Libri da Antigua e Barbuda

Il viaggio di oggi ci porta ai Caraibi, ad Antigua e Barbuda, isole natali della scrittrice Jamaica Kincaid che, a quanto ne so, è l’unica autrice nazionale tradotta in italiano. Di seguito i suoi libri reperibili in italiano.

Jamaica Kincaid, Autobiografia di mia madre, Adelphi: Jamaica Kincaid appartiene alla schiera degli autori che, nati alla «periferia dell’impero» (nel suo caso ad Antigua, nei Caraibi), hanno immesso nuova linfa nella letteratura di lingua inglese. Fin dall’inizio la sua voce si è rivelata penetrante, precisa, inconfondibile. Ma con l’Autobiografia di mia madre si è d’improvviso arricchita di tonalità cupe e vaste risonanze, quasi giungesse a noi portata dal «vento nero e desolato» che incessantemente soffia alle spalle della protagonista. È una storia di solitudine e insanabile risentimento, di insofferenza per la «stanza nera del mondo», che assume qui il profilo di paesaggi lussureggianti. Le vicende di Xuela, di madre cariba e padre per metà scozzese e per metà africano, abbandonata insieme a un fagotto di panni sporchi dopo che la madre è morta di parto, dispiegano un variegato itinerario nell’infelicità, dove le durezze del mondo si scontrano con un carattere roccioso, torvo e visionario. E a ogni passo la vita di Xuela si intreccia con quella di un fantasma, la madre non conosciuta, colei che non ha potuto raccontare la sua vita e l’ha attraversata come «fossile vivente» del popolo caribo.

Jamaica Kincaid, Mio fratello, Adelphi: Da un’isola caraibica di smaltata bellezza si può anche fuggire – e in un’isola simile si può anche morire. L’agonia di un fratello malato di AIDS è di per sé un’esperienza atroce, ma per chi questo fratello non lo vede da vent’anni, per chi questo fratello non l’ha mai amato, la disgrazia può diventare un gorgo di estraneità, di colpe, di ricordi pieni di rancore. È quel che accade a Jamaica Kincaid: l’enigma di un uomo che muore scatena in lei, più che dolore, l’implacabile rovello di chi si è lasciato alle spalle una vita di miseria, abbandono e ostilità, marchiata per sempre da un inesorabile senso di sconfitta; una vita intessuta di rapporti familiari aspri e crudeli, dominati da una madre che col suo amore minaccioso ha legato a sé i figli in una relazione di torva dipendenza: «Avrei voluto dirgli, Non sa quello che fa, ma non sono mai stata capace di dirlo a me stessa, non sono mai stata capace di perdonarla per nessuna delle cose che non sapeva di fare quando le ha fatte a me. Lo guardai in faccia. I ricordi non le piacciono, avrei voluto dirgli». Algida e rabbiosa, ipnotica e ossessiva, la prosa di Jamaica Kincaid scava e ferisce, trascinando il lettore in una ricerca di sé che ha la stessa forza irradiante dell’Autobiografia di mia madre.

Jamaica Kincaid, Un posto piccolo, Adelphi: Per molti Antigua è soltanto un’isola di spiagge bianchissime accarezzate dagli alisei, una per ciascun giorno dell’anno. Jamaica Kincaid, che ci è nata, ce ne mostra una faccia diversa. E, d’improvviso, è come se nello smalto verdeazzurro dei Caraibi si scoprisse una ferita in suppurazione, prodotta da politici predatori, interessati solo a perpetuare lo sfruttamento di chi, tanto tempo fa, colonizzò l’isola. Nulla riesce a contenere l’incalzare degli insulti che, con algida insofferenza, Jamaica Kincaid riversa su tutti, turisti compresi. Nulla riesce a placare il suo furore, neppure la consapevolezza che i discendenti dei colonizzatori siedono ormai «sul mucchio di immondizie della storia». Che il turista sprovveduto sfogli pure le pagine patinate delle solite guide: chi metterà in valigia questo scarno libretto scorgerà un’altra Antigua, che porta ancora i segni terribili di «una malattia europea» ma è finalmente un luogo ben distinto – e non il fondale per un dépliant pubblicitario. Come ha scritto Salman Rushdie, Un posto piccolo è «una lamentazione di grande forza e lucidità che si potrebbe definire torrenziale se il linguaggio non fosse controllato con tanta finezza».

Jamaica Kincaid, Mr. Potter, Adelphi: Mr. Potter è analfabeta e fa l’autista ad Antigua. È l’ultimo degli undici figli che un pescatore ha avuto da otto donne diverse; sua madre è andata incontro «al mare che l’avrebbe inghiottita» quando lui aveva cinque anni. Mr. Potter è crudele, indifferente, ripiegato su se stesso. Non ha mai amato nessuno, neppure «le molte bambine con il naso uguale» che gli hanno generato troppe donne diverse.
È una di quelle figlie ignorate e appena intraviste – ora che Mr. Potter è morto e di lui non resta alcuna traccia, foss’anche una lapide su cui piangere – a dar corpo alla sua immagine, a strapparlo al «grande ed eterno silenzio». La sua storia nasce così da un furente lavoro di scavo, da un’affannosa investigazione – perché la figlia ha incontrato Mr. Potter una sola volta, scambiando con lui poche frasi, ed è necessario sciogliere l’enigma, riscattare l’oltraggio, restituire senso all’assenza, impedire che svanisca «ogni speranza, ogni prova del suo amore». Una storia che la prosa ipnotica e ossessiva di Jamaica Kincaid trasforma in una fosca ode, dove astio immedicabile e imperioso anelito alla tenerezza, lancinante estraneità e intimità biologica (si può amare qualcuno «perché il suo naso ha esattamente la stessa forma del tuo»?) vibrano e si fondono, coinvolgendo il lettore in quella ricerca di sé che ha reso indimenticabili Autobiografia di mia madre e Mio fratello.

Jamaica Kincaid, Lucy, Adelphi: Viene da un’isola delle Antille che per i turisti è il fondale di una vacanza da sogno, ma per lei – che già da bambina rifiutava di intonare Rule, Britannia! – è una colonia ostaggio del sole e della siccità, una prigione insopportabile. Per spezzare le catene, e insieme per sbarazzarsi dell’amore terribile della madre e della crudele indifferenza del padre, Lucy sbarca in un’altra isola, Manhattan. L’illuminata benevolenza della famiglia che l’ha accolta come ragazza au pair non fa tuttavia che acuire nostalgia e furore: alla trionfante generosità di chi ha solo certezze, Lucy non può che opporre un’astiosa impudenza. Non le sfugge, del resto, che l’atmosfera di armoniosa perfezione che avvolge Mariah, Lewis e le loro quattro bambine bionde è uno show, e occulta crepe minacciose – i segni della rovina imminente. Anche nell’opulenta New York, proprio come ad Antigua, attorno a una tavola apparecchiata può regnare la desolazione.
Nulla, nell’arco di un breve anno, rimarrà intatto: nel cieco progressismo di chi la ospita e dovrà confrontarsi con lo specchio deformante dei margini del mondo ma soprattutto in Lucy. Insofferente dei dominati come dei dominatori, senza più punti di riferimento, proverà al pari di Gauguin – il pittore che ha scoperto in un museo e subito amato – a inventarsi affidandosi all’intuizione, e a riscattare l’oltraggio della sua origine.

Jamaica Kincaid, In fondo al fiume, Adelphi: «Questo libro canterà sul vostro scaffale. È troppo soffocato d’amore per suscitare invidia, troppo umile per gli encomi, e tuttavia è così impressionante da non poter eludere lo stupore». Così Derek Walcott salutò In fondo al fiume – primo libro di Jamaica Kincaid –, che radunava i racconti poetici già accolti dai lettori del «New Yorker» come rari gioielli letterari: a scorci di una natura lussureggiante che suscita inquietudini profonde si alternano i ricordi di un’infanzia caribica fatta di scoperte minute e preziose, di dolenti rapporti familiari dominati da una madre che tutto dona e poi tutto nega – «Mi cinse con le braccia, stringendomi sempre più la testa al petto, finché non soffocai» –, e che verrà magistralmente celebrata nella torrida e furente Autobiografia di mia madre. Nulla è come sembra, in questo libro breve ma inesauribile: e quando i paesaggi si accendono di colori violenti è per meglio accogliere nell’ombra i sentimenti più riposti di una creatura ancora «primitiva e senza ali». La voce della giovane Kincaid («il mio nome mi riempie la bocca») è schietta, capricciosa e ingannevolmente semplice, e vi risuonano i ritmi laceranti di quella prosa visionaria e incantatoria che sarà soltanto sua.

Jamaica Kincaid, Vedi adesso allora, Adelphi: Nel romanzo che segna il suo ritorno dopo dieci anni di silenzio, Jamaica Kincaid, ormai lontana dai Caraibi, ci racconta la storia di un matrimonio – un matrimonio fi­nito. Il suo, forse: l’epoca, la casa (nel Vermont), il marito (musicista), i fi­gli (un maschio e una femmina), la professione della signora Sweet (scrittrice) corrispondono in tutto e per tutto alla vita reale dell’au­trice. Come sempre, tuttavia, la sua corrosiva, inconfondibile prosa è più estranea all’autobiografi­­smo di quanto non appaia a prima vista: la stessa Kincaid ha del resto dichiarato che «il protagonista di questo romanzo è il Tempo». E si potrebbe aggiungere che un’au­ra mitologica e visionaria irradia da una narrazione che è come un’invettiva infuocata – e a tratti esilarante –, dove non a caso i fi­gli della signora Sweet si chiamano Eracle e Persefone. Ma poiché la casa è «un carcere con la secondina dentro», la moglie «quella brutta strega arrivata con la nave delle banane» e il marito «così piccolo che a volte la gente … lo scambiava per un roditore», ci renderemo conto, pagina dopo pagina, che la signora Sweet, proprio come la Xuela del­l’Auto­biografia di mia madre, è soprattutto un’a­bitante di quell’inferno interiore che Jamaica Kincaid sa raffi­gura­re in maniera inimitabile.

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