Libri dalla Mongolia

Galsan Tschinag, Il cielo azzurro, AER: Leggere Il cielo azzurro è come calarsi lentamente in un mondo arcaico e perduto; è scoprire una civiltà diversa, un modo di vivere lontano dal progresso, legato ad un mondo primitivo che offre, a chi lo sa capire e “usare”, una vita piena e intensa, un amalgama di fatiche, dolori, privazioni, rinunce, ma anche di pace e di serenità in diretto rapporto con la natura. Il lungo racconto racchiude l’infanzia dell’autore, un bambino tuwino, vissuto a contatto con la natura selvaggia della steppa mongola. Attraverso le descrizioni di luoghi, ambienti, situazioni e fatti della sua tribù, egli rivive la sua esperienza di pastore nomade, errante fra la steppa e le montagne della Mongolia. E i suoi ricordi rimangono intatti, anche dopo il suo contatto con la “civiltà degli uomini delle città”. Indimenticabili due figure che per intensità di contenuto umano e poetico emergono e dominano su tutta la storia: la nonna, “il sole che ha riscaldato l’alba della mia vita” e Arsylang, il cane, fedele amico delle migrazioni stagionali. Due i momenti più intensi della narrazione: la morte della nonna, intesa come un momento doloroso ma ineluttabile, e quella di Arsylang vissuta in un’ottica di violenza verbale contro gli uomini e contro quel Cielo Azzurro, la Divinità che non capisce e valuta con una misura ineguale coloro che vivono sotto di lei.

Galsan Tschinag, Ventun giorni, AER: Un libro appassionante, ricco di testimonianze su un mondo a noi sconosciuto, eppur riconoscibile nei sentimenti. L’autore, figlio di una famiglia di pastori nomadi tuvini, nato nel nord-ovest della Mongolia, narra gli avvenimenti occorsigli durante una visita ai genitori e, con questo, le abitudini, le usanze e le tradizioni del suo popolo. Durante i ventun giorni estivi trascorsi insieme alla moglie nel villaggio in cui è nato, Galsan ritrova figli, amici, parenti e, soprattutto, sensazioni e ricordi.
Ambientato nella regione tuvina, una repubblica autonoma della federazione russa che si estende per 175.000 km2 nella Siberia Centrale, al confine con la Mongolia, il romanzo racconta il ritorno di Galsan Tschinag tra la sua gente. Nonostante i giacimenti di oro, platino e uranio che arricchiscono la loro terra, la popolazione tuvina ancora oggi continua a praticare l’allevamento del bestiame – cammelli, jak e renne – mantenendo inalterati usi e costume antichissimi. I tuvini infatti sono un popolo nomade, come gli zingari dell’Europa centrale o i pellerossa americani, e il rapporto che li lega alla loro terra e alle tradizioni del passato è più forte di qualsiasi altro richiamo. Galsan ha fatto una scelta diversa, è andato a vivere nella capitale, ha studiato ed è diventato insegnante in una scuola superiore. Ha lasciato però i suoi due figli coi nonni, in una tribù di pastori, ed è qui che torna per 21 giorni, condividendo abitudini e rituali e ritrovando i gesti e le parole della sua infanzia. Il suo racconto, cadenzato dai toni epici caratteristici delle narrazioni orali, descrive solenni battesimi e funerali nella steppa, fa prendere parte il lettore alla caccia alla marmotta e alle cerimonie sacre dentro le iurte. Uno per uno, i diversi membri della tribù vengono chiamati da Galsan a raccontare la propria storia o le antiche leggende, fino a comporre un ritratto vivissimo di un popolo orgogliosamente attaccato alle proprie radici.

 

 

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