Libri dal Mozambico

Mia Couto, Un fiume chiamato tempo, una casa chiamata terra, Guanda:
In una zona imprecisata dell’Africa, uno studente torna nella sua isola natale per la cerimonia funebre del nonno Mariano, suo omonimo. Ma il vecchio patriarca non è ancora defunto: si trova imprigionato in uno stato molto prossimo alla morte. Tornato nella casa di famiglia, che aveva abbandonato per studiare in città, il ragazzo viene visitato da strane apparizioni, messaggi sotto forma di lettere che arrivano da una zona di frontiera tra la vita e la morte e sono portatrici di una forte spiritualità.
Nel mutevole avvicendarsi di profezie e miti fantastici, il giovane Mariano riscopre poco a poco il senso del fluire degli eventi e delle vite, il passato della sua famiglia e della sua isola: un passato fatto di amori perduti, di passioni segrete, di conflitti tra fratelli e di omicidi. Vite di donne e di uomini che muoiono e rinascono per compiere e trovare il loro autentico significato solo nel fiume del tempo e della memoria.

Mia Couto, Sotto l’albero del frangipani, Guanda: Il narratore della storia è Ermelindo Mucanga, ex carpentiere mozambicano, morto senza funerale e senza il conforto dei riti tradizionali, così da assurgere alla condizione di xipoco, anima privata della memoria altrui e condannata alla prigionia della tomba. Il suo sonno eterno, accanto all’albero del frangipani, viene disturbato dalle zappe inviate dal governo di Maputo per riesumare i suoi resti al fine di trasformarlo in un eroe nazionale della resistenza antilusitana. Proprio lui che non vi aveva mai partecipato e che anzi era stato malvisto per l’indifferenza alla causa rivoluzionaria.

Mia Couto, Il dono del viandante e altri racconti, Ibis: Nei racconti di Mia Couto si incrociano due diverse intenzioni. In primo, luogo l’aspirazione a raccontare la realtà di un paese, il Mozambico, attraverso la trasfigurazione magica e la favola, proprie della cultura e dell’espressività della sua gente. E dall’altra il tentativo di forzare la lingua europea secondo le cadenze e i ritmi, anche lessicali, delle lingue africane. Ne derivano dei testi brevi o brevissimi, in forma di cronaca (il titolo originale della raccolta è Cronicando), in cui fatti piccoli e apparentemente privi di significato assumono la dimensione forte e quasi emblematica che permette l’accesso ad una realtà tanto lontana dalla nostra.

Mia Couto, Ogni uomo è una razza, Ibis: Seguendo il filo della lucida narrativa di Mia Couto, ritroviamo qui i temi della raccolta II dono del viandante: una ricerca tesa che indaga la profondità della dimensione umana, delle sue debolezze e fragilità, una ricerca che scandaglia un mondo fatto di persone, di sofferenze e di difficoltà. Ma i racconti sono anche una protesta contro la solitudine e l’isolamento. Ne nascono i racconti brevi che hanno caratterizzato anche la precedente raccolta e la grande qualità dello stile letterario.

Mia Couto, Perle, Quarup: Un libro scarno e fulminante che nulla nasconde e tutto nomina, rivelando: le storie brevi, fluviali e compresse, esplorano e narrano così le migliaia di vite che compongono la vita di ogni essere umano, il miracolo del concepimento, la seduzione, l’invecchiamento, l’amore il dominio e il possesso, la delusione, il tradimento.

Mia Couto, Veleni di Dio, medicine del diavolo, Voland: Sidónio Rosa, giovane medico portoghese, si trasferisce a Vila Cacimba, in Mozambico, per amore della bella mulatta Deolinda. Ma la ragazza è partita e nessuno sa quando tornerà, nemmeno i suoi genitori. O almeno così dicono. Ma a Vila Cacimba nulla è come appare: il sindaco non è veramente il sindaco, gli eroi sono vigliacchi e i traditori eroi, le case svaniscono inghiottite nella nebbia africana, in “una terra che per sopravvivere deve mentire”. Al confine tra magia e realtà, nell’Africa di Mia Couto la menzogna diventa un’efficace strategia di sopravvivenza e autoconservazione.

Mia Couto, La confessione della leonessa, Sellerio: In Mozambico un branco di leoni attacca a più riprese un villaggio, causando oltre venti vittime. Per eliminare le belve assassine il governo invia una squadra di cacciatori, che si trova a fronteggiare non solo gli animali ma anche gli uomini e le loro convinzioni. Tra la popolazione si è diffusa la credenza che i leoni siano inviati del mondo dei morti o evocati da astuti stregoni per compiere vendette e seminare il terrore.
Mia Couto prende spunto da una storia vera, per quanto inconsueta, e a questa premessa sovrappone magistralmente il proprio sguardo, la voce della pagina letteraria, capace di muoversi nel tempo e nello spazio, di entrare nelle menti e negli animi, e di fingere per dire la verità. Nella sua storia il racconto diventa una testimonianza in prima persona, affidata in capitoli alternati all’esperto cacciatore assoldato dall’amministrazione locale e all’unica superstite di una famiglia a cui i leoni hanno già ucciso tre figlie, e si svolge in un’archetipa comunità segnata dalle cicatrici della guerra civile che ha sconvolto il paese fino agli anni ’90.
È un luogo d’immersione totale in un mondo arcaico, dove la modernità sembra non esistere e tradizioni, cosmogonie e leggende di un paesaggio culturale ancora intatto resistono a ogni contatto con la contemporaneità. I vivi e i morti comunicano tra loro, e non c’è soluzione di continuità tra i fenomeni del mondo naturale: le malattie possono trasferirsi da un essere umano a un albero, e un uomo può tranquillamente mutarsi, almeno per un certo tempo, in una belva feroce.
Sono molte le tensioni nascoste nel villaggio che vengono a galla nell’attesa dello scontro finale con i leoni (ma sono davvero loro a uccidere…?). Forse la guerra reale che si sta combattendo non è tra le fiere e gli uomini ma tra il potere patriarcale e la debolezza delle donne, spesso condannate a una non-vita. E il romanzo si presta a diverse chiavi di lettura, riflette sulla naturale aggressività del genere umano, ben peggiore di quella delle bestie, e si concentra sulla magia tutta letteraria di una scrittura poetica e visionaria, capace di far scaturire dagli eventi e dalle persone una realtà più devastante di un fucile carico di pallottole. Perché scrivere è un atto di singolare ardimento, «scrivere non è come cacciare. Ci vuole molto più coraggio. Aprire il cuore così, esporsi senz’armi, senza difese…».

Paulina Chiziane, L’allegro canto della pernice, La Nuova Frontiera: L’amore è una trappola per topi. Serafina lo ha sempre detto, Delfina ne è convinta, Maria das Dores lo scoprirà presto. Tre generazioni di donne per raccontare storie di amanti, madri, figlie, sorelle, puttane e mogli che hanno dovuto scegliere tra la libertà e il dolore, tra la fame e l’ipocrisia, per dimostrare al mondo che il paradiso è sempre tra le braccia di una madre. Paulina Chiziane ci porta di nuovo in Zambesia, nel Mozambico degli anni Cinquanta, durante il regime coloniale portoghese e, ancora una volta, svela ai suoi lettori tutta la magia e la forza di una terra sconosciuta e affascinante.
L’allegro canto della pernice è un indimenticabile romanzo sull’amore, ma anche una spietata requisitoria sul razzismo che non potrà che scuotere le nostre rassicuranti certezze, puntando con coraggio il dito sulle responsabilità individuali di tutti: vittime e carnefici.

Paulina Chiziane, Il settimo giuramento, La Nuova Frontiera: Partendo dai contrasti all’interno di una famiglia mozambicana fiera della propria occidentalizzazione, Paulina Chiziane svela un mondo misterioso popolato da spiriti e stregoni che trasporta il lettore nel labirinto sincretico e affascinante della tradizione africana. È in questo scenario che si realizza l’emancipazione di Vera, la protagonista, che per difendere i propri figli e se stessa non esita a sfidare il marito David, posseduto da un’ambizione smisurata e ormai irrimediabilmente schiavo dei poteri della magia nera.

Paulina Chiziane, Niketche, La Nuova Frontiera: Dopo venti anni di matrimonio Rami scopre che suo marito Tony la tradisce con diverse amanti, dalle quali ha avuto anche innumerevoli figli. Decide di non rassegnarsi e, per non perdere il proprio uomo, affronta le “altre”. Comincia, così, un lungo viaggio che la porterà a scoprire i misteriosi riti d’iniziazione del suo paese e i più incredibili segreti dell’erotismo magico africano, che le farà ballare i passi del Niketche, la più sensuale delle danze, ma anche scoprire l’origine dei tanti tabù sessuali imposti alle donne mozambicane e la differenza che passa tra l’adulterio e la poligamia.
Ancora una volta, Paulina Chiziane, con impareggiabile ironia ci svela i segreti più inaccessibili della cultura mozambicana, tracciando un ritratto della femminilità africana inimmaginabile per un lettore europeo. Un libro sorprendente che parla di un’Africa diversa. L’Africa vista dalle sue donne.

Advertisements

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...