Libri dall’Albania

Il viaggio di oggi ci porta in Albania. Vi ricordo che i libri che segnalo sono solo alcuni di quelli che mi sembrano più interessanti, e che potete contribuire se volete, nei commenti.

Anilda Ibrahimi, L’amore e gli stracci del tempo, Einaudi: Una storia vibrante e sincera, di amicizie che durano una vita, di perdite e di speranza, di figli della guerra e dei loro tanti genitori.
Un romanzo che tocca corde profonde, temi viscerali, con coraggio e delicatezza. Che non teme di fare i conti con un passato che «quando ti trova, ti guarda con i tuoi stessi occhi».
La prima volta che Zlatan vede Ajkuna è rapito dal dondolio delle sue trecce che «si allungano quasi a toccare terra». Non sa ancora che quella bambina diventerà così centrale nella sua vita.
Crescono insieme a Pristina, nella stessa casa, anche se lui è serbo e lei kosovara di etnia albanese. I loro padri, Milos e Besor, condividono la passione per la medicina e per le poesie di Charles Simic. Le loro madri, Slavica e Donika, litigano su come fare le conserve di peperoni e sui particolari di certe ballate, patrimonio comune dei popoli dei Balcani.
Ma il Kosovo, in cui per secoli questi popoli hanno convissuto, alla fine degli anni Novanta sanguina. Ed è l’ennesima ferita al cuore dell’Europa balcanica.
Tra i botti di Capodanno e gli spari della guerriglia, Ajkuna e Zlatan si promettono amore eterno «come solo due ragazzi possono promettersi».
La Storia però li separa: militare di leva lui, profuga lei.
Ajkuna si ritrova in Svizzera, dove partorisce Sarah. Zlatan finisce in Italia, dove incontra Ines. Una ragazza minuta, con i capelli lisci che le cadono sulle spalle. Proprio come Ajkuna.
In un montaggio alternato, il romanzo segue le vite dei due protagonisti, il loro rincorrersi e sfiorarsi, e forse perdersi. Lungo il cammino, in una babele arruffata di lingue, Zlatan e Ajkuna incroceranno una piccola folla di personaggi intensi, veri, col loro bagaglio di storie al seguito.
Anilda Ibrahimi ci racconta, con la sua leggerezza, con la sua scrittura cruda e poetica, una vicenda struggente, di sentimenti forti, senza essere sentimentale. Ci porta di nuovo a un passo da qui, stavolta nel Kosovo, per farci scoprire un mondo e la sua repentina distruzione. Rintracciando però quel filo che continua a legare vecchio e nuovo, passato e futuro, in un flusso ininterrotto di vita.
La mia recensione: https://sonnenbarke.wordpress.com/2013/10/21/anilda-ibrahimi-lamore-e-gli-stracci-del-tempo-albania/
Un estratto: http://www.einaudi.it/var/einaudi/contenuto/extra/978880619972PCA.pdf

Anilda Ibrahimi, Rosso come una sposa, Einaudi: L’Albania del primo Novecento è un luogo misterioso, magico e caotico. Un luogo dove gli opposti convivono da sempre: cristianesimo e islam, tradizioni risalenti all’Impero bizantino come all’Impero ottomano. Ed è anche, e soprattutto, una società fortemente matriarcale, in cui per il potere che si acquisisce diventando suocere le donne passano la vita aspettando con gioia d’invecchiare.
Meliha è una figlia di questo mondo, una donna forte, capace di seguire i vivi e i morti con lo stesso trasporto: è lei il cuore della famiglia Buronja, all’inizio di questa storia.
Ma il vero perno della famiglia e del romanzo diventerà ben presto sua figlia Saba.
Appena quindicenne, Saba è costretta a sposare Omer, un uomo maturo che lei non ama, già vedovo di sua sorella e legato ai Buronja da un debito di sangue. Ma la aspettano ben altre prove, che Saba crescendo – e conquistandoci pagina dopo pagina – attraverserà con disperata energia: i tanti figli, la guerra, lo sterminio dei fratelli, fino alla transizione a una nuova e per lei più felice dimensione di vita: il comunismo. È attraverso le tante vicende che gravitano intorno a Saba e al suo mondo – dai piccoli infiniti rivoli di vita ai grandi rivolgimenti politici che entrano nella quotidianità più intima degli individui e si fanno storie – che il romanzo assume un tono epico indimenticabile, per forza e naturalezza.
Saba è uno di quei personaggi a cui ci si affeziona davvero, che balza dalla carta per farsi vivo, vicino e caro.
Sarà la giovane Dora, figlia della più recente modernità, a raccogliere – saltando una generazione: la generazione del silenzio incarnata da Klementina – l’eredità di nonna Saba, convertendo l’epica in racconto, trasmettendo e rigenerando, con la disinvoltura e la vitalità della gioventù, la memoria di quel mondo ancestrale che non le è mai appartenuto eppure è fino in fondo suo. Lei, sopravvissuta allo sradicamento, è l’erede: perché in una comunità dispersa attraverso la fuga si libera davvero qualcosa, forse la possibilità stessa del dire, in quello spazio muto tra memoria e creazione.
«Nonna Saba faceva il giro del quartiere per farsi leggere i fondi di caffè. Era come un’ecografia: lei prendeva il caffè, girava bene la tazza, metteva giù, ed ecco: più cresceva la pancia di mia madre più sporgeva il mio sesso dai fondi della tazzina.
Mamma portava la pancia e lei portava i fondi di caffè. Erano quasi pari, loro due».

Anilda Ibrahimi, Non c’è dolcezza, Einaudi: Eleni e Lila sono amiche da sempre, innamorate dello stesso uomo. Ma la nascita di Arlind spezza il loro legame come il canto degli tzigani spezza il silenzio dell’alba. Si può rinunciare a un figlio per tenere fede a una promessa?
Dopo Rosso come una sposa, Anilda Ibrahimi torna a raccontarci una storia di emozioni incandescenti, in cui il riso e il pianto s’inseguono, regalandoci la poesia di un piccolo mondo quasi miracoloso.
Un estratto: http://www.einaudi.it/var/einaudi/contenuto/extra/978880620911PCA.pdf

Elvira Dones, Senza bagagli, Besa: È ragionevole credere di poter viaggiare senza bagagli?
È ragionevole sognare l’oltremare, se di qua manca anche la libertà di parlare?
È ragionevole tradire un figlio per una passione al di là del mare?
È ragionevole fuggire da una prigione e rimpiangere la libertà di sognare?
È ragionevole chiedersi se è stato saggio amare oltre le ragioni di Stato?
È ragionevole ostinarsi a chiederlo, ancora oggi, al mare d’Albania ormai lontano?

Elvira Dones, Sole bruciato, Feltrinelli: Sole bruciato racconta la vita di uomini e donne smarriti dopo il crollo del regime albanese e i sogni sbriciolati sui marciapiedi d’Europa da un male che nessuno pensava d’avere dentro. Un male che esplode quando le speranze s’infrangono definitivamente, con la violenza senza limiti, la follia dei soldi facili, l’annullamento di qualsiasi etica umana.
La voce narrante che apre il romanzo è quella di Leila, una giovane donna convinta a venire in Italia per diventare stilista e obbligata a prostituirsi. Leila torna a casa morta, rinchiusa in una bara, dopo tre anni di assenza. Come nei racconti epici è lei a tirare le fila delle numerose storie che si intersecano: la sua, quella di Soraja, di Elena, di Laura e di altre ragazze tutte con lo stesso destino.
La narrazione, realistica e al tempo stesso lirica, alterna, con un ritmo sempre teso, voci di sogni e di vita a grida di dolore e di morte.

Elvira Dones, Bianco giorno offeso, Interlinea: Dopo il successo di Sole bruciato (Feltrinelli) Elvira Dones torna con un romanzo forte e doloroso che ha per protagonisti un profugo albanese in Svizzera e un amico dalla straordinaria vitalità mal incanalata e controcorrente. È il racconto della profonda e tormentata amicizia tra i due uomini, attraversata da altre passioni, struggenti e impossibili perché così è la vita e perché i personaggi sono in balia della storia. Un romanzo intenso, appassionante, vero.

Elvira Dones, Vergine giurata, Feltrinelli: Hana abbandona gli studi universitari che, piena di curiosità e di entusiasmo, aveva da poco iniziato all’Università di Tirana per tornare a vivere sulle montagne del Nord dell’Albania, nella casa dello zio che l’ha cresciuta dopo la morte dei genitori e che adesso è vedovo e malato. Un atto d’amore e di gratitudine che assume i tratti di uno spaventoso olocausto di sé quando Hana, che si rifiuta di accettare il matrimonio combinato che permetterebbe allo zio di morire in pace ma che costringerebbe lei a rinunciare alla propria indipendenza, pensa che l’unico modo per risolvere i suoi problemi sia diventare una Vergine giurata: una di quelle donne, cioè – la cui esistenza è prevista dal Kanun albanese –, che a un certo punto della propria vita decidono di farsi uomini e di rinnegare la propria femminilità. Lo zio è fiero di lei, l’onore della famiglia è salvo e lui è finalmente libero di arrendersi alla malattia che lo divora.
Hana ama i libri sopra ogni altra cosa, è appassionata, sensibile. E a Tirana aveva appena scoperto di essere innamorata. Nella cupa solitudine delle montagne si abbrutisce e si imbruttisce per sopravvivere alla fatica, al freddo, allo sconforto. Le stelle, gli alberi, il silenzio non sono un nutrimento sufficiente per la sua anima assetata di bellezza, d’amore e di poesia. Finché la cugina Lila, emigrata tanti anni prima negli Stati Uniti, non riesce a convincerla a infrangere il giuramento per raggiungerla a Washington. Qui Hana riesce con grande sforzo – grazie al sostegno della cugina e della sua famiglia, ma soprattutto alla propria tenacia – a trovare la consapevolezza di sé e del suo corpo mortificato, e ad accettare l’amore di un uomo che la aiuta ad appropriarsi di una femminilità rinnegata.

Elvira Dones, I mari ovunque, Interlinea: Un viaggio in Irlanda s’intreccia con flashback che illuminano il passato dei protagonisti: Andrea, orfana argentina cresciuta tra sofferenza e ospedali psichiatrici, ed Eric, nel quale lei incontra la normalità e una ragione per non gettare via la vita. Passo dopo passo si scopre il perché di quel viaggio e delle scelte dei due personaggi, seguendo il ritmo appassionante di questo romanzo di dolori e sentimenti raccontato con rara delicatezza.

Elvira Dones, Piccola guerra perfetta, Einaudi: Forse per la prima volta in un romanzo la guerra ci appare vicinissima alla nostra normalità: di persone che vivono nell’Occidente moderno, dove si può telefonare a una amica a New York, a un parente in Svizzera. E dove, se manca la luce, non è detto che sia perché stanno per venirci a prendere, uno per uno, casa per casa. La «piccola guerra perfetta» del titolo è quella dichiarata dalla Nato il 24 marzo 1999 in seguito alla feroce politica di «pulizia etnica» di Milosevic. Si concluse il 12 giugno. Una guerra aerea, dai cieli del Kosovo. Doveva essere piccola e perfetta perché nessun soldato americano sarebbe tornato a casa in una bara, fu promesso. Ma vista da terra fu purtroppo tutt’altra cosa. Che cosa, lo racconta Elvira Dones in questo libro scritto oggi e basato su anni di ricerche sulle violenze subite dalle donne del Kosovo in ottanta giorni di orrore, a opera dei miliziani serbi. Dones riesce a rendere terribile, commovente e umana l’epica della sopravvivenza di tre donne assediate in una casa di Pristina: Rea, Nita e Hana. E insieme al loro assedio, alla loro disperata e vitale giovinezza, seguiamo increduli l’odissea verso la libertà di due indimenticabili ragazzini, della tredicenne bellissima Blerime, che da grande vuole studiare Poe come zia Nita, e del quattordicenne asso del calcio Fatmir.
Un estratto: http://www.einaudi.it/var/einaudi/contenuto/extra/978880620608PCA.pdf

Ismail Kadaré, Il generale dell’armata morta, Longanesi: Non a caso, all’inizio e alla fine di questo romanzo, il protagonista paragona se stesso e altri personaggi ad attori di teatro. Tutto il libro, infatti, pare scandito secondo cadenze proprie di diversi generi teatrali. Vent’anni dopo la fine della seconda guerra mondiale, un generale e un colonnello cappellano dell’esercito italiano ricevono un mandato gravoso e delicato: ritrovare i resti di molti nostri soldati caduti in Albania. La missione si infrange ben presto contro gli scogli di un clima ostile, di una terra impervia, cui si aggiunge la freddezza di un popolo fiero per il quale la guerra sembra essere una condizione di vita. Quando il generale sarà pronto a riportare in patria l’armata morta, si renderà conto di aver esumato, oltre ai poveri resti (ma molti mancano al silenzioso appello), anche diffidenze e rancori antichi, atavici in un popolo diverso per usi, costumi, senso della vita, della morte e dell’onore, che “ha sempre avuto il gusto di uccidere e di farsi uccidere”. Rievocando gli orrori della guerra nel paese delle aquile, Ismail Kadaré costruisce un romanzo di grande intensità, in bilico tra commedia a sfondo macabro e teatro dell’assurdo, narrazione rarefatta e tragedia epica, in cui emergono in tutta la loro crudezza la forza primordiale della violenza che grava sul destino degli uomini e la follia della guerra che unisce vincitori e vinti nella medesima desolazione.

Ismail Kadaré, L’aquila, Longanesi: Una notte banale, una strada deserta, un giovane uomo, Maks, che esce di casa per comprare un pacchetto di sigarette: ma poi inciampa. E il suo incubo comincia. Perché un semplice ruzzolone si trasforma in un precipitare senza fine, un abisso in cui Maks perde e riprende i sensi a fasi alterne, scivolando nel vuoto fino a trovarsi in un altro luogo insieme ad altri “decaduti” come lui: una sorta di paese fantasma in cui il silenzio e la reticenza sembrano leggi da non infrangere mai. Un luogo di esilio, forse politico, una specie di prigione all’aperto da cui soltanto si sa che sarà impossibile evadere o fuggire. Ossessionato dal ricordo della fidanzata Anna, Maks cerca un senso nella nuova realtà: lo aiutano i discorsi di un barista, l’incontro con l’ingegner Dede Halo e soprattutto l’amore di un’altra Anna, che forse potrebbe assisterlo nel trovare una via di uscita. E poi c’è il misterioso zoo del paese: con il lupo, gli orsi, il ricordo del coccodrillo morto, e specialmente l’aquila, l’uccello che sempre più occupa le fantasie morbose e deliranti del protagonista. Il romanzo di Kadaré racconta una storia angosciante e onirica con una scrittura fulmineamente tesa, sino a far diventare il giovane Maks quasi il simbolo di qualcosa di molto più grande di lui, l’emblema di una condizione di prigionia metafisica ed esistenziale; mentre il suo incubo assume i contorni sempre più nitidi di un luogo noto, non dissimile da un esilio, o un carcere, in cui tutti potremmo precipitare.

Tutti i libri di Ismail Kadaré. http://it.wikipedia.org/wiki/Ismail_Kadare

Ron Kubati, Va e non torna, Besa: Una scrittura veloce e poetica insieme – come un’insolita trasmissione radio durante il coprifuoco – attraversa la quotidianità di Elton, studente albanese in Italia, per coglierne le contraddizioni con ironia e leggerezza. Casa, studio, lavoro sono nella sua vita come nella vita di tutti, ma in un modo unico rispetto alla vita di tutti, diventando materiale di un’insolita trasposizione per sequenze. Marachelle di bambini, sale d’ascolto di un tribunale, corridoi universitari, la rete di un campo di prigionia… Non sono che tasselli d’immagine di un’unica voce in corsa, che attraversa il presente e si apre al passato nel registro della fiaba e della cronaca. Poi, all’improvviso, irrompe una figura femminile, una singolare presenza che sovverte qualsiasi possibilità di ordine. Va e non torna è il romanzo nevrile e intenso, venato di fresco esistenzialismo, di un’intera attesa generazionale tradotta in ispirazione autobiografica. Una sorprendente vitalità linguistica che non teme gergo e neologismi, in uno stile anticonvenzionale e a tratti romantico.

Ron Kubati, M, Besa: Uno scrittore in cerca di editore, in un paese straniero, viene accolto da un gruppo di transfughi, intellettuali alla deriva, uomini borderline, pellegrini senza fissa dimora che si raccolgono tutti in casa del prof. Andrea. Apparentemente sembrano smarriti nella metropoli dalle mille luci e dalle mille razze, ma invece sono incredibilmente coesi dalla forza dell’amicizia, dallo spirito di solidarietà che li aiuta ad affrontare il mondo esterno e a non abbandonarsi reciprocamente. La storia si snoda giorno dopo giorno, raccontata in prima persona dal ragazzo a volte con incredibile distacco, altre con straordinaria intensità. La casa di Andrea diventerà anche la sua dimora. Dovrà adattarsi a mille lavori (assistenza a un anziano, lezioni private tenute in un garage clandestino) prima di trovare un editore “di confine” disposto a pubblicarlo.

Ron Kubati, Il buio del mare, Giunti: Un presente aspro, inquinato dai detriti della grande Storia, segna un imprecisato paese del blocco socialista. Un cielo livido, a dispetto dell’azzurro mediterraneo, incombe su un’amara quotidianità. Uno sguardo bambino, attonito eppure vigile, indaga, senza mai lasciarsi contaminare, mantenendosi fresco e lucido anche quando si spinge nel territorio del sogno. Il giovanissimo protagonista senza nome assiste all’impiccagione del padre, al solcarsi sempre più profondo del viso della madre, al crescere della distanza fra lui e la rosea compagna di banco che profuma di sapone. Resiste e non si perde nelle tenebre che sempre più fitte avvolgono la città e i suoi abitanti: compagni di scuola spesso complici della perfidia degli adulti, maestre distratte, cani randagi pronti ad assalire, comandanti-draghi, contrabbandieri dal grilletto facile, uomini buoni che non si tirano indietro quando occorre compiere azioni cattive… fino al sorprendente epilogo che irrompe col fragore di un tuono.

Ornela Vorpsi, Il paese dove non si muore mai, Einaudi: «È il paese dove non si muore mai. Fortificati da interminabili ore passate a tavola, annaffiati dal raki, disinfettati dal peperoncino delle immancabili olive untuose, qui i corpi raggiungono una robustezza che sfida tutte le prove. Siamo in Albania, qui non si scherza».
Una bambina intelligente e curiosa, la sua scoperta del mondo in un paese che ha spento l’utopia nella barbarie e che non tollera dubbi né domande. Il racconto tagliente e irresistibile delle sue diatribe con Madre-Partito, delle sue esercitazioni militari, dei suoi giochi innocenti e sinistri; l’impertinenza del corpo che cambia sotto gli sguardi avidi dei maschi, il desiderio di fuggire come amara morale di un’acuminata «favola della dittatura».
Ornela Vorpsi è arrivata in Italia quando aveva ventidue anni, e ha scritto in un italiano spaesato quella che lei definisce «l’autobiografia dell’Albania».

Ornela Vorpsi, Vetri rosa, nottetempo: Questo libro non si può definire né un racconto (ma lo è), né una serie di racconti (forse lo sono): è un raccontare, che si muove intorno all’infanzia e all’adolescenza albanese, alle amiche, ai giochi sessuali, alla solitudine infantile, all’amore, alla rivalità, alla morte. I vetri rosa sono pezzetti di vetro attraverso cui guardare la propria vita da dietro la morte, una specie di caleidoscopio in cui la vita riappare desiderabile e inspiegabile.

Ornela Vorpsi, La mano che non mordi, Einaudi: Esiste una lingua per raccontare lo spaesamento? Tutto parte da un viaggio a Sarajevo: un tuffo nel cuore dei Balcani, generoso e polveroso come nei ricordi d’infanzia. Qui la pioggia bagna la pelle più in profondità che altrove. La morte è più sorprendente e ha più sapore. Come un assedio, ad ogni passo risuona «l’esperanto balcanico», quel linguaggio inudibile e perentorio che non è possibile lasciarsi alle spalle. Un romanzo vivo, caustico, una scrittura apolide leggera e penetrante come le emozioni di cui si nutre.
«Ormai sono una perfetta straniera. Quando si è così stranieri, si guarda il tutto in modo diverso da uno che fa parte del dentro. È come recarsi a una cena di famiglia e non poter partecipare; si frappone una gelida finestra. Di un vetro bello spesso, antiproiettile, anti-incontro: loro ti scrutano, ti riconoscono, ti fanno dei segni perché tu entri e li raggiunga, pure tu li vedi e rispondi con gli stessi gesti, ma la cena si consuma qui, si consuma così. Dopo poco tempo smettono di invitarti, si stancano, il pollo arrosto gli sorride, il pollo arrosto sfornato al momento giusto è una vera consolazione. Le loro parole sono inudibili. Il loro calore lontano. Tu rimani spettatore».

Ornela Vorpsi, Bevete cacao Van Houten!, Einaudi: «A sedici anni, nei versi di Majakovskij, lessi una storia che mi segnò per sempre. La ditta Van Houten, che produceva dell’eccellente cacao, ebbe una trovata macabra e geniale: comprare l’ultimo desiderio di un condannato a morte per pubblicizzare la sua polvere scura. L’uomo davanti alla folla curiosa avrebbe dovuto gridare come ultimo desiderio lo slogan: Bevete cacao Van Houten! In compenso, la sua famiglia avrebbe ricevuto una somma di denaro sufficiente a vivere con tranquillità almeno per un paio d’anni.
L’uomo gridò. La mia anima di sedicenne anche».
Quando si nasce nella «prigione chiamata Albania», esistono solo due modi di orientare lo sguardo. C’è quello del pittore Petraq, che cammina chino sull’asfalto e sembra rimpicciolire ogni giorno di più: è lo sguardo basso della colpa, di chi si vergogna della propria vecchiaia, ma anche della propria bellezza, o di un marito che ha troppa voglia di fare l’amore. E poi ci sono gli occhi puntati dritti verso formidabili orizzonti: è lo sguardo di Gazi che attraversa l’Adriatico e sogna di portare la sua musica in Italia, in Francia, negli Stati Uniti. Sono gli occhi di Teuta mentre stropiccia il foglietto su cui è segnato l’indirizzo che dovrebbe accoglierla a Roma, quelli di Sabrina inghiottita dal mare, e di Lumturi che si nutre delle pagine di Proust e Stendhal.
Complice un tempo che sembra eterno, l’Albania smette di essere prigione per diventare limbo, uno stato transitorio nel quale si sopravvive coltivando «promesse d’altrove», fino al giorno in cui si parte davvero. Ed eccolo, finalmente, «il paese dei miracoli», un luogo in cui la bellezza femminile non è più dannazione ma fortuna, il pesce non ha le lische e le scatole di tè racchiudono prodigi mai sentiti.
Ma l’autrice di questi quattordici racconti, che ha lasciato Tirana a ventidue anni e ha scelto di scrivere in italiano, di sguardo ne ha inventato un altro: obliquo, che gioca a ribaltare le ovvietà della lingua e dell’esistenza.
Coniugando crudeltà e tenerezza, Ornela Vorpsi riesce a ritrarre quell’essere meraviglioso e fragile che è l’umano, capace di vendersi al prezzo di un sogno, persino nel momento del respiro ultimo. Una scrittura spietata e intrisa di ironia, animata da una lingua unica, ricca di potenza simbolica, che fa dell’assenza di radici la sua forza e trasforma lo spaesamento in strumento di conoscenza.

Ornela Vorpsi, Fuorimondo, Einaudi: Davanti a casa di Maria c’è una striscia di terra sottile che è fatta per l’attesa. Lì si fermano le ragazze del paese: bussano e aspettano. Vogliono vedere i ragazzi, Luka, Artur, Enea, Johan, vogliono vedere Rudolf soprattutto, il bel Dolfi, che da quando ha smesso di suonare il violino passa il tempo sul divano a guardare la televisione muta, con il sorriso gentile e una tomba aperta nel petto. È per lui che viene Manuela, scialba e malinconica. Tra tutte è la più costante, quella che dell’attesa non si stanca. Dalla casa accanto, Tamar invece semplicemente guarda. Il destino le ha assegnato il ruolo di spettatrice, di chi assiste alla vita senza mai farne parte davvero. Finché un giorno, in quella terra dello smarrimento davanti a casa di Maria, compare il corpo senza vita di Manuela. Un’altra «giovane morte» dopo quella del piccolo Rafi, il bambino prodigio, che se n’è andato lasciando a Tamar un brivido carico di presagi. Attorno a queste due assenze, buchi neri nei quali precipita la vita di una comunità intera, si muovono personaggi da sogno o da incubo, figure struggenti colte in un presente che è insieme condensazione di una storia e prefigurazione di un destino: come Esmé, la madre senza grembo, che si rifugia nell’amore impossibile di chi non c’è più e si nega a chi invece la vuole con forza; zia Lali, che conosce l’arte di dire grazie; Nikolin, il calzolaio che conta le scarpe; e poi Dolfi con la sua bellezza succulenta, e naturalmente Tamar. È sua la voce che cuce i fili della vicenda, lo sguardo spaesato che rifiuta l’ovvietà e mette in questione ogni cosa, che dichiara e ritratta, rivela e nasconde. Ed è proprio grazie a queste smagliature nel tessuto della narrazione, grazie alla sfocatura perfettamente incarnata dalla scrittura straniante e poetica di Ornela Vorpsi, che Tamar ci costringe a dubitare dei confini che separano normalità e follia, colpa e innocenza, desiderio e rinuncia. In perfetto equilibrio tra gioia di vivere e dolore, Fuorimondo torna ad affrontare i temi cari all’autrice, ma ne esplora il lato più metafisico. Il ritratto di un universo abitato da fantasmi in carne e ossa, ognuno proiettato verso il suo personalissimo altrove, mentre su tutti incombe il fascino dell’altrove per definizione: perché forse andarsene per sempre, vivere solo nella memoria o nel rimorso di chi resta, è la forma più potente di esistenza.
Un estratto: http://www.einaudi.it/var/einaudi/contenuto/extra/978880621015PCA.pdf

 

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