Libri dall’Estonia

 

Tallinn

Emil Tode, Terra di confine, Iperborea: Forse è proprio perché viene “da un secolo passato, da una terra scomparsa”, da uno di quei Paesi Baltici da cui ha avuto inizio la frantumazione dell’Impero, che Tode arriva a dirci qualcosa di nuovo sulla nostra epoca. Lo fa guardando da finestre, cogliendo il “frammento della vita”, e scegliendo ironicamente di presentarlo nella forma epistolare del classico “viaggio di formazione”. Poco dopo la proclamazione d’indipendenza del suo paese, un giovane traduttore estone arriva a Parigi per curare un’antologia della poesia francese del Dopoguerra. E’ fuggito “da un tempo che era come un blocco di ghiaccio”, da una terra dove il sole è “una favolosa moneta d’oro che si gira e si rigira al chiarore del fuoco, e la si morde prima di fidarsene” e, dal grigiore dell’Europa dell’Est, approda nella città “dove sono accumulate tante delle bellezze e delle ricchezze del mondo, tutti gli immaginabili doni del sole e altrettanto dolore, altrettanta miseria e bruttezza che l’oro e le pietre preziose stentano a nascondere”. Due mondi inconciliabili che si scontrano nella sua natura ambiguamente androgina, nella sua coscienza di disincantato “flâneur”, spettatore dell’inganno del vivere, in un rapporto di fascino e repulsione, di attrazione e distruzione, che nel romanzo si risolve simbolicamente nel delitto. Le lettere, che non spedirà mai, a un emblematico Angelo, sono la confessione dell’omicidio dell’amante Franz, docente di filosofia, di cui ha accettato l’ospitalità e le elargizioni, accumulando nei suoi confronti il risentimento che gli suscita quella società ricca e raffinata in cui “la carne è ovunque pronta, ma lo spirito non si trova più da nessuna parte”. I rapporti fra Est e Ovest, la ricerca di un’identità sono fra i temi fondamentali di questo romanzo, ma quello sguardo remoto, il continuo gioco fra racconto e ricordi, sogni e riflessioni, la rara qualità della scrittura trasformano il confronto con l’attualità in una meditazione sulla condizione umana di questa fine millennio, malata d’irrealtà, di estraneità, di non appartenenza, un mondo di nomadi votati alla provvisorietà, ovunque “terra di confine”.

Maarja Kangro, La farfalla dell’irreversibilità, Gattomerlino: Sono poesie tradotte dall’autrice, con l’effetto di farci ascoltare l’inflessione quasi materiale della voce di Maarja, la sua preziosa ironica asprezza, in un italiano che, restando ineccepibile, conserva la cadenza originale. Una lingua che rifiuta di scivolare via dolcemente quando urta contro i duri spigoli di pensieri e di ossessioni che la storia e la cosmologia odierni ci fanno balenare nelle situazioni più impensate, per esempio mentre osserviamo la pelle indifesa e esposta di nudi corpi sulla spiaggia.

Jaan Kross, Il pazzo dello zar, Garzanti: “Timotheus von Bock è un aristocratico che viene imprigionato per anni e poi dichiarato pazzo e confinato nei suoi possedimenti in Livonia perché nel 1818 ha osato denunciare in un memoriale allo zar Alessandro, al quale era legato da devota amicizia, le ingiustizie politiche e sociali del sistema zarista. Il romanzo di Kross non è soltanto una parabola delle relazioni fra l’intellettuale e il potere, ma è anche e soprattutto una poetica raffigurazione dell’ambiguità della vita. Von Bock non è un folle, ma il suo sogno di riforme, in quelle circostanze storiche, può essere una follia, anche se è una di quelle che danno senso e dignità all’esistenza.” (dalla Prefazione di Claudio Magris)

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