Libri dall’Iran

Lago Taleghan

Azar Nafisi, Leggere Lolita a Teheran, Adelphi: Nei due decenni successivi alla rivoluzione di Khomeini, mentre le strade e i campus di Teheran erano teatro di violenze tremende, Azar Nafisi ha dovuto cimentarsi in un’impresa fra le più ardue, e cioè spiegare a ragazzi e ragazze esposti in misura crescente alla catechesi islamica una delle più temibili incarnazioni dell’Occidente: la sua letteratura. Il risultato è uno dei più toccanti atti d’amore per la letteratura mai professati – e insieme una magnifica beffa giocata a chiunque tenti di interdirla.

Azar Nafisi, BiBi e la voce verde, Adelphi: BiBi è triste, perché papà e mamma hanno venduto la casa dove è sempre vissuta e dove abitavano i suoi sogni. Nella casa nuova tutti si occupano del fratellino appena nato e lei si sente sola. Non saprebbe come fare, se un bruco trovato per caso non diventasse il suo migliore amico, e non le insegnasse che la nostra casa, le nostre idee, i nostri sogni possiamo portarli sempre con noi, anche se sono lontani.

Azar Nafisi, Le cose che non ho detto, Adelphi: Innamorarsi a Teheran, Guardare i Fratelli Marx a Teheran, Leggere Lolita a Teheran… Così iniziava una lista di cose segrete che Azar Nafisi aveva stilato nel suo diario e che si rimproverava di aver taciuto a tutti. Molte delle altre, a tanti anni di distanza, ha deciso di raccontarle in questo libro. Che è un magnifico ritratto del padre, sindaco di Teheran all’epoca dello scià, e della madre, fra le prime donne entrate al Parlamento iraniano. E la storia dei tradimenti di lui, del mondo fantastico in cui lei a poco a poco trasforma la realtà insopportabile che la circonda, e della forzata, dolorosa connivenza dell’autrice con il padre. Ma anche e soprattutto la rivelazione di come a volte le dittature sembrino riprodurre i silenzi, i ricatti, le doppie verità su cui si regge il primo, e più perfetto, sistema totalitario: la famiglia. Chi conosce Nafisi sa già cosa troverà, qui, in ogni pagina: l’emozione di leggere sempre qualcosa di autentico e temerario. Qualcosa che arriva dalle strade e dai giardini di Teheran come dalle pagine di Firdusi o dei grandi cantastorie persiani – eppure ci riguarda molto da vicino.

Sudabeh Mohafez, Cielo di sabbia, Keller: Nessuno sguardo è tranquillo e in pace come può sembrare, nessun silenzio è uguale. E ci vogliono molta fortuna e molto coraggio per trovare un proprio posto nel mondo. Sembra volerci dire questo Sudabeh Mohafez, scrittrice iraniana trasferitasi in Germania a sedici anni, in questo libro delicato e duro, poetico e realista allo stesso tempo.
Una manciata di storie ci trasporta in un Iran e in un’Europa che come non mai ci appaiono vicini e famigliari, tra le vite di donne, bambini e figli tutti coinvolti in situazioni che sembrano senza via d’uscita e senza speranza. Ma ogni volta la vita riesce a regalare l’occasione della scelta giusta.
Il coraggio di donne silenziose, la paura dei bambini di fronte a genitori assenti o addirittura prepotenti e violenti, la nostalgia degli emigrati, si perdono nella polvere della Teheran degli anni Settanta o nei rumori di una qualsiasi metropoli europea dei giorni nostri.
Questo libro propone in modo molto originale un mondo sempre diviso tra due punti di vista: quello dei luoghi che lasciamo e quello dei luoghi che abitiamo. A riempire lo spazio tra i due: un mare, miraggi di montagne lontane migliaia di chilometri e storie.

Hamid Ziarati, Salam, maman, Einaudi: L’infanzia è uno spazio di scoperte continue e sconvolgenti, e al piccolo Alí non basta attraversarla da spettatore: lui vuole partecipare e sapere. Nella Teheran di Reza Pahlavi, tra posti di blocco, polizia segreta e roghi di libri proibiti, Alí cerca prima di tutto di capire i fatti fondamentali della vita. Come nascono i bambini? In quale istante esattamente inizia la primavera? E perché Mina è muta? E perché i cugini non si possono sposare tra loro? Per ognuna di queste domande che spesso si perdono nell’allegro caos famigliare, Alí elabora risposte tanto strampalate quanto geniali. Ma poi il fratello maggiore Puyan viene arrestato e da quel momento in casa di Alí comincia a regnare il silenzio. La storia e la politica entrano nel suo piccolo universo spezzando l’incanto innocente dei primi anni, ma non del tutto l’ironia dello sguardo di Alí, che continua a registrare e trasfigurare gli eventi: Teheran che scivola rapidamente verso la Rivoluzione khomeinista e, dopo il grande sogno, da una dittatura all’altra.
Hamid Ziarati racconta una storia antica e attuale, locale e universale: il germogliare di un’identità, il radicarsi negli affetti e nei luoghi, lo sradicamento e l’esilio.

Hamid Ziarati, Il meccanico delle rose, Einaudi: «Dice che solo lui conosce i ghiribizzi delle sue rose, solo lui capisce, dal colore dei petali, di quale attenzione hanno bisogno. Le annaffia ogni giorno, e tiene più puliti quei cespugli che le sue unghie, sempre sporche di grasso. Usa un oliatore a becco lungo per concimarle alla base e una pistola per la verniciatura contro i parassiti. Quel giardino è il suo paese dei balocchi, dove tornare a essere un bambino che gioca a fare il meccanico delle rose».
Il protagonista di questo libro si nasconde letteralmente tra le righe. Abita non più di una frase del primo capitolo, e negli altri fa la sua comparsa a tempo debito. Eppure al centro del romanzo c’è lui: il protagonista assente, che proprio restando ai margini delle vite degli altri acquista una paradossale centralità.
La sua storia è raccontata attraverso le storie delle persone che sono state importanti per lui, nell’Iran dagli anni Venti ai giorni nostri: il padre, il cugino, la moglie, la figlia, una donna amata.
Chinandosi su ognuno di questi personaggi, e narrando le loro vicende come se fosse sulla loro spalla, l’autore riesce a farci entrare in profondità nelle tante vite che formano una vita, e un mondo.
Akbar – che vive in un paese ai bordi del deserto dove si estrae la migliore essenza delle rose di Persia – è un capofamiglia religioso e rispettato e trova un modo tutto suo per rimediare ai torti del destino che gli ha rubato un figlio.
Khodadad è appena un ragazzino quando fugge di casa in cerca di se stesso, nei giorni dell’anniversario del martirio dell’Imam Hossein e dei suoi settantadue seguaci.
Donya ha conosciuto la felicità e la disperazione, prima di andare in sposa a un uomo che ha il doppio dei suoi anni.
Mahtab stava per laurearsi in medicina e iniziare una nuova vita, quando è incappata nei Guardiani della Rivoluzione.
Laleh ha il nome d’un fiore – quello del martirio – e forse è una «pazza d’amore»: è lei, dal letto di un ospedale, in un lucido delirio, a tirare inconsapevolmente i fili di tutte le storie, e a restituire il volto contraddittorio del suo amato, il meccanico delle rose.
Il quadro dunque è compiuto. Ma chi è al centro di quel quadro? L’uomo che dà il titolo al libro ha creduto – come tutti – di essere protagonista della sua vita, ed è stato una comparsa in quella degli altri.
Quel che è certo è che sullo sfondo, dietro le tante figure, resta un Paese riconoscibilissimo ma mai nominato, per rispetto di chi – vivendo nei suoi confini – non può nominarlo.
Un estratto: http://www.einaudi.it/var/einaudi/contenuto/extra/978880619683PCA.pdf

Hamid Ziarati, Quasi due, Einaudi: Per fabbricare una molotov può risultare fondamentale una manciata di sapone, proprio quello che le mamme usano per il bucato. Darioush l’ha imparato durante i giorni concitati della Rivoluzione, e ora vuole confezionarne una con le sue mani per punire in maniera spettacolare il figlio del pollivendolo che ha ucciso uno dei suoi adorati colombi.
Per Darioush il «gioco dei colombi», il piú popolare sui tetti di Teheran, è una gioia complessa, che ha a che fare con la guerra e con la fantasia: gli permette di volare in cielo secondo le regole della terra, di combattere, fremere, tubare, catturare prede nemiche.
Ma la verità è che Darioush non fa che combinare guai, nel tentativo maldestro d’imitare i suoi film preferiti, quelli che ormai circolano quasi clandestinamente. Compagno inseparabile, Zal, che sarebbe disposto a seguire Darioush in qualsiasi impresa, persino sulla prima linea del fronte. È cosí che si ritrovano in mezzo alle bombe vere, quelle irachene, dopo aver tanto giocato alla guerra. Ed è cosí che nella loro testa i martiri bambini di cui parla l’Ayatollah possono prendere il posto degli eroi del cinema. Ma il nemico, alla fine, ha tutta l’aria di uno come loro due, che parla una lingua diversa eppure ha negli occhi la stessa irriducibile vitalità.
Con la sua scrittura rapida, vivida, tutta scene, capace di seguire un’esistenza nei suoi ritmi, Hamid Ziarati torna a raccontare l’energia dei ragazzini, restituendone la spensieratezza, l’incoscienza, ma anche lo smarrimento di fronte alla cieca perentorietà dell’integralismo religioso. Aiutandoci a capire con la pura forza della narrazione quanto possa essere superficiale il nostro sguardo sui mondi che non conosciamo.
Un estratto: http://www.einaudi.it/var/einaudi/contenuto/extra/978880620881PCA.pdf

Chahdortt Djavann, Che cosa pensa Allah dell’Europa?, Lindau: Che cosa pensa Allah dell’Europa, di ciò che accade in Europa? Io penso che Allah, se esiste, ritenga che sia ora che l’Europa s’interroghi su se stessa, sui propri fallimenti, sulle proprie fughe, sui propri errori e le proprie menzogne, ma anche sulla propria capacità di accoglienza, d’integrazione e d’invenzione, sul proprio attaccamento alla democrazia e alla giustizia sociale, su ciò in cui crede e su ciò in cui non crede, sui limiti del tollerabile e dell’intollerabile, su ciò che è e che dev’essere la democrazia. […] Allah deve trovare ingiusto che la democrazia sia la prerogativa, la «cultura» dei paesi occidentali, mentre la dittatura sia la «cultura» dei paesi orientali. Forse si stupisce anche che la mondializzazione della carestia, della povertà, della miseria, della pornografia, della droga, del terrorismo e del traffico d’armi segua senza problemi il proprio corso, mentre quella della democrazia, del diritto alla casa, all’educazione e al lavoro si riveli molto più problematica. […] Allah, credo, ne ha abbastanza di sentir parlare dell’islam e gli piacerebbe mandare al diavolo gli islamici e i loro alleati. […] Allah, insomma, aspetta che l’Europa gli faccia delle proposte e gli piacerebbe poterla prendere in parola quando essa si definisce come sociale. […] Sogna un’Europa senza sfruttamento, senza lavoro clandestino, senza esclusione, senza ghetti di alcun tipo e senza integralismo religioso. Allah, se esiste, benché senza illusione, deve avere la debolezza di essere umanista e di amare la filosofia e gli individui liberi, uomini o donne che siano. (Chahdortt Djavann)

Chahdortt Djavann, Giù i veli!, Lindau: «Da tredici a ventitré anni, sono stata repressa, condannata a essere una musulmana, una sottomessa e imprigionata sotto il nero del velo. Da tredici a ventitré anni. E non lascerò dire a nessuno che sono stati i più begli anni della mia vita. Coloro che sono nati nei paesi democratici non possono sapere a che punto i diritti che a loro sembrano del tutto naturali sono inimmaginabili per altri che vivono nelle teocrazie islamiche. […] Ma che cos’è portare il velo, abitare un corpo velato? Cosa significa venire condannata a essere chiusa in un corpo velato perché femminile? Chi ha il diritto di parlarne? […] Certi intellettuali parlano volentieri al posto degli altri. E oggi ecco che parlano al posto di quelle che non hanno voce – quel posto che, per decenza, nessuno al di fuori di esse dovrebbe cercare di occupare. Perché, questi intellettuali, insistono, firmano, presentano petizioni. Parlano della scuola, dove non hanno più messo piede da lungo tempo, delle periferie dove non hanno mai messo piede, parlano del velo sotto il quale non hanno mai vissuto. Decidono strategie e tattiche, dimenticando che quelle di cui parlano esistono […] e non sono un soggetto su cui dissertare, un prodotto di sintesi per esercitazioni scolastiche. Smetteranno mai di lastricare di buone intenzioni l’inferno degli altri?»

Chahdortt Djavann, La muta, Bompiani: Fatemeh ha quindici anni, e negli occhi e nel cuore si porta il ricordo della zia, uccisa sulla pubblica piazza. La sua colpa? Aver fatto l’amore con lo zio materno di Fatemeh quando era stata già promessa in sposa a un altro, un mullah. Adulterio, quindi, pur senza essere sposata. “La muta”: così veniva chiamata questa zia tanto bella quanto silenziosa, che aveva scelto il silenzio come “arte di vivere”, perché “tacere significava forse non tradire la verità”, fatta di traumi troppo dolorosi da dire. E adesso tocca a Fatemeh, la nipote fedele. Sposata a quello stesso mullah cui era stata promessa in sposa la muta, costretta a subire la violenza sessuale di un uomo che non ama e le angherie delle sue altre mogli, ha ucciso il marito e il frutto di quell’amore violento – una bambina che avrebbe a sua volta subìto il destino delle donne iraniane. In carcere, dunque, mentre attende la pena atroce che ha già portato via la muta, Fatemeh scrive il racconto della sua vicenda e rievoca quella della zia. Donne sole, impotenti, ma accomunate dalla volontà di opporsi al fondamentalismo islamico.
Una storia iraniana che è anche la storia dei diritti calpestati di tutte le donne del mondo. Un diario che colpisce allo stomaco e alla coscienza del lettore. E ci dice, con la lucidità delle cose vere, le semplici parole da sempre inascoltate: mai più violenza.

Chahdortt Djavann, Vengo da altrove, Barbès: Una ragazza racconta per frammenti la propria giovinezza in un Iran prima illuso da una grande speranza di libertà e poi costretto nel regime islamico instaurato dagli ayatollah di Khomeyni nel 1979. La voce della narratrice, profuga a Parigi, diventa chiara, forte, tinta di lirismo persiano, e fa sentire, in ogni pagina, un quotidiano spesso insostenibile e in gran parte sconosciuto a noi occidentali. La scuola, le parole rivoluzionarie, la sete di libertà, la repressione dei pasdaran, le nuove regole della morale coranica, l’università a Bandar Abbas, e poi il ritorno, dopo cinque anni di esilio, per ritrovare un disastro ancora più grande di quello che aveva lasciato. Prima edizione italiana di un romanzo che, come il fumetto Persepolis di Marjane Satrapi, è una storia scritta interamente al femminile che spiega molto della realtà dell’Iran di oggi, proponendo anche delle prospettive possibili su quello che potrà accadere in quel grande paese.

Marjane Satrapi, Persepolis, Rizzoli Lizard: Persepolis viene realizzato in un’edizione integrale che raccoglie i 4 volumi che raccontano la storia della ragazzina Marjane a Teheran dai sei ai quattordici anni. Sono gli anni della caduta del regime dello Scià Reza Pahlavi, del trionfo della Rivoluzione Islamica e della guerra contro l’Iraq. I suoi genitori, di larghe vedute, pur di garantirle un’adeguata istruzione e maturazione, non esiteranno a mandarla a Vienna, dove lei si scontrerà con l’incomprensione altrui proprio come nella sua città natale. È un ritratto indimenticabile delle contraddizioni di un paese e di come, attraverso l’ironia e le lacrime si possa vivere l’adolescenza confrontandosi con le assurdità, i compromessi, la solitudine e i distacchi. Dopo il grande successo di pubblico in Europa, Persepolis viene tradotto negli Stati Uniti e diventa lettura obbligatoria in circa 250 università. La Sony produrrà una versione cinematografica della storia e Sean Penn e Catherine Deneuve presteranno le loro voci.

Marjane Satrapi, Pollo alle prugne, Sperling & Kupfer: Storia struggente di un musicista iraniano negli anni ’50, Pollo alle prugne è la logica continuazione dei lavori precendenti di Marjane Satrapi, il cui Persepolis – romanzo di formazione, libro politico e saga famigliare – è stato uno dei casi editoriali più interessanti degli ultimi anni. Pollo alle prugne è stato accolto dalla critica francese come l’opera della maturità dell’autrice e ha vinto il primo premio come Miglior album del 2004 nel prestigioso Festival internazionale di Angoulême, l’Oscar del fumetto. Ambientato in Iran, Pollo alle prugne racconta gli ultimi giorni di un grande suonatore di tar che si lascia morire dopo che la moglie gli ha rotto il prezioso strumento musicale. Dietro la sua sofferenza si nasconde una storia d’amore infelice e, soprattutto, il rimpianto per una società scomparsa: l’Iran dei nonni della Satrapi, un paese in equilibrio precario tra modernità e tradizione. Nella parabola del musicista si riflette così la progressiva perdita delle illusioni e la disperazione dei progressisti iraniani. L’autrice ha costruito questa storia con una struttura narrativa innovativa, muovendosi lungo la trama con flash back e balzi in avanti, digressioni ed ellissi, come in un gioco di indizi. Il risultato è un’elegia romantica e vitale sulla memoria e sul piacere.

Tutti i libri di Marjane Satrapi: http://it.wikipedia.org/wiki/Marjane_Satrapi#Pubblicazioni

Sadeq Headayat, La civetta cieca. Tre gocce di sangue, Feltrinelli: La civetta cieca, scritto nel 1930, pubblicato prima in Francia e poi in Italia, da Feltrinelli, nel 1960, venne salutato come un’opera rivelazione. André Rousseaux, sul ‟Figaro Litteraire” non esitò a dire che quest’opera poneva Hedayát tra ‟gli autori più rappresentativi della nostra epoca”. Paragonato ad Aurélia di Nerval, a La nausea di Sartre, ma soprattutto alle opere di Kafka, La civetta cieca ha ormai acquisito la dimensione del classico: è un romanzo ‟kafkiano” che chiede vanamente risposte che nessuno può dare: ‟né il cielo deserto, né la terra resa muta da coloro che sono privi di ideali”(Pasteur Vallery-Radot). La forza poetica del narratore fa entrare nella vicenda disperata del vecchio e della fanciulla, dell’uomo prigioniero, dei fiori del convolvolo e della mandragola, dell’incarnazione del passato e della terribile realtà della morte un torrente di fantasia e di poesia. Le allucinazioni del romanzo sono state spiegate dai suoi critici come conseguenza dell’intossicazione da oppio, (‟Fumai tutta la mia riserva… e mi librai lieve alla ricerca dei miei pensieri”), di cui Hedayát fece uso continuo e disperato, almeno fino al suo incontro con la cultura indiana. Ma, certamente, leggendo le opere di Hedayát, si coglie anche il fascino della discendenza dai grandi scrittori persiani che fecero, mille anni fa, della Persia la terra dei poeti. Assieme a La civetta cieca ripubblichiamo anche la raccolta di racconti Tre gocce di sangue (Feltrinelli 1979). Sono i sette racconti più significativi di questo autore, in cui si dispiega maggiormente il connubio tra l’indiscutibile eredità delle tradizioni orientali e gli autori europei degli anni trenta e quaranta, da lui scoperti a Parigi. In più i personaggi di Hedayát risultano emblematici e l’uso dell’oppio, elemento ricorrente in molti racconti, diventa un ponte rituale per introdurre il lettore in una sfera in cui trionfa l’infinito mistero dell’esistenza.

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