Hubert Klimko-Dobrzaniecki, La casa di Rosa (Polonia)

Hubert Klimko-Dobrzaniecki, La casa di Rosa (tit. originale Dom Róży. Krýsuvík), Keller editore, Rovereto 2009. 13 euro. Traduzione di Marzena Borejczuk.

Questo è un libro che si presenta come strano già dall’aspetto. Ci sono due storie, una nel passato e una nel presente, e si può decidere da quale partire, capovolgendo il libro. Io ho deciso di partire dal presente, seguendo un ordine non cronologico ma che si è rivelato essere logico, e l’ho fatto dopo aver letto una recensione su Anobii che diceva di aver seguito questo percorso. Penso che il romanzo sia godibile anche seguendo il percorso inverso, ma così tanti tasselli sono andati al loro posto e non mi sono pentita della mia scelta.

Quella che per me è stata la prima parte si intitola La casa di Rosa e parla di morte, mentre la mia seconda parte, Krýsuvík, parla di vita e di amore (ma non solo). Ora parlerò di prima parte e seconda parte, ma ricordatevi che se vorrete leggere questo libro potrete farlo anche seguendo il percorso opposto.

La prima parte è ambientata in un ospizio e il protagonista, che parla in prima persona, si chiama Hubert proprio come l’autore. Le analogie non finiscono qui, perché anche l’autore ha vissuto a lungo in Islanda, essendosi laureato in filologia islandese, e anch’egli ha scritto due raccolte di poesie in islandese, proprio come il narratore. Hubert, il narratore, inizia a lavorare come infermiere in questo ospizio, e all’inizio gli vengono assegnati i vari reparti a rotazione, perché possa conoscerli tutti, o quasi. Il libro non è elegiaco, si parla di come è la vita veramente in questi ospizi, perciò si parla anche molto di urina e di cacca, di bagni, di pannoloni, di pulizie, ecc. Ma anche di pasti, di infermieri gay, di infermiere filippine, e poi ovviamente dei pensionanti stessi. A tratti è difficile da mandar giù, perché è davvero molto esplicito e in alcuni casi arriva a essere disgustoso, ma non lo è mai fine a se stesso. L’autore vuole veramente raccontare la vita negli ospizi, il fine vita islandese per ricchi e meno ricchi.

Anche la seconda parte è narrata in prima persona, ma da un personaggio diverso, un islandese vissuto molti anni prima di Hubert, nel paese di Krýsuvík, sempre in Islanda. Questo nuovo narratore è un ragazzo di vent’anni e un giorno si innamora di una donna, Karen, conosciuta in un emporio. Questa breve parte, solo 70 pagine, è il racconto della loro vita insieme e del loro amore bellissimo. Detta così sembra che non sia collegato con l’altra parte, ma lo è, solo che non vi dico come, perché sarebbe bello che lo scopriste da soli. Non so dire se questa seconda parte sia più bella della prima, come ho letto in rete, secondo me sono belle tutte e due, solo in modi molto diversi.

Secondo me, più in generale, è il romanzo ad essere bello (perché è un vero e proprio romanzo e non una raccolta di due racconti), se si riesce ad andare oltre il disgusto che si può provare nella parte dedicata all’ospizio. Se ci si riesce, ne varrà davvero la pena.

Sul sito dell’editore è possibile leggere due estratti.

[Questa recensione è pubblicata anche sul blog delle letterature altre.]

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2 pensieri su “Hubert Klimko-Dobrzaniecki, La casa di Rosa (Polonia)

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