Libri dall’Angola

Non ho ancora scelto che libro leggerò per l’Angola, ma intanto ecco qui la vostra bibliografia quotidiana. Si accettano consigli e suggerimenti!

Pepetela, La montagna dell’acqua lillà, Sette Città: Due generazioni si incontrano nell’epoca contemporanea. André ed Helena hanno vite molto diverse anche per la differenza di età. Helena è una giovane docente universitaria la cui vita incarna perfettamente il modello di una donna moderna sposata, divorziata, che si prende cura di suo figlio, ma che allo stesso tempo tiene al lavoro e non vuole assolutamente rinunciarvi. Quella di André invece è un’esistenza molto meno frenetica, segnata da un duro e commovente passato che non lo abbandona mai, riportando continuamente nella sua mente il periodo delle lotte rivoluzionarie e di reclusione nelle carceri politiche. Si tratta dunque di due treni che corrono su binari paralleli e che apparentemente non potranno mai incontrarsi. In realtà sarà proprio il passato di André ad attrarre Helena, la quale decide improvvisamente di scrivere un libro sulla storia del Portogallo di Salazar e di andare alla ricerca di testimonianze dirette. Le vite di André ed Helena si incontrano, cominciando a viaggiare su un terzo treno comune, che è quello dei ricordi.
Un estratto: http://www.settecitta.eu/it/wp-content/uploads/2014/03/Primedieci9788878532397.pdf

Pepetela, Parabola della vecchia tartaruga, Besa: “Parlo di una terra che non esiste. I fiumi, le montagne, le pianure possono anche avere nomi angolani. Ma la loro collocazione nello spazio è stata sovvertita dalla forza degli spiriti, nessuna cosa si trova dove dovrebbe. Sono impotente contro la volontà degli spiriti. Parlo di gente che non esiste. Parlo di Ulume, che in una lingua significa l’Uomo, ma non l’ho mai incontrato, in nessun posto. Né Munakazi, che in un’altra lingua significa la Donna, ha mai messo piede su questa terra. Parlo di un amore e di una trasgressione. Chissà forse la trasgressione non è mai stata possibile. Ma la granata è esistita, quella granata che delineò nel cielo spaventato dell’altopiano l’immagine della donna amata. Ma una granata, anche se con tale magia, può materializzare un Mondo? Parlo di lotte e di guerre che non sono mai esistite, perché anche solo evocarle può far tornare la barbarie. Perciò questo libro deve essere letto e dimenticato appena chiuso. Perché non svegli spiriti malvagi dell’intolleranza e della follia. I più vecchi lo sanno, non dobbiamo ricordare quello che non è mai accaduto”.

Pepetela, Il desiderio di Kianda, Edizioni Lavoro: Nella Luanda dei primi anni Novanta un gruppo di governanti corrotti banchetta su un paese in miseria, mentre imperversa la guerra civile. A questa «casta» appartiene Carmina, la protagonista del romanzo. Votata alla carriera e moglie dispotica dell’inetto João Evangelista, la donna, in una rapidissima ascesa politica, accumula potere e denaro, sotto lo sguardo ingenuo del marito. Ma si verifica d’improvviso uno strano fenomeno: i palazzi della zona di Kinaxixi cominciano a collassare uno dopo l’altro, senza ragione apparente e senza provocare danni a persone o cose. Qual è la causa misteriosa di questi crolli? Cosa li lega a Kianda, lo spirito delle acque che abitava l’antico lago, scomparso per far posto ai nuovi edifici? Con amara ironia Pepetela ci invita a ricostruire la pianta di una città, nel desiderio di restituire dignità e speranza agli abitanti. Un augurio e un atto di fiducia disincantato nel suo paese.

Pepetela, Jaime Bunda, agente segreto, e/o: Luanda, Angola. Jaime Bunda, giovane agente tirocinante dei servizi segreti angolani, dall’enorme deretano che gli è valso il soprannome (bunda in portoghese significa “chiappe”), ha finalmente la grande occasione che aspettava per dimostrare a tutti di essere all’altezza del suo quasi omonimo eroe, James Bond: gli viene affidato il caso di una quattordicenne stuprata e uccisa in riva al mare. Bunda comincia le indagini, ma il suo fiuto sconclusionato lo porta presto a scoprire un complotto ai danni dello Stato ordito dall’orribile Signor T, eminenza grigia che manovra il paese da dietro le quinte tramando contro la legge e l’ordine. Tra inseguimenti rocamboleschi su spiagge tropicali, trafficanti libanesi, danzatrici del ventre dal fascino mediorientale e tronfi personaggi in auto blu, emerge il vero protagonista del romanzo: la Luanda di oggi e i suoi abitanti,con la loro enorme ricchezza culturale, la loro indomita forza vitale, il loro essere depositari di una quantità di esperienze tanto preziose quanto misconosciute, e soprattutto la loro immensa, inesauribile capacità di raccontare storie.
Bunda, perfetto antieroe in questa globalizzazione del surreale, alla fine sventerà il complotto, ma “tutto è cambiato perché nulla cambi”.

Pepetela, La generazione dell’utopia, Diabasis: Pubblicato nel 1992, questo straordinario romanzo – composto da quattro parti corrispondenti ai quattro tempi della storia pubblica e privata dei protagonisti – abbraccia trent’anni esatti di storia dell’Angola , dall’inizio della guerra d’indipendenza combattuta contro l’Impero portoghese (1961) ai giorni nostri (dopo il 1991). I quattro capitoli organizzati, secondo una tecnica di segmentazione temporale che Pepetela ha già sperimentato in altre opere – e rispettivamente intitolati La Casa (1961), La savana (1972), Il polipo (aprile 1982), Il tempio (a partire dal 1991) – disegnano, con sguardo spietato, la parabola esistenziale di quella generazione che si trovò a vivere l’epopea delle lotte per l’indipendenza dal colonizzatore portoghese e combattere più prosaicamente una guerra civile che all’indipendenza fece seguito . Considerato uno dei migliori romanzi africani del XX secolo e tra i cento migliori libri in assoluto secondo la celebre lista divulgata dall’Africa Book Centre nel 2002 a Accra in occasione della Fiera internazionale del Libro dello Zimbabwe, La generazione dell’Utopia è anche una disincantata radiografia narrativa dell’Angola contemporanea in cui gli echi e i fantasmi del passato non rendono ancora distinguibile le glorie e le ombre che offuscano il presente.

Simão Kikamba, Senza fermata, epoché: Manuel Mpanda, il protagonista del romanzo, desidera tornare in Angola, il suo paese natale. Nonostante le suppliche dei suoi famigliari che lo esortano a restare a Kinshasa, dove perlomeno esiste una parvenza di pace, una mattina all’alba sale a bordo di un camion e parte alla volta di Luanda, dove si innamora e si sposa con Isabel. Gli avvicendamenti al governo e le violente repressioni politiche lo spingono a lasciare il paese per il Sudafrica, dove conta di trovare un lavoro e costruire un futuro per la moglie e la figlia appena nata, rimaste in Angola in attesa di raggiungerlo. A Johannesburg, tuttavia, Mpanda si scontra con la xenofobia e il razzismo dei sudafricani, incapaci di uscire da un apartheid che risulta finito soltanto sulla carta. Con uno stile diretto, emozionante e commovente, Simão Kikamba demolisce lo stereotipo dell’immigrato africano e rivela dinamiche e mentalità che l’Occidente non sospetta.

Ondjaki, Il fischiatore, Edizioni Lavoro: Un borgo perduto popolato di asini a cui si vota un bizzarro culto. Abitanti stralunati: una giovane donna che accumula sale, in omaggio nostalgico all’oceano al quale tornerà; un Commesso Viaggiatore che sa di alchimia; un Becchino che sta di guardia a un cimitero dove da anni non si scavano tombe; un Matto che raccoglie le voci del villaggio; una vecchia che a ogni estrema unzione raddoppia in vitalità; e un Parroco, amante del buon vino, che veglia su questa comunità con affettuosa partecipazione. Ma arriva «l’uomo che fischia», e scopre nella chiesa i sette corridoi di suono che ne fanno un luogo perfetto per esaltare la sua musica. Il suo «concerto per fischio», nella messa domenicale, scatena inattese reazioni collettive, trascinando gli abitanti in una sarabanda festosa, che coinvolge anche la natura, alberi e uccelli. Il paese risuscitato torna a essere bagnato dalla pioggia sottile di ottobre, quella che non fa rumore. Narrato con ritmo filmico, Il Fischiatore affascina per la scrittura poetica e trasognata. È un’invenzione, un sogno, un’allucinazione serena sulle potenzialità dei piccoli doni nascosti in ogni creatura.

Ondjaki, Le aurore della notte, Edizioni Lavoro: Siamo a Luanda, negli anni piuttosto recenti della fine della guerra civile. Seduto al tavolino di un bar, aspettando l’alba, un uomo racconta. Racconta di strani personaggi: un morto dal nome impudente (AdolfoTuto… provate a ripeterlo di seguito), un morto che non trova pace, sballottato da un posto all’altro in una città sommersa da una pioggia che pare non voler finire; le sue due mogli, in gara fra loro per diventarne ufficialmente le vedove, e i suoi amici: un «professore trendy» albino, un nano vanesio proprietario dei taxi più avveniristici della città, e una Signora con la maiuscola che, soppressa col ddt l’ape regina del suo alveare, ne ha preso il posto, comandando lo sciame per ottenerne sofisticate produzioni.
Romanzo urbano, pieno di invenzioni linguistiche, Le aurore della notte rende omaggio ai padri della letteratura angolana. Un canto d’amore a una città percorsa da un’ondata di vitalità che sembra, malgrado tutto, inarrestabile.

Ondjaki, Buongiorno compagni!, Iacobelli: Luanda, capitale dell’Angola, anni Novanta: dopo decenni di guerra civile la città cerca di tornare a una sua normalità. Il giovanissimo protagonista scopre il mondo attraverso le chiacchiere degli adulti: il padre che ha partecipato direttamente alla lotta per l’indipendenza, i vicini portoghesi “nostalgici”del colonialismo, gli amici. Racconta con affetto e soave ironia le sue esperienze scolastiche con i professori cubani, i contatti con le zie che vengono dal Portogallo, il rapporto con gli altri bambini del quartiere, osservando l’assurdità dei riti sociali imposti dal dogmatismo del partito unico, in una dimensione a tratti surreale in cui l’immaginazione del piccolo protagonista ci restituisce però, in un sapiente mosaico, l’immagine dell’Angola nei primi anni dell’indipendenza. Un paese rima stocome sospeso tra il sogno rivoluzionario e la persistenza della guerra civile. Il libro è un sapiente affresco dell’Angola post-coloniale, scritto da una delle voci più interessanti e originali del panorama delle letterature africane di lingua portoghese.

 

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