Libri dalla Cina

Dai Sijie, Balzac e la piccola sarta cinese, Adelphi: Come la lettura, grazie alla segreta malia di una misteriosa, preziosissima valigia di libri occidentali proibiti, riesca a sottrarre due ragazzi, colpevoli soltanto di essere figli di «sporchi borghesi», a svariate torture e permetta anche a uno di loro di conquistare la «Piccola Sarta cinese».
«Balzac e la Piccola Sarta cinese … è una tragedia raccontata con un soffio. Un soffio che anima il romanzo, come potrebbe tenere sospesa una piuma. È il trionfo della leggerezza, come l’intendeva Calvino. Non ricordo, come lettore, un libro recente in cui la sottrazione di peso alla struttura del racconto e del linguaggio sia stata realizzata con tanta spontaneità».
La mia recensione: https://sonnenbarke.wordpress.com/2014/04/22/dai-sijie-balzac-et-la-petite-tailleuse-chinoise-cina/

Dai Sijie, Muo e la vergine cinese, Adelphi: Qual è il maggiore contributo che la Francia abbia dato alla civiltà? Muo (giovane cinese che proprio a Parigi studia da psicoanalista, ed è totalmente imbevuto di cultura freudiana, con un penchant per la scuola lacaniana) non ha dubbi: l’ideale cavalleresco. E come in un’eroica chanson de geste torna in patria per salvare la dama dei suoi sogni dal pericolo che la minaccia. Vulcano della Vecchia Luna, la bella compagna di scuola che di lui, miope e bruttino, non ne ha mai voluto sapere, è stata infatti arrestata per aver venduto foto proibite a un giornale straniero, e rischia una pesante condanna. Ma Muo non è Orlando: è un irresistibile iellato – tanto più che il certame in cui si parrà la sua virtù è dei più imbarazzanti, per non dire grotteschi (il prezzo da pagare al terribile giudice Di per la salvezza dell’amata è una vergine), e che l’unica arma a sua disposizione è una scienza di cui, come sarà costretto a constatare dopo alcuni volenterosi ma sfortunati tentativi, i suoi connazionali non riconoscono l’utilità. Risoluto a compiere la sua missione, Muo viene trascinato (e il lettore con lui) in una ridda di avventure comiche e stralunate, da ognuna delle quali, come in un cartone animato, si rialza un po’ acciaccato ma pronto a rimettersi in cammino e ad affrontare, impavido e cocciuto, ogni sorta di prove. Alle sue gesta non fanno da sfondo reami fatati, bensì la Cina di oggi: una Cina al tempo stesso ultramoderna e arcaica, efficiente e corrotta, scalcagnata e inesorabile, nella quale Muo rischia di smarrirsi come in uno di quei sogni dei quali ha ormai capito di non possedere la chiave, una Cina di cui Dai Sijie ci fa percepire con straordinaria, onirica precisione immagini, personaggi, suoni, colori, odori, sapori.

Dai Sijie, Una notte in cui la luna non è sorta, Adelphi: All’inizio c’è un manoscritto. Anzi, un frammento di manoscritto: una «reliquia mutilata», un «brandello di testo sacro» redatto, in una lingua sconosciuta, su un rotolo di seta risalente al II o III secolo dopo Cristo. Il rotolo fu probabilmente all’origine del misterioso assassinio di An Shigao, grande traduttore e poeta; poi, quasi mille anni dopo, l’imperatore Huizong, vissuto fra l’XI e il XII secolo, cercò invano di decifrarlo, dedicandovi «tutta la sua erudizione»; finché, all’inizio del Novecento, l’ultimo imperatore della Cina, Puyi, ne fu ossessionato al punto da uscire di senno, e durante il volo che lo portava in Giappone lo lacerò con i denti e ne gettò una parte dall’aereo. Quasi fosse un dono del cielo, il frammento cadde, alla lettera, nelle mani di Zai Lan, il legittimo erede al trono esiliato in Manciuria dalla crudele imperatrice Cixi. Ma questo, appunto, è solo l’inizio: perché la nipote di Zai Lan sposerà un sinologo francese (che brama di entrare in possesso del famoso rotolo e a causa di ciò finirà in un campo di lavoro), e da lui avrà un figlio, che a sua volta si innamorerà di una giovane sinologa francese, la quale rimarrà anche lei fatalmente impigliata nel groviglio di vicende che hanno al centro l’enigmatico frammento… Fermiamoci qui: questi, infatti, sono solo alcuni dei personaggi e delle storie che si intrecciano in un libro che (per una volta l’immagine non è arbitraria) ha una forma a scatole cinesi, mobile e affascinante, costituita di racconti magistralmente incastonati in altri racconti, di memorie di antichi viaggiatori che si disciolgono in schegge di diari, di chiose ad antichi testi sacri – sullo sfondo, come sempre, della Cina comunista, con la sua assurda ferocia.

Sun Tzu, L’arte della guerra, varie edizioni: Sun Tzu disse: “Se conosci il tuo nemico e conosci te stesso, la vittoria non sarà in discussione. Se conosci il Cielo e la Terra, la vittoria sarà totale”.

Confucio, Dialoghi, Einaudi: Forse oggi Confucio ha una nuova lezione da darci. I suoi Dialoghi – raccolta di aforismi, conversazioni e aneddoti a lui attribuita e redatta dai suoi discepoli e seguaci – costituiscono da oltre duemila anni il nucleo fondamentale della cultura e del pensiero cinese.
Ciò che emerge dalla lettura è la semplice efficacia dei testi che, evitando complessità filosofiche, con stile laconico e con abbondanza di aforismi, offrono all’uomo una Via per affermare il primato essenziale dell’esistenza umana, per un esercizio consapevole del pensiero.

Mo Yan, Sorgo rosso, Einaudi: La storia epica, grandiosa di questo capolavoro della letteratura cinese contemporanea, si staglia sullo sfondo degli sconfinati campi di sorgo «che in autunno scintillano come un mare di sangue». Dal banditismo degli anni Venti, alla cruenta invasione giapponese degli anni Trenta e Quaranta, fino al periodo che precedette la Rivoluzione culturale, Sorgo rosso racconta le avventure e gli amori del bandito Yu Zhan’ao e della sua famiglia, in un affresco che ritrae un intero popolo, tutto un Paese. Un Paese dalle campagne brulicanti di anime sperdute – contadini, soldati, monaci buddisti, maghi taoisti – in cui «un vento maschio spazza una terra femmina» e il sangue versato è «morbido e liscio come piume d’uccelli».

Mo Yan, Grande seno, fianchi larghi, Einaudi: Un commovente omaggio alla propria madre e alle proprie radici e insieme, uno sguardo che attraversa la storia travagliata della Cina. Dalla società feudale degli anni Trenta all’odierno capitalismo di stato, passando attraverso sussulti e rivolgimenti dell’era maoista, figli e nipoti degli Shangguan affrontano gioie e dolori dispensati da una terra estrema, primordiale. Nessuno meglio di Mo Yan sa rendere l’anima senza tempo della civiltà e della cultura cinesi, attraverso le sue mille evoluzioni e sfaccettature.
Con questo romanzo, censurato in patria per l’esplicita crudezza delle testimonianze che riporta e i suoi toni corrosivi e grotteschi, Mo Yan torna al grande affresco rurale e mitologico che aveva reso celebre Sorgo rosso.

Tutti i libri di Mo Yan: http://it.wikipedia.org/wiki/Mo_Yan

Qiu Xiaolong, Il Vicolo della Polvere Rossa, Marsilio: Shanghai, la città del Vicolo della Polvere Rossa. Qui gli abitanti del quartiere hanno la consuetudine di riunirsi per una conversazione serale, creando storie a partire da qualunque spunto, «come se fosse un modo di vedere il mondo in un granello di sabbia». Dal 1949, quando il Partito Comunista prese il potere, attraverso gli anni della Rivoluzione Culturale, fino alla riforma economica di Deng e al socialismo “alla cinese” di oggi, ogni giorno ciascuno dei personaggi che popolano il tradizionale gruppo di abitazioni shikumen tira fuori il suo sgabello di legno e tesse la sua storia. L’operaio dell’acciaieria che si trasforma in popolare poeta con i suoi versi sul tofu, l’infermiera eroina della guerra di Corea respinta da tutti al suo ritorno dal carcere di prigionia, o l’insegnante in pensione che impazzisce per i gamberi ma non può più permetterseli, sono tanti gli indimenticabili abitanti del Vicolo che, con le loro storie di vita, diventano lo specchio del popolo cinese degli ultimi sessant’anni. Con una prospettiva panoramica unica sulla storia di formazione e trasformazione sociale della Cina, Qiu Xiaolong fa del Vicolo un microcosmo a immagine di un intero Paese, di cui ci permette di afferrare più di mezzo secolo di vita quotidiana, offrendoci ancora, come nei suoi raffinati polizieschi, uno sguardo penetrante e lucido sulla Cina moderna.

Qiu Xiaolong, Ratti rossi, Marsilio: In un centro karaoke del Fujian, nota copertura di una casa di vizio e piacere, viene ritrovato il corpo senza vita di un poliziotto: stava indagando sui traffici di Xing Xing, magnate degli affari a capo di un gigantesco impero di contrabbando che coinvolge illustri personaggi a tutti i livelli governativi. Una lunga catena con numerose maglie in cui rimane impigliato anche l’ispettore Chen, incaricato di fare luce su un delicato caso di corruzione.

Tutti i libri di Qiu Xiaolong: http://www.marsilioeditori.it/component/marsilio/scheda-autore/561-xiaolong-qiu

Shen Congwen, Il vecchio e il nuovo, Nutrimenti: Dieci racconti cinesi da cui emana una luce calda e chiara. Dieci piccoli capolavori per immergersi in altri ritmi e in un altro modo di guardare il mondo e la vita. La Cina lontana degli anni Trenta del secolo scorso, il conflitto fra tradizione e modernizzazione, tra ‘vecchio e nuovo’, appunto. Una natura dolce e gioiosa che si accorda con la profonda serietà di coloro che conducono in pace i propri amori e i propri affari; un modo di concepire e vivere la sessualità del tutto sconosciuto a noi, che non possiamo non dirci cristiani.
Sullo sfondo, i nazionalisti, i comunisti, i signori della guerra. Dieci racconti morali in cui è inutile cercare condanne, se non quella contro la stupidità della violenza.

Shen Congwen, Città di confine, Stampa Alternativa: Chadong, piccolo borgo incassato fra il fiume e la montagna, non solo segna il confine fra due regioni della Cina antiche e remote, ma anche quello fra sogno e realtà, natura e cultura, ciclicità e Storia. I suoi fiumi sinuosi, le montagne coperte di verde abbagliante, la pioggia leggera e persistente, i canti dei giovani innamorati, sono lo sfondo idilliaco e rarefatto della placida vita di un vecchio barcaiolo e di sua nipote Smeraldo.
Ma il fluire del tempo porta anche qui le sue fatalità inesorabili.
L’adolescente Smeraldo fa innamorare con il suo vivace candore i due figli del capo del molo.
Molti tragici equivoci seguiranno, fino alla morte del nonno, evento inevitabile che condurrà allo scioglimento dell’intreccio…

Gao Xingjian, La montagna dell’anima, BUR: “Quando incontrai Gao per la prima volta, rimasi colpito dal suo silenzio e dal suo modo gentile di astrarsi, di sottrarsi alla compagnia e alle discussioni degli altri. Ebbi l’impressione di trovarmi di fronte a un mite e rigoroso taoista. Ma quando mi diede da leggere il suo romanzo, il suo capolavoro, capii che quell’uomo fragile e schivo era anche un combattente, uno che scriveva per il più rivoluzionario dei fini, affermare il diritto dell’anima a cercare una sua verità, in contrasto con il potere dogmatico della politica e con quello insignificante dell’economia. Uno che concepiva la letteratura, finalmente, come una forma di resistenza spirituale.”

Gao Xingjian, Una canna da pesca per mio nonno, BUR: La visita di un tempio in rovina da parte di due sposi; un incidente stradale; il crampo che assale un nuotatore; la conversazione in un parco fra un ragazzo e una ragazza che si ritrovano dopo molti anni; l’acquisto di una canna da pesca che fa rinascere il mondo dell’infanzia; le istantanee che attraversano la mente di un uomo mentre si assopisce sulla spiaggia: ecco gli argomenti dei sei racconti che formano questo libro.
La materia narrativa e un’evocazione da cui nascono sogni, riflessioni, ricordi, e che da vita a una prosa controllata e vibrante.

Lu Xun, Erbe selvatiche, Quodlibet: Lu Xun (Zhou Shuren, 1881-1936), narratore e poeta, saggista e critico letterario, è considerato il padre della letteratura cinese moderna, il primo ad aver scritto un racconto (Il diario di un pazzo) in cinese moderno, attingendo largamente dalla lingua parlata. Erbe selvatiche (1924-1926) è una raccolta di brevi testi riconducibili ai sanwen (“scritture sparse”, o “scritture libere”), uno dei numerosi sotto-generi della vastissima tradizione saggistica cinese. Al confine fra la prosa e la lirica, essi sono un condensato di sperimentazione stilistica e linguistica, da parte di un autore che aveva talmente assimilato la tradizione da potersene fare gioco senza falsarla – e che peraltro aveva piena dimestichezza con gli sviluppi anche più recenti delle letterature europee. Nella presente versione di Edoarda Masi, questi testi superano felicemente la loro prova più difficile: quella della traduzione. Se c’è perdita (il riferimento diretto, l’allusione, l’irrisione), essa sopravvive al passaggio da Oriente a Occidente in forma di ferita: e sul terreno della nostra lingua assistiamo al sorgere di un piccolo, nuovo capolavoro.

Lu Xun, La falsa libertà, Quodlibet: Celebrato come il più eminente scrittore cinese del Novecento e fra i creatori della lingua scritta contemporanea, Lu Xun è il più rappresentativo fra gli uomini colti che si riconoscono nella rivoluzione popolare. La presente raccolta costituisce un condensato della sua estesa produzione saggistica (sedici volumi di saggi e discorsi) e comprende testi fra il 1918 e il 1936, anno della sua morte.
I testi si situano in un periodo di profonde trasformazioni: la modernizzazione della società, la nuova centralità politica delle masse contadine e l’avanzare della rivoluzione socialista. Legati al tempo e all’occasione quotidiana (il trasformarsi dell’istituzione familiare, una descrizione di Shangai, il teatro moderno, i costumi sessuali, l’avvento della fotografia…) fanno emergere le contraddizioni fra realtà privata e condizione storica, fra la richiesta immediata di felicità e la lotta sanguinosa «per il futuro», tra tradizione e distruzione, tipicità cinese e dimensione universale.
Non solo, dunque, questi scritti costituiscono un viatico prezioso per comprendere l’evoluzione della Cina nel Novecento; nella loro acutezza, essi acquistano altresì un’ampiezza di significato che va oltre i confini di un paese e di un periodo determinato: è nella contraddittorietà della vita, nella miseria, nell’oscurità di un mondo che cambia, che si definisce il rapporto reale tra la modernità e la tradizione cinese, per cui questa può rimanere viva solo a misura che se ne distrugga il dominio, solo nel dare a sé e alle cose nuova forma.
«Nonostante ogni possibile apparenza contraria – scrive Edoarda Masi nella sua Introduzione –, l’opera di Lu Xun si pone contro le correnti letterarie e fuori dalle correnti politiche, e fa tutt’uno con la società del suo paese, nella complessità di conflitti laceranti che da oltre un secolo la percorrono. Per questo agli eredi del privilegio – custodi del passato o acculturati dall’Occidente o avanguardisti “rivoluzionari”, o membri delle varie nomenklature – egli appare come un empio iconoclasta o un eretico. Traccia i limiti della sfera della letteratura, ne ridimensiona la funzione, si oppone alla pratica di sopravvalutarla attribuendole compiti estranei: perché conosce l’unificazione dispotica, dove ogni attività intellettuale è indifferentemente ricondotta al controllo del popolo dall’interno delle coscienze, prima ancora che con mezzi violenti o polizieschi. “Nei periodi di dispotismo si può permettere l’esistenza degli intellettuali […]. Solo quando i movimenti di pensiero si trasformano in movimenti reali diventano pericolosi”.
[…] È assente in Lu Xun l’attesa di soluzioni definitive ai mali della società e alle contraddizioni fra gli uomini, di conciliazioni celesti trasferite sulla terra – e forse è questo il suo materialismo di cinese e certamente la sua grandezza. Il sacrificio, l’oppressione e il sangue versato sono senza recupero e senza perdono. “Lasciate che seguitino a odiarmi, io non ne perdono neanche uno”, scrive dei suoi nemici, poco prima della morte. La capacità di lotta, di amore e di odio e la forza nel rappresentarli si fondano sull’assunzione dell’irrecuperabile e sulla volontà ragionevole, interamente nella dimensione biologica e terrestre».

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