Libri dall’Afghanistan

Da oggi voglio arricchire il mio giro del mondo coi libri proponendovi le ricerche che ho fatto per arrivare a scegliere i libri che ho scelto. Il viaggio si farà, per comodità, in ordine alfabetico per paese, partiamo quindi dall’Afghanistan, di cui vi propongo alcuni titoli tradotti in italiano.

Khaled Hosseini, Il cacciatore di aquiloni, Piemme: Si dice che il tempo guarisca ogni ferita. Ma, per Amir, il passato è una bestia dai lunghi artigli, pronta a inseguirlo e a riacciuffarlo quando meno se lo aspetta. Sono trascorsi molti anni dal giorno in cui la vita del suo amico Hassan – il ragazzo dal viso di bambola, il cacciatore di aquiloni – è cambiata per sempre in un vicolo di Kabul. Quel giorno, Amir ha commesso una colpa terribile. Così, quando una telefonata inattesa lo raggiunge nella sua casa di San Francisco, capisce di non avere scelta: deve partire, tornare a casa, per trovare il figlio di Hassan e saldare i conti con i propri errori mai espiati. Ma ad attenderlo, a Kabul, non ci sono solo i fantasmi della sua coscienza. C’è una scoperta sconvolgente, in un mondo violento e sinistro, dove le donne sono invisibili, la bellezza è fuorilegge e gli aquiloni non volano più. Trent’anni di storia afgana – dalla fine della monarchia all’invasione russa, dal regime dei Talebani fino ai giorni nostri – rivivono in questo romanzo emozionante e pieno d’atmosfera, diventato uno straordinario successo internazionale.
La mia recensione: https://sonnenbarke.wordpress.com/2013/12/23/khaled-hosseini-il-cacciatore-di-aquiloni-afghanistan/
Il primo capitolo: http://api2.edizpiemme.it/uploads/2014/02/8172-7_cacciatore_aquiloni.pdf

Khaled Hosseini, Mille splendidi soli, Piemme: A quindici anni, Mariam non è mai stata a Herat. Dalla sua kolba di legno in cima alla collina, osserva i minareti in lontananza e attende con ansia l’arrivo del giovedì, il giorno in cui il padre le fa visita e le parla di poeti e giardini meravigliosi, di razzi che atterrano sulla luna e dei film che proietta nel suo cinema. Mariam vorrebbe avere le ali per raggiungere la casa di Herat, dove il padre non la porterà mai perché lei è una harami, una bastarda, e sarebbe un’umiliazione per le sue tre mogli e i dieci figli legittimi ospitarla sotto lo stesso tetto. Vorrebbe anche andare a scuola, ma sarebbe inutile, le dice sua madre, come lucidare una sputacchiera. L’unica cosa che deve imparare è la sopportazione.
Laila è nata a Kabul la notte della rivoluzione, nell’aprile del 1978. Aveva solo due anni quando i suoi fratelli si sono arruolati nella jihad. Per questo, il giorno del funerale, le è difficile piangere. Per Laila, il vero fratello è Tariq, il bambino dei vicini, che ha perso una gamba su una mina antiuomo ma sa difenderla dai dispetti dei coetanei; il compagno di giochi che le insegna le parolacce in pashto e ogni sera le dà la buonanotte con segnali luminosi dalla finestra.
Mariam e Laila non potrebbero essere più diverse, ma la guerra le farà incontrare in modo imprevedibile. Dall’intreccio di due destini, una storia indimenticabile che ripercorre la Storia di un paese in cerca di pace, dove l’amicizia e l’amore sembrano ancora l’unica salvezza.
La mia recensione: https://sonnenbarke.wordpress.com/2014/05/01/khaled-hosseini-mille-splendidi-soli/
Il primo capitolo: http://api2.edizpiemme.it/uploads/2014/02/566-1563.pdf

Khaled Hosseini, E l’eco rispose, Piemme: Sulla strada che dal piccolo villaggio di Shadbagh porta a Kabul, viaggiano un padre e due bambini. Sono a piedi e il loro unico mezzo di trasporto è un carretto rosso, su cui Sabur, il padre, ha caricato la figlia di tre anni, Pari. Sabur ha cercato in molti modi di rimandare a casa il figlio, Abdullah, senza riuscirci. Il legame tra i due fratelli è troppo forte perché il ragazzino si lasci scoraggiare. Ha deciso che li accompagnerà a Kabul e niente potrà fargli cambiare idea, anche perché c’è qualcosa che lo turba in quel viaggio, qualcosa di non detto e di vagamente minaccioso di cui non sa darsi ragione. Ciò che avviene al loro arrivo è una lacerazione che segnerà le loro vite per sempre. Attraverso generazioni e continenti, in un percorso che ci porta da Kabul a Parigi, da San Francisco all’isola greca di Tinos, Khaled Hosseini esplora con grande profondità i molti modi in cui le persone amano, si feriscono, si tradiscono e si sacrificano l’una per l’altra. Seguendo i suoi personaggi e le ramificazioni delle loro vite e delle loro scelte, la storia si snoda in un quadro sempre più ampio e carico di emozioni da cui il lettore resta totalmente catturato. Un grande romanzo che si inserisce perfettamente nel solco già tracciato dai suoi romanzi precedenti, Il cacciatore di aquiloni e Mille splendidi soli.
Il primo capitolo: http://api2.edizpiemme.it/uploads/2014/02/9788856633559.pdf

Atiq Rahimi, Le mille case del sogno e del terrore, Einaudi: Farhàd è uno studente universitario, a Kabul, verso la fine degli anni Settanta. Non fa politica, ma una notte, dopo aver bevuto troppo vino, viene sorpreso da una pattuglia durante il coprifuoco. Non conosce la parola d’ordine, viene picchiato, insultato, abbandonato sul ciglio della strada. Una donna lo soccorre, lo accoglie nella propria casa. In persiano l’espressione «mille case» significa labirinto. E il rifugio che lo salva dai soldati diventa per Farhàd un enigma di pareti e finestre e tappeti e fantasmi, un mistero insolubile, un sogno fragile che racconta però di ferite tragicamente reali. C’è un bambino che aspetta il ritorno del padre. C’è un giovane dai capelli bianchi che ha perso la ragione. E c’è lei, Mahnàz, una donna forte e disperata. La casa è un labirinto, ma è anche uno specchio, la fotografia di un paese che vive nel terrore. Sono gli anni delle dittature filosovietiche che anticipano l’invasione del 1979 e mettono l’Afghanistan sui binari di una lunga e devastante guerra civile. Migliaia di oppositori, o di persone che come Farhàd si trovano nel posto sbagliato al momento sbagliato, vengono trucidati. A Farhàd non rimane che la via dell’esilio.

Atiq Rahimi, L’immagine del ritorno, Einaudi: Atiq si procura una vecchia camera oscura, e le immagini scattate dall’apparecchio sembrano provenire da un altro secolo. Così come l’identità dell’esule resterà la realtà non può essere restituita dalle immagini a colori dei settimanali occidentali: Kabul, simile a una delle città invisibili di Calvino, «non dice il suo passato, lo contiene come le linee di una mano».
«Per quanto io fugga sarò sempre prigioniero di me stesso»: con questo verso in mente Atiq ritorna a Kabul dopo quasi vent’anni di esilio. Il regime dei talebani è caduto e la sua città è ridotta a un cumulo di macerie. Come raccontare le emozioni del ritorno?Le persone lo fermano per sapere la sua storia e dire la loro. Ma le parole non sembrano sufficienti.
Intorno a lui le ferite di Kabul. Ferite che sono state fotografate da fotoreporter e grandi fotografi, con risultati di grande riuscita estetica. Atiq, però, non è alla ricerca della bellezza, vuole vedere il dolore che la ferita rivela. Vuole una macchina che sia capace di «uno sguardo». Trova sul posto una vecchia camera oscura, un apparecchio rudimentale con cui vengono ottenute immagini che paiono venire da un altro secolo. Davanti alla camera oscura bisogna rimanere fermi, senza respirare, come in una prova generale della morte. Come se il presente in cui viviamo fosse già passato, e dal futuro del nostro sguardo potessimo osservare le tracce lontane di una tragedia meglio che con qualunque apparecchio moderno.
L’immagine del ritorno, dopo vent’anni di esilio, non può essere restituita dalle copertine a colori dei settimanali o dai libri dei «grandi fotografi». Il passato dell’esule si sovrappone al presente del ritorno, l’identità perduta non si riacquista, resterà per sempre doppia, fuori e dentro la Storia, radicata e sradicata allo stesso tempo. E Kabul resterà per Atiq una città invisibile (insieme a Roland Barthes, Italo Calvino è il nume tutelare di questo viaggio): il desiderio è già un ricordo.

Atiq Rahimi, Pietra di pazienza, Einaudi: Una donna velata siede al capezzale del marito ferito e privo di conoscenza. Accorda il suo respiro su quello dell’uomo, e per la prima volta gli parla. Frammenti di tenerezza, piccoli sogni, illusioni. Poi, a poco a poco, in un fiume liberatorio, tutta la vita le esce di bocca. Pronuncia parole proibite, parole ribelli. Condanna gli uomini e le loro guerre, il fanatismo dei soldati di Allah e la violenza. Osa parlare di religione, di amore e dei piaceri del corpo. Svela piccoli segreti e grandi colpe.
Una voce che affiora da secoli di sottomissione e di sofferenza. Incanta, prega, grida. Ritrova se stessa. Ed è, infine, liberata.
Un estratto: http://www.einaudi.it/var/einaudi/contenuto/extra/978880620711PCA.pdf

Atiq Rahimi, Terra e cenere, Einaudi: Questa storia si svolge nei dintorni della città di Polkhomrí, in Afghanistan, negli anni dell’occupazione sovietica. Lo scenario è un paesaggio fisico e umano ridotto all’osso, rocce arroventate dal sole, arbusti riarsi, un ponte sopra un fiume in secca, un guardiano addormentato nella sua guardiola, un negoziante filosofo nel suo bugigattolo. I protagonisti sono un vecchio e un bambino seduti sul ciglio della strada ad aspettare un camion. Cercano un passaggio per raggiungere la miniera dove lavora Moràd, figlio del vecchio, padre del bambino. La polvere che sporca, soffoca e nasconde quest’angolo desolato del pianeta non può cancellare l’angoscia del vecchio, né far tacere gli interrogativi del bambino. Il vecchio teme che Moràd gli chieda la ragione della visita fuori programma. Teme che il bambino si metta a urlare che i russi hanno rubato i suoni del mondo e che la gente ha perso la parola e le cose non fanno più rumore.
«Perché sei venuto Dastghír?» chiederà Moràd. E Dastghír dovrà raccontare la verità, se vuole essere un uomo, se vuole che Moràd continui a essere uomo.

Atiq Rahimi, Maledetto Dostoevskij, Einaudi: Rassul ha deciso: ucciderà la vecchia usuraia che costringe la fidanzata a prostituirsi. Ma proprio quando abbassa l’ascia sulla testa della donna, è folgorato da un pensiero: sta replicando i gesti del protagonista di Delitto e castigo del suo amato Dostoevskij! Ma non siamo nella Russia dell’Ottocento, siamo nella Kabul di inizio anni Novanta, ancora scossa dagli ultimi fuochi della guerra civile tra comunisti e mujaheddin. Dando vita «al suo» Raskòl’nikov, Atiq Rahimi si interroga sulla morale e la libertà in una società presa in ostaggio dalla giustizia tribale e dalla violenza di una guerra senza fine.
Un estratto: http://www.einaudi.it/var/einaudi/contenuto/extra/978880621083PCA.pdf

Mohammad Hossein Mohammadi, I fichi rossi di Mazar-e Sharif, Ponte33: Una raccolta di racconti che sintetizza la cronaca di un conflitto interminabile che non ha risparmiato nessun angolo dell’Afghanistan. Mohammad Hossein Mohammadi racconta con una scrittura semplice e intensa l’orrore che la guerra ha portato fin dentro il cuore delle relazioni umane più intime degli afghani.
Cronaca di un conflitto interminabile, i quattordici racconti de I fichi rossi di Mazar-e Sharif si trasformano, grazie alla scrittura lucida, elegante ed intensa di Mohammad Hossein Mohammadi, in una sinfonia di voci e di sentimenti sulle variazioni della guerra, la morte, l’amore, la nostalgia per un Afghanistan perduto.
La dolcezza del passato e l’orrore di un lungo presente, simboleggiati dall’albero di fichi del titolo che in un giardino di Mazar-e Sharif una bambina fruga alla ricerca di un frutto maturo, mentre il rombo degli aerei preannuncia morte e terrore, sono narrati attraverso una sapiente miscela di fantasia e realtà. Mohammadi, uno dei protagonisti della società civile di un Paese che cerca disperatamente di ritrovare una propria strada verso la normalità, ha scelto di far parlare tutti i protagonisti della tragedia corale nella quale l’insensatezza della guerra ha gettato l’Afghanistan: contadini uccisi mentre si apprestano a raccogliere il grano nell’intervallo tra una battaglia e l’altra; bambini che la guerra ha reso orfani, mutilati, segnati a fuoco dall’orrore senza fine degli adulti; madri di famiglia costrette a prostituirsi nonostante l’incubo della lapidazione; giovani fanciulle concupite come bottino di guerra; uomini normali che la guerra trasforma in mostri irsuti e insensibili; combattenti che scoprono le loro debolezze di uomini; difensori della libertà che dimenticano il rispetto di valori che neanche la guerra dovrebbe calpestare. Mohammadi riserva ad ognuno di essi, anche a quei talebani esecrati dall’Occidente e temuti in Afghanistan, uno sguardo che scandaglia i loro sentimenti più profondi, e un posto nella Storia che la cronaca giornalistica ha spesso loro negato.

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2 pensieri su “Libri dall’Afghanistan

  1. Marina Autore articolo

    Bella la tua recensione 🙂 Ho sentito dire da più parti che è un libro molto bello, è l’unico che mi manca di Hosseini e prima o poi bisognerà che mi decida a comprarlo…

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