Libri dalla Repubblica del Congo

 

Brazzaville

Alain Mabanckou, African Psycho, Morellini: Grégoire Nakobomayo, onesto lavoratore e carrozziere provetto, vorrebbe diventare un serial killer. Ispirandosi alle gesta del suo idolo, l’efferato pluriomicida Angoualima, tenta invano di commettere stupri e assassinii, ma le cose non vanno mai per il verso giusto. Dalla sua tomba nel cimitero dei Morti-cui-non-spetta-il-sonno, il Grande Maestro Angoualima, che controlla tutti i crimini della città, non sa che farsene di un allievo tanto inetto, e a ogni sua visita lo ricopre di insulti. C’è da dire che al suo attivo, per il momento, Grégoire ha una matita infilzata nell’occhio del fratello adottivo, una martellata sulla testa del ricco notaio Quiroga, un tentativo di stupro fallito per problemi di erezione, e una memorabile telefonata a una trasmissione radiofonica nella quale è riuscito a farsi passare per il suo idolo. Niente di sensazionale, insomma. Ma questa volta ha deciso, la sua prima vittima sarà una prostituta: con un piano diabolico riesce ad attirare in casa sua Germaine, che si innamora di lui… Con umorismo e ironia Alain Mabanckou dà vita a un personaggio che porta alle estreme conseguenze il disperato desiderio di uscire dall’anonimato e dalla povertà. Intorno a lui uno sgangherato quartiere, Chi-beve-l’acqua-è-un-idiota, dove gli abitanti sembrano tenuti insieme dalla criminalità organizzata, dalla prostituzione e dall’odio reciproco.

Alain Mabanckou, Verre cassé, Morellini: Verre cassé è un habitué del ‘Credito è in viaggio’, un bar come tanti: è qui che, tra un bicchiere e l’altro, ha imparato a osservare la gente, ad ascoltarne le incredibili vicende. Un giorno il Mollusco ostinato, proprietario del bar, gli chiede di scrivere qualcosa sul suo locale perché, dice, la pagina scritta “è l’unica cosa che resta” mentre la parola è “fumo negli occhi, piscio di gatto selvatico”, e poi è stufo di sentir dire che in Africa, “quando muore un vecchio, brucia un’intera biblioteca”. Verre cassé comincia allora ad annotare su un quaderno tutto quello che sente, e presto sono gli avventori del bar, desiderosi di entrare a far parte del suo libro, a cercarlo e a farsi sempre più insistenti. Ognuno ha una storia da raccontare, ognuno è convinto che la sua sia la più strabiliante di tutte le storie. Verre cassé l’ubriacone, l’ultimo a lasciare il bar e il primo a tornarvi, è però anche uno scrittore. Meglio quindi non lasciarsi ingannare dall’immediatezza e ingenuità della voce narrante, perché il romanzo è in realtà intessuto di rimandi e citazioni nascoste, e il lettore è invitato a partecipare a una vera e propria caccia al tesoro: dal nome del bar, che evoca i due grandi romanzi di Louis-Ferdinand Celine, allo stralunato Holden, tanto simile al personaggio di Salinger, sul quale si chiude il quaderno di Verre cassé, passando per un’infinità di allusioni a romanzi più o meno noti della letteratura mondiale.

Alain Mabanckou, Memorie di un porcospino, Morellini: Una leggenda africana racconta che a ogni uomo alla nascita viene affidato un doppio nel mondo animale. Al giovane Kibandi è stato assegnato un porcospino che lo seguirà ovunque fino agli ultimi istanti di vita. Ma del porcospino Ngoumba ha solo l’aspetto esteriore: acuto e malizioso filosofo, ritiene di non aver “nulla da invidiare agli uomini”, e, facendosi “beffe della loro presunta intelligenza”, rifletterà su tutto ciò che ha fatto per compiacere Kibandi. Seguendo il racconto del piccolo porcospino, il lettore si troverà invischiato in una fitta serie di omicidi a colpi di aculei, di piccole e comiche avventure. Mentre il padrone sotto l’effetto di una bevanda psicotropa perde man mano il rapporto con la realtà, il porcospino analizza e critica la lunga scia di morti che si lasciano dietro. Ma chi è l’assassino? Il porcospino o il padrone che lo spinge a uccidere? Kibandi o il piccolo porcospino che riflette e si confessa al suo amico baobab? Memorie di un porcospino è il secondo romanzo della trilogia inaugurata da Verre Cassé.

Alain Mabanckou, Zitto e muori, 66thand2nd: Approdato nella capitale francese con il falso nome di José Montfort, il venticinquenne congolese Julien Makambo viene preso sotto l’ala protettrice del connazionale Pedro, che lo introduce, tra mestieri illeciti e monolocali affollati, nella suburbia parigina. Gli affari vanno a gonfie vele finché Pedro non decide di coinvolgerlo in una missione misteriosa. E così, un venerdì 13, Julien si ritrova nel posto sbagliato al momento sbagliato: rue du Canada, XVIII arrondissement, accanto al corpo senza vita di una ragazza bionda, precipitata da uno degli appartamenti che affacciano sulla strada. Makambo fugge dal luogo dell’omicidio, ma qualcuno ha notato la figura di un giovane nero con un elegante completo verde elettrico, e per lui cominciano i guai. Zitto e muori è al contempo il diario di una fuga e un’esplorazione dell’universo clandestino che anima le notti segrete della Ville Lumière.
Un estratto: http://www.66thand2nd.com/public/pdf_libri/mabanckou_zitto_incipit.pdf

Alain Mabanckou, Black Bazar, 66thand2nd: Amante degli abiti firmati, appassionato cultore del lato B delle donne e fine teorico del nodo alla cravatta, il Sederologo si aggira affranto per rue Saint-Denis, Chateâu Rouge, dove il melting pot – un bazar di razze, lingue, stili, musiche, danze – sembra una diaspora africana in miniatura: congolesi, ivoriani, camerunensi, maghrebini e antillani, ovvero i «negri albini», tutti insieme a riempire condomini e bar chiassosi come il Jip’s. Esule del Congo e membro della società dei Sapeur (i neri che vestono bene), il Sederologo, alter ego dell’autore, è stato piantato dalla donna a causa dell’Ibrido, un «primitivo» suonatore di tam-tam, ed è costretto a ricorrere alla scrittura – tormentata, diaristica, colorita – per lenire il dolore dell’abbandono, la delusione della paternità sfumata. E ne scaturisce una sorta di parabola esistenziale, una autofiction camuffata in cui Mabanckou si muove con disinvoltura, alternando uno stile potente intriso di citazioni alla lingua viva della banlieue, perché «la lingua francese non è di proprietà della Francia, ma di chi la parla».

Alain Mabanckou, Domani avrò vent’anni, 66thand2nd: Pointe-Noire, anni Settanta. Michel ha dieci anni ed è un bambino turbolento e sognatore. Il suo mondo è popolato di personaggi stravaganti che lo accompagneranno nel lungo cammino per diventare un uomo: Lounès, l’amico del cuore; Caroline, la spigliata sorella di Lounès e fidanzata di Michel; René, lo zio ricco, comunista per comodità e opportunista per vocazione; e poi papà Roger, che conosce i segreti della politica del Congo e si fa interprete del nuovo ordine mondiale; e infine Pauline, l’amatissima madre, con i suoi vestiti color arancio brillante. In casa, nel frattempo, la radio diffonde le notizie delle efferate vicende politiche che hanno segnato la storia africana e europea. «Quando imboccherò la strada della felicità allora saprò che finalmente sono cresciuto, che ormai ho vent’anni»: è l’illusione del piccolo Michel, l’ennesimo alter ego di Mabanckou, che qui ci racconta la sua infanzia in un’Africa che non c’è più, strampalata e commovente, piena di comicità e contraddizioni.

Alain Mabanckou, Le luci di Pointe-Noire, 66thand2nd: Dopo ventitré anni Alain Mabanckou torna nella sua Pointe-Noire. Invitato dall’Institut français per un ciclo di conferenze, alloggia in un appartamento per artisti e scrittori dove, appeso alla parete del salotto, c’è un quadro che ritrae una donna dallo sguardo triste. Durante il soggiorno, oltre agli impegni ufficiali, si dedica alla scrittura del suo libro di ricordi, ma è bloccato, ha un nodo in gola. Sa di essere tornato nella città natale non solo per motivi di lavoro, ma soprattutto per riappropriarsi del passato, per riportare alla luce un’infanzia smarrita nel groviglio della memoria, per salutare i membri della sua numerosa famiglia, orfana di mamma Pauline e papà Roger, e per rivedere i luoghi cari – la casetta di legno «reggia» della madre, il cinema Rex «garanzia del sogno», il liceo archivio di episodi dell’adolescenza. Ma Pointe-Noire non è più la stessa: la casetta è cadente, rovinata dal tempo, il cinema è diventato una chiesa pentecostale, il liceo ha un altro nome e gli appare come un labirinto. Perdipiù tra i familiari ci sono dissapori, e sembrano interessati solo ai suoi soldi. Alain è scosso, disorientato, ma nel mostrare a un amico una foto che si è fatto scattare con i nipoti si rende conto che quei bambini sono liberi e felici, come in fondo lo era lui da piccolo, e non baratterebbero la loro infanzia con niente al mondo. E al momento di ripartire la donna del quadro lo saluterà con un sorriso e avrà i lineamenti della sua amata mamma.

Advertisements

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...