John Steinbeck, Furore

John Steinbeck, Furore (tit. originale The Grapes of Wrath), Bompiani, Milano 2008. Traduzione di Carlo Coardi. 474 pagine.

Normalmente non mi piace leggere in traduzione i libri che posso leggere in lingua originale, e non amo le traduzioni vecchie (questa è del 1940), ma questo libro mi è stato regalato anni fa e perciò non ho potuto scegliere. Finalmente ho trovato il tempo per leggerlo, e ho fatto bene, perché è senz’altro uno dei libri più belli che io abbia letto ultimamente. Per chi fosse interessato, pochi mesi fa ne è uscita una nuova traduzione, sempre per Bompiani, a firma di Sergio Claudio Perroni, che sicuramente consiglio a chi voglia leggere il libro: basti solo pensare che la mia edizione ha 474 pagine, mentre la nuova edizione ne ha 656. Potere della censura fascista e di un’epoca in cui tradurre era adattare più che trasporre in un’altra lingua. Per maggiori informazioni su questo argomento vi invito alla lettura di un articolo interessantissimo sulla rivista Tradurre.

Furore è ambientato durante la Depressione americana del 1929, ormai quasi un secolo fa, eppure è attualissimo. Negli stati americani dell’est i contadini vengono cacciati dalle loro terre perché ora ci sono le trattrici, le terre vengono espropriate:

Va bene, gridavano i mezzadri, ma la terra è nostra. L’abbiamo misurata noi, dissodata noi. Siamo nati qui, qui ci hanno ucciso, qui siamo morti. Anche se non è buona, è nostra lo stesso. È l’esserci nati, l’averla lavorata, l’esserci morti, che la fa nostra. È questo che ce ne dà il possesso, e non una carta con dei numeri sopra.
È doloroso, ma noi non c’entriamo. È il mostro. La banca non è un essere umano.
Va bene, ma è una società di esseri umani.
Niente affatto. Questo è il vostro errore. La banca è qualcosa di diverso da un essere umano. Capita che chiunque faccia parte di una banca non approvi l’operato della banca, eppure la banca lo fa lo stesso. Vi ripeto che la banca è qualcosa di più di un essere umano. È il mostro. L’hanno fatta degli uomini, questo sì, ma gli uomini non la possono tenere sotto controllo.

Così tutti i mezzadri se ne vanno verso l’ovest, verso la California dove alcuni volantini dicono che ci sia lavoro. Dicono che devono assumere centinaia di persone, e tutti pensano di andare verso la terra promessa, dove c’è lavoro per tutti, non si rendono conto che se ne stanno andando a centinaia di migliaia…

E con tutti i mezzadri se ne vanno anche i Joad, famiglia molto unita che però si disgregherà per la strada, anche se si è appena riunita con il figliol prodigo, Tom, che è appena uscito di prigione sulla parola.

Furore è la storia del pellegrinaggio dei Joad sulla Route 66, dall’Oklahoma alla California, dove come tutti faticheranno moltissimo a trovare lavoro, appunto perché ci sono migliaia e migliaia di persone che lo cercano, e i proprietari delle terre se ne approfittano, abbassando le paghe fino a tariffe da fame. E la fame è grande protagonista di questo romanzo epico. La fame e la povertà estrema dei diseredati.

Quei maledetti Okies non hanno né buon senso né sensibilità. Son come bestie. Nessun essere umano s’adatterebbe a vivere come vivon loro, in quella sporcizia, in quella miseria! Non credere che siano molto più civilizzati dei gorilla!

Questa è l’opinione dei californiani sugli Okies, come vengono dispregiativamente chiamati gli sfollati. Ma è anche l’opinione di tutto coloro che non sono stati costretti a partire. Quasi non vedono più gli sfollati come esseri umani, attribuiscono loro caratteristiche bestiali, li ritengono peggio degli animali, e peggio degli animali li trattano.

Avevano accarezzato la speranza di trovare una casa, in California, ed ecco che trovano, dappertutto, solo odio. Okies: i padroni li odiano perché sanno di essere deboli al confronto degli Okies, d’essere ben nutriti al confronto degli Okies; e han tutti sentito dire dal nonno quanto sia facile, a chi è affamato e risoluto ed armato, sottrarre la terra a chi è debole e sazio. E nelle città i negozianti odiano gli okies perché gli Okies non hanno denaro da spendere; i banchieri odiano gli Okies perché sanno che non possono estorcerne nulla; e gli operai odiano gli Okies perché, affamati come sono, offrono i loro servizi per niente, e automaticamente il salario scende per tutti.

Ho detto che il romanzo è molto attuale: come non sentire infatti in tutto questo echi odierni, per esempio l’odio contro gli immigrati, trattati a volte peggio di bestie, o le geurre fra poveri dei lavoratori, che a volte accettano di lavorare per pochi soldi pur di avere da mangiare?

È un libro che tutti dovremmo leggere, oggi come oggi, ma dovremmo leggerlo quando abbiamo consapevolezza e non da ragazzi, a scuola, come a volte viene imposto. E dovremmo leggerlo, mi ripeto, assolutamente in lingua originale o quantomeno nella traduzione di Perroni, per non perderci tante sfumature, per non perderci il senso di quello che voleva ricordarci Bruce Springsteen con The Ghost of Tom Joad, e prima di lui Woody Guthrie con Tom Joad.

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