Libri dal Belgio

Grande Place, Bruxelles

Ieri vi ho lasciato orfani della bibliografia mondiale giornaliera, causa troppi impegni, ma oggi la rubrica torna con i libri dal Belgio. Naturalmente da questo paese ci sono moltissimi autori, ma io ho voluto menzionare soltanto quelli che per un motivo o per l’altro secondo me sono più significativi. Qualsiasi commento o correzione è il benvenuto, come sempre.

Amélie Nothomb, Acido solforico, Voland: Questa volta l’acume sulfureo di Amélie Nothomb si misura con il mondo dei mass media. Una troupe televisiva fa una retata nelle strade di Parigi per reclutare concorrenti, scelti a caso tra la popolazione, che partecipino all’ultimo reality show dal titolo Concentramento. I selezionati vengono caricati su vagoni piombati e internati in un campo dove altri concorrenti recitano il ruolo di kapò. La trasmissione ricrea un passato orribile della storia dell’umanità: sotto l’occhio vigile delle telecamere i prigionieri vengono picchiati e umiliati in ogni modo; il momento più atteso arriva quando, ogni settimana, i telespettatori decidono l’eliminazione-esecuzione di uno di loro dallo show con il televoto. L’ultimo libro di un’autrice da sempre al centro di polemiche, un romanzo che sta dividendo critica e pubblico, forse con meno leggerezza ironica e più disgusto per una società in cui la sofferenza diventa spettacolo.
La mia recensione: https://sonnenbarke.wordpress.com/2013/10/16/amelie-nothomb-acido-solforico-belgio/
L’incipit: https://sonnenbarke.wordpress.com/2014/01/10/incipit-amelie-nothomb-acido-solforico/

Amélie Nothomb, Metafisica dei tubi, Voland: Un’autobiografia scanzonata e irriverente dei primissimi anni di vita dell’autrice. La scoperta del gusto, del peccato, della potenza e della fascinazione della parola impegnano il tubo-Amélie, apparentemente inerte. In una compulsione di pensieri e metafore l’autrice consegna al Dubbio, una formula corrosiva che condensa irrequietezza e catarsi: “Vivere è rifiutare. Chi accetta ogni cosa non èpiù vivo dell’orifizio del lavandino.”

Tutti i libri di Amélie Nothomb: http://it.wikipedia.org/wiki/Am%C3%A9lie_Nothomb#Opere

Georges Simenon, La fuga del signor Monde, Adelphi: In una fredda mattina d’inverno, mentre il suo autista lo portava, come ogni giorno da trent’anni, alla ditta di import-export fondata da suo nonno, Norbert Monde ha deciso di scomparire. Anzi no: non c’è stato niente da decidere. «Probabilmente lo aveva sognato spesso, o ci aveva pensato così tanto che adesso aveva l’impressione di compiere gesti già compiuti»: farsi radere i baffi, scambiare il completo dal taglio elegante con un abito di seconda mano, andare alla Gare de Lyon, chiedere un biglietto per Marsiglia. Ma perché è accaduto proprio quel giorno? Forse perché era il suo compleanno; o forse perché, alzando gli occhi, ha visto «i comignoli rosa che si stagliavano sullo sfondo di un cielo azzurro pallido in cui fluttuava una minuscola nuvola bianca» – e gli è venuta voglia di vedere il mare. Quando finalmente se l’è trovato davanti, il signor Monde ha pianto. E quelle lacrime, che si portavano via «tutta la stanchezza accumulata in quarantotto anni», erano dolci, «perché ora la battaglia era finita», e lui era finalmente come uno di quei clochard che dormono sotto i ponti di Parigi, e che più di una volta gli era capitato di invidiare. Così, ha cominciato a vivere una esistenza del tutto nuova, in un mondo che gli era ignoto. Un giorno però gli apparirà dinanzi un fantasma della sua vita di prima: allora il signor Monde, che aveva portato in sé «la propria condizione di uomo come altri si portano addosso senza saperlo una malattia», riprenderà la sua identità e il suo ruolo, ma non sarà più la stessa persona. Perché da quel momento non avrà più ombre – e guarderà ogni cosa in modo diverso, con una sorta di «fredda serenità».

Georges Simenon, La camera azzurra, Adelphi: «Sei così bello» gli aveva detto un giorno Andrée «che mi piacerebbe fare l’amore con te davanti a tutti, in mezzo alla piazza della stazione…». Quella volta Tony aveva accennato un sorriso da maschio soddisfatto: perché era ancora soltanto un gioco, perché mai nessuna donna gli aveva dato più piacere di lei – «un piacere assoluto, animalesco, senza secondi fini, e mai seguito da disgusto, disagio o stanchezza». Del resto, era stata lei a tirarsi su la gonna e a invitarlo con la sua voce roca, la prima volta, a prenderla in mezzo all’erba e alle ortiche che costeggiavano la provinciale: dopo, lui aveva colto nei suoi occhi un’espressione di trionfo. E anche quel 2 agosto, quando lei gli aveva chiesto (avevano appena fatto l’amore, nella camera dell’Hôtel des Voyageurs che da un anno accoglieva i loro incontri clandestini): «Se io mi ritrovassi libera… faresti in modo di renderti libero anche tu?», lui non aveva dato peso a quelle parole, quasi non le aveva udite. Solo più tardi avrebbe compreso l’oscura minaccia che nascondevano. Ancora una volta, nel suo stile asciutto, rapido, implacabile, Simenon ci racconta la storia di una passione vorace e devastante, che non arretra davanti a nulla. Nemmeno davanti a un doppio delitto.
Terminato a Noland nel giugno del 1963, La chambre bleue apparve a stampa l’anno seguente. È inedito in Italia.

Tutti i libri di Georges Simenon: http://www.adelphi.it/catalogo/cerca/reply/smart/YTo1OntzOjQ6InR5cGUiO3M6NToic21hcnQiO3M6NzoiT3JkZXJCeSI7czo1OiJzY29yZSI7czoxOiJxIjtzOjE1OiJTaW1lbm9uIEdlb3JnZXMiO3M6NDoiU29ydCI7czo3OiJkZWZhdWx0IjtzOjEyOiJGaWx0ZXJTdHJpbmciO3M6NDE6ImE6MTp7czo2OiJBdXRob3IiO2E6MTp7aTo5NDU7czozOiI5NDUiO319Ijt9/p1

Eric-Emmanuel Schmitt, Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano, e/o: Il breve intreccio di strade di un popolare quartiere parigino annovera vie che hanno il sapore delle favole: Rue Bleue , Rue de Paradis. Il quartiere dove abita l’adolescente Mose detto Momo, è pieno di vita e di luce, percorso da un’animazione popolare colorita e gaia, proprio l’opposto dell’appartamento in cui Momo vive con un padre sprofondato in una silenziosa e fosca depressione, perennemente immerso nella penombra, eccettuato per il cono di luce serale che avvolge l’avvocato “senza affari e senza moglie”, intento a leggere uno dei ponderosi volumi dell’austera biblioteca. Le sole occasioni di dialogo tra padre e figlio riguardano un’economia domestica in cronica penuria e i rimproveri a Momo che non nascondono il sospetto che il ragazzo faccia “la cresta” sulla spesa. Nonostante l’atmosfera pesante di una casa dalla quale l’amore sembra fuggito per sempre, Momo è un ragazzo dallo spirito aperto e curioso, ferito dalle accuse del padre e dalla sua indifferenza ma capace di reagire alla situazione con una serie di spensierate trasgressioni. Il piccolo mondo in cui vive del resto non lesina piacevoli sorprese come il droghiere dagli occhi color pistacchio, Il signor Ibrahim, l’unico arabo in una via “ebrea”, titolare della drogheria dove Momo si reca a fare la spesa quotidiana e non esita ogni tanto a sgraffignare qualche scatoletta di conserva… ”E’ solo un arabo, dopo tutto!” pensa Momo, e, con suo grande stupore, il vecchio Ibrahim sembra leggergli nel pensiero: “Non sono arabo, vengo dalla Mezzaluna d’Oro”. Così comincia la storia d’amicizia, intessuta di ironia, smaliziato ed effervescente umorismo, candore e profonda saggezza, momenti di tristezza alternati a un’ebbrezza frizzante e liberatoria, del ragazzo ebreo e dell’anziano “arabo” nell’incanto di un angolo di mondo nel quale le puttane sono belle e cordiali e si accontentano di un orsetto di peluche in cambio dei loro favori e dove, come portata da un sogno, compare addirittura Brigitte Bardot che assomiglia tanto alla gattina dei vicini e come lei sembra vivere e respirare soltanto per suscitare ammirazione. La Bardot entra perfino nel negozio di Ibrahim il quale eccezionalmente si alza dal suo sgabello. “Signor Ibrahim, chiede poi Momo, immagini di essere in una barca con Brigitte Bardot e sua moglie. La barca affonda, lei cosa fa?” “Scommetto che mia moglie sa nuotare” E’ la lapidaria risposta seguita da una risata a gola spiegata. Ma Ibrahim non è soltanto un sorprendente e affettuoso amico per il goffo e infelice Momo, è anche una fonte continua di scoperte, quale è la fondamentale arma del sorriso capace di mutare magicamente le situazioni più spiacevoli, e infine la risorsa decisiva e la speranza inattesa nel momento della tragedia, quando il padre di Momo sceglie di abbandonare il figlio e con esso anche la vita stessa. Come in una favola o un apologo che non pretende di dar lezioni morali ma soltanto proporre un sogno da decifrare e che interroga con il suo magico e candido incanto, i due protagonisti si incamminano insieme come padre e figlio verso il grande mondo, scoprono la maestosa bellezza di Parigi, acquistano un’auto che nessuno dei due sa guidare ma infine percorrono le strade di tutta Europa, poi volgono il cammino verso Oriente, l’Albania, la Grecia dove c’è odore di felicità, e infine Istambul e ancora oltre , verso una libertà che li fa inerpicare verso l’alto. “Di fronte a noi è stata messa una scala per evadere” dice Ibrahim prima di giungere alla sua meta definitiva mentre il sole scivola tra le montagne e “il papà” fissa la stella della sera. Mosè resterà solo alla fine ma avrà avuto in dono un tesoro di saggezza e l’arte di sorridere alla vita, i preziosi fiori del Corano che hanno illuminato la vita del suo padre adottivo che oltre alla drogheria gli ha lasciato il dono supremo della libertà, anche la libertà dal dolore e dalle strettoie soffocanti delle ideologie e delle ortodossie. Si respira una grande libertà in questo libretto di Schmitt, apparentemente semplice e ingenuo e invece pieno di invenzioni intelligenti e brillante scanzonato umorismo; un’ incantevole e divertita parabola e un ammirevole esercizio di poesia elargita con levità e sapienza per il gusto di raccontare, intrattenere e interrogare il lettore.

Eric-Emmanuel Schmitt, Piccoli crimini coniugali, e/o: Con l’ideazione di un quadro d’interno borghese che propone una coppia colta in un momento o meglio in un passaggio “particolare”della propria storia coniugale, il talento ironico e delicato, il tratto tenero e vagamente fiabesco dell’autore di Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano, ci sorprende con uno spirito che questa volta vira decisamente sul satirico in una analisi disincantata, di una intelligenza pungente e a tratti spietata della vicenda della coppia senza lesinare momenti di ironia e divertimento e colpi di scena capaci di provocare veri soprassalti nel lettore. L’ingranaggio di questa piccola e sapiente “macchina” scenica è semplice quanto efficace: il marito, uno scrittore di romanzi gialli, un intellettuale che fa della propria confusione una regola e delle sue contraddizioni una scelta di vita e di pensiero, emerge da un incidente domestico che gli ha provocato un coma temporaneo e una conseguente totale amnesia. Gilles non sa più chi è e si ostina a dare del lei alla dolce e devota signora che lo assedia con le sue attenzioni e le sue affettuose cure e che sulle prime prende per una nuova, avvenente, “infermiera in borghese”…! Tornati a casa Lisa continua ad accudire Gilles e a rassicurarlo: la memoria tornerà. Ma Gilles appare sospettoso e angosciato, arriva a postulare ipotesi paranoiche; la sconosciuta signora tanto graziosa e solerte potrebbe addirittura far parte di una “rete di vedove” che gestisce un traffico di uomini colpiti da amnesia…. ”Chi mi garantisce che lei non sia andata in ospedale come si va nei posti degli animali abbandonati?” Arriva a chiedere a sua moglie. Lisa appare nonostante tutto non perdere mai la calma e curiosamente non scomporsi più di tanto e mentre il duetto procede in un crescendo di battute a doppio senso, strane e misteriose allusioni, sgambetti e risposte mancate, un clima ben diverso e inquietante si instaura gradualmente tra i due protagonisti. Dal quadro iniziale quieto e pacato, circonfuso di calore e attenzioni nel quale è naturale per il lettore assumere la verità di ciò che viene dichiarato il quadro impercettibilmente muta, si fa incerto e inquietante, e infine si capovolge bruscamente per rivelare una realtà più cruda e amara attraverso le pieghe segrete e occulte che fanno il mistero e la dannazione, ma anche per contrappeso la passione e la sfida di una esistenza a due in un viluppo denso e drammatico, comico e grottesco, lieto e tragico della avventura di una vita in comune. Come se per ritrovarsi i due protagonisti dovessero attraversare un piccolo inferno per poter riconquistare un nuovo inizio che consenta loro di ricominciare da capo con più fresche e fiduciose energie. Piccoli crimini coniugali è un libro appassionante e brillante, attraversato da lampi di scanzonato pessimismo e disarmata clemenza, profondamente coinvolgente per il sentimento di acuta umana comprensione che lo ispira e insieme di un sentimento di schietto e divertito, e divertente, scetticismo. La comprensione e il disvelamento dei meccanismi più profondi e misteriosi che governano la vita della coppia in Schmitt è magistrale ed egli propone con questa singolare narrazione una lettura del fenomeno coniugale assai originale, attuale e profondamente interlocutoria. Delineando un ritratto di questa scelta generosa e appassionante seminata di piccoli e grandi dubbi e miserie, di paure e gelosie, guizzi di tenerezza e passione come di premure e devozione un ingegnoso, appassionante e divertente rebus che non può non coinvolgere e interrogare il lettore per la forza e la brillantezza della sua invenzione. “L’amnesia è strana” – medita il protagonista – “ E’ come una risposta a una domanda che si ignora” E in questa dichiarazione è forse racchiuso la forza segreta e il nodo centrale del testo di Schmitt e una delle riposte più convincenti intorno alla natura e al senso della vita in comune.

Eric-Emmanuel Schmitt, La giostra del piacere, e/o: Un giorno tutti gli abitanti di Piazza Guy d’Arezzo a Bruxelles ricevono la stessa lettera: “Questo messaggio solo per dirti che ti amo. Firmato: tu sai chi”. Un messaggio d’amore, apparentemente innocente, che dà il via a una catena di conseguenze che finiranno per sconvolgere la vita degli abitanti della piazza. C’è Zachary Bidermann, potente commissario dell’Unione Europea, erotomane incallito. C’è Faustina, la sofisticata ufficio stampa di una grossa casa editrice che detesta il suo amante che le fa l’amore troppo bene e quindi la fa sentire schiava. C’è Josephine che convince il marito Baptiste a prendere in casa l’amante di lei. C’è il banchiere Francois-Maxime de Couvigny, felicemente sposato, che ogni mattina cerca fugaci incontri sessuali con giovani ragazzi. Ci sono la portinaia Marcelle innamorata del suo afgano (un aitante clandestino) e la signorina Beauvert che fa l’amore con il suo pappagallo Copernico. E molti, molti, moltissimi altri. Mentre l’indagine avanza, i corpi si allacciano, la temperatura dei desideri si fa rovente, la fantasia dell’eros si scatena, i cuori si spezzano e nascono gli amori. Schmitt racconta in un caleidoscopio di storie avvincenti la sessualità dei nostri tempi, in tutte le sue forme, con un’inaudita fisicità, senza moralismi, ma con un’attenzione sempre vigile all’etica dei rapporti umani e alla forza dell’amore. Schmitt ha creato una cattedrale dell’erotismo contemporaneo.

Tutti i libri di Eric-Emmanuel Schmitt: http://it.wikipedia.org/wiki/%C3%89ric-Emmanuel_Schmitt#Opere

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