Libri dalla Bielorussia

 

Piazza della Vittoria, Minsk

Svetlana Aleksievic, Preghiera per Cernobyl’, e/o: La notte del 26 aprile 1986 una serie di esplosioni e il conseguente incendio distrussero il reattore e il fabbricato della quarta unità della centrale elettronucleare ucraina di Cernobyl’. Lo scoppio rilasciò nell’atmosfera un’enorme quantità di materiale radioattivo che, in particolare, ricadde per il 70% sul suolo della vicina Bielorussia. Alcuni dati di questo “incidente”, il quale si configurò ben presto come un’immane catastrofe tecnologica, la più grave di ogni tempo e luogo, sono, per la sola Bielorussia: un quarto del territorio, sul quale vivono oltre due milioni di persone, contaminato; un quarto delle foreste e 1,8 milioni di ettari di terreni agricoli avvelenati dalla radioattività. Dopo i primi, reticenti, rapporti ufficiali, col passare degli anni sono apparsi anche in Urss, e poi nelle Repubbliche che ne hanno preso il posto, esaurienti analisi delle cause e responsabilità del disastro ed è stato celebrato l’eroismo dei vigili del fuoco, degli addetti della centrale, dei militari e della polizia, dei tecnici cosiddetti “liquidatori” (delle conseguenze dell’avaria) – tutte persone spesso mandate allo sbaraglio, senza adeguate direttive e cautele. Grazie a migliaia di articoli e decine di libri, fatti, nomi, cifre sono oramai noti. Nell’accingersi, a dieci anni dalla catastrofe e dopo tre anni spesi in conversazioni coi protagonisti e testimoni sopravvissuti di quell’evento, a dare alle stampe questo libro, la scrittrice bielorussa Svetlana Aleksievic si chiedeva: “Cosa possiamo aggiungere ancora a tutto ciò? Di che cosa parla questo libro?”. E rispondeva. “Questo libro non parla di Cernobyl’, ma del mondo di Cernobyl’. Proprio di ciò che conosciamo poco o nulla… La ricostruzione non degli avvenimenti, ma dei sentimenti”. E così Svetlana Aleksievic ha dato voce, con decine e decine di interviste, a quel “popolo di Cernobyl'” composto di persone dalle professioni, destini, generazioni e temperamenti diversi, donne, uomini, bambini e soldati, contadini e intellettuali, credenti e atei. Dice l’Autrice: “Cernobyl’ è il principale contenuto del loro mondo. Esso ha avvelenato ogni cosa dentro di loro, e anche attorno, e non solo la terra e l’acqua. Tutto il loro tempo”. E poi: “L’uomo d’oggi si trova sulla linea di rottura di due epoche… Si sono combinate due catastrofi: l’una sociale, è colato a picco sotto i nostri occhi l’enorme impero socialista e l’altra cosmica, Cernobyl’. Due esplosioni globali”. E infine: “Più di una volta (viaggiando, conversando, prendendo appunti) ho avuto l’impressione che in realtà stessi annotando il futuro”. Ma non è un futuro desolato, senza speranza. Le potenti “cronache” di Svetlana Aleksievic cercano e riescono a restituirci con veridicità e maestria il mondo interiore di donne e uomini i quali, sconvolti” e forse distrutti dagli epocali eventi, hanno tuttavia raccolto la sfida di cui pure parla l’Autrice: “dire parole nuove… un testo ancora a tutti sconosciuto”. Sono parole ed è un testo che superano la mera contemplazione di eventi atroci, e che spesso, vincendo l'”ipnotismo della sofferenza”, trovano lo slancio per comporsi in straordinarie pagine di amore e incontro con l’altro. Si vedano a questo proposito i due racconti, posti all’inizio e alla fine del libro con l’identico titolo “Una voce solitaria”, due storie femminili di intensità quasi insostenibile; e questa piccola chiusa, con le parole di una contadina tornata a vivere senza autorizzazione in quella sua casa contaminata che è per lei l’unico mondo possibile: “Tu, Svetocka, non prendere nota di quello che ti racconto, e non comunicarlo alla gente. Sono cose che è impossibile comunicare. Io te le racconto soltanto perché io e te si possa piangere un poco insieme. E perché, andando via, tu ti volti a guardare la mia casetta non una volta, ma due…”.
La mia recensione: https://sonnenbarke.wordpress.com/2014/07/03/svetlana-aleksievic-preghiera-per-cernobyl-bielorussia/

Svetlana Aleksievic, Incantati dalla morte, e/o: “Perché raccogliere delle storie di suicidi e non quelle di normali sovietici con una normale biografia sovietica? Dopo tutto, succede che ci si uccida semplicemente per amore, o per solitudine. Tuttavia, anche in casi del genere, l’epoca c’entra, e come… Lo Stato era il nostro universo, il nostro cosmo, la nostra religione. Il suicidio è esistito in tutti i tempi come fenomeno individuale, ma accade talvolta che diventi fenomeno sociale”. Così Svetlana Aleksijevich introduce la raccolta di testimonianze di vite spezzate e ricostruite, spiegate, svelate ai lettori di questo singolare, istruttivo e struggente libro innervato sul tema del fallimento dell’impero sovietico. Nessun saggio politico, sociologico o economico è in grado di spiegare nelle sue complesse concatenazioni le ragioni della caduta e del disfacimento di un’ideologia fattasi sistema totalitario. Un nodo che l’autrice di Incantati dalla morte tenta di sciogliere a partire dai destini individuali, attraverso un appassionato, partecipe e dolente ascolto/racconto: ecco come i figli di un’Idea, cresciuti nella sua atmosfera, nella sua cultura non hanno retto al suo fallimento. “Adesso dobbiamo trovare un senso per la nostra vita e stiamo imparando la solitudine a un prezzo talvolta impensabile…”. Le voci vive delle persone, anche le voci più piccole e timide sono le uniche che hanno ragione della potenza inossidabile e tetragona del mito. Esse ci interrogano, e ci illuminano, sul significato di libertà e responsabilità individuale, ci istruiscono sulle conseguenze della rinuncia a una dimensione personale e individuale nelle scelte della vita e ci ammoniscono sui rischi di una dimissione collettiva. Racconti ingenui e familiari, colmi di piccole e grandi speranze, di sogni infranti, ideali spezzati: la storia di Vasilij ottantenne che si emoziona ancora al profumo del pane fresco, vecchio soldato che ha ucciso tante volte in nome dell’Avvenire ed ora è deciso a uccidersi per difendere il suo passato, e coprirlo con il suo vecchio cuore…; il poeta adolescente Igor ispirato dalla morte, o la giovane cameriera Tamara che dalla vita non ha mai avuto niente di buono e di bello solo un marito zoppo, incattivito dall’alcol e tante di quelle tragedie che a ventinove anni non pensa ad altro che a tentare di ammazzarsi con il veleno, impiccandosi… e Natalia che si porta dietro da due anni il veleno, e come lei suo marito “per esser pronti in qualsiasi momento…”. Le idee non soffrono, afferma Aleksijevich, sono gli uomini a far pena. E, alla luce morente dell’epoca delle sublimi menzogne dobbiamo ascoltare i suoi testimoni, testimoni onesti, non imparziali che hanno voluto uccidersi perché sopravvivessero, di quest’epoca, i fantasmi. Fantasmi da uccidere perché altrimenti saranno loro a uccidere noi…

Svetlana Aleksievic, Ragazzi di zinco, e/o: Una intera generazione di giovani con le loro madri, sorelle e spose, insieme a medici e insegnanti, impiegati, infermieri, ufficiali e comandanti ha dato il proprio spaventoso tributo a quello che in Unione Sovietica dall’inizio degli anni Ottanta era definito “il dovere internazionalista” in rapporto alla sicurezza degli stati meridionali di una grande potenza. L’intervento militare in Afghanistan veniva presentato come tale e illustrato come un’azione di stampo umanitario a maggior gloria dell’Unione e del popolo sovietici. Ma quello cui assistiamo percorrendo le pagine di Ragazzi di Zinco è il lungo corteo di una umanità martoriata e piagata che racconta con semplicità le miserie e gli orrori di questa guerra e di tutte le guerre. C’è il giovane, poco più che adolescente che “dopo Kabul non fa altro che scavare buchi con tutto quello che gli capita fra le mani: una vanga, una forchetta, un bastone o una stilografica”. “Scavo una trincea – dice il ragazzo – Ne scavo una grande che basti per tutti.” C’è una folla di reduci ridotti a tronconi, mutilati di braccia e gambe e con protesi di cattiva qualità che raccontano di campi distesi su una immensa pietraia sommersa dalla polvere e assediata dalla calura incandescente, fino ai sessanta gradi e oltre; campi dove non ci sono pozzi né cucine né bagni. Soldati e ufficiali raccontano le atrocità compiute dai Mujahiddin sui prigionieri e quelle che loro stessi hanno perpetrato sul nemico in uno scenario che riporta l’orologio del tempo indietro fino al Medioevo. La ferocia della guerra porta con sé anche malattie remote come il tifo, la malaria, il colera e i truci espedienti contemporanei di cocktail di droghe distribuite ai soldati per superare il terrore e la sofferenza. Una di esse viene chiamata Ferocin e serve a ottundere la ragione, sfumare l’orrore e istigare al massacro. Mentre in patria i giornali scrivono che in Afghanistan i soldati costruiscono ponti, piantano viali alberati dell’amicizia e i medici sovietici curano donne e bambini del posto, ai soldati viene ordinato di sparare “dove c’è più folla… su un matrimonio afgano, nel mucchio”. Quegli stessi soldati raccontano poi che per indurre i prigionieri a rivelare dove si trovino i depositi di armi, li caricavano in elicottero e li gettano sulle rocce sottostanti. Sono gli stessi quasi imberbi soldati che tornano a Termez tra i mandorli in fiore e vengono accolti dalle fanfare della banda cittadina accolti come “i figli diletti che tornano a casa dopo aver adempiuto al proprio dovere internazionalista”… Di questa guerra, scrive l’Aleksievic, che è durata il doppio della Grande Guerra patriottica, sappiamo soltanto quel poco che possiamo sapere senza correre il rischio di doverci vedere come veramente siamo e spaventarci. “Gli scrittori russi hanno sempre avuto più a cuore la verità che la bellezza” ha scritto Berdjaev. A casa, oltre ai reduci mutilati o impazziti, tornano in gran numero e in una tragica e silenziosa sfilata le bare di zinco: “nei primi anni di questa strana guerra, nessuno le aveva ancora viste. Solo in seguito si seppe che giungevano e le sepolture avvenivano di nascosto, nottetempo, e sulle pietre tombali non c’era nulla che potesse far sospettare le reali circostanze del decesso”. Questo libro, che rappresenta un aspro e implacabile antidoto contro la guerra di ogni tempo e con dolente e asciutta determinazione persegue senza concessioni lo smascheramento di tutte le falsificazioni e le menzogne grazie alle quali il regime sovietico ha indotto la sua gioventù a immolarsi in quello che appare come un feroce mattatoio nel quale l’orrore annienta ogni distinzione e ogni differenza tra giusto e ingiusto, valore e crudeltà, amico e nemico. Ragazzi di Zinco è il lungo e tragico rosario delle testimonianze rese da quelli che sono attori e vittime della guerra in Afghanistan, campo di combattimento di ieri e di oggi. Sono i testimoni di un immaginario tribunale che con i loro racconti pronunciati con semplicità e spaventosa verità, polverizzano ogni possibile ragione, ogni eventuale attenuante e qualsiasi futura tentazione di muovere la guerra. Svetlana Aleksievic, alla stregua di pubblico scrivano dà voce in questo libro a coloro che la storia esclude, coloro a cui gli stati tolgono la parola e che spesso dimenticano.

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