. Con l’indiavolato humour che la contraddistingue e sfoderando un’ormai piena e affilata sapienza narrativa, ci conduce da una stazione all’altra del calvario palestinese, facendoci piangere, ridere, sdegnare, riflettere, connettere, ricordare. Portandoci, con tono lieve e tragicomico, a scoprire i piccoli e grandi contrattempi del vivere nel devastato scenario mediorientale. Al centro del suo affresco narrativo, come sempre, l’ingombrante e svagata suocera Umm Salim, che resiste alla brutalità dell’occupazione militare con abitudini da tempi di pace, orari, buone maniere. Attorno a lei un balletto indiavolato di vicini di casa, parenti, amici, funzionari israeliani, spie e collaboratori, cani, muri in costruzione, paesaggi splendidi e violati, checkpoint e soldati.

Suad Amiry, Niente sesso in città, Feltrinelli: Al ristorante Darna, a Ramallah, si riunisce periodicamente un gruppo di donne accomunate da due elementi: la menopausa e il legame, per nascita o elezione, con la Palestina. Intorno al tavolo, sul quale si succedono le prelibatezze assemblate nella cucina del galante Usamah, si intrecciano le storie privatissime di Ola, Jamileh, Lena, Rana e delle loro amiche: ognuna parla di sé con sincerità ed emozione, sullo sfondo più ampio delle tormentate vicende politiche e sociali del Medio Oriente, dal nazionalismo di Abdul Nasser alla vittoria di Hamas, passando per la guerra del ’67, la questione libanese e Arafat.
L’amore, la guerra, la famiglia, la politica, il sesso, la vita e la morte sono alcuni dei grandi temi sui quali le commensali si confrontano – a volte con ironia, a volte con accenti più sofferti – rivelando sogni e aspirazioni, fragilità e ferite mai del tutto sanate, delusioni, speranze e segreti. E, attraverso il loro racconto, prende vita tutto un mondo fatto di case, strade, voci, stanze, paesaggi, popolato da un gruppo variopinto e meravigliosamente assortito di parenti stravaganti, di volta in volta burberi, teneri, crudeli, eccentrici, comici o cupamente tragici.
Una grande storia al femminile che spazza via i cliché e le gratuità violente e ottuse dell’attualità televisiva. Qui c’è la vita. Ci sono molte vite. E c’è forse, indicata, fra un ricordo e una delusione, fra un sapore forte di spezie e un terrore che fa sobbalzare il petto, la piccola strada che porta oltre il conflitto.

Suad Amiry, Murad Murad, Feltrinelli: Cambiare sesso. Suad Amiry sa benissimo che è questo l’unico modo per raccontare la paradossale condizione dei lavoratori palestinesi costretti a superare il confine con Israele per trovare lavoro. E così fa. Suad si traveste da uomo e raggiunge nottetempo un villaggio vicino a Ramallah da dove comincia il suo viaggio, lungo le strade costeggiate di olivi che conducono in Israele, insieme al fido Mohammad, a Murad – sfrontato, grezzo, tamarro, un ragazzo come tanti – e ai loro amici. Ridono, scherzano, parlano del lavoro che, forse, li aspetta al di là del confine, ma la testa è sempre altrove: ai soldati israeliani che potrebbero arrestarli da un momento all’altro, alla diffida che riceverebbero se venissero presi e che sancirebbe una ‟carcerazione preventiva”, alla pallottola sparata da qualche cecchino nascosto tra gli alberi.
Quando, dopo una marcia sulle colline e una serie di traversie, riescono infine a superare il muro e a mettere piede in Israele, è tardi: il lavoro non c’è più. Si confondono con i civili israeliani e salgono su un autobus per cominciare il viaggio di ritorno verso casa. Davanti a loro un paesaggio non ignoto ma visto forse per la prima volta con occhi diversi: tutto quello che era stato ‟palestinese” non c’è più, non c’è più memoria dell’architettura, delle coltivazioni, della vita quotidiana di un popolo che lì è vissuto per secoli.

Suad Amiry, Golda ha dormito qui, Feltrinelli: Di cosa è fatta la bellezza di una casa, se non della vita di chi la abita? Ma quando accade che un intero popolo si trovi all’improvviso espropriato delle sue dimore, la domanda che passa, amara, di bocca in bocca è soltanto una: che fine fa quella bellezza, e che fine fa l’anima di chi in quelle case, in quei palazzi, in quei giardini, ci ha vissuto, ci ha pianto e ci ha gioito, per una vita intera? Questa storia ha inizio nel 1948, quando gli inglesi, partendo da Israele, lasciarono due popoli in lotta: l’uno con tutto, l’altro con niente. Suad Amiry, palestinese, racconta quella perdita inestimabile, quella dei muri con dentro le anime, la memoria, i gesti, gli affetti. Muri a cui oggi, ai vecchi proprietari di sempre, è addirittura proibito avvicinarsi, è preclusa la vista, la memoria delle sensazioni. Come all’architetto Andoni, che vorrebbe tornare nell’abitazione che ha progettato e costruito, il “suo gioiello”, e scopre in tribunale di non poterlo fare in quanto “proprietario assente”; o come a Huda, che preferisce testardamente la cella alla condanna di non poter rientrare nella casa dei genitori. Insieme agli effetti di un conflitto storico che dura da allora, Suad Amiry, con profonda grazia e humour dissacrante, si confronta con un tema universale e potente com’è quello della casa, che finisce per coincidere con la nostra stessa identità, con la nostra stessa, comune, storia.

Ghassan Kanafani, Uomini sotto il sole, Sellerio: Ghassan Kanafani (morto giovane, in un attentato, nel 1972), fu scrittore – tra i più significativi della letteratura araba – giunto all’impegno attivo nella lotta del suo popolo dopo i primi libri, e dopo l’attività giornalistica: giunto, si può dire – usando una espressione vecchia ma che si attaglia alla questione palestinese per la quale vale come criterio l’odiosa coppia amico/nemico meglio di ogni altro giudizio -, alla critica delle armi passando dalle armi della critica. Sono dunque pietre le sue parole, e nella loro scabra durezza ritorna il dolore per la terra perduta, la sofferenza dei profughi, la speranza. Ma senza la rozzezza semplice dei nazionalismi (per cui Kanafani è, come dice Vincenzo Consolo presentandolo in questo libro, «prima di essere il palestinese di Acri, scrittore di prim’ordine»), semmai cercando, al fondo delle immediate contrapposizioni, l’inquietudine che nasce dall’osservare il cuore innocente della sofferenza, la sorte di chi non ha nessun riparo. Così la vicenda dei tre uomini sotto il sole – che fuggono dai campi profughi verso il ricco Kuwait e trovano una delle sorti comuni ai molti senza riparo in questo mondo – racconta dell’inferno che si trova subito dietro l’angolo dell’Occidente.

Ghassan Kanafani, Uomini e fucili, Cicorivolta: Ghassan Kanafani ha descritto questa opera, pubblicata per la prima volta nel 1968, come una raccolta di racconti brevi.
In realtà, il libro si compone di due parti nettamente distinte e completamente diverse l’una dall’altra. Mentre la seconda sezione è una vera e propria silloge di racconti brevi, la prima parte è un qualcosa di più. Si tratta di una serie di storie, ciascuna indipendente e compiuta in sé, che costituiscono nel complesso, per coesione tematica e compositiva, una sorta di breve romanzo.

Tutti i libri di Ghassan Kanafani: http://it.wikipedia.org/wiki/Ghassan_Kanafani

Akram Musallam, La danza dello scorpione, Il Sirente: In una discoteca sulla costa israeliana un giovane palestinese scorge un tatuaggio a forma di scorpione sulla schiena di una turista francese con la quale trascorre la notte. La ragazza non gli invierà più alcuna notizia, sarà invece il piccolo scorpione a prendere vita e ad apparirgli spesso in sogno nel tenace quanto fallimentare tentativo di arrampicarsi su di uno specchio dal quale scivolerà grondante di sudore. Lo scorpione diventa la metafora della condizione di impotenza e di mancanza vissuta dai Palestinesi.
Con uno stile lucido e amaro, intriso di ironia e autoderisione, l’autore della “storia dello scorpione che grondava sudore” ripercorre anno dopo anno, sullo sfondo della Seconda Intifada e degli Accordi di Oslo, la storia recente della Palestina, che si intreccia indissolubilmente alla vita di un apparentemente bizzarro palestinese che annega nei sogni e cerca l’ispirazione per il suo nuovo libro.

Edward Said, Orientalismo, Feltrinelli: “Orientalismo è un ripensamento di quello che per secoli è stato ritenuto un abisso invalicabile tra Oriente e Occidente. Il mio scopo non era tanto eliminare le differenze – chi mai può negare il carattere costitutivo delle differenze nazionali e culturali nei rapporti tra esseri umani? –, quanto sfidare l’idea che le differenze comportino necessariamente ostilità, un assieme congelato e reificato di essenze in opposizione, e l’intera conoscenza polemica costruita su questa base. Ciò che auspicavo era un nuovo modo di leggere le separazioni e i conflitti che avevano provocato ostilità, guerre e l’affermarsi del controllo imperialista. Anche se le diseguaglianze e i conflitti da cui è nato il mio interesse per l’orientalismo come fenomeno culturale e politico non sono scomparsi, oggi si è perlomeno raggiunto il consenso sull’idea che tutto ciò non rappresenta una situazione immutabile, bensì un’esperienza storica la cui fine (o perlomeno il cui parziale superamento) può essere a portata di mano.” Dalla Postfazione

Edward Said, Sempre nel posto sbagliato, Feltrinelli: Edward W. Said resta tra gli intellettuali più stimati del nostro tempo, per l’importanza dei suoi studi critici ma anche per la coraggiosa militanza in difesa dei diritti umani. Nasce a Gerusalemme nel 1935, erede di una ricca famiglia palestinese cristiana, e conduce i suoi primi studi nel prestigioso Victoria College del Cairo. Il futuro re di Giordania Hussein e Omar Sharif sono tra i suoi compagni. Ma il giovane Edward rifiuta il modello educativo dei cosiddetti Wog (Westernised Oriental Gentlemen) e incoraggiato dal padre, imprenditore ambizioso ed esigente, si trasferisce in un college del Massachusetts. Nel 1948, dichiarato lo stato di Israele, la sua famiglia è espropriata di tutti i beni. Edward decide di combattere per i diritti del popolo palestinese, per uno stato binazionale, laico e democratico. Diventa un rifugiato politico. Vita intensa la sua, brillante ma anche scomoda, segnata dalla sofferta condizione dell’esilio ma anche da una ricchissima esperienza, in bilico tra i luoghi più prestigiosi della cultura occidentale e un Medioriente agitato da ingiustizie e conflitti. Una rara forma di leucemia induce l’autore a raccontarsi in questo libro, a dire cosa significa sentirsi ‟sempre nel posto sbagliato”, in un’autobiografia avvincente che contiene l’avventura degli incontri e delle idee ma anche la drammaticità della lotta e dell’esclusione. Al suo apparire, quest’opera ha suscitato un feroce dibattito sui giornali americani, israeliani e inglesi, come a dimostrare che l’infaticabile impegno di Said continua ancora a generare fecondi insegnamenti e inquietudini. A dieci anni dalla prima pubblicazione e dopo la morte di Said, si presenta come il suo testamento spirituale.

Tutti i libri di Edward Said: http://www.amazon.it/s/ref=nb_sb_noss?__mk_it_IT=%C3%85M%C3%85%C5%BD%C3%95%C3%91&url=search-alias%3Dstripbooks&field-keywords=Edward+Sa%C3%AFd&rh=n%3A411663031%2Ck%3AEdward+Sa%C3%AFd

Ibrahim Souss, Lontano da Gerusalemme, Tranchida: «Non è facile liberarsi della follia degli uomini» dice Nabil alla moglie Gabriella, di fronte a un quadro raffigurante la città di Gerusalemme. Il loro è un amore difficile, contrastato dalla storia. Lui è arabo palestinese, lei ebrea fuggita dalla Germania. La loro vicenda nasce e si sviluppa negli anni che vanno dal 1935 al 1948, periodo in cui, parallelamente, il ritorno degli ebrei dall’Europa, spalleggiati da un lato dal governo britannico, dall’altro dal movimento sionista, dà l’avvio a una seconda diaspora, quella dei palestinesi.
Lontano da Gerusalemme non esita, si apre con i rumori delle fucilate e delle esplosioni e l’odore del fumo di una casa che brucia. Le città sono sotto l’assedio dei carri armati e da molti anni, ormai, gli attentati terroristici dell’Irgun e della Banda Stern, i gruppi armati israeliani, insanguinano le città della Palestina; dagli altoparlanti installati sui veicoli militari, una voce sbraita: «A tutti gli arabi che ci ascoltano… questo non è più il vostro Paese… Non rispondiamo delle vostre vite.» E così, un nuovo flusso di disperati percorre la storia, quello dei palestinesi costretti ad abbandonare le loro abitazioni, la loro terra, le loro radici, per diventare profughi senza meta e senza diritto alcuno. Eppure, si domandano più o meno esplicitamente i personaggi coinvolti in questa tragedia, coloro che per primi hanno patito sulla propria carne l’efferatezza assurda, folle, scientifica dell’uomo, non dovrebbero riproporla su altri innocenti: «Nulla hanno imparato dalla loro tragica memoria.» Ma se i padri lottano per la resistenza, i figli mettono al servizio di questa battaglia tutto l’ardimento e la speranza che solo la loro giovinezza può generare. E questa forza si riversa e si sublima nella musica, metafora e allo stesso tempo realtà, tema che accompagna in filigrana i fatti di sangue e la paura, come anche la fiducia in una società nuova.
Il finale ci stringe la gola, commuove e fa nascere un grido in tutti noi che siamo stati spettatori impotenti di un dramma insensato che ancora non ha termine, snodandosi, con sinistri passaggi di testimone, dall’Olocausto al sacrificio arabo-musulmano. Ciò nonostante, Nabil riesce ancora dire, con la pena nel cuore, che «non può cadere sotto le bombe anche il sogno che ci anima».

Ibrahim Souss, Lettera a un amico ebreo, Tranchida: Un uomo scrive mettendo a nudo il suo animo. Ha tante cose da raccontare all’amico destinatario della missiva, cose dure e importanti, che segnano un’esistenza. La posta in gioco è talmente alta da non poter essere elusa, dimenticata, sviata. Oltrepassa il destino individuale di mittente e destinatario per racchiudere quello di due popoli. Trae origine da una guerra che appare tanto più inestinguibile quanto più atroci ne risultano essere le coordinate e oscuri gli obiettivi.
Sguardi, volti, resistenze vissute con tenacia e disperazione, esodi e fughe, morti inutili e insensate, alla ricerca di un perché: le origini che stanno alla radice del conflitto tra israeliani e palestinesi.
Ibrahim Souss, il grande scrittore palestinese, mette a fuoco con passione i motivi del conflitto, analizzando con chiarezza i progetti, la sofferenza di entrambi gli antagonisti.
Rivolgendosi al suo amico ebreo fa propri i suoi punti di vista per poterli confutare, denunciandone la logica d’aggressione che ne è alla base, ma la sua ardente arringa non può fare a meno di valutare una realtà tanto più complessa in quanto multiforme e sfaccettata.
Così se “essere ebreo significa essere specchio dell’uomo nella sua globalità, uno specchio forse in frantumi; rotto da secoli di dispersione, di alienazione ma nel quale continuamente si ricompone l’immagine ostinata di una delle più forti esperienze umane di resistenza al tempo” l’identità palestinese è segnata dalla durezza di una ferita difficilmente rimarginabile.
Tradotto in undici paesi del mondo, Lettera a un amico ebreo è uno dei libri più discussi degli ultimi anni: un messaggio di pace che sappia superare le barriere che dividono i popoli.

Tutti i libri di Ibrahim Souss: http://it.wikipedia.org/wiki/Ibrahim_Souss

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