Libri dai Paesi Bassi

Gerhard Durlacher, Strisce nel cielo, Iperborea: Nel tardo sole pomeridiano di inizio agosto 1944, durante l’ennesimo rito della conta, dei bianchi fili di lana si disegnano all’improvviso nell’azzurro chiaro del cielo sopra Auschwitz: migliaia di occhi si levano a guardare i quasi invisibili puntini di metallo degli aerei alleati che si allontanano. Le bombe cadranno sulla zona industriale intorno, solo una, per sbaglio, sul lager di Birkenau. Perché? Perché hanno colpito le ciminiere delle fabbriche e non quelle dei forni crematori? Perché lo sterminio di milioni di ebrei ha potuto continuare senza che nessuno intervenisse? Perché “si sono dimenticati di noi là fuori, là in alto?” Le disperate domande del sedicenne Durlacher che vede dissolversi nel cielo le “strisce bianche della speranza”, sono rimaste inespresse e senza risposta per quarant’anni, murate insieme ai ricordi dei tre anni di internamento, per poter sopravvivere, perché tutto il suo essere non venisse attirato nel buco nero della memoria, in quell’abisso di vuoto che si portava dentro. È stata la lettura, nel 1981, di due libri degli storici Laqueur e Gilbert, la scoperta che il mondo sapeva, che ha fatto crollare quel muro, liberando le immagini, le sensazioni, i suoni sepolti. E da lì il bisogno di interrogare, di raccontare, di scavare negli archivi, di sovrapporre i ricordi ai documenti, le scene viste con le grottesche farse filmate, di recuperare nella scrittura il vissuto, non solo per ricostruire le proprie coordinate, ma anche per cercare, a nome di tutti, la verità. Anche quando, dice Durlacher, la verità non redime e, come per Edipo, è pagata a un prezzo amaro: l’impotente consapevolezza che davanti alle quotidiane atrocità della Storia il mondo non fa che voltarsi discretamente dall’altra parte facendo finta di non vedere.

Ferdinand Bordewijk, Blocchi, Bompiani: Pubblicato per la prima volta nel 1931, Blocchi racconta la vita nello Stato Totalizzante del futuro, un mondo perfettamente squadrato che si sviluppa in una città fatta di grandi cubi, senza passato, senza critica, senza pensiero. L’arte, nella città dei cubi, è confinata nel luogo del “cattivo esempio”, l’uomo esiste solo come condizione limite, piegato e schiavizzato dal sistema. E quando un tentativo non di ribellione ma di discussione mette in crisi l’equilibrio dello Stato perfetto, la forza dei blocchi piega senza sforzo qualsiasi forma di pensiero libero.

Cees Nooteboom, Il canto dell’essere e dell’apparire, Iperborea: Che senso ha scrivere, sovrapporre una realtà immaginata a quella esistente, voler aggiungere una storia alle infinite che la vita non fa che raccontare? È questo l’assillante interrogativo che tormenta “lo scrittore”, protagonista del Canto dell’essere e dell’apparire. Ma che cos’è poi lo scrivere? Quel necessario “simulare la verità per evitare di essere nulla”, come dice il suo Pessoa, o la semplice attività artigianale di raccontare una storia con un inizio e una fine, come non fa che ripetergli l’amico, romanziere di successo? Ma chi si affida alla scrittura mette in moto forze che non può dominare, credendosi padrone di un mondo fittizio, ne diventa ben presto preda. Così il romanzo che “lo scrittore” costruisce sotto i nostri occhi, la storia di una passione dal sapore vagamente decadente nella Bulgaria del secolo scorso, viene man mano a sostituirsi alla sua concreta esperienza quotidiana. I suoi personaggi, il colonnello Ljuben Georgiev, eroe della guerra contro i Turchi, un medico e la sua bella moglie, l’enigmatica ed evanescente Laura Fičev, lo costringono a condividere le loro attrazioni, a sognare i loro incubi, a provare i loro turbamenti e le loro nostalgie, nutrendosi della sua vita per acquistare verità. Fino a quando “lo scrittore”, arrivando a intravederli in una strada di Roma, sentirà di essere lui stesso diventato l’irreale personaggio di un racconto.

Cees Nooteboom, Rituali, Iperborea: “Un’assenza, uno che non esiste”: così si autodefinisce Inni Wintrop, protagonista di Rituali, uomo senza qualità di questo fine millennio, ironico spettatore di un mondo che, come la città di Amsterdam in cui vive, mostra più l’aspetto di una “fortezza smantellata”, rivelando quel vuoto su cui è costruito, quella mancanza di fondamento e di centro che è uno dei temi costanti della letteratura del nostro secolo. Osservatore onnivoro, curioso di ogni esperienza, Inni lascia che le cose gli accadano, riservandosi, nel teatro del mondo, il ruolo di “dilettante”. Compra e vende quadri, investe in borsa, viaggia, legge, scrive oroscopi, insegue l’illusoria sensazione di esistere che gli danno gli amori, si abbandona, senza tentare di dirigerli, allo scorrere degli eventi, alla casualità degli incontri. Come quello con Arnold e Philip Taads, padre e figlio mai conosciutisi fra loro, di cui diventa amico a vent’anni di distanza l’uno dall’altro. All’opposto di Inni, questi cercano di sottrarsi al vortice della vita e del tempo, barricandosi in un solitario e ascetico rifiuto. Ma la maniacale routine di Arnold, il culto della meditazione Zen e della civiltà giapponese di Philip non offrono redenzione all’insensatezza del vivere. In un mondo che ha perso fedi e certezze, i rituali non sono più la via d’accesso alla dimensione del sacro, alla trascendenza, a quel mistero in cui è racchiuso l’ordine e il significato dell’esistere, restano solo un vano tentativo di tenere a bada la paura in attesa della morte. Due sono i quadri che Inni compra e vende nel romanzo: una “Sibilla”, quasi emblematica custode dell’enigma dell’universo, e una stampa giapponese ukiyo-e, quella “pittura del mondo fluttuante” che Nooteboom stesso non fa che offrirci: l’immagine della vita nel suo effimero fluire, nelle sue seduzioni che svaniscono, in ciò che la rende, se non accettabile, amata.

Tutti i libri di Cees Nooteboom: http://www.amazon.it/s/ref=sr_nr_n_0?rh=n%3A411663031%2Ck%3ACees+Nooteboom&keywords=Cees+Nooteboom&ie=UTF8&qid=1415364780&rnid=1640607031

Renate Dorrestein, Album di famiglia, Guanda: Un segreto agghiacciante è racchiuso tra le pagine di un album di fotografie, nel libro che custodisce la memoria dei Van Bemmel, marito, moglie e cinque giovani figli vissuti in una grande casa della provincia olandese. A sfogliarlo è Ellen, la terza dei cinque, tornata dopo più di vent’anni nella casa di famiglia. Medico, quarantenne, un matrimonio naufragato alle spalle, Ellen ora aspetta un figlio non si sa da quale padre. L’esperienza cruciale della gravidanza, il ritorno nella casa dove trascorse la sua infanzia e da cui fu all’improvviso strappata brutalmente la precipitano nei ricordi. Sfogliando l’album di famiglia, in un crescendo di tensione ipnotizzante, ripercorre tutta la sua vita, e in particolare gli eventi che si svolsero in quella casa a partire dalla nascita di Ida, la sfortunata sorellina ultima giunta. Fin dall’annuncio del suo arrivo, quasi portasse con sé il seme del male, Ida produce un crescendo di sciagure e di inquietudine. Un incidente domestico per il piccolo Carlos, le ribellioni di Kes e Billie, le tensioni fra marito e moglie, la madre che diventa sempre più strana e impenetrabile, come se il quinto parto l’avesse fatalmente segnata.
Questo è Album di famiglia. Un thriller psicologico tutto speciale, costruito su un dramma famigliare, che ha rivelato in tutto il mondo una grande scrittrice olandese. Nel raccontare come lo scatenarsi assurdo e gratuito della violenza possa avvenire anche fra le persone che più si amano, e nel proporci un’inquietante storia di empatia fra i morti e i vivi che li hanno amati, Renate Dorrestein si rivela una narratrice raffinata e partecipe, glaciale e commovente, capace di tenere avvinto il lettore fino all’ultima pagina.

Renate Dorrestein, Il buio che ci divide, Guanda: Phinus e Franka: una coppia che ha finalmente raggiunto l’equilibrio; lui, inventore di giochi di società, riflessivo, abile in cucina; lei, scrupolosa assistente sociale, vivace, idealista; e con loro Jem, il figlio sedicenne avuto da Franka dal primo marito. Una famiglia normale fino a quando Jem viene ucciso in discoteca sotto gli occhi di Sanne, la sua ragazza. Da quel momento la vita dei due genitori è inesorabilmente segnata: il grumo di dolore, di sensi di colpa, di cose sottaciute mina il rapporto di Phinus e Franka. Il tentativo di riavvicinamento durante un romantico week-end si trasforma in un incubo a occhi aperti, durante il quale Phinus lascia esplodere la carica di violenza accumulata, in una spirale priva di controllo.
Sconfitto sul piano della giustizia (il giudizio di secondo grado ha ridotto la pena dell’omicida), rifiutato da Franka che non lo riconosce più, solo e disperato, si abbandona a un ennesimo scoppio di furia incontrollata. Ma dal profondo della desolazione, dal buio ormai completo, può baluginare una scintilla: forse uno spiraglio, un varco; forse tutto comincia quando tutto pare definitivamente seppellito. Dopo Album di famiglia, Il buio che ci divide conferma il grande talento narrativo di Renate Dorrestein a raccontare storie autentiche con una tensione psicologica di forte impatto.

Tutti i libri di Renate Dorrestein: http://www.guanda.it/ricerca_semplice.asp?query=Renate+Dorrestein&x=12&y=11&dove=tutto&editore=Guanda

Robert van Gulik, I delitti dell’oro cinese, O barra O: L’eccezionale talento del giudice Dee scioglie i più complicati enigmi criminali che si consumano nella provincia cinese di Peng-lai.
Vicende inaspettate e mirabolanti situazioni si intrecciano tra di loro in un romanzo capace di trasportarci in un’antica realtà storica a noi pressoché sconosciuta. Il suo primo incarico come giudice distrettuale, un raffinato pensiero deduttivo e un acuto spirito di osservazione conducono Dee a individuare la causa unica di avvenimenti in apparenza privi di legami tra loro e a risolvere il suo primo mistero.
L’autore, rielaborando gli antichi testi di criminologia, ha riportato alla luce la figura del grande magistrato Ti Jen-chieh, vissuto durante la dinastia T’ang e lo ha trasformato nell’abilissimo giudice Dee, protagonista dei suoi romanzi polizieschi ambientati nel Celeste Impero.

Robert van Gulik, Il paravento di lacca, O barra O: Su un prezioso paravento di lacca una scena è stata misteriosamente alterata: un uomo sta pugnalando la sua amata. Allucinazione o destino inesorabile? Un inspiegabile suicidio, amori illeciti, il piano criminale di un astuto ladro, frodi e imbrogli finanziari si intrecciano alla vicenda e ribaltano le indagini.
Per risolvere l’intricato caso, Dee e il suo assistente si mescolano a una banda di malviventi e si fingono rapinatori: il fine intuito, l’audacia e la capacità di sintesi del giudice gli permettono di andare oltre le ipotesi più immediate e sciogliere l’enigma.
Una detective story di grande modernità, che pure ci trasporta in modo magistrale nel cuore della Cina antica.

Tutti i libri di Robert van Gulik: http://it.wikipedia.org/wiki/Robert_van_Gulik#Opere

Etty Hillesum, Diario, Adelphi: All’inizio di questo Diario, Etty è una giovane donna di Amsterdam, intensa e passionale. Legge Rilke, Dostoevskij, Jung. È ebrea, ma non osservante. I temi religiosi la attirano, e talvolta ne parla. Poi, a poco a poco, la realtà della persecuzione comincia a infiltrarsi fra le righe del diario. Etty registra le voci su amici scomparsi nei campi di concentramento, uccisi o imprigionati. Un giorno, davanti a un gruppo sparuto di alberi, trova il cartello: «Vietato agli ebrei». Un altro giorno, certi negozi vengono proibiti agli ebrei. Un altro giorno, gli ebrei non possono più usare la bicicletta. Etty annota: «La nostra distruzione si avvicina furtivamente da ogni parte, presto il cerchio sarà chiuso intorno a noi e nessuna persona buona che vorrà darci aiuto lo potrà oltrepassare». Ma, quanto più il cerchio si stringe, tanto più Etty sembra acquistare una straordinaria forza dell’anima. Non pensa un solo momento, anche se ne avrebbe l’occasione, a salvarsi. Pensa a come potrà essere d’aiuto ai tanti che stanno per condividere con lei il «destino di massa» della morte amministrata dalle autorità tedesche. Confinata a Westerbork, campo di transito da cui sarà mandata ad Auschwitz, Etty esalta persino in quel «pezzetto di brughiera recintato dal filo spinato» la sua capacità di essere un «cuore pensante». Se la tecnica nazista consisteva innanzitutto nel provocare l’avvilimento fisico e psichico delle vittime, si può dire che su Etty abbia provocato l’effetto contrario. A mano a mano che si avvicina la fine, la sua voce diventa sempre più limpida e sicura, senza incrinature. Anche nel pieno dell’orrore, riesce a respingere ogni atomo di odio, perché renderebbe il mondo ancor più «inospitale». La disposizione che ha Etty ad amare è invincibile. Sul diario aveva annotato: «“Temprato”: distinguerlo da “indurito”». E proprio la sua vita sta a mostrare quella differenza.

Etty Hillesum, Lettere, Adelphi: Il Diario di Etty Hillesum ha commosso i lettori di tutto il mondo, ed è ormai considerato fra le testimonianze più alte delle vittime della persecuzione nazista. Ora la versione integrale delle Lettere, scritte in gran parte dal lager di Westerbork – dove Etty andò di sua spontanea volontà, per portare soccorso e amore agli internati, e per «aiutare Dio» a non morire in loro –, ci permette di udire la sua voce fino all’ul­timo, fino alla cartolina gettata dal vagone merci che la conduce ad Auschwitz: «Ab­biamo lasciato il campo cantando». A Wes­terbork Etty vive «l’inferno degli altri», senza «illusioni eroiche», recando parole vere là dove il linguaggio è degradato a gergo, là dove i fossati del rancore dividono gli stessi prigionieri, contrapponendo ebrei olandesi a ebrei tedeschi. La resistenza al male si compie in lei attraverso l’amicizia – nata nel campo o mantenuta viva con chi è rimasto libero e manda viveri e lettere –, attraverso la fede e grazie ai libri (come le poesie di Rilke) e alla natura: anche sopra le baracche corrono le nuvole e volano i gabbiani e brilla l’Orsa Maggiore. Per scrivere la storia del lager ci sarebbe voluto un poeta, non bastava la nuda cronaca, aveva detto un giorno un internato a Etty. Non sapeva che quel poema stava già prendendo forma, lettera dopo lettera. E che, da quel fazzoletto di brughiera recintata e battuta da turbini di sabbia, sarebbe giunto fi­no a noi rompendo un silenzio di decenni.

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