Libri dall’Armenia

Monte Ararat (3)

Monte Ararat (che in realtà oggi si trova in Turchia, ma storicamente è il simbolo dell’Armenia)

Oggi andiamo in un paese bellissimo dove sono stata l’anno scorso e di cui mi sono innamorata (la foto qui sopra è mia). Il libro che ho scelto per questo paese è pubblicato in Germania e non è tradotto in italiano, ma esistono anche libri di autori armeni tradotti in italiano. Ecco dunque un piccolo elenco, in fondo al quale trovate anche il libro che ho letto io.

Vasken Berberian, Sotto un cielo indifferente, Sperling & Kupfer: Hai lasciato indietro i sogni. Hai perso il tuo passato. Ma a volte ciò che hai vissuto torna a riprenderti. Forse non è vero che il tempo aiuta a dimenticare. Almeno non lo è per Mikael, adolescente geniale e ribelle nella Venezia degli anni Cinquanta. Della sua infanzia armena ricorda troppo poco, eppure immagini vivide e insistenti turbano i suoi sogni e i suoi pensieri. Adottato da una famiglia ricca e potente, la testa piena di letture e ideali, il cuore che batte per Francesca – la ragazzina conosciuta nei suoi vagabondaggi per le calli – Mikael sa che c’è un nodo irrisolto nel proprio passato. Col quale prima o poi dovrà fare i conti. Quel nodo si chiama Gabriel. Il fratello che Mikael non sa ancora di avere. Perché la notte in cui Mikael e Gabriel sono nati, nella lontana Patrasso, in Grecia, è accaduto qualcosa e il padre ha dovuto fare una scelta che lo tormenterà per il resto della sua esistenza. Anche quando, anni dopo, il regime sovietico distruggerà la sua vita e la sua famiglia. Trent’anni più tardi, un soggiorno in Canada porta Mikael molto vicino a scoprire tutte le dolorose e sconcertanti verità che si nascondono nel suo passato. Grazie ad alcune fotografie trovate per caso, e a una donna misteriosa che Mikael non conosce ancora ma che in realtà conosce da sempre. Con lei si imbarca in un viaggio rivelatore, che lo condurrà fino in Russia, e fin nel cuore della storia della sua famiglia perduta. Dalle calli di Venezia alla Grecia dei primi del Novecento e alla Russia dei gulag, Vasken Berberian ci racconta con sensibilità rara una trama sottile di emozioni, ricordi e vite sospese, sullo sfondo incantato e struggente del Mediterraneo e i mari glaciali della lontana Siberia. E, al tempo stesso, ci regala una narrazione potente – grande come il cielo che guarda indifferente le azioni degli uomini e i destini dei popoli – dipingendo un secolo di Storia, e commuovendoci sin dalle prime, intensissime pagine.

Georges I. Gurdjieff, Incontri con uomini straordinari, Adelphi: Le avventure picaresche raccontate in questo libro «con una semplicità orientale che sconcertava per la sua apparenza di ingenuità» sono per Gurdjieff innanzitutto uno strumento per iniziare il lettore alle sue dottrine, per sottoporlo a una serie di choc e di paradossi che possono orientarlo verso il risveglio.

Georges I. Gurdjieff, La vita è reale solo quando io sono, Neri Pozza: “Io sono … Che ne è di quella sensazione globale di me stesso che provavo in passato quando pronunciavo queste parole in stato di ricordo di me?” Così comincia questo libro: con una frase che colpisce dritto al cuore, e con la quale sembra quasi che Gurdjieff voglia svelarsi nella sua umanità rivelandoci qualcosa di sé e del suo cammino sulla via della conoscenza. Il libro fa parte della Terza Serie, rimasta incompiuta, dell’opera che ha come titolo Di tutto e del Tutto.
È composto da un prologo e da un’introduzione seguiti da cinque conferenze tenute a New York nel 1930. L’ultimo capitolo, intitolato Il mondo esteriore ed il mondo interiore dell’uomo, si interrompe a metà di una frase ed è, secondo John G. Bennet, l’ultima cosa scritta da Gurdjieff.
Dopo il grande affresco dei Racconti di Belzebù a suo nipote e la meraviglia di Incontri con uomini straordinari, Gurdjieff si rivela, in queste pagine, diretto ed essenziale al massimo grado.
Il carattere organico delle prime due opere viene sovvertito a favore di una scrittura che ha il sapore di quelle note prese nell’urgenza di lanciare un ultimo appello a chi non si accontenta di risposte frettolose, ma desidera compiere il faticoso cammino della ricerca. Posto in bilico fra il mondo esteriore delle sue acquisizioni e il mondo interiore dei suoi stati d’animo, l’uomo, secondo Gurdjieff, è chiamato a realizzare in sé un nuovo mondo, il “mondo dell’uomo” in cui “Io sono” diventa altro da una vuota affermazione di identità personale, il solo mondo che può, a ragione, chiamarsi “il mondo dell’anima”.
L’uomo è un essere incompiuto che, per sua stessa natura, è chiamato a un lavoro per l’essere: è il lavoro dell’uomo, l’unico lavoro che apre e svela il senso della nostra umanità. L'”Io sono” non sarà più qualcosa da affermare ma si trasformerà in una domanda che, nell’atto stesso di chiedere, chiama tutto ciò che ci costituisce a una rinnovata unità, a un ritrovato senso del proprio “Sé”.
Solo allora la “realtà” della nostra vita potrà essere pesata alla luce di un gusto dell’essere che indica il lungo cammino dell’uomo verso la coscienza.

Georges I. Gurdjieff, I racconti di Belzebù a suo nipote, Neri Pozza: Fino al 1924, G.I. Gurdjieff aveva insegnato alla maniera orientale, comunicando le sue idee a un piccolo gruppo di allievi, sempre e solo in modo diretto sia nella teoria che nella pratica, senza mai permetter loro di trascrivere le indicazioni ricevute. Ma quell’anno, in seguito a un grave incidente, egli ritenne che fosse giunto il momento di far conoscere l’insieme delle sue idee “in una forma accessibile a tutti”. Si trattava cioè di evocarle in un libro che potesse suscitare nel lettore sconosciuto una nuova e inabituale corrente di pensieri; perciò egli decise di adottare la forma, comune alle grandi tradizioni, di un racconto mitico “su scala universale” e tuttavia centrato sul problema essenziale: il significato della vita umana. Allora, pur senza abbandonare le sue altre attività, si piegò al mestiere di scrittore, con la prontezza e il vigore che lo caratterizzavano e con quell’abilità artigianale che in gioventù gli aveva permesso di imparare tanti altri mestieri. L’opera fu scritta in condizioni spesso difficili e nei luoghi più disparati. Man mano che procedeva la stesura, egli ne faceva leggere ad alta voce i brani, che poi rielaborava. Qualche anno più tardi, portato a termine il suo compito, Gurdijeff non aveva scritto solo un libro, bensì una serie di libri. A questo insieme monumentale egli diede come titolo Di tutto e del Tutto. I Racconti di Belzebù a suo nipote ne costituiscono la prima parte. Sin dall’inizio intorno al libro si crea una leggenda: il suo carattere insolito fa sì che molti lo dichiarino impubblicabile. E tuttavia nel 1948, un anno prima della sua morte, Gurdijeff ne fa preparare l’edizione in diverse lingue, e nel ’50 viene pubblicato simultaneamente in America, in Inghilterra e in Austria. Da allora è stato tradotto e pubblicato in decine di paesi, e in Italia la prima edizione, da lungo tempo esaurita, viene oggi ripresentata in versione riveduta. Se la pubblicazione di questo libro è stata sin dall’inizio un avvenimento culturale, essa è certamente ancor più un avvenimento umano: giacché si rivolge a chiunque porti in sé le domande fondamentali a cui, a suo avviso, né la scienza né la filosofia moderna hanno dato risposta. Questo libro sarà allora un’avventura forse difficile in una terra sconosciuta e sconcertante ma, se ha risvegliato il desiderio di viverla, sarà certamente un’avventura straordinaria.

Yervant Odian, Missione a Dzablvar, Edizioni Lavoro: «Dzablvar, venti case in tutto, è un villaggio schiettamente armeno». Con queste parole il compagno Phançhuni descrive, nella sua prima lettera a un fantomatico Comitato centrale, il luogo in cui dispiegherà la sua azione di infaticabile propagandista rivoluzionario. Di lettere ne seguiranno altre dieci e, in un crescendo tra il comico e il grottesco, daranno corpo alla surreale vicenda di un paese armeno sconvolto, fino all’annullamento, dall’attività politico-missionaria del compagno Phançhuni.
Molti saranno i nemici di Phançhuni: l’anziano sacerdote Der Sahag, analfabeta, incarnazione dell’oscurantismo medievale, il capo del villaggio Res Serko, «proprietario di tre campi, due mucche, un asino e due capre», rappresentante della borghesia agraria sfruttatrice. Molti anche i suoi alleati: il matto del paese Chev Avo, Garo, bambino sveglio e vivace, e i predoni curdi del villaggio vicino, particolarmente sensibili alle teorie sull’espropriazione.
Una lotta senza esclusione di colpi sullo scenario di un’Anatolia remota e primordiale, anno 1908. Missione a Dzablvar (1911) è per la prima volta accessibile nella traduzione italiana.

Agapi Mkrtchian, Meine andere Hälfte, Glaré: Das Schicksal des armenischen Volkes ist von Schikanen und Grausamkeiten der Tyrannen geprägt. Doch ihre Kultur hat überlebt, die armenischen Menschen haben alle Leiden und Unterdrückungen ertragen und sie leisten heute – an welchem Ort der Welt auch immer sie sich befinden – einen beachtlichen Beitrag zum kulturellen Leben.
Die Poesie von Agapi Mkrtchian dringt tief ins Herz der Leserinnen und Leser, ihre modernen Märchen verführen zum Träumen und dazu, die Welt mit anderen, mit staunenden Augen zu sehen.
La mia recensione: https://sonnenbarke.wordpress.com/2014/04/05/agapi-mkrtchian-meine-andere-halfte-armenia/

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