Libri dall’Austria

Österreichische Nationalbibliothek, Vienna

Sui libri austriaci si potrebbero scrivere interi tomi di bibliografie. Mi limito dunque a segnalare alcuni fra gli autori che reputo più importanti.

Joseph Roth, La marcia di Radetzky, Adelphi: Il capolavoro di Joseph Roth, il romanzo in cui si elabora e si orchestra la fine dell’impero asburgico. Attraverso le vicende di tre generazioni della famiglia Trotta, uscita dall’oscurità con il gesto di un sottotenente che salva l’Imperatore sul campo di Solferino, percorriamo l’immenso corpo fantomatico che l’aquila bicipite custodiva.
«Allora, prima della Grande Guerra, all’epoca in cui avvennero i fatti di cui si riferisce in questi fogli, non era ancora indifferente se un uomo viveva o moriva. Se uno era cancellato dalla schiera dei terrestri non veniva subito un altro al suo posto per far dimenticare il morto ma, dove quello mancava, restava un vuoto, e i vicini come i lontani testimoni del declino di un mondo ammutolivano ogni qual volta vedevano questo vuoto».

Joseph Roth, La milleduesima notte, Adelphi: Un’avventura erotica dello Scià di Persia nella Vienna absburgica. Un romanzo dove l’autore torna a essere la pura voce senza nome della favola e muove i suoi personaggi in una spietata partita a scacchi di cui nessuno di essi può essere consapevole e che segnerà, per tutti, la rovina. Intatta, alla fine, rimane solo una collana di perle attorno a cui tutta la storia aveva occultamente ruotato.
«Il capolavoro di Joseph Roth, l’esito estremo della sua asciutta disperazione e del suo struggente amore di vivere».

Joseph Roth, La Cripta dei Cappuccini, Adelphi: Fra i grandi scrittori del nostro secolo, Joseph Roth è forse quello che più di ogni altro ha conservato il gesto inconfondibile del narratore – quel favoloso personaggio che racconta storie senza fine ed è quasi l’ombra di tutta la letteratura. Con frasi nitide e lineari, scandite da un perfetto respiro, Joseph Roth ha raccontato in molti romanzi, e sotto le più diverse luci, il grande evento dell’inabissarsi del suo mondo, che era al tempo stesso l’Impero absburgico e la singolarissima civiltà ebraica dell’Europa orientale, entrambi condannati alla rovina e alla dispersione. Ma se c’è un libro che è l’emblema intatto di questo avvenimento e anche di tutto il destino del suo autore è proprio La Cripta dei Cappuccini, lucidissimo, accorato epicedio scritto da Roth esule e disperato nel 1938.

Tutti i libri di Joseph Roth: http://it.wikipedia.org/wiki/Joseph_Roth#Opere

Hermann Broch, I sonnambuli, Mimesis: La trilogia romanzesca dei Sonnambuli (1931-32), si apre con il romanzo Pasenow e il romanticismo, cui seguono Esch o l’anarchia e Huguenau o il realismo. La storia di ogni romanzo si svolge quindici anni dopo quella del precedente: 1888, 1903 e 1918 (le date fanno parte del titolo). I tre romanzi affrontano tre momenti cruciali della storia tedesca – l’inizio, l’apogeo e la fine dell’impero guglielmino.

Hermann Broch, La morte di Virgilio, Feltrinelli: “Il vero tema del libro è la collocazione dell’artista nel mondo e nella storia: dell’uomo che non ‘fa’ come un essere umano, ma che ‘crea’ come Dio – quantunque solo apparentemente. L’artista è per sempre escluso dalla realtà ed esiliato nella ‘regione vuota della bellezza’. Il suo giocare con l’eternità – e questo gioco ammaliante che chiamiamo bellezza – si muta nel ‘riso che distrugge la realtà’, il riso che scaturisce dall’intuizione terribile che la creazione stessa, e non solo il tentativo giocoso dell’uomo di farsi creatore, può essere distrutta. Con quel riso il poeta ‘si abbassa al livello della massa’, della cinica, degradante volgarità a cui era stato condotto nella sua lettiga attraverso i bassifondi di Brindisi… Poiché il divario tra ‘non più e non ancora’ non può essere colmato con l’arcobaleno della bellezza, il poeta è destinato a ricadere nella ‘volgarità […] dove la volgarità giunge al suo punto più basso, nella letterarietà’. Da questa intuizione scaturisce al decisione che diviene il tema centrale della storia, la decisione di bruciare l’Eneide, di far ‘consumare l’opera dal fuoco della realtà’… È in questo momento che entrano in scena gli amici, che cercano di impedire quelle che chiaramente sono solo delle allucinazioni febbrili di un uomo morente. A ciò segue il dialogo tra Virgilio e Ottaviano – uno dei brani più intensi e veritieri dell’intera storia della letteratura – che si conclude con la rinuncia a questo sacrificio.”

Ingeborg Bachmann, Il trentesimo anno, Adelphi: Dopo aver sbalordito con la precoce perfezione delle sue liriche, Ingeborg Bachmann sembrò ritrarsi, dopo i trent’anni, in un suo nuovo regno della prosa, che qui si manifesta per la prima volta – e con altrettanta perfezione. Letti oggi, questi racconti rivelano con ancor maggiore nettezza l’impressionante agilità e trasparenza della lingua, la sicurezza nello sfuggire alle innumerevoli stoltezze che donne e uomini si raccontano sui loro rapporti e, infine, la capacità di lasciar trasparire, dietro ogni vicenda, l’ombra di una «partenza verso l’assoluto».

Ingeborg Bachmann, Malina, AdelphiMalina è la storia di un abnorme triangolo amoroso e di un abnorme assassinio. Leggibile sui più diversi piani, immediato e insieme carico di riferimenti nascosti, agilissimo e quasi temerario nel toccare anche l’attualità più intrattabile o la più proibita realtà dei sentimenti, questo romanzo riesce in ciò che molti hanno provato e che rare volte non è fallito: narrare una storia che ha la massima concretezza, facendola però coincidere con un delirio segreto che appartiene a un’altra realtà, con una favola nera che nessun mondo visibile potrebbe ospitare.
«L’io femminile del romanzo ha subito tante Todesarten (cause di morte), è stato continuamente ucciso. E questo vale per ognuno di noi. Soltanto ufficialmente si dice che uno s’è ammalato di una malattia, invece non è vero. Prima ho detto “uccisi”, ma mi pare più giusto dire assassinati, saremo “assassinati”».

Tutti i libri di Ingeborg Bachmann: http://it.wikipedia.org/wiki/Ingeborg_Bachmann#Libri_tradotti_e_pubblicati_in_Italia

Thomas Bernhard, Il soccombente, Adelphi: A un corso di Horowitz, a Salisburgo, si incontrano tre giovani pianisti. Due sono brillanti, promettenti. Ma il terzo è Glenn Gould: qualcuno che non brilla, non promette, perché è. Una magistrale variazione romanzesca sul tema della grazia e dell’invidia, di Mozart e Salieri, ma ancor più sul tema terribile del non riuscire a essere.

Thomas Bernhard, Perturbamento, Adelphi: Il romanzo che rivelò Thomas Bernhard – e rimane «il suo libro più grande ed inquietante, il suo capolavoro».

Tutti i libri di Thomas Bernhard: http://it.wikipedia.org/wiki/Thomas_Bernhard#Opere

Veza Canetti, Le tartarughe, Marsilio: La scoperta di una scrittrice. Vienna anni ’30: nel suo romanzo dell’esilio, Veza Canetti, moglie di Elias Canetti, racconta la lenta, sistematica persecuzione di una coppia di giovani intellettuali ebrei, e dell’intera comunità ebraica viennese, dopo l’annessione dell’Austria alla Germania e l’entrata a Vienna delle truppe di Hitler nel 1938.
Andreas ed Eva Kain vivono in una grande villa alle porte di Vienna. L’arrivo delle truppe naziste che hanno appena occupato la città li costringe a lasciare la loro casa di sempre e a trovare rifugio presso il fratello di Andreas, Werner, un appassionato geologo che, tradito, finirà i suoi giorni a Buchenwald. A Eva e Andreas, che tentano in ogni modo di reagire con dignità alle umiliazioni e alla brutalità, cui sono quotidianamente sottoposti anche da parte di chi aveva sempre dimostrato loro sentimenti di rispetto e amicizia, non rimane che cercare di ottenere un visto e lasciare l’Austria prima che la situazione precipiti irrimediabilmente. Carichi di dolore e d’orgoglio ferito, si stabiliranno a Londra, esuli. Una testimonianza unica su dignità e debolezza degli uomini in tempi dominati dalla viltà. L’esperienza autentica alla base della finzione letteraria rende le atmosfere di questo romanzo indimenticabili.
La mia recensione: https://sonnenbarke.wordpress.com/2011/08/01/die-schildkroten/

Veza Canetti, La strada gialla, Marsilio: Nella Strada gialla, la strada dei commercianti di pellami nella Leopoldstadt, il quartiere ebraico di Vienna, il bene e il male vivono l’uno accanto all’altro. Veza Canetti ha descritto questa strada in modo conciso, intenso, ora con toni commoventi ora con mordace ironia. Sempre con parole che rimangono fortemente impresse nella memoria del lettore. Fino a quando non arrivarono i nazisti, nella Ferdinandstraße di Vienna abitavano per lo più ebrei. Quella via era nota perché vi lavoravano soprattutto commercianti di cuoio e pellami. Dentro e fuori dai negozi si accumulavano borse, valigie, articoli in pelle di tutti i tipi. La strada, allora, doveva essere tutta gialla.

Franz Grillparzer, Medea, Marsilio: Nella lunga storia del mito e in quella delle letterature occidentali la figura di Medea ha conservato un tratto distintivo di fondo. Da Euripide a Seneca, da Pasolini ad Heiner Müller, Medea, la madre che uccide i propri figli, ha rappresentato sempre la potenza femminile estrema, portatrice di un potere quasi sovrannaturale e testimone di un’alterità senza mediazioni, semidea con licenza di vita e di morte, uscita dal fondo delle più oscure patologie della fantasia maschile. Agli inizi degli anni ’20, in piena Restaurazione, Medea appare nell’opera del più importante drammaturgo austriaco, Franz Grillparzer, spogliata dei tratti più eroici del mito e più ricca di sottili e moderne motivazioni interiori, più debole e apparentemente inerte nel suo confronto con il maschile, disposta a deporre per Giasone il proprio sapere magico e la sua parte barbarica, attonita di fronte alla fragilità dei sentimenti umani. Ma quando la sua integrazione nella civiltà greca si rivela impossibile, anche la Medea di Grillparzer ritrova la potenza del mito nell’atto estremo della sofferenza e della ribellione, e consuma la sua vendetta con un gesto ben più doloroso e tragico del suicidio. Uccidendo i propri figli si riappropria della loro vita e della loro nascita, interrompe ogni progetto di perpetuazione di una famiglia già minata dagli eventi, proclama la propria estraneità al mondo greco e si sottrae in maniera radicale e terribile alla logica del possesso e della conquista, simbolo inquietante da un lato della differenza e irriducibilità tra culture diverse, dall’altro della potenza oscura della passione che tutto vanifica e distrugge, compresi i valori più sacri della famiglia, della vita e della passione d’amore.

Franz Grillparzer, Il povero suonatore, Marsilio: Grillparzer è il grande classico austriaco che Kafka sentiva, accanto a Kleist, Flaubert e Dostoevskij, come un vero e proprio consanguineo. Kafka amava questo scrittore e in particolare questo racconto, a tal punto da scrivere a Milena che si vergognava di questa storia come se l’avesse scritta lui stesso. Ricordava di averlo letto alla sorella minore, così preso dalla lettura da non fare «errori di accentazione, di respiro, di suono, di compassione, di comprensione». Nel racconto, capace di suscitare un tale coinvolgimento emotivo nello scrittore praghese, l’autore drammatico Franz Grillparzer ha narrato, con una straordinaria qualità di affabulazione, la storia semplice e tragica del povero suonatore Jacob. Ne ha descritto la lenta discesa da una condizione socialmente elevata, la religiosa e improduttiva passione per la musica, la struggente fedeltà a un patetico amore, e soprattutto il dolore che non si esprime nella ribellione e nella rottura dell’ordine, ma in una sorta di accettazione e di collaborazione, perfino amabile, con il proprio destino. È anche la storia, molto asburgica, di una rinuncia al fare, di un chiamarsi fuori dalla vita, in una zona dove la perdita diventa libertà e la libertà è sfiorata continuamente dalla tragedia e dal nulla.

Elfriede Jelinek, La pianista, Einaudi: La ricerca spasmodica e frustrante della vita e di un’identità sessuale, fra autolesionismo e voyeurismo, spingono Erika Kohut, una quarantenne insegnante di pianoforte, negli squallidi peep-show della periferia viennese, nei cinema a luci rosse o tra le siepi del Prater, prima di rientrare a casa, sotto le lenzuola del letto che divide con la tirannica madre. Al centro della narrazione il tormentatissimo rapporto di forza tra le due donne che trasformerà in catastrofe sadomasochistica il tentativo di Erika di legarsi al suo allievo Walter Klemmer. Con un linguaggio tagliente e impietoso, e una scrittura coraggiosa animata da un vortice di metafore, l’autrice non risparmia nulla, né l’amore materno e le sue vane ambizioni, né il genere pornografico, che manipola e smaschera, né i miti musical-culturali di Vienna, né le ipocrisie e le false certezze della sua borghesia istruita e stupida.

Elfriede Jelinek, Bambiland, Einaudi: In Bambiland si parla dell’intervento americano in Irak, si parla di come giunge a noi veicolato dai mezzi di comunicazione, si parla, infine e soprattutto, dei meccanismi con cui il conflitto, tutti i conflitti, agiscono nelle nostre teste. In questa sua nuova opera destinata al teatro – per la quale è difficile trovare una definizione precisa – Elfriede Jelinek combina I persiani di Eschilo – il più antico dramma sul tema della guerra -, reportage trasmessi dalla televisione americana, in particolare la Cnn, informazioni sugli armamenti Usa e propri commenti.
«Già penetra già si spinge il sole, messaggero primo del dolore, fino al signor comesichiama, tutti sanno come si chiama, già l’esercito penetra la città, imponente per dimensioni, l’esercito, ma non abbastanza potente, si infila a fatica attraverso affamati, assetati, l’esercito, anche attraverso la città piena di gente che incombe lungo la strada, troppo grande, smisurata nelle cifre, per quanto cattive le sue azioni non è da meno ciò che sopporta, la città, in fondo ha un’aria familiare, lì allargata nel deserto, gli abitanti da tempo trasformati dal sole in esercito di terracotta. Dopo tutto questo come possiamo rappattumarci con il popolo di Babilonia?»

Elfriede Jelinek, Sport. Una pièce, Fa niente, Una piccola trilogia della morte, ubulibri: Il Nobel 2004 ha premiato un’autrice che ha voluto denunciare la follia del nostro tempo, facendo del teatro uno strumento di lotta contro tutti i demagoghi, contro la politica come spettacolo, stigmatizzando una società senza più memoria e sensibilità. E tutto questo con un linguaggio ricchissimo, sorprendente, che centrifuga i saperi di una donna sempre in ascolto di sé e quindi del mondo.

Karl Kraus, Detti e contraddetti, Adelphi: «Come i sovrani orientali che si deliziavano ad affondare le mani in un sacchetto di gemme, il lettore di Detti e contraddetti farà una pesca reale di aforismi memorabili, dai più ovvii a quelli che più tortuosamente rispondono al requisito krausiano dell’aforisma che dovrebbe riuscire a “scavalcare la verità, saltarla con un passo solo”. “L’aforisma non coincide mai con la verità, o è una mezza verità o una verità e mezzo” … E quanti degli scrittori satirici d’ogni tempo potrebbero menare quel vanto che Kraus non a torto attribuiva al suo stile? “Dicono che tutti i rumori dell’attualità sarebbero rinchiusi nel mio stile. Perciò i contemporanei ne avrebbero nausea. Ma i posteri lo potranno tenere come una conchiglia all’orecchio e sentirvi la musica d’un oceano di fango”» (Mario Praz).
Gli aforismi di Kraus, di cui qui si propone una larghissima scelta, furono pubblicati in tre raccolte fra il 1909 e il 1918.

Karl Kraus, Gli ultimi giorni dell’umanità, Adelphi: «La guerra mondiale è entrata completamente negli Ultimi giorni dell’umanità, senza consolazioni e senza riguardi, senza abbellimenti, edulcoramenti, e soprattutto, questo è il punto più importante, senza assuefazione» (Elias Canetti).
La mia recensione: https://sonnenbarke.wordpress.com/2009/01/29/gli-ultimi-giorni-dellumanita/

Franz Werfel, I quaranta giorni del Mussa Dagh, Corbaccio: «Quest’opera fu abbozzata nel marzo dell’anno 1929 durante un soggiorno a Damasco, in Siria. La visione pietosa di fanciulli profughi, mutilati e affamati, che lavoravano in una fabbrica di tappeti, diede la spinta decisiva a strappare dalla tomba del passato l’inconcepibile destino del popolo armeno.»
Grande e travolgente romanzo, narra epicamente il tragico destino del popolo armeno, minoranza etnica odiata e perseguitata per la sua antichissima civiltà cristiana, in eterno contrasto con i turchi, con il grande Impero ottomano detentore del potere. Verso la fine del luglio 1915 circa cinquemila armeni perseguitati dai turchi si rifugiarono sul massiccio del Mussa Dagh, a nord della baia di Antiochia. Fino ai primi di settembre riuscirono a tenere testa agli aggressori ma poi, cominciando a scarseggiare gli approvvigionamenti e le munizioni, sarebbero sicuramente stati sconfitti se non fossero riusciti a segnalare le loro terribili condizioni a un incrociatore francese. Su quel massiccio dove per quaranta giorni vive la popolazione di sette villaggi, in un’improvvisata comunità, si ripete in miniatura la storia dell’umanità, con i suoi eroismi e le sue miserie, con le sue vittorie e le sue sconfitte, ma soprattutto con quell’affiato religioso che permea la vita dell’universo e dà a ogni fenomeno terreno un significato divino che giustifica il male con una lungimirante, suprema ragione di bene. Dentro il poema corale si ritrovano tutti i drammi individuali: ogni personaggio ha la sua storia, ogni racconto genera un racconto. Fra scene di deportazioni, battaglie, incendi e morti, ora di una grandiosità impressionante, ora di una tragica sobrietà scultorea, ma sempre di straordinaria potenza rappresentativa, si compone quest’opera fondamentale dell’epica moderna. Pubblicata nel 1933 I quaranta giorni dl Mussa Dagh è stata giustamente considerata la più matura creazione di Werfel nel campo della narrativa.
La mia recensione: https://sonnenbarke.wordpress.com/2013/07/23/die-vierzig-tage-des-musa-dagh/

Tutti i libri di Franz Werfel: http://it.wikipedia.org/wiki/Franz_Werfel#Opere

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